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La Germania problema d'Europa
di Stefano Sylos Labini
La politica egoistica e suicida della Merkel, con il dogma dell'indipendenza della Bce, impedisce di trovare soluzioni alla crisi europea, da cui si può uscire imparando dal passato
I tedeschi hanno il terrore che l’eccesso di debito pubblico spinga la Banca centrale europea a stampare grandi quantità di moneta che farebbe scoppiare l’inflazione. Per questo la Cancelliera Merkel, con la sua intransigenza sul risanamento dei bilanci dei paesi europei più in difficoltà e con la sua posizione contraria verso l’emissione degli Eurobond e verso gli acquisti di titoli del debito pubblico da parte della Bce, sta spingendo l’Europa in una pericolosa recessione e in una crisi di fiducia che potrebbero avere conseguenze devastanti. Ma i tedeschi, che hanno l’economia con la produttività più elevata d’Europa, dovrebbero ricordarsi di ciò che accadde dopo la prima guerra mondiale e di conseguenza dovrebbero essere più lungimiranti per evitare di ripetere gli stessi errori che loro furono costretti a subire.
Lezioni di storia
Il Trattato di Versailles fu imposto alla Germania con la minaccia dell’occupazione militare e del blocco economico. Il Trattato istituì una commissione che doveva determinare le esatte dimensioni delle riparazioni che dovevano essere pagate dalla Germania. Nel 1921, questa cifra fu ufficialmente stabilita in 33 miliardi di dollari. John Maynard Keynes criticò duramente il trattato: non prevedeva alcun piano di ripresa economica e l’atteggiamento punitivo e le sanzioni contro la Germania avrebbero provocato nuovi conflitti e instabilità, invece di garantire una pace duratura. Keynes espresse questa visione nel suo saggio The Economic Consequences of the Peace. I problemi economici che questi pagamenti comportarono sono spesso citati come la principale causa della fine della Repubblica di Weimar e dell’ascesa di Adolf Hitler, che inevitabilmente portò allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Quando Hitler andò al potere nel 1933 oltre 6 milioni di persone (il 20% della forza lavoro) erano disoccupate ed al limite della soglia della malnutrizione mentre la Germania era gravata da debiti esteri schiaccianti con delle riserve monetarie ridotte quasi a zero. Ma, tra il 1933 e il 1936, si realizzò uno dei più grandi miracoli economici della storia moderna, anche più significativo del tanto celebrato “New Deal” di F.D. Roosevelt. E non furono le industrie d'armamento ad assorbire la manodopera; i settori trainanti furono quello dell'edilizia, dell’automobile e della metallurgia.
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Il sonno della ragione che genera mostri
Militant
Ieri è apparso un articolo sul Corriere della sera che supera di molto la follia collettiva quotidiana alla quale dobbiamo sottostare. Per la verità, sono diversi giorni che su Corriere e Repubblica appaiono “strani” articoli, tutti orientati in senso radicalmente neoliberista come non se ne vedevano da anni. Passati di moda agli inizi della crisi, i pensatori neoliberisti sono rispuntati fuori come funghi dalle fogne (miliardarie) dalle quali provenivano. Per la verità, in effetti, non se ne erano mai andati; qualche giornale e qualche trasmissione “liberale” però li aveva messi momentaneamente in minoranza, dato che tutte le ricette da questi proposte avevano portato direttamente alla crisi culturale, economica, finanziaria ed etica che sta attraversando l’occidente. L’inconsistenza però delle alternative (diciamo più evidentemente l’assenza), la fragilità e la mancanza di creatività e di efficacia dei movimenti globali nel proporre un nuovo e diverso sistema di sviluppo, hanno però fatto tornare alla ribalta concetti e idee che credevamo veramente tramontati, quantomeno nella loro versione più intransigente e immediata (nel senso di *non mediata* da discorsi fumosi e apparentemente progressisti).
Ma veniamo a noi e al nostro articolo. Antonio Polito, già ex-comunista (maoista!) e fondatore del giornale “Il Riformista”, ex-margherita, e dunque appartenente di diritto all’area politica del centrosinistra, ha oggi sintetizzato al meglio le idee sue, del giornale per il quale lavora, e dell’area politica che egregiamente rappresenta, con un pezzo intitolato: “Perché proteggiamo (troppo) i nostri figli”.
Bisognerebbe leggerlo tutto, ma riporteremo qui i pezzi significativi (praticamente tutto l’articolo), cercando di non vomitare nel frattempo.
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L'Italia ai tempi di Monti. Una nota sulle proteste delle ultime settimane
La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere;
in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.
Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere (Q. 3, paragrafo 34)
Una premessa, banale: i movimenti sociali sono sempre faccende complesse, dalle molte sfaccettature, che non ci consegnano mai una “forma” pura rispetto a cui noi dobbiamo semplicemente schierarci, e che non consentono indebite astrazioni che isolino un aspetto per esaltarlo o demonizzarlo. Questa complessità non ci deve però mai impedire di pronunciarci e agire, soprattutto se pretendiamo di voler cambiare le cose.
In questo documento non si tratterà quindi di giudicare le cose in base a presunte affinità o divergenze, ma di provare a capire cosa sta succedendo intorno a noi per cercare magari di formulare e praticare un’azione alternativa, più strutturata, forse più efficace. Invece tutto quello che si è detto sugli avvenimenti delle ultime settimane, dalla mobilitazione dei tassisti a quella dei “forconi”, ha oscillato fra movimentismo ed esaltazione per qualsiasi cosa faccia casino, e un disinteresse che soltanto la caccia (peraltro esclusivamente telematica) al “fascista infiltrato” è sembrata scuotere…
Nelle prossime righe vorremmo provare a smarcarci un po’ da queste posizioni e recuperare qualche categoria che ci permetta di capire in generale che sta succedendo, per poi tentare di contestualizzare questi movimenti, in modo da non scadere nelle pessime abitudini che ormai contraddistinguono l’azione politica dal basso.
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Il tempo dei forconi. Per un aggiornamento materialista
di Giorgio Martinico*
Giorni di proteste, soprattutto in Sicilia, ci hanno posto la necessità di ragionare e indagare una serie di nodi politici dirimenti al tempo della crisi globale; eccone proposti alcuni
Abbiamo imparato a conoscerli sotto le sigle di Forconi e di Forza d’urto; sono stati definiti fascisti, mafiosi, leghisti, politicanti, demagoghi, populisti, corporativi e, soprattutto, padroncini. Hanno tenuto in scacco la circolazione delle merci in Sicilia per cinque giorni – e ora tentano lo sbarco continentale; provocato 500 milioni di euro di danni “all’economia dell’isola”; organizzato decine di presidi permanenti; scatenato le più svariate reazioni. Sono ufficialmente agricoltori, piccoli imprenditori terrieri, braccianti, autotrasportatori dipendenti e autonomi, camionisti, pescatori e piccoli artigiani: una trasversalità tale di figure del lavoro da indurre qualcuno ad agitare la bandiera del pericoloso interclassismo di stampo populista ad uso e consumo di soggetti sociali storicamente considerati reazionari.
Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza su una situazione che, a detta di tutti gli opinionisti più o meno casuali, è segnata da ambiguità e ambivalenze, contraddizioni e complessità, partiamo però dal dato, di incontestabile valore a mio avviso, che è quello relativo all’enorme grado/richiesta di partecipazione a cui queste proteste hanno saputo dare immediato sbocco: centinaia di migliaia di siciliani hanno preso parte ai momenti e attraversato gli spazi di questa lotta.
Questo dato, che preso singolarmente può voler dire poco, ci aiuterà a dare sostanza, gambe e fiato, alla nostra ipotesi su cui questo lavoro si andrà costruendo: l’ipotesi secondo cui, attraverso un minuzioso lavoro di decostruzione e analisi, si possa arrivare ad affermare il carattere marcatamente popolare e di massa di quella che i protagonisti si sono affrettati a definire una rivolta.
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Qualche chiarimento in tema di beni comuni
di Carlo Donolo
Dopo il referendum sull’acqua e il suo felice risultato anche in Italia si sta diffondendo nell’opinione pubblica e nei movimenti collettivi la nozione di beni comuni. Per lo più viene usata in modo generico e anche sloganistico, ma in ogni caso si tratta di un tema che mette radici nel crescente fabbisogno di coesione sociale, e nella resistenza agli effetti più distruttivi dei processi globali. Si coniuga facilmente con un certo localismo e con il rigetto di soluzioni che impongono gravi costi locali anche se con vantaggi generali, come nelle sindromi nimby.
Viviamo in una società di individui possessivi e da noi “la roba” è sempre sacra. La mentalità collettiva è stata plasmata dal consumo, dalla pubblicità, dal denaro. Ma proprio la violenza insita in rapporti di scambio de-socializzati fa risorgere un bisogno di comunità, di appartenenza, e anche di ritrovare cose in comune, svincolate dal totalizzante rapporto proprietario. I beni comuni, infatti, non sono proprietà di qualcuno, ma sono per tutti. Si rifà vivo il bisogno di credere, specie in tempi di crisi e trasformazioni laceranti, e da qui il bisogno di rassicurazioni religiose e anche la domanda sempre insoddisfatta di nuove fedi, quasi un sostituto delle vecchie ideologie politiche. Su questioni di grande complessità che collegano il nostro destino individuale alle catastrofi globali su cui non possiamo incidere c’è anche il desiderio di risposte semplificate, in un certo senso massimalistiche, che riducano l’eccesso di complessità a “soluzioni” autoevidenti, anche se illusorie.
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Il Corpo
di Elisabetta Teghil
"E' maschio o femmina? lo deciderà lo Stato!"
(dal film Louise Michel- Francia 2009)
Questa società si definisce mediante il posto ed il valore che assegna ai due sessi e ai loro atteggiamenti socialmente costituiti.
Il che comporta il fatto che esistano tante maniere di realizzare la femminilità quante sono le classi e le frazioni di classe. La verità di una classe o di una frazione di classe si esprime, quindi, nella forma in cui i sessi sono distribuiti al suo interno.
Mentre il femminismo ha cercato di portare a consapevolezza e di utilizzare politicamente tale correlazione, nella risposta socialdemocratica i ruoli sessuali continuano ad essere definiti e le nuove esperienze ibridanti della sessualità, transessuali e transgender, non sono tese alla rimozione dell’organizzazione classista e sessista, ma ne costituiscono una variante, spesso al servizio della soluzione economicamente più redditizia.
Pertanto il “femminismo socialdemocratico” e l’ibridismo sessuale filo-occidentale, diventano puntelli di questo ordine sociale.
In questo modo si avalla il principio che questa società sia positiva e la si eleva ad assoluto, rispetto alla quale il divenire temporale deve essere considerato come una forma già precompresa ed organizzata.
Da qui, la radice, la causa ed il principio della violenza che la società stessa perpetra e che viene giustificata come difesa dell’ordine naturale e razionale. Accettando l’esistenza, l’ordine e la gerarchia delle classi sociali come naturali, le funzioni politiche dello Stato acquistano valenza sociale.
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Pratiche di ordinaria resistenza
Mirko Alagna, Andrea Erizi
L’idea attorno a cui gravita il ragionamento proposto in questo contributo è che l’affanno scontato dalla politica, e più duramente da una politica di sinistra, sia la manifestazione più drammatica ed eclatante di un fenomeno che affonda altrove le sue radici più profonde: non nelle geometrie della politica, ma nella fisionomia della soggettività oggi disponibile o egemone. La causa prima delle difficoltà in cui sembra spiaggiata la critica e la trasformazione del reale, storicamente appaltata ai partiti di sinistra, è la metamorfosi subita dalla soggettività occidentale a ridosso dei cambiamenti che hanno investito gli ultimi decenni tanto su un piano materiale, quanto culturale – di immagine del mondo: da un lato, lo straordinario incremento della capacità di consumo, che carica di sacrifici e rinunce qualunque scelta alternativa all’inserimento individuale nell’esistente, dall’altro l’inabissarsi di ogni prospettiva di mutamento radicale delle forme di organizzazione della vita sociale come prodotto di tendenze storiche oggettive.
Mentre il primo fenomeno innalza i costi della critica, il secondo minaccia la percezione della sua sensatezza: una pratica individuale e politica non conciliata appare un’opzione non solo dai costi materiali insopportabili, ma priva di senso, perché destinata all’isolamento e dunque votata alla sconfitta. L’effetto convergente è allora una profonda mutazione della fisionomia dei soggetti in direzione di una crescente difficoltà ad opporre una resistenza etica alla forza delle cose, e di conseguenza a farsi interpreti di una politica diversa da un’amministrazione dell’esistente prostrata ai feticci impolitici della sicurezza e del benessere.
Difendere un programma di ricerca che va a rintracciare nel tipo di soggettività l’eziologia del male di cui la politica è sintomo visibile significa, peraltro, escludere due ipotesi di lettura alternative spesso avanzate per dare conto dei medesimi fenomeni.
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(NO) Alta velocità
di Francesco Ciafaloni
Francesco Ciafaloni ricostruisce le ragioni delle mobilitazioni in Val di Susa contro il Tav che dovrebbe collegare Torino a Lione: un’opera sbagliata dal punto di vista economico fin dall’origine
La decisione di seguire la via dei tedeschi e dei francesi e di costruire anche in Italia un treno ad alta velocità è stata presa più di trentacinque anni fa. In particolare, credo di aver sentito parlare di Corridoio 5 – la connessione ad alta velocità dall’Austria, più tardi dall’Ucraina, che allora era Unione sovietica, al Portogallo, attraverso la Valle padana e le Alpi – in una comunicazione alla città di Torino, a metà degli anni ’70, al Carignano, dall’allora senatore democristiano Umberto Agnelli. Nella stessa occasione, o in circostanze simili, venne comunicato che la Volkswagen era in gravi difficoltà; che si apriva la possibilità di vendere milioni di auto in più in Europa per le aziende concorrenti; che la Fiat certo avrebbe conquistato una parte della nuova fetta di mercato. Il Corridoio 5 era una ulteriore possibilità di espansione, per la vendita di materiale ferroviario e per il miglioramento del servizio.
Poi, come si sa, le cose, viste da Torino, non sono andate per il verso giusto. La Volkswagen superò le sue difficoltà; la Fiat è affondata nelle sue. Il treno ad alta velocità è stato realizzato da Napoli a Torino, scardinando la rete ferroviaria italiana, anziché migliorarla. Il Corridoio 5 è ancora lì, ben lontano dalla realizzazione, ad ingombrare lo spazio politico del paese.
L’alta velocità e la rete
Il sistema dei trasporti, su gomma, su ferro, per aria, è una rete complessiva.
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Un teorico ribelle alla gabbia della realtà
Roberto Ciccarelli
Il volume di Marcello Musto da poco pubblicato da Carocci è una cartografia puntuale sulla riflessione e il progetto di ripubblicare tutte le opere di Karl Marx. Con l'obiettivo di sottrarre l'autore del «Capitale» a una lettura accademica
Praticare la chirurgia dei tagli su Marx - ha scritto Maximilien Rubel - significa effettuare l'ablazione di ciò che nel suo pensiero si oppone a ogni marxismo inquisitorio e a ogni comodo liberalismo. In questo assunto, collocato da Marcello Musto in esergo al suo volume Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, pp.373, euro 33), possono essere riassunte le vicende editoriali, filologiche e politiche che hanno visto protagoniste - per oltre un secolo - le pagine parzialmente edite, o del tutto inedite, dell'opera marxiana. Finalmente sottratto alla conoscenza approssimativa di un testo, di cui a lungo si è conosciuto solo il mito ma non la lettera, oggi Marx sembra tornare a parlare in prima persona.Musto ne ripercorre l'avventurosa genesi alla luce della nuova edizione delle opere complete - la cosiddetta «Mega 2» che prevede la pubblicazione di 114 volumi. Tra i molti Marx che continuano ad essere indispensabili, ne segnala almeno tre. Quello ossessionato dalla miseria economica, dalle tragedie familiari e dalle tumultuose vicende politiche che videro la nascita della Prima internazionale, insomma il vissuto storico che molti anni fa nutrì un'enorme quantità di biografie e storie politiche. Oggi questi libri è difficile trovarli persino sulle bancarelle dell'usato.
Musto si sofferma anche sul Marx critico del modo di produzione capitalistico, ricercatore enciclopedico che ne intuì la capacità di sviluppo a livello mondiale, meglio di qualunque altro studioso della sua epoca. E, infine, c'è il Marx teorico del socialismo che, sopresa, aveva tempestivamente ripudiato la possibilità di un «socialismo di Stato» propugnata da Lassalle e da Rodbertus.
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La Repubblica fondata sul profitto
di Alessandra Algostino
«Ogniqualvolta un notabile di Coketown si sentiva maltrattato – vale a dire, ogni volta
che non gli si permetteva di fare il comodo suo e si avanzava l’ipotesi che potesse essere
responsabile delle conseguenze dei suoi atti – si poteva star certi che costui se ne sarebbe
uscito con la terribile minaccia che, piuttosto, avrebbe “gettato tutti i suoi beni nell’Atlantico”»
C. Dickens, Hard Times. For These Times, 1854
Il conflitto capitale-lavoro e la scelta della Costituzione
La storia della destrutturazione dei rapporti di lavoro è ormai lunga, dalle prime leggi sulla flessibilità al c.d. collegato lavoro, dalle concertazioni sul welfare agli “accordi” di Pomigliano e Mirafiori. Il lavoro, che la Costituzione disegna come strumento di dignità della persona e mezzo di emancipazione sociale, come fondamento della «Repubblica democratica» e trait d’union fra democrazia politica e democrazia economica, è sempre più solo merce. Il diritto dei lavoratori, che evoca diritti e garanzie, che ha come soggetto non la vendita di mano d’opera quanto la vita delle persone, è mistificato nella retorica dei lavori, della competitività, della “libertà” contrattuale del singolo lavoratore. La precarietà si ammanta e diviene flessibilità, quando non vuole essere ancor più affascinante e si fa flexicurity. La piena occupazione è sostituita dalla «propensione ad assumere» che, nel quadro dell’«efficientamento del mercato del lavoro», passa «attraverso una nuova [de-]regolazione dei licenziamenti» (così nella Lettera inviata dal governo italiano all’Unione europea, 26 ottobre 2011). Datori di lavoro e sindacati (nelle loro sigle maggiormente rappresentative a livello nazionale) concordano nel centrare le relazioni industriali sul profitto delle imprese (la loro competitività e produttività), nella prospettiva ordoliberale che da ciò possano discendere benefici per l’occupazione e le retribuzioni (per tutti, da ultimo, l’Accordo siglato il 28 giugno 2011 tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil).
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Chi decide?
di Augusto Illuminati
Chi decide? è il titolo del miglior testo di filosofia politica che ha aperto il secondo decennio del secolo e che ben si attaglia all’esperienza italiana fra collasso del berlusconismo e incerto varo del governo “tecnico” Monti nella bufera della crisi. Massimiliano Guareschi e Federico Rahola, dopo aver decostruito con grande acume la mitologia dello stato d’eccezione che, a partire da una breve e abbandonata infatuazione schmittiana è diventato un tormentone del radicalismo chic italiano, finiscono per misurarsi problematicamente con le concezioni foucaultiane del potere e della soggettivazione, da cui comunque estraggono alcuni assunti decisivi sulla segmentazione post-sovrana della governance e l’opacità impersonale dei dispositivi discrezionali dell’amministrazione e della finanza. Quello che però più ci interessa del libro è la luce che getta sui meccanismo politici che abbiamo in funzione adesso. Faccio qui degli esempi, a titolo del tutto personale.
Primo, la favola della personalizzazione, di un uomo solo al comando, come hanno auspicato i leader italiani da Craxi a Berlusconi, in genere lagnandosi che qualcuno glielo impediva. Oggi, guardandoci indietro dalla prospettiva della “sobrietà” montiana, ci sembra una grande mistificazione, che ha coperto in maniera spettacolare (degradando da Re Lear al Bagaglino) la transizione dalla crisi dello Stato dei partiti al dominio diretto e anonimo degli apparati finanziari globali. La coppia catastrofe-comandante salvifico ha funzionato male, a Palazzo Chigi come nella plancia della Costa Concordia e i capitani coraggiosi hanno salvato per primi se stessi: ad Hammamet, a Villa Certosa, sugli scogli del Giglio. La recita decisionista si è spompata nella frammentazione del processo decisionale, nella zona grigia degli effetti dispersi di sovranità.
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La grande crisi dei debiti sovrani (2011-2012)
Giorgio Gattei
1.Tutti i debiti del mondo.
C’era un tempo in cui si teorizzava (sto esagerando, ma non di molto) che con il salario i lavoratori dovevano alimentare i consumi, i capitalisti volgere tutto il profitto a risparmio per l’investimento, le banche essere appena intermediarie tra l’investimento e il risparmio e lo Stato intervenire al minimo (al limite zero) negli affari economici, così che per:
(reddito) Y = W (salari) + Sc (risparmio dei capitalisti)
W = C (consumi)
Sc = I (investimento)
(spesa pubblica) G = 0
Nel Novecento questa rappresentazione ideale è stata sconvolta dall’avvento del credito bancario quale elemento nuovo di finanziamento delle imprese, così che nell’ipotesi estrema che tutto l’investimento venisse assicurato dalle banche, il profitto risparmiato poteva essere intercettato dallo Stato per finanziare la spesa pubblica con un proprio debito sovrano:
I = Fi (finanziamento alle imprese)
Sc = Ds (debito sovrano)
Ds = G > 0
A fronte dei due nuovi “motori” della produzione del reddito: l’indebitamento delle imprese verso le banche e l’indebitamento dello Stato verso i capitalisti, nella seconda metà del secolo è venuta a mutare anche la posizione finanziaria dei lavoratori perchè da un lato gli alti salari della produzione “fordista” hanno permesso di renderli anch’essi risparmiatori facendoli partecipare all’indebitamento dello Stato:
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... e un utile memorandum di quindici anni fa
Isidoro Mortellaro
Una rilettura sulle radici del governo Monti e per ragionare su come opporvisi
... a toglier l’ultimo velo alla finzione del mercato come legge naturale provvede, dall’alto del suo scranno di commissario della Commissione europea, il più conseguente dei sacerdoti del vincolo esterno. Mario Monti inizia il suo volo là dove è giunto Padoa-Schioppa, quando ha rilevato che di fatto, i criteri di Maastricht dal 1992 «sono divenuti il catalizzatore della politica economica, in Italia come in altri paesi». Nel mettere in evidenza come l’euro abbia rappresentato la «più grande applicazione di Supply Side Economics, economia dell’offerta, mai realizzata, la più grande spinta alla liberalizzazione ed alla privatizzazione», Monti sottolinea come l’ingresso nell’euro abbia sanato solo alcuni mali dell’economia italiana, ma non l’abbia resa competitiva. Per conquistare il prescritto stato di grazia e mantenerlo, per dotarsi di una struttura economica e sociale capace, senza più l’ammortizzatore della moneta e del suo cambio, di rispondere positivamente agli shock che l’esposizione ad un mercato ipercompetitivo produrrà, v’è bisogno di un «Piano per lo smantellamento delle rigidità, per un'Italia competitiva, con scadenze e meccanismi di verifica», un piano di liberalizzazione, di smantellamento delle rigidità del sistema, del mercato del lavoro, come degli aiuti di Stato, insomma dei vincoli all'economia. Oggi abbiamo bisogno di una «programmazione che dovrebbe distruggere i pezzi di socialismo e di statalismo che ancora ingessano l'Italia»: è proprio il «vincolo esterno», adesso in gran parte rappresentato dal patto di stabilità, che adesso si costituisce in «obbligo internazionale a fare le riforme».
Il dado è tratto.
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Perchè gli Stati Uniti distruggono il loro sistema scolastico
di Chris Hedges
Una nazione che distrugge il proprio sistema educativo, degrada la sua informazione pubblica, sbudella le proprie librerie pubbliche e trasforma le proprie frequenze in veicoli di svago ripetitivo a buon mercato, diventa cieca, sorda e muta. Apprezza i punteggi nei test più del pensiero critico e dell’istruzione. Celebra l’addestramento meccanico al lavoro e la singola, amorale abilità nel far soldi. Sforna prodotti umani rachitici, privi della capacità e del vocabolario per contrastare gli assiomi e le strutture dello stato delle imprese. Li incanala in un sistema castale di gestori di droni e di sistemi. Trasforma uno stato democratico in un sistema feudale di padroni e servi delle imprese.
Gli insegnanti, con i loro sindacati sotto attacco, stanno diventando altrettanto sostituibili che i dipendenti a paga minima di Burger King. Disprezziamo gli insegnanti veri – quelli con la capacità di ispirare i bambini a pensare, quelli che aiutano i giovani a scoprire i propri doni e potenziali – e li sostituiamo con istruttori che insegnano in funzione di test stupidi e standardizzati. Questi istruttori obbediscono. Insegnano ai bambini a obbedire. E questo è il punto. Il programma ‘Nessun Bambino Lasciato Indietro’, sul modello del “Miracolo Texano”, è una truffa. Non ha funzionato meglio del nostro sistema finanziario deregolamentato. Ma quando si esclude il dibattito, queste idee morte si autoperpetuano.
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Informazioni di Parte
Silvano Cacciari
Pubblichiamo la trascrizione dell’intervento di Silvano Cacciari – Docente all’Università di Firenze ed animatore del portale di controinformazione Senza Soste – durante il ciclo di incontri “Informazioni di Parte. Per un nuovo mediattivismo tra disordine globale e narrazioni insorgenti”, nel dibattito tenutosi lo scorso maggio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna.
Vi si delineano importanti nodi teorici e pratici da sciogliere per un discorso ed una pratica antagonista di contropotere mediale.
Quali sono le radici storiche del discorso egemonico mediale delle classi dominanti? Quali limiti della sinistra istituzionale e di movimento rispetto alla comunicazione mediale hanno permesso il radicarsi di quest’egemonia? Attraverso quali forme si esprime, e come riesce a connettere ed a presidiare il tessuto delle società contemporanee?
Nelle prossime settimane proseguiremo la pubblicazione degli interventi degli altri relatori, Carlo Formenti e Federico Montanari.
Il passaggio del testimone dell’egemonia contemporanea
Per costruire il filo di narrazione della relazione di oggi bisogna che vada ad un paio di aneddoti che riguardano la giornata di ieri. Ieri per motivi di lavoro ho dovuto presenziare ad un convegno “letale” che era sulla figura di una pedagogista toscana del PCI, purtroppo morta prematuramente […] Il puntino interrogativo che questi pedagogisti (che si occupano sostanzialmente di formazione dalla primaria alla secondaria) non riuscivano a risolvere, era questo: noi avevamo quell’egemonia sui comportamenti microfisici della società italiana durante gli anni ’60 e ’70, poi contavamo come operatori della formazione, avevamo un ruolo politico che aveva una centralità;
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Eurocrisi, la Germania vittima della propria austerità
di Sergio Cesaratto
Hans-Werner Sinn è senza dubbio il più influente economista tedesco con un ineccepibile, sebbene assai conformista, curriculum. Ossequiato dai suoi altrettanto benpensanti colleghi, presiede il Cesifo, un potente gruppo di istituti di ricerca in un paese in cui gli economisti sono tradizionalmente ascoltati dai governi. Le opinioni di questo potente economista sono quanto di più pro-germanico possa immaginarsi, ma anche questa è una vecchia tradizione degli economisti tedeschi più influenti.
Nella crisi europea è, naturalmente, generico accusare questo o quel paese. Le classi dominanti di ciascun paese han fatto le loro scelte, e ciascun paese ha le sue proprie problematiche, virtù e difetti e portare i (presunti) virtuosi ad esempio per i (presunti) più indisciplinati ha la medesima improbabile efficacia di quando lo facciamo coi nostri figli. Nella costruzione dell’Unione Monetaria Europea (UME) ciascuna classe dirigente ha ritenuto di trovare una convenienza per il proprio paese o perlomeno per i ceti che essa rappresentava. Se il disegno è collettivamente semi-fallito, almeno nei termini in cui si è dispiegato, la responsabilità non è di un paese in particolare: tutti sapevano o dovevano sapere a cosa si andava incontro, che l’Eurozona non è ciò che gli economisti chiamano un’area valutaria ottimale, e che il disastro era nelle cose [1].
Siccome la storia non si può fare coi se o con i ma, allora domandarsi come sarebbe andata a finire senza l’UME è esercizio ozioso. Vale la pena però cercare di ricostruire come sono andate le cose, anche per vedere se si può cambiare qualcosa. E qui la storia che Sinn racconta è assai parziale e questo non aiuta perché avvalora la narrazione della vicenda europea su cui i politici tedeschi – soprattutto, ma non esclusivamente, del centro-destra – basano le politiche che impongono all’Eurozona. Tale narrazione è anche quella che viene somministrata all’opinione pubblica di quel paese e che fa da sostrato all’idea del centro virtuoso e della periferia scapestrata.
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Il manifesto manifesta
di Alberto Bagnai
Ci risiamo. Sul Manifesto di ieri leggiamo il periodico “accorato appello” del direttore Parlato: ci stanno togliendo i soldi, la decisione è stata presa dagli Uffici della Camera (i politici non ci si sono nemmeno sprecati), che si sono battuti il belino degli appelli del Presidente della Repubblica (liberté, égalité, fraternité), siamo stati condannati, sarà disoccupazione per migliaia di addetti al settore, saremo costretti a chiudere, dopo quarant’anni di lotte per le libertà, gli abbonamenti stanno calando...
Ecco: ferma tutto: gli abbonamenti... Una volta, a sinistra, esisteva un valore che mi sembra definitivamente tramontato: l’autocritica. Forse sarebbe il caso di chiedersi perché gli abbonamenti stanno diminuendo, no? Avrete fatto le vostre analisi. Vi regalo la mia.
Quest’estate il Manifesto ha lanciato un dibattito sulla Rotta d’Europa con un articolo abbastanza fumoso nel quale Rossana Rossanda, fingendo di fare delle domande, dava delle risposte, le risposte che erano dentro di lei, e che, purtroppo, erano per lo più sbagliate. Come si dice a Roma, ci hanno imboccato tutti: una bella passerella di articoli che seguivo distrattamente andando da un rifugio all’altro in Alto Adige, fino a che mi è venuto un travaso di bile a fronte del Vajont di banalità, di “neismo” (neocapitalismo neoliberismo neofinaziarizzazione della neoeconomia), e di ossequio ai mantra della finanza, malamente camuffato da voce critica e di sinistra.
Ossequio che raggiunse il culmine nella stomachevole intervista di Rossanda ad Amato. Chi non l’ha letta se la vada a rileggere (consiglio la versione apparsa sul forum amatoriale piuttosto che quella del Manifesto, perché sul Manifesto prudentemente non vennero consentiti commenti dei lettori).
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La conricerca contro l’industrializzazione dell’umano
di Emiliana Armano e Devi Sacchetto
Breve nota sul convegno: “Romano Alquati. Immagini e percorsi soggettivi e collettivi di una ricerca”
Romano Alquati, instancabile ricercatore scalzo, attivista politico e intellettuale, analista della soggettività, dei processi di soggettivazione e della composizione di classe, esponente di spicco del pensiero operaista è morto a Torino il 3 aprile del 2010. Una giornata di convegno,[1] a un anno circa dalla sua scomparsa, è stato organizzato da compagni, amici e colleghi, insieme al “Cantiere per l’autoformazione”, una struttura composta da dottorandi e studenti dell’Università di Torino. Il convegno è stato l’occasione per riflettere tra i protagonisti di una storia e di una esperienza collettiva, ma anche per indagare che cosa essa può offrire ai giovani studenti e operai.L’itinerario personale, politico e intellettuale di Romano Alquati si intreccia indissolubilmente con la storia del secondo dopoguerra, quando una generazione di militanti misero in secondo piano l’importanza della propria professione e per sopravvivere cercarono occupazioni in grado di “servirci anche per la nostra militanza politica!”. Essi diedero vita a una modalità nuova di fare politica che fece da spartiacque anche per le successive generazioni, sino a oggi.[2]
L’intento degli organizzatori non era di proporre una visione unitaria, coesa delle categorie alquatiane, ma al contrario di dare spazio ai piani molteplici del discorso: politico, teorico, emotivo ed esistenziale. Nell'incontro è prevalso un taglio biografico e narrativo, affrontando anche alcune delle tematiche teoriche che Alquati aveva caparbiamente portato alla luce.[3] La potenza della macchina narrativa ha consentito una riappropriazione collettiva della storia che i convenuti avevano vissuto e sulla quale, anche individualmente, avevano riflettuto.
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Oltre l’indignazione
Crisi del neoliberismo e giovani intellettuali
Leo Goretti
I “giovani” sono in stato di ribellione permanente, perché persistono le cause profonde di essa, senza che ne sia permessa l’analisi, la critica e il superamento (non concettuale e astratto, ma storico e reale); gli “anziani” dominano di fatto ma … non riescono a educare i giovani, a prepararli alla successione.
Era così che Antonio Gramsci discuteva la “quistione dei giovani” nei suoi Quaderni del carcere. Pur scaturendo dal contesto del primo dopoguerra, l’analisi di Gramsci offre degli spunti per descrivere la situazione politica contemporanea. La difficoltà, in un periodo di “crisi”, nel ricambio generazionale della classe dirigente è un elemento chiave per capire il prepotente ritorno dei giovani sulla scena pubblica europea, e perché questo protagonismo giovanile si è espresso prevalentemente in forme “oppositive”.
Utilizzando categorie gramsciane, cercherò di tracciare un profilo della “generazione della crisi” – quei nuclei di giovani che si sono venuti politicizzando dal 2008 in avanti; quindi analizzerò alcune delle ragioni per cui ritengo possibile una mobilitazione radicale dei giovani, e alcuni dei fattori che invece la ostacolano; infine, cercherò di delineare un programma d’azione per i giovani d’inizio ventunesimo secolo.
La “generazione della crisi”
Negli ultimi tre anni, il mondo occidentale è entrato in una fase di profonda crisi. Tutto è cominciato con la bolla finanziaria esplosa nel 2007-2008, cui è seguita una fase di recessione economica, a causa delle politiche di austerity adottate dai governi occidentali.
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A che punto è la crisi?
di Rino Malinconico
A che punto è la crisi economica?
La domanda ha senso perché una crisi è sempre un percorso. E’ costituita di momenti diversi, pur dentro un'unica, più o meno lunga fase di difficoltà o di vera e propria recessione economica. D’altra parte, ogni crisi è anche un nuovo inizio, come suggerisce l'etimologia stessa (krìsis in greco vuol dire “scelta”, “decisione”, oltre che “separazione”). Si tratta, perciò, di una dinamica di disequilibrio e, contemporaneamente, di ricerca di nuovi equilibri. Ed è bene non sottovalutare questo carattere costituente della crisi, il fatto, cioè, che essa prelude e prepara un nuovo assetto delle relazioni capitalistiche, tanto all'interno dei singoli sistemi-paese quanto a livello delle più complessive relazioni tra i diversi Stati nazionali.
Ovviamente coloro che pensano di essere alla vigilia del vero e proprio crollo del sistema capitalistico non hanno affatto bisogno di interrogarsi sul decorso della crisi, tantomeno sul suo andamento costituente. Se si stabilisce in maniera apodittica che siamo di fronte a un'agonia, l'unica trasformazione possibile diventa il passaggio dall'agonia alla morte. E però, un tale convincimento a me pare non solo immotivato nei suoi termini teorici, ma anche linearmente contraddetto da quanto avviene in vaste aree del mondo, dalla Cina al Brasile all'India, che presentano ancora consistenti trend di crescita, capitalistica appunto, e sono soltanto marginalmente sfiorati dalla crisi economica, la quale si incentra tutta, invece, tra le due sponde dell’Atlantico. Lo stesso Giappone, pur drammaticamente colpito dal disastro nucleare dei mesi scorsi, e penalizzato nelle esportazione da uno yen troppo forte, mantiene un trend economico più che accettabile, tanto che la borsa di Tokyo ha già sostanzialmente recuperato rispetto alla caduta del 2008.
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Riprendiamoci l’Europa!
Collettivo Uninomade
1. Non c’era bisogno delle parole di Mario Draghi per capire che la crisi ha ormai raggiunto in Europa una soglia di irreversibilità. Crisi di «dimensioni sistemiche», aveva detto Jean-Claude Trichet un paio di mesi fa. Ora Draghi, suo successore alla guida della Banca Centrale Europea, ci informa che «la situazione è peggiorata» (16 gennaio). Difficile capire che cosa significhi il peggioramento di una crisi di «dimensioni sistemiche». Certo è che gli scenari che si prospettano per i prossimi mesi sono assai cupi, non solo per chi ormai da anni sta pagando la crisi e il farmaco che la alimenta – l’austerità, o più “sobriamente” il rigore. Anche settori consistenti del capitale e delle classi dirigenti europee cominciano a essere assaliti dal dubbio che, nel gigantesco processo di riassestamento globale degli equilibri di potere in atto, corrono il rischio di figurare tra i perdenti. Lo spettro del “declino”, se pur non ha smesso di aggirarsi per le metropoli statunitensi, ha preso a frequentare con maggiore assiduità le strade e le piazze d’Europa – o almeno di intere regioni europee. E non mancano i commentatori che intravedono dietro l’azione delle agenzie di rating una razionalità militare, le prime manovre di una «guerra mondiale del debito» in cui l’obiettivo della sopravvivenza del dollaro come moneta sovrana a livello mondiale (con il conseguente mantenimento degli attuali centri di comando sui mercati finanziari) può giustificare lo sgretolamento dell’euro. Sullo sfondo, le notizie che arrivano dallo Stretto di Hormuz ci ricordano che di fronte a una crisi di questa profondità e durata la guerra può essere una “soluzione” da tentare non soltanto sul terreno della finanza e dei debiti “sovrani”.
Diciamolo chiaramente: l’Unione europea, per come l’abbiamo conosciuta in questi anni, è finita.
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La crisi e il saggio del profitto
Paolo Giussani
Dopo anni di virtuale silenzio stampa è finalmente arrivato il dì della riscossa - l'erompere della crisi - che ha liberato la produzione di moltissimi scritti, mossi dall’intento di spiegare quello che è successo - e tuttora prosegue - attraverso la teoria marxiana o marxista. Entro questa letteratura si trova un piccolo gruppo di economisti che cercano di collegare la crisi alla tendenza declinante del saggio del profitto, ma, siccome prima di poter far ciò bisogna stabilire se o meno questa tendenza esista, ciascuno di questi autori si sente di avanzare la propria misurazione empirica del movimento del saggio del profitto nel periodo del dopoguerra, col risultato di avere in pratica una pleiade di stime statistiche. Quasi una moderna conferma di un vecchio adagio popolare. Invece di “tante teste, tante idee”, qui si ha “tante teste, tanti saggi del profitto”: dopo alcuni secoli di capitalismo e parecchi decenni di contabilità nazionali moderne si tratta certamente di un risultato formidabile.
Ora è evidente che, visto che di saggi del profitto ve ne sono millanta che tutta notte canta, se uno ha in mente l’accumulazione il saggio del profitto che interessa deve essere direttamente connesso con l’accumulazione ossia quello del settore corporate dell'economia al netto delle tasse. Al netto delle tasse perché le tasse non si possono accumulare; e del settore corporate perché il settore noncorporate non conta praticamente nulla nella formazione di capitale fisso.
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OWS: Occupy Everything
Paolo Carpignano*
Forse era nell’aria: l’aria di primavera dei paesi arabi, o l’aria della Puerta del Sol di Madrid, o del Rothchild Boulevard di Tel Aviv, tutti avvenimenti che presagivano un anno caldo a livello globale. Ma quando a New York è scoppiata Occupy Wall Street (la metafora della esplosione sembra moto più appropiata), si è avuta subito la sensazione che non si trattasse di una ventata di attivismo, di un altro episodio dell’ «anno della protesta» come lo ha definito Time magazine, ma di un avvenimento trasformatore, un «game changing», un cambiamento delle regole del gioco.
Non che nel contesto americano non ci fossero stati in quest’anno dei precedenti. Primo fra tutti, le grandi manifestazioni e l’assedio del Congresso dello stato del Winsconsin, nello scorso inverno. In quell’occasione si erano viste le prime crepe alla «risoluzione» neoliberale della grande crisi. Il governatore Scott Walker, forte di una vittoria elettorale finanziata da interessi a livello nazionale che volevano fare del suo stato un test della politica repubblicana conservatrice, e sulla scia dei successi del movimento del Tea Party e delle vittorie repubblicane al Congresso, aveva proposto un progetto di riforme strutturali tutte incentrate sulla politica dei sacrifici e sulla responsabilità fiscale; in realtà un attacco diretto a quello che rimaneva delle organizzazioni sindacali fra i lavoratori del pubblico impiego i cui contratti venivano di fatto abrogati. La reazione fu tanto inaspettata quanto massiccia tanto da essere chiamata la Piazza Tharir americana. Ma per quanto importanti e significative, le lotte riguardavano dei temi sostanzialmente difensivi, sindacali. Alla fine tutte le energie si sono concentrate sulle elezioni locali nel tentativo in parte riuscito di revocare le elezioni di alcuni deputati e dello stesso governatore, tutte attività ancora all’interno del sistema elettorale.
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Crisi finanziaria e governo dell'economia
Alberto Bagnai
«L'obscurité n'est pas un défaut quand on parle à des bons jeunes gens avides de savoir, et surtout de paraître savoir.»
Stendhal, Promenades dans Rome, 17 mars 1828.
1. Introduzione
Accolgo con vivo piacere l’invito a contribuire a questo numero dedicato al governo del sistema monetario europeo e internazionale. Se posso permettermi un po’ di leggerezza, mi solleva il fatto che qualcuno sia ancora interessato a raccogliere le opinioni di un economista, in un periodo nel quale la scienza economica è particolarmente discreditata per non aver saputo prevedere lo scoppio della crisi, e per non averne saputo scongiurare le conseguenze. Non credo che questi rilievi siano del tutto corretti: esempi illustri di analisi “profetiche” non mancano. Ammetto però che da qualche tempo gli scambi più proficui su questo tema mi capita di averli con studiosi esterni alla mia professione: storici, geografi, giuristi. Questo dipende in parte dal mio percorso, che mi rende insofferente verso l’omodossia economica (non chiamerei “ortodossia” il cosiddetto pensiero mainstream, che è certamente unanime - omos - ma, visti i risultati, probabilmente non del tutto corretto - orthos). I benefici di questi scambi interdisciplinari dipendono però soprattutto dal fatto che essi costringono a riorganizzare le proprie categorie, a cercare nuove strade di trasmissione del proprio sapere “tecnico”, a reagire a stimoli imprevisti. Un esercizio utilissimo, da compiere con umiltà e con quel senso di responsabilità che deriva dal costituirsi rappresentante della categoria verso un mondo “esterno”. Il che obbliga a porsi due domande ben precise: in che modo posso aiutare la riflessione dei colleghi che hanno seguito altri percorsi (e farmi aiutare nella mia)? E in che modo posso fornire loro una rappresentazione critica ma non distorta dei risultati e delle aporie della mia disciplina?
Rinuncio fin da ora al secondo obiettivo: vivrò senza sensi di colpa la mia faziosità, sapendo di rivolgermi a un pubblico che ha gli strumenti critici per difendersi qualora le mie tesi non lo convincano, e soprattutto qualora lo convincano. Per lo stesso motivo rinuncerò al parlare oscuro (utile, come ci ricorda Stendhal, quando si parla a giovanotti ansiosi di sfoggiare il proprio sapere): parlando a un pubblico maturo sceglierò la strada della semplicità, sperando di non compromettere il rigore dei miei argomenti. Rivolgendomi a dei giuristi la linea di attacco più naturale mi sembra quella di riflettere sulle relazioni fra la crisi e le regole, scritte o non scritte, che governano il sistema finanziario internazionale.
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“Anomalie italiane”, o come si prepara la guerra ai lavoratori
La “riforma” del mercato del lavoro e con essa quella degli ammortizzatori sociali, implicano un cambiamento non solo strutturale, ma anche una cornice ideologica e semantica, entro la quale inscrivere le proposte di modifica e “rivoluzione” in atto. A nostro avviso è su tutti i piani che va accettata la sfida e combattuta questa battaglia. Di seguito alcune brevissime “istruzioni per l’uso”, partendo dalle esternazioni del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e da alcune riflessioni nostre e di altri compagni a partire dalle proposte di abrogazione dell’articolo 18.
Ad aprire lo show delle citazioni da antologia legate alle nuove forme di relazioni industriali, ci ha pensato, circa un anno fa, Sergio Marchionne che, ai giornalisti che gli chiedevano del “modello Pomigliano” e dell’opposizione dei lavoratori alle nuove politiche aziendali della Fiat rispondeva “Io vivo nell’epoca dopo Cristo, tutto ciò che è avvenuto prima di cristo non lo so e non mi interessa”. Ed ecco che, pochi giorni fa, tocca a Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, rilanciare sul piano ideologico: “[…]Da parte nostra c'è la massima volontà di lasciare fuori dal tavolo ideologie, di essere molto responsabili e molto seri".
L’oggetto della discussione, nel secondo caso, è naturalmente legato alla “riforma” del mercato del lavoro di cui tanto si parla e che è uno dei punti fondamentali su cui lavorano, senza sosta e di concerto con i sindacati (CGIL-CISL-UIL), Monti, Fornero, Passera & co. e, nel caso specifico, la Marcegaglia, che parla dell’articolo 18 e della “flessibilità in uscita”.
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