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Derive del lavoro
Ovvero il capitalismo della scommessa
A partire dagli anni Novanta dello scorso secolo, le forme del lavoro si sono profondamente trasformate, non solo in virtù del crollo dell’economia pianificata del blocco sovietico – evento che ha portato il mercato ad una fase di definitiva mondializzazione e di potenziale saturazione –, ma anche e soprattutto in ragione dell’impetuoso sviluppo dell’informatica che lo stesso mercato aveva favorito (si pensi al fenomeno della Sylicon Valley in California): per usare i termini di Marx, i vecchi rapporti di produzione sono stati polverizzati da un accelerato processo di innovazione tecnologica, che, insieme al ricorso alla robotizzazione, ha enormemente ridotto la necessità di manodopera. Un intero modello di organizzazione sociale, che aveva il suo centro propulsore nella fabbrica fordista, è entrato in crisi irreversibile, mentre il mercato ha cominciato a presentare una nuova divaricazione, quella che intercorre tra le grandi fabbriche ormai de-localizzate (dunque ormai incapaci di creare legami sociali sul territorio: si pensi al declino delle città minerarie degli Usa o al fenomeno dell’‘archeologia industriale’) da un lato e, dall’altro, alla disgregazione atomistica e alla semi-privatizzazione del lavoro cognitivo-progettuale, che nell’ultimo decennio del secolo appariva ancora piuttosto concentrato in Europa, negli USA e in Giappone. È in quegli anni che iniziano ad imporsi e a proliferare nuove forme di lavoro sempre più “precarizzate” e semi-private, innescate dai suaccennati processi economici e tecnologici ma, fin dagli anni ottanta, “facilitate” dall’adozione di nuove “politiche del lavoro” liberiste.
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Salvati-Pianta, chi è l'estremista?
di Paolo Favilli
Il blocco egemone neoriformista ha costruito uno spazio politico «normale» oltre il quale c'è solo l'estremismo
Mario Pianta in un recente articolo su questo giornale sembra stupirsi per il fatto che Michele Salvati abbia etichettato come libro di un' «estrema sinistra», seppur «pensante», un importante contributo proveniente dagli studiosi di economia raccolti intorno a «sbilanciamoci». Si tratta, in verità, di un indicatore assai interessante del ruolo di un linguaggio, fatto passare per asettica descrizione di uno stato di fatto, nella battaglia politico-culturale in corso. Tanto più indicativo in quanto l'espressione viene usata da uno studioso di indubbie qualità personali ed intellettuali. Insomma una «testa pensante» che non ha con il lessico rapporti casuali. La collocazione su un asse degli estremi destra/sinistra non è la conseguenza di una tecnica neutrale che valuta pesi e contrappesi, ma degli esiti di aspre lotte culturali e politiche. Per questo tali collocazioni, e in particolare quella «estrema», si ridefiniscono continuamente e vanno valutate come sintomi di processi in corso, del tutto esterni rispetto a qualsiasi criterio di oggettività.
La democrazia si è storicamente basata sull'idea di emancipazione universale. Una concezione di tal genere è del tutto includente.
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Uscire dall'euro non basta
A proposito dei manifesti europeo e spagnolo del maggio 2013
di L.Vasapollo, J.Arriola, R.Martufi
Rompere l’europolo, costruire l’alba euro-afro-mediterranea del movimento internazionale dei lavoratori: uscire dall’euro e’ una condizione necessaria, ma non sufficiente

1. La crisi del capitalismo, lungi dall'essere esaurita, diventa sempre più acuta, a causa dell'incapacità del capitale di sviluppare un nuovo modello di accumulazione fattibile, evidenziandone, così, in maniera sempre più decisa il suo carattere sistemico.
Va sottolineato che parliamo da tempo di crisi sistemica poiché già nella sua strutturalità e globalità, questa crisi rende evidente la tendenza alla caduta del saggio di profitto nei paesi più sviluppati, o meglio da noi sempre definiti paesi a capitalismo maturo.
E’ chiara l’evidenza in questo caso dell’enorme distruzione di “forze produttive in esubero”, siano esse forza lavoro o capitale come esplicitazione di forma di lavoro anticipato, e quindi non vi sono più le condizioni per ripristinare un nuovo modello di valorizzazione del capitale che sappia dare la “giusta” redditività agli investimenti; diventa così pressocchè impossibile, e non conveniente in termini di profittabilità, creare possibilità per un nuovo processo di accumulazione capitalista, anche attraverso il cambiamento del modello di produzione e accumulazione.
Ciò significa che la costante sovrapproduzione di merci e capitali nei paesi a capitalismo maturo non trova più soluzione né nelle varie forme di presentarsi e di fuoriuscire dalle crisi congiunturali né di quelle di natura più strutturale, ma si va configurando sempre più un carattere di crisi globale accompagnata da crisi sistemica.
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Le decisioni del pubblico
In margine al referendum di Bologna
Quelli di noi che hanno potuto farlo hanno scelto A al recente referendum consultivo di Bologna. Gli altri – migranti, studenti fuori sede, lavoratori precari senza la residenza – non hanno potuto dire la loro sul finanziamento pubblico alle scuole materne private. Eppure vivono a Bologna, magari da molto tempo, e hanno una loro idea di cosa potrebbe o dovrebbe essere pubblico. Per quanto ottenuto con un pubblico ridotto, l’esito del referendum può anche soddisfare. Pensiamo però che sia utile proporre una riflessione sul pubblico e le sue contraddizioni che non ne faccia un feticcio fuori dal tempo.
La questione posta domenica 26 maggio, infatti, non riguarda solo Bologna e nemmeno le sole scuole materne. Non perché quel referendum possa stabilire un qualche precedente o indicare una qualche strada da percorrere, ma perché ha posto delle questioni che non ha risolto e che forse non poteva nemmeno risolvere. Apparentemente si trattava di dire, ma non di decidere, se il comune deve finanziare le scuole materne gestite in maniera preponderante da imprese religiose. Qualsiasi fosse stato l’esito, gli elettori – che dovrebbero stabilire la direzione politica del potere pubblico – non avrebbero potuto decidere come deve essere l’intervento pubblico a Bologna. In questa apparente confusione, una decisione era stata già presa: una decisione del potere pubblico sui limiti del pubblico. Il primo aveva già deciso che gli elettori potevano solamente applaudire o fischiare, ma non decidere su cosa viene effettivamente rappresentato. Gli elettori diventano così gli spettatori che formano il pubblico – anche se in un altro senso – che assiste allo spettacolo e alle decisioni del potere. Il referendum consente così di riflettere sui significati politici che oggi ha il pubblico.
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L'Unione parla tedesco
Marco Bascetta
«Oggi il Bundestag tedesco decide sul destino della Grecia», annuncia un notiziario della radio nel febbraio del 2012. È da questo annuncio, inquietante nella sua ostentata naturalezza, che Ulrich Beck prende le mosse per affrontare in un piccolo volume edito da Laterza (Europa tedesca, pp. 96, Euro 12) il tema, spinosissimo, dell'egemonia germanica nell'Europa della crisi. Che il parlamento di uno stato membro possa dettare legge a quello di un altro, non legittimato naturalmente da alcun ordinamento, ma in base a un potere di ricatto che le circostanze gli conferiscono, è un paradosso al quale ci siamo ormai quasi assuefatti. E il fatto che questo potere di decisione passi attraverso i trattati e le istituzioni dell'Unione europea, la valutazione e il giudizio di commissioni e commissari comunitari e transnazionali, perfino attraverso il simulacro di un negoziato, cambia poco alla sostanza e, soprattutto, alla percezione di una profondissima asimmetria, di una dipendenza a senso unico. L'annuncio ci rivela essenzialmente una cosa: la politica europea, in conseguenza dell'architettura comunitaria e delle sue lacune, è ostaggio delle politiche interne dei diversi stati e in particolare di quello economicamente più potente. Dalla Germania europea, quella che abbiamo conosciuto dal 1945 al 1989, saremmo passati, in un breve volgere di anni, - come sostiene Beck - all'Europa tedesca.
La macchina del consenso
Nel clima della guerra fredda e con alle spalle la catastrofe nazionalsocialista, la Repubblica federale non avrebbe potuto respirare altra aria che quella di un europeismo deciso, rispettoso e rigorosamente atlantico.
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Aspetti politici del pieno impiego
Michał Kalecki
I
[La dottrina economica del pieno impiego]
I.1
Una solida maggioranza degli economisti è oggi dell’opinione che, anche in un sistema capitalista, il pieno impiego possa essere assicurato da un programma di spesa del Governo, purché siano disponibili impianti adeguati ad impiegare tutta la forza lavoro esistente, e purché sia possibile ottenere in cambio delle esportazioni forniture adeguate delle necessarie materie prime che devono essere importate dall’estero.
Se il Governo garantisce investimenti pubblici (ad esempio costruisce scuole, ospedali e autostrade) o sostiene con sussidi il consumo di massa (con gli assegni familiari, la riduzione delle imposte indirette, o con sussidi diretti a mantenere bassi i prezzi dei beni di prima necessità) e se, in più, queste spese sono finanziate con un maggiore indebitamento e non con la tassazione (che potrebbe avere un effetto negativo sugli investimenti e sui consumi privati) allora la domanda effettiva per beni e servizi può essere incrementata fino al punto che corrisponde al raggiungimento del pieno impiego.
Si noti che questa spesa del Governo incrementa l’occupazione non solo direttamente ma anche indirettamente, dal momento che i redditi più elevati che essa genera provocano a loro volta incrementi secondari della domanda di beni di consumo e di investimento.
I.2
Ci si potrebbe chiedere dove il pubblico prenderà il denaro da prestare al Governo se non riduce i suoi investimenti e i suoi consumi.
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Il doppio volto dell’alienazione
La nuova teoria critica di Rahel Jaeggi
di Giorgio Fazio
Negli ultimi anni si è assistito nel dibattito filosofico tedesco a una riattivazione dell’interesse per il concetto di “alienazione”. A procurarlo è stato in particolare il libro di Rahel Jaeggi, Entfremdung, Zur Aktualität eines sozial-philosophischen Problems, uscito nel 2005. In questo articolo, con cui inaugura la rubrica “Kippbilder”, di cui sarà curatore, Giorgio Fazio spiega in che modo Jaeggi ha provato a riattualizzare questo concetto
Al pari di altri termini fondamentali della letteratura filosofica del Novecento, anche il concetto di “alienazione” ha subito negli ultimi decenni un processo di progressivo eclissamento dal dibattito teorico e politico, che solo negli ultimi anni sembra, in parte, essersi arrestato. Questo processo di marginalizzazione risulta tanto più evidente quanto più si richiama alla memoria la centralità rivestita da questo concetto nel dibattito filosofico, politico e culturale del XX secolo. La critica dell’alienazione non è stata infatti soltanto uno dei capisaldi teorici del “marxismo occidentale” e della prima teoria critica francofortese, nonché, su un altro versante della filosofia novecentesca, dell’esistenzialismo tedesco e francese. Nella seconda metà del Novecento, questa modalità di critica filosofica delle forme di vita moderne è assurta a vessillo di un’intera stagione politica e culturale. Essa ha costituito la fonte d’ispirazione di opere letterarie, artistiche, cinematografiche ed è divenuta una lente di analisi politica, sociologica e psicologica che è entrata a far parte del linguaggio comune.
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Il festival dell’astrologia
Augusto Illuminati
Cicerone si meravigliava che due aruspici, incontrandosi, non scoppiassero a ridere (De natura deorum III, 26). Adesso a Trento, Festival dell’economia dal 30 maggio al 2 giugno 2013, s’incontreranno a centinaia aruspici, àuguri, maghi e spacciatori di derivati. Sai che risate.
Alle spalle degli italiani, cui hanno raccontato prima le mirabili sorti del neoliberismo, dei fondi di investimento e dei fondi pensioni, poi li hanno incitati a contrarre mutui, dopo ancora hanno negato che la crisi ci fosse, infine hanno somministrato l’amaro placebo della cura Monti, salvo a verificare che aveva aggravato la malattia. Mai, dico mai che uno di questi economisti si sia suicidato per il rimorso e la vergogna, mentre a decine si impiccavano o si davano fuoco imprenditori, commercianti, pensionati poveri, cassintegrati, esodati, ecc. Ora si ripropongono con nuovi rimedi di guarire le malattie che in precedenza avevano vantato quali cure.
Forse Trento sarà l’occasione di (tardivi) ripensamenti – promettono pensosamente sulle pagine de Repubblica gli organizzatori, Tito Boeri in testa –, meglio di niente, tuttavia come non ricordare gli effetti di ricette dispensate con ineguagliabile sprezzo del ridicolo e del principio di contraddizione per tanti anni? Inutile salmodiare la litania dei dati Istat sulla crescita inesorabile della disoccupazione generale, sul crollo della produzione industriale, dei consumi, e del risparmio, sul calo del Pil e dunque dell’ascesa del rapporto debito/Pil.
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La crisi del neoliberismo e della governabilità coatta
di Gianni Ferrara
L'autore riflette sulle connessioni tra la dimensione economico-sociale e quella politico-istituzionale della crisi del neoliberismo. L'attuale congiuntura storica è definita come quella dei "fallimenti interdipendenti" tra le promesse di sviluppo non mantenute dal liberalismo, quelle fatte proprie dal sistema istituzionale dell'Unione europea e quelle perseguite negli Stati attraverso la ricerca coatta della governabilità. La governabilità, come politica istituzionale volta a rimuovere ogni domanda politica e sociale non compatibile con il liberismo, in particolare, ha svuotato la rappresentanza politica e ha prodotto una mutazione funzionale dei partiti. In questo quadro si inserisce la formazione del governo attualmente in carica
La crisi che stiamo vivendo è totale. Coinvolge ogni aspetto della convivenza umana. È crisi politica, economica, sociale, istituzionale, morale. Viene da lontano. Da quando iniziò la controrivoluzione capitalistica. Quella che reagì alla fondazione e alle realizzazioni dello stato sociale costruito in Occidente nei trenta “anni d’oro” della “rivoluzione sociale” e della”rivoluzione culturale” come li chiamò Hobsbawm. Reagì per liquidarne le conquiste, rovesciarne i principi, disperdere i soggetti storico-politici che lo avevano progettato e che lo sostenevano. Ha compattato la sua azione dissolutrice sostituendo alle politiche keynesiane il neoliberismo, all’etica della solidarietà e dell’eguaglianza quella dell’individualismo proprietario, della concorrenza distruttiva e della competizione omicida, al pluralismo ideale e politico l’assolutismo del pensiero unico, alla rappresentanza politica inclusiva quella selettiva delle sole domande compatibili con l’economia del turbo-capitalismo, alla primazia dei Parlamenti la mistica della governabilità.
Da questo coacervo esplosivo emerge la spinta della crisi economica che ha creato più di venti milioni di disoccupati in Europa e in Italia un’area di 8 milioni e 750 mila persone in stato di difficoltà nel lavoro e di disagio sociale tra disoccupati, scoraggiati, cassintegrati, precari e part-time involontari (dei quali più del il 36 per cento giovani).[1] Crisi che non accenna ad attenuarsi né può perché la religione neoliberista, avendola provocata, continua ad ispirare con l’austerity la politica economica dell’Unione europea per esserne il fondamento.
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Caso Ilva, Riva non è l’eccezione
Guido Viale
Per capire di che cosa parliamo quando parliamo di privatizzazioni guardiamo l’Ilva. Riva ha comprato l’Italsider di Taranto (un «ferrovecchio», secondo lui che lo ha comprato; un gioiello, secondo Prodi che ne ha predisposto la vendita) una ventina di anni fa per una manciata di miliardi (di lire: cioè di milioni di euro). Da allora, ha instaurato in fabbrica un regime dispotico, che gli è valso due condanne per discriminazione (ma ne avrebbe meritate decine), ma che è costato agli operai centinaia di morti sul lavoro. Ha appestato la città con emissioni, reflui e rifiuti nocivi che hanno provocato migliaia di malattie e centinaia di morti. Ha macinato profitti per miliardi di lire, ma poi anche di euro, e ne ha imboscati molti in paradisi fiscali, rimpatriandone una parte esentasse grazie allo scudo fiscale di Tremonti. Ha sfruttato gli impianti senza investire se non lo stretto necessario per tenerli in funzione, mettendo in conto di abbandonarli, insieme a operai e città inquinata, quando non sarebbero più stati redditizi.
Riva non è un’eccezione: il resto dell’Italsider ceduta a privati come Lucchini e ora prossima al fallimento non è stata da meno. Ma le privatizzazioni degli anni ’90 hanno riguardato ben altro: le tre Banche di Interesse Nazionale e con loro quasi tutto il sistema bancario, compresa la Banca d’Italia (che, grazie al «divorzio» dal Tesoro, che da allora non la «controlla» più, oggi è «proprietà privata» delle banche che dovrebbe controllare…).
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Tremonti al "netto" di Monti
L'inutilità contabile del più €uropa e la curva di Phillips implicita
Quarantotto
La notizia è "rimbalzata" su tutti i giornali e le televisioni. Perciò, a titolo esemplificativo, vi riporto un articolo sul "taglio" che gli è stato dato:
"L'austerity fa male all'economia, ma anche ai conti pubblici e all'occupazione. Il rigore imposto ai paesi dell'Unione europea, è la causa della recessione e anche della contrazione nelle entrate fiscali. È un atto di accusa contro gli eccessi del rigore quello lanciato ieri dalla Corte dei conti alla presentazione del Rapporto 2013 sul coordinamento della finanza pubblica presentato ieri al Senato. Sempre a Palazzo Madama la Fiaip, la federazione degli agenti immobiliari ha calcolato che per colpa della stretta sul credito e dell'Imu si sono persi 500 mila posti di lavoro in quattro anni.
«L'intensità delle politiche di rigore adottate dalla generalità dei paesi europei è stata una rilevante concausa dell'avvitamento verso la recessione», si legge nel rapporto della Corte dei conti. I giudici contabili hanno quantificato la perdita di Pil negli anni acuti della crisi. Oltre 230 miliardi di euro nell'arco della legislatura 2009-2013.
Sul fronte dei conti pubblici le manovre si sono fatte sentire, ma solo perché hanno «consentito importanti risparmi di spesa, il cui livello è risultato nel 2012 inferiore di oltre 40 miliardi alle stime iniziali». Peccato che i sacrifici siano praticamente annullati; innanzitutto perché la spesa rispetto al Pil è rimasta invariata poi perché è stato mancato il pareggio di bilancio. Spiega la Corte: «Il cedimento del prodotto non ha permesso alcuna riduzione dell'incidenza delle spese sul Pil passata, nel triennio, dal 47,8 al 51,2 per cento».
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Letta e il falso problema del debito pubblico
di Guglielmo Forges Davanzati
L'elevato debito pubblico italiano costituisce un problema, per il presidente Letta, perché danneggia le generazioni future, che saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere. Sono tesi che si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato. E che devono essere superate, se davvero si vuole andare oltre il disastroso dogma dell'austerità
Per l’ex premier Mario Monti, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituiva un problema dal momento che avrebbe incentivato attacchi speculativi, così che occorreva porre in essere misure di austerità, riducendo la spesa pubblica e soprattutto aumentando l’imposizione fiscale. Due i risultati ottenuti: le misure di austerità messe in atto per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL hanno prodotto l’esito esattamente opposto, determinandone un aumento di circa 7 punti percentuali in un anno, anche in considerazione dell’errore di stima del moltiplicatore fiscale, come evidenziato dal Fondo Monetario Internazionale. In più, proprio in quella fase, all’aumentare del debito pubblico non hanno fatto seguito attacchi speculativi, o almeno non di entità e durata paragonabili a quelli sperimentati nell’estate del 2011, quando l’indebitamento pubblico rispetto al PIL era inferiore ai valori assunti nel corso del 2012.
Per il neo-Presidente del Consiglio, Enrico Letta, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituisce un problema perché danneggia le generazioni future, che, inevitabilmente, a suo dire, saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere.
E’ bene chiarire che queste convinzioni si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato, e soprattutto si basano sull’assunto – non dimostrato né dimostrabile – secondo il quale il nostro debito pubblico è eccessivamente elevato.
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Geopolitica e coscienza di classe
di Sebastiano Isaia
Giovanni Armillotta rivendica su Limes «la struttura marxiana» quale eccellente strumento di analisi dei fenomeni geopolitici, soprattutto per ciò che riguarda il processo di globalizzazione. Su un articolo del 25 marzo 2013 pubblicato appunto sulla nota rivista italiana di geopolitica, Armillotta svolge alcune interessanti «considerazioni sulla presa di potere di fascisti, nazisti e bolscevichi», con l’obiettivo, davvero ammirevole, di smitizzare «luoghi comuni di destra e di sinistra», sebbene «La ragione di questo articolo non è certo quella di illustrare il senso politico, sociale o economico del vocabolo “rivoluzione”» (Numeri e rivoluzione in Europa).
Prima di vedere i tre casi storici portati ad esempio dal Nostro analista geopolitico, è forse utile comprendere il suo punto di vista geopolitico, il quale a me pare molto interessante, se non altro perché si sforza di resistere al luogocomunismo del politicamente corretto made in Occidente. Cito da un intervento di Armillotta pronunciato il 6 ottobre 2011: «La manipolazione delle rivolte nel mondo arabo; l’aggressione alla Libia, la perdita d’identità e valore dell’Europa in una sorta di silenziosa e rassegnata colonizzazione e trasformazione in melting pot di Serie B, a cui le ricchissime classi politiche sono insensibili; la tenzone con la Cina temuta da Washington sua “erede”, e le crisi dei debiti sovrani sono al centro dei grandi rivolgimenti in atto. Obama non è altro che uno dei migliori alleati dei piani dei neoconservatori. Gli stessi che sognano un nuovo ordine mondiale caratterizzato dal protagonismo armato degli Stati Uniti, ampliatosi durante la presidenza di Barack Hussein. Un progetto cullato dalla famiglia Bush e portato avanti da Obama.
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Terroristi e fiancheggiatori
di Elisabetta Teghil
L’elemento certo su cui tutti/e possiamo convenire nella lettura delle recenti elezioni amministrative, è il calo dei/delle votanti, particolarmente forte nelle grandi città.
In questo, siamo in sintonia con il mondo occidentale ed in particolare con lo stato-guida, gli USA, dove la percentuale dei votanti si attesta al 50%. Perciò possiamo presumere che sia una tendenza che si confermerà e si accentuerà nelle prossime elezioni perché il neoliberismo provoca disaffezione alla politica e allontanamento dalla conflittualità.
Ci differenziamo, invece, dal resto dell’Europa, intendendo sempre quella che definiamo occidentale e, comunque dagli Stati Uniti, per il fatto che non esiste un vero bipolarismo.
Alcuni dicono che PD e Pdl sarebbero come il Giano della mitologia, due facce di uno stesso progetto e, quindi, un governo e l’altro, una mera alternanza.
Altri, invece, ritengono che saremmo di fronte ad una alternativa
E’ vero che possiamo parlare propriamente di alternanza e non di alternativa con riferimento al quadro sistemico e al sistema capitalistico, ma i due partiti si differenziano fortemente in quanto portatori di interessi che non trovano nella forma Stato un momento di mediazione.
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Grillo e quella casta di 25 milioni di italiani
È perfettamente vero che nel nostro paese esiste una quota di “pensioni d’oro” e “stipendi d’oro” che assorbono una quantità ingente e ingiustificata di risorse: oltre ad essere un problema di finanza pubblica sono un inaccettabile insulto all’equità. È perfettamente vero che il posto di lavoro pubblico è diventato, soprattutto in alcune regioni, un sostituto di strumenti che in altri paesi sono in carico al welfare, mentre il nostro è uno stato sociale male organizzato e incapace di allocare efficacemente ed equamente le risorse. Ancora, è perfettamente vero che nel nostro paese le tasse, sul lavoro come sulle imprese (sebbene in diminuzione per queste ultime), sono troppo alte e che i servizi corrispondenti sono spesso (ma non sempre) tutt’altro che all’altezza.
Ma quanto ieri affermato da Beppe Grillo sul suo blog , a commento delle elezioni amministrative e come giustificazione del crollo del M5S, è un’aperta (e potenzialmente pericolosa) distorsione della realtà.
Secondo Grillo:
“Esistono due Italie, la prima, che chiameremo Italia A, è composta da chi vive di politica, 500.000 persone, da chi ha la sicurezza di uno stipendio pubblico, 4 milioni di persone, dai pensionati, 19 milioni di persone (da cui vanno dedotte le pensioni minime che sono una vergogna). La seconda, Italia B, di lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e media imprese, studenti. La prima è interessata giustamente allo status quo. Si vota per sé stessi e poi per il Paese.
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M5S: una lezione salutare?
Leonardo Mazzei
Cosa ci dicono le elezioni amministrative di domenica
Non perdiamoci in troppi fronzoli: pur con tutte le attenuanti del caso il M5S ha registrato un clamoroso flop. E' questo il dato principale del voto amministrativo di domenica scorsa. Gli altri elementi da considerare sono invece rappresentati dall'evidente insuccesso della destra (Pdl e Lega), dall'insperato recupero del centrosinistra (Pd in primis), da un astensionismo montante che promette vette stratosferiche ai ballottaggi.
Partiamo da questi ultimi aspetti, prima di concentrarci sulle ragioni della sconfitta del movimento di Grillo che è la questione che più ci interessa.
La fortissima crescita dell'astensionismo è spiegabile, a mio avviso, con tre ragioni: la prima consiste nel fatto che i temi amministrativi riscuotono oggi assai meno interesse che nel passato, dato il prevalere dell'attenzione sui temi politici ed in particolare sulle grandi questioni della politica economica, nazionale ed europea.
La seconda ragione, che rafforza evidentemente la prima, risiede nella penosa condizione delle amministrazioni locali, le cui scelte sempre più dipendono dai vincoli nazionali ed europei (Patto di stabilità interno, tagli alla spesa, eccetera).
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Considerazioni sulla sinistra che non c’è
di Roberto Salerno
I.
Sembra ormai patrimonio comune l’idea dell’irreversibilità della sconfitta della sinistra cosiddetta “radicale”. Fuori dal Parlamento, tradita dai suoi elettori – rifugiatisi in un movimento quanto meno ambiguo, quando non direttamente nell’astensione – e abbandonata dai militanti, non sembra più in grado di incidere in nessun modo sui destini del Paese.
Meno discussa è invece l’incredibile débâcle della sinistra moderata – o “riformista” – quella che una volta si sarebbe chiamata socialdemocratica e che oggi prova in tutti modi a nascondere cos’è, peraltro riuscendoci benissimo. A differenza di quella radicale, la sconfitta della sinistra moderata non è però nei numeri; in fondo in Italia il PD è alla guida del governo. La sconfitta è ideologica: l’idea stessa della giustizia sociale – in fondo vera ragion d’essere di ogni sinistra moderata o radicale, riformista o rivoluzionaria – è stata assorbita e reinterpretata attraverso strumenti e politiche limpidamente di destra, una destra forse civile, ma di certo paternalistico-elitaria.
II.
Per provare a meglio definire questa sconfitta limitiamoci a soli quattro esempi, lasciando per ultimo quello più clamoroso.
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Gli errori degli economisti 2.0
di Vladimiro Giacché
Il rapporto dell'opinione pubblica e della politica con gli economisti, nel corso di questa lunga crisi, è stato contraddittorio e altalenante.
Per un verso non ha giovato alla buona fama degli economisti il fatto di aver ignorato (salvo pochi lodevoli casi) la gravità della crisi e di non averne inteso le vere cause. Nel 2008 fu la stessa regina d'Inghilterra a porre a un'imbarazzata platea di economisti la fatidica domanda: "perché nessuno si è accorto dell'arrivo di questa crisi?". Le risposte avute non devono essere state troppo convincenti, se nel dicembre dello scorso anno, durante una visita alla Banca d'Inghilterra, è tornata sull'argomento osservando, con un tono che a qualcuno è apparso ironico, che "è davvero difficile prevedere le crisi". D'altra parte, molte delle politiche adottate per contrastare la crisi in Europa – e che in realtà l'hanno aggravata – si sono avvalse di una copertura teorica fornita da economisti e centri studi.
Nelle ultime settimane, però, sono avvenuti alcuni episodi che hanno sollevato in modo esplicito il problema del controllo sulla qualità di questi dati e di queste ricostruzioni teoriche.
Si è infatti scoperto che, almeno su due argomenti chiave, rapporto tra debito pubblico e crescita e relazione tra produttività e andamento dei salari, i dati usati per giustificare le politiche adottate in Europa erano sbagliati, incompleti o esposti in modo tendenzioso. Vediamo.
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Finanza: masters of Universe
Ovvero una banda di ladri
di Giulietto Chiesa
Il crollo della Borsa di Tokyo (-7,32%) è stato il più alto e drammatico dopo Fukushima di 2 anni fa. Conferma che i due trilioni di yen, creati dalla Banca Centrale del Giappone con la cura Abe, non sono serviti a nulla, se non a procurare un primo disastro. Visto che il nuovo premier giapponese annuncia il raddoppio della propria massa monetaria da qui alla fine del 2014, che Dio gliela mandi buona, a lui e a tutti noi.
Anche perché sta continuando la danza assurda della Federal Reserve, che continua a “stampare” (cioè a creare al computer) 85 miliardi di dollari al mese. Quosque tandem, Ben Bernanke, abutere patientia nostra?
Non lo sa neanche lui. Affermano, Bernanke e Abe, di voler stimolare l’economia (leggi la finanza) stampando banconote, in attesa di Godot, che però non arriverà più. Per due motivi: perché stimolare la finanza non fa più crescere l’economia, e perché i limiti alla crescita sono ormai apparsi sulla scena e non andranno più via.
Tutte chiacchiere, naturalmente. Il crollo di Tokio e di tutte le Borse europee (per quanto valga poco come segnale) viene dai dati cinesi: la crescita cinese rallenta. E questo produce il rallentamento di tutti i mercati.
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La solidarietà europea di fronte alla crisi dell'Eurozona
Claudio Borghi Aquilini
Gentili Signori,
vorrei offrirvi un breve viaggio che comincia qui e termina in Italia, il mio paese, e al termine di questo viaggio spero sarà chiaro che tavolta ci sono matrimoni che sarebbe molto meglio non celebrare. Un brillante economista italiano, il professor Alberto Bagnai, ha perfino scritto un racconto: "Il romanzo di Hans Centro e di Maria Periferia", prevedendo ciò che avverrà in futuro se dovessimo insistere nel mantenere questo fidanzamento troppo a lungo, e le conseguenze sono assai cupe. Non c'è niente di male nell'amicizia, talvolta può sfociare in un matrimonio, ma il più delle volte è meglio restare solamente amici. E per l'Europa è proprio il caso.
Cominciamo dagli anni novanta: lo SME era un precursore dell'Euro, con tassi di cambio pressoché fissi. Questa situazione iniziò ben presto a generare in Italia un pesante deficit della bilancia commerciale, e il deflusso di denaro fu contrastato esattamente con gli strumenti sbagliati che stiamo utilizzando oggi: un forte aumento delle tasse (il governò tassò addirittura i depositi bancari durante la notte, prelevando una percentuale a qualsiasi Italiano avesse un saldo attivo sul suo conto corrente), un aumento dei tassi d'interesse fino al 18%, ed esattamente la stessa retorica che stiamo sentendo oggi, a proposito del disastro di un'uscita dallo SME. Come forse ricorderete, dopo che la Banca d'Italia ebbe bruciato tutte le riserve di valuta estera, alla fine l'Italia fu costretta ad abbandonare lo SME e la lira svalutò di circa il 20%.
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Accade in Italia
Il decisionismo autoritario di un presidente–sovrano
Scritto da Gianfranco Greco
(Mark Twain)
Trovarsi nei panni degli elettori PD deve durare una certa fatica laddove si pensi che una sapiente e risoluta operazione di restaurazione li ha fatti precipitare dalle mitiche “primarie” - condite dai precisi impegni, presi dai maggiorenti del partito, di non fare accordi con Berlusconi - ad una situazione per tanti versi surreale in cui, alla fine, i loro voti vanno a fare mucchio con quelli degli elettori PDL per dar vita - tanto per rinverdire i fasti tipici del trasformismo italiano – ad un governo delle larghe intese, voluto e realizzato da chi, da sempre, ha svolto un indefesso lavorìo a favore di questa soluzione.
Dolersi, indignarsi per la piega presa dai recenti accadimenti rientra nel più classico dei dejà vu, tuttavia nello stigmatizzare talune prese di posizione, certi giri di valzer, specificatamente a livello parlamentare, non ci si dovrebbe mai dimenticare che gli stessi sono legittimati e quindi consentiti da quella che viene, con spreco di enfasi, definita “la più bella Costituzione del mondo” che, all’art. 67, recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita la sua funzione senza vincolo di mandato” significando in tal modo che il singolo parlamentare non ha vincolo né verso il proprio partito, né verso il suo programma elettorale, né, tantomeno, verso gli elettori che lo hanno votato, ai quali viene riconosciuta la sola libertà di non eleggerlo alla successiva tornata elettorale.
Ciò avrebbe garantito, secondo i “padri fondatori”, la libertà di espressione più assoluta ai membri del Parlamento.
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Le origini culturali della crisi*
Alessandro Roncaglia
Negli ultimi mesi abbiamo sentito ripetere infinite volte che gli economisti non hanno previsto la crisi finanziaria ed economica che ci ha travolto. Perfino la regina d’Inghilterra se ne è lamentata. Di fronte a queste critiche, la nostra professione deve porsi con urgenza almeno tre domande. Primo, a nostra parziale discolpa: cosa significa, nel nostro caso, prevedere un evento? Secondo, a parziale critica della superficialità dei mezzi di informazione: è vero che gli economisti non hanno previsto la crisi? Terzo, e più importante: se, come vedremo, alcuni l’hanno prevista e altri no, da cosa è dipesa la relativa preveggenza degli uni e la relativa cecità degli altri?
La terza domanda ci porterà a una questione fondamentale, che merita certo una trattazione più approfondita di quella possibile in un breve intervento come il mio: la responsabilità di un orientamento culturale tuttora prevalente tra gli economisti – che può essere indicato, sempre in modo necessariamente vago, mainstream, o Washington consensus, o fondamentalismo liberista – nel favorire il formarsi della situazione di cui la crisi sarebbe divenuta uno sbocco inevitabile.
Innanzitutto, prevedere una crisi non significa indicare in anticipo il giorno in cui scoppierà, o le precise caratteristiche con cui si svilupperà. Come i sismologi sono in grado di indicare le zone in cui i terremoti sono più probabili (tanto che delle loro analisi si tiene conto nel determinare norme più o meno rigide sul modo in cui costruire gli edifici), così gli economisti sono, o dovrebbero essere, in grado di indicare le condizioni in cui le crisi divengono probabili, se non inevitabili.
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Club Bilderberg e classe capitalistica transnazionale
di Alexander Höbel
Sul Gruppo Bilderberg e organismi affini è fiorita in questi anni una letteratura di taglio “complottistico” che, per quanto attraente per molti lettori, di fatto non favorisce una reale comprensione del fenomeno. In una direzione diversa va invece il libro di Domenico Moro (Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, Aliberti 2013), che colloca la questione in un quadro più ampio, quello dell’attuale fase della storia del capitalismo e delle dinamiche della lotta di classe; Moro insomma affronta il problema da un punto di vista marxista.
Se il titolo e il cuore del libro riguardano il Club Bilderberg (cui si aggiunge la più giovane Trilateral), sullo sfondo ci sono questioni più complessive, il ruolo delle élite (e del “ritorno delle élite” parla anche l’ultimo libro di Rita di Leo), i caratteri dell’attuale oligarchia capitalistica trans-nazionale, le forze di classe in campo e gli scontri in atto sul piano globale, la questione della democrazia e della sua crisi.
Se partiamo da quest’ultimo punto, non possiamo che partire dalla straordinaria avanzata della “democrazia organizzata”, della partecipazione popolare e dei partiti di massa, che riguardò molti paesi e l’Italia in modo particolare negli anni Sessanta e Settanta.
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Espressionismo: rivolta o utopia
di Luciano Parinetto
Gottfried Benn (uno, allora, dei suoi rappresentanti) ebbe a definire l’espressionismo: «un’eversione con eruzioni, estasi, odio, sete d’un’umanità nuova, con un linguaggio che va in pezzi per far volare in pezzi il mondo» (in prefazione a un’antologia di poeti espressionisti, Limes Verlag, Wiesbaden 1955). Effettivamente, secondo la cronologia proposta da Mittner, dal 1907 al 1926 circa (con preludi e postludi), questo movimento, soprattutto nei paesi di lingua tedesca, rappresenta (assieme, in parte, al futurismo, surrealismo, imagismo di altri paesi) una sovversione non solo estetica, ma morale, anzi, totale, che segna la impietosa svolta critica degli inizi dei secolo.
Ed è la rivolta generazionale in una società che da agricola si avvia a diventare industriale; passando ad un capitalismo che toglie/conserva in sé antiche forme patriarcal feudali e, favorendo l’inurbamento nelle metropoli e il lavoro nelle fabbriche, provoca radicali mutamenti nelle coscienze, nei comportamenti, nei costumi sessuali e, senza volerlo, l’acquisizione anche della coscienza di classe fra le masse proletarizzate. Gli espressionisti sono appunto i diretti testimoni della lacerazione dell’uomo tedesco fra prassi (ormai capitalistica) e coscienza (ancora nel guscio ideologico industriale, o già proiettata nella contestazione del macchinismo alienazione industriale).
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Sul progetto del capitalismo contemporaneo
Un aggiornamento
di Marco Bertarello e Danilo Corradi
La crisi da strutturale si va trasformando in sistemica nella misura in cui l’economia di mercato, nel suo produrre disfunzioni e inefficacia, dà vita a un crescente mancato consenso sociale. L’incapacità di quest’ultimo di riversarsi su un progetto alternativo consente all’attuale sistema di permanere ancora saldamente in sella. Ma allo stesso tempo è sempre più evidente il distacco in ordine sparso e atomizzato, e qui sta il limite che sviluppa impotenza, di importanti segmenti della società. Il problema sarà come passare dal mancato consenso al dissenso, dalla critica alla proposta. Quello che intanto appare come un dato ineliminabile è l’incapacità concreta di uscire dalla crisi da parte delle attuali classi dirigenti. Restando quindi su questo punto, sono necessarie alcune considerazioni per comprendere come sia in corso una sorta di fine dell’Impero a cui è sempre più urgente contrapporre un’alternativa, pena il rischio che forze centrifughe e di destra prendano il sopravvento. Se ci convinciamo seriamente della parabola da fine dell’Impero allora saremo costretti a prendere più seriamente anche la necessità di un’alternativa radicale, capace di uscire dagli schemi politici, economici e sociali che il Novecento ancora riversa sul nuovo secolo.
Lo scorso anno di questi tempi ragionavamo [Quale progetto persegue il capitalismo contemporaneo?, 4/07/2013] su quale fosse il disegno secondo il quale si poteva uscire dalla crisi attraverso politiche economiche di rigore che in definitiva apparivano recessive.
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