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Aspettare Godot? Breve discorso sul partito che non c’è
di Mimmo Porcaro
Mutamento e inerzia
Il mondo nato dal secondo dopoguerra non c’è più, non c’è più quell’Occidente che è sorto dalla fine del grande conflitto 1914-1945. Il rapporto con gli Stati Uniti, Trump o non Trump, è ormai per gli alleati più un problema che una soluzione. Lo è per la destra semi-populista, lo sarà per la destra tecnocratica (pardon, la “sinistra”), se mai andrà al governo.
A questo mutamento geopolitico, che è poi mutamento delle condizioni spaziali dell’accumulazione capitalistica su scala mondiale, dovrebbe corrispondere un’analoga trasformazione dei partiti e dei sistemi politici di tutti i paesi. Per capirci: l’89 generò il PD e il maggioritario, nonché – con la globalizzazione – la sinistra altermondialista. La crisi del 2008 generò l’onda populista e poi, insieme al 2011, rafforzò l’idea della Lega “nazionale”. Ma oggi, nonostante il (o forse proprio a causa del) carattere veramente epocale del rivolgimento in atto, sembra che noi, europei e italiani, ci limitiamo a registrare gli eventi come se non ci riguardassero, e a vivere per inerzia. Così, mentre il riarmo della Germania (come alla vigilia del ‘14 e del ’34…) fa saltare l’equilibrio tra la potenza militare francese e la forza economica tedesca, equilibrio che era alla base dell’attuale UE, lo scenario politico superficiale resta identico, o per meglio dire, ne restano sostanzialmente identici i soggetti principali, ossia quei partiti che abbiamo ereditato dall’epoca della globalizzazione e dalla risacca della sua prima vera crisi.
Ma qui siamo già ben oltre quella prima crisi, siamo – tra guerra economica e guerra vera – allo scontro aperto tra l’Occidente e gli altri, e all’interno dell’Occidente stesso. Tutti i partiti dovranno quindi, prima o poi, modificarsi profondamente: perché tutti i partiti degni di questo nome sono da tempo anche espressione di forze internazionali[1]. Probabilmente si creeranno nuove aggregazioni centriste, comprendenti i liberali di sinistra e di destra, votate alla repressione del pacifismo popolare; per reazione si radicalizzeranno alcune forze di destra, magari utilizzando strumentalmente quel pacifismo per imporre soluzioni ancor più autoritarie.
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In Memoriam: Romano Luperini (1940-2026)
di Erminia Passannanti
Ho conosciuto Romano Luperini nel 1990, in occasione della rassegna “Poesia ’90”, organizzata dal Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno, dove allora ero studentessa del Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere. In quell’occasione, Romano mi fu presentato da Federico Sanguineti, figlio del professore dantista e poeta Edoardo Sanguineti, con cui eravamo di recente diventati amici e il quale all’epoca era un giovane ricercatore. A quell’evento erano presenti anche Gregory Lucente, Robert Dombrowski, Piero Cataldi e Amelia Rosselli.
Con Romano si instaurò immediatamente un rapporto destinato a protrarsi nel tempo. Ricordo quando mi scriveva da Toronto, dove era Adjunct Professor, e la neve e la malinconia erano il tema principale delle sue osservazioni.
Fu un’amicizia preziosa quella che mi offriva: non soltanto un dialogo, con me, che ero ancora in una fase iniziale della mia formazione intellettuale, ma anche l’apertura a un circuito di amicizie internazionali, con suoi colleghi stranieri con i quali si parlava tanto in italiano quanto in inglese di argomenti che significavano l’esordio della mia passione letteraria. In particolare, con Robert Dombrowski mantenni fino alla sua dipartita dal mondo un forte legame di simpatia reciproca. Robert e Romano erano stretti da un’amicizia fraterna, corroborata negli anni dalla riflessione critica sull’opera di Carlo Emilio Gadda. La tragica fine di Robert in un ospedale di Parigi, per una acuta endocardite che non seppero curare, mentre aspettavo che venisse come mio ospite alla mia casa di Oxford, segnò traumaticamente Romano, che, accorso da Siena ad assisterlo, lo vide morire tra le sue braccia.
Il nostro rapporto fu inizialmente intenso e costante, sostenuto da uno scambio epistolare fitto e per molti anni ininterrotto. Conservo ancora tutte le lettere e cartoline che Romano mi mandava da Siena, caratterizzate dalla sua grafia minuta, irregolare e da una scrittura fitta: mi scriveva come se la nostra conversazione non dovesse mai finire.
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Lettera aperta a Flavia Manetti: niente di personale, anzi
di Algamica
Scegliamo la compagna Flavia Manetti per una discussione chiara e schietta, a viso aperto, senza rete, per definire alcune questioni teoriche, storiche e politiche di cui siamo stati permeati. Ponendo in premessa che di personale non c’è niente, per quanto riferito ai tanti compagni di militanza comune nelle varie organizzazioni che si sono succedute per oltre 50 anni, e men che meno nei confronti della diretta interessata, persona stimata, onesta, sincera, leale e generosa, nonché di un sano istinto anticapitalistico e antirazzista.
Ma il momento lo richiede, perché il modo di produzione capitalistico è entrato – e finalmente! – in una fase di crisi che ne approssima la sua fine e tutto il nostro vecchio armamentario soggettivista, col quale ci siamo battuti, è diventato un materiale arrugginito e inutilizzabile. Pertanto sarò sfrontato, non diplomatico, ma chiamando le cose per il loro nome.
Diciamo in premessa, attirandoci gli strali dei più, che una vera, radicale, critica al modo di produzione capitalistica è ancora tutta da scrivere. Storcano pure la bocca i tanti e i più, perché la verità è che il modo di produzione capitalistico è stato sì criticato, anche duramente, ma sempre e soltanto da un punto di vista di modello valoriale, supponendo, in modo malcelato, che potesse essere sostituito da un altro modello e da altri uomini, ad esso alternativo durante la sua esistenza. Abbiamo danzato intorno al totem del libero arbitrio come capacità dell’individuo di governare le leggi impersonali di un moto storico incentrato sullo scambio, piuttosto di capire che quelle leggi sottoponevano gli uomini alla loro dinamicità.
Non ci siamo mai correttamente interrogati sul fatto che se un modo di produzione dura per cinque, sei, settecento anni, e che si espande a macchia d’olio piuttosto che essere sconfitto e distrutto, ci saranno state o meno delle ragioni strutturali che i valori e/o i disvalori, nella funzionalità delle sue leggi lo hanno tenuto in vita finora.
Non avendo capito che si trattava di un moto storico, non potevamo capire che le classi che produceva erano tutte complementari, che, pertanto, nessuna di esse potesse dare l’assalto al cielo, separarsi dalle altre o da quella più importante, disarcionandola dal potere per instaurare la propria dittatura, quella della classe più “rivoluzionaria”, il proletariato, proprio quando con la crisi internazionale del modo di produzione imponeva agli operai di comportarsi, nei confronti del capitale, dei capitalisti e del capitalismo, come i girasoli rispetto al sole.
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Censura, sanzioni e doppi standard: un allarme europeo
di Elena Basile e Angelo D'Orsi
In Europa, la situazione sta degenerando. Il liberalismo appare superato nell’indifferenza dell’opinione pubblica e dei socialisti europei.
L’onorevole Pina Picierno, forte della sua carica di vicepresidente del Parlamento UE, non perde occasione per lanciare strali diffamatori verso i “putiniani” d’Italia, sorretta, all’interno, dal senatore Carlo Calenda e da qualche radicale e “+europeista”.
Tra i bersagli favoriti ci sono un’ambasciatrice, un professore universitario e tanti giornalisti che criticano nei loro scritti la politica della NATO, come Vauro Senesi, giornalista, umorista e vignettista ben conosciuto. Ogni iniziativa culturale viene regolarmente attaccata, specialmente quelle del prof. D’Orsi, non di rado con tentativi di aggressione. È successo recentemente a Milano, a Perugia, a Marzabotto, a Bologna, a Foligno, a Napoli, a Varese.
Il sen. Calenda ha tenuto una conferenza stampa per denunciare come atto “indecente” la presentazione del libro di Angelo D’Orsi nella Sala Stampa di Montecitorio, con la partecipazione, accanto all’autore, dell’ambasciatrice Elena Basile, dell’on. Stefania Ascari e della giornalista Fiammetta Cucurnia.
L’ambasciatrice è stata linciata sui giornali più letti, è stata chiamata “addetta della Farnesina” e “funzionario di grado medio-basso”.
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La Guerra dei Droni ha finito di smascherare la finzione europea: ora siamo tutti un bersaglio
di Pino Cabras
Mosca indica le fabbriche europee come bersagli, l’UE arma Kiev con filiere industriali integrate: la nuova evoluzione industriale-militare dei droni cancella ogni finzione e porta il continente dentro il fronte
La guerra dei droni ha fatto saltare l’ultima finzione utile con cui l’Europa ha raccontato a sé stessa il conflitto ucraino. Fino a ieri il continente poteva ancora recitare la parte del sostenitore esterno: aiuti, forniture, addestramento, denaro, sanzioni, intelligence. Oggi quella rappresentazione non regge più. Quando Germania, Regno Unito, Norvegia, Paesi Bassi e adesso anche l’Italia entrano nella produzione congiunta di droni con Kiev, non siamo più davanti a una “guerra per procura” nel senso classico del termine. Siamo davanti a una “cobelligeranza industriale, militare e d’intelligence” che Mosca ha deciso di nominare apertamente come tale.
Il segnale è arrivato in modo brutale e repentino. Il ministero della Difesa russo ha pubblicato l’elenco di aziende europee coinvolte nella produzione di droni per l’Ucraina, con indirizzi e localizzazioni. Dmitry Medvedev ha accompagnato quel gesto con un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni ingenue: quei siti sono, agli occhi russi, potenziali obiettivi. È il modo con cui il Cremlino sta dicendo agli europei: sappiamo da tempo che siete parte della guerra, ma finora vi abbiamo lasciato il beneficio della finzione; ora quella finzione è finita. E da questa consapevolezza non si torna indietro.
La foto di Friedrich Merz e Volodymyr Zelensky davanti al drone kamikaze Anubis vale più di cento comunicati.
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La giravolta dell’Fmi: chi vuole la pace prepari l’austerity
di Emiliano Brancaccio
Secondo l’outlook 2026, se la guerra all’Iran va per le lunghe si rischia un calo della crescita mondiale fino a un punto e mezzo e maggiore inflazione fino a due punti percentuali
Un manuale d’istruzioni per l’economia di guerra. Così possiamo intendere l’ultimo outlook pubblicato dal Fondo monetario internazionale che dedica due interi capitoli ai risvolti macroeconomici di questi nuovi tempi di ferro e di fuoco.
Il Fmi riconosce tardivamente un fatto che già altri avevano segnalato. I conflitti in corso non sono più episodici ma descrivono una tendenza generale: «Il numero di guerre attive è aumentato fino a livelli che non si vedevano dalla fine della seconda guerra mondiale». E al momento non si intravedono inversioni di rotta: «Le dinamiche sono destinate a continuare».
Il Fmi non osa interrogarsi sulle cause di questa tendenza. Nella miope ottica dell’istituto di Washington, una teoria della “guerra capitalista” resta inconcepibile. Il conflitto militare viene quindi ancora visto come uno “shock” inatteso, una specie di maledizione caduta dal cielo. Il massimo che gli economisti del Fondo riescono ad ammettere, per adesso, è che la guerra non è più una fenomenale eccezione storica, ma sta diventando una sorta di “baseline”, una normalità del sistema.
In questa nuova normalità, si pone un problema di adattamento retorico. Qui l’istituto di Washington sembra cadere in uno spettacolare cortocircuito argomentativo: da un lato l’ideologia della guerra, dall’altro la scienza della pace.
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Christian Marazzi: la faccia negativa del fordismo
L'imposizione da parte del lavoro vivo della rigidità del reddito
di Gigi Roggero
C. Marazzi, Capitale & linguaggio, DeriveApprodi, Roma 2002, pp. 166, ISBN 88-87423-41-5
Questo libro si concentra sulle cause che hanno portato alla depressione economica e finanziaria internazionale e sugli strumenti di cui il governo americano si sta dotando per rispondervi: la guerra. Tra la fine della new economy e la nuova economia di guerra non c'è un semplice legame di causa-effetto, ma un rapporto che è tessuto da molti fili: il passaggio da una forma di produzione di tipo industriale a una di tipo informatico, il ruolo della finanza e delle politiche neoliberali, la proprietà delle risorse mondiali e delle materie prime, e persino la radicale mutazione dello stesso capitalismo. Capire le premesse economiche del crollo delle Twin Towers significa capire il paradigma produttivo che si va imponendo: la guerra
* * * *
Interpretandola come bolla speculativa oppure nuovo paradigma economico, con toni fortemente critici o accenti apologetici, la maggior parte delle letture della New Economy ha trovato un punto di convergenza metodologico: l'osservazione esclusiva dei meccanismi sistemici ed economici che la determinano.
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Trump (quasi) al capolinea?
di Fabrizio Marchi
Mi pare che il bilancio dell’amministrazione Trump a distanza di quasi due anni dalla sua elezione sia decisamente fallimentare. La sola eccezione ad una lunga serie di errori sia tattici che strategici e sconfitte rimediate (con il rischio di probabili futuri disastri) è la “normalizzazione” dei rapporti con il Venezuela (se non del Venezuela stesso…), alla meglio frutto di un accordo con l’attuale presidente Delcy Rodriguez. Alla peggio, a voler pensar male (ma, come sappiamo, spesso ci si azzecca…), la messa fuori gioco di Maduro potrebbe addirittura essere stata concordata con gli USA da pezzi dell’esercito e del governo venezuelano, a partire ovviamente da Rodriguez. Non lo sapremo mai con certezza. Del resto ciò che conta alla fin fine sono i fatti concreti. E questi ci dicono che le relazioni diplomatiche e soprattutto commerciali fra i due stati a partire dal rapimento di Maduro sono state ampiamente ripristinate anche all’insegna di reciproci e un po’ stucchevoli salamelecchi fra la stessa Rodriguez e Trump. In particolare il governo venezuelano garantirà agli operatori stranieri – leggi le compagnie petrolifere americane – di acquisire diritti di proprietà sulla produzione, sull’estrazione e la commercializzazione di parte delle risorse (petrolifere) senza nessuna intermediazione governativa, in cambio, ovviamente, di un alleggerimento delle sanzioni da parte di Washington. Nel frattempo Maduro è detenuto negli Stati Uniti con la ridicola accusa di narcotraffico e non mi pare che il governo di Caracas stia producendo significativi sforzi per ottenerne la liberazione.
Questo è l’unico risultato portato a casa da Trump da quando è alla Casa Bianca. Importante ma del tutto insufficiente rispetto alle aspettative, alle promesse e al volume di fuoco messo in campo dal tycoon, sotto tutti i punti di vista e non solo in senso figurato.
Gli USA non sono mai stati isolati in tutta la loro storia come lo sono adesso, Israele a parte, ovviamente. Trump aveva il compito di riconquistare quell’egemonia che gli Stati Uniti avevano e hanno perduto in seguito alla fine di quel processo che è stato chiamato “globalizzazione”, in buona sostanza il dominio del sistema capitalista e imperialista occidentale a guida americana sull’intero pianeta.
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“Chi guida il Grande Reset e le sorti dell’Occidente ci sta portando alla deriva”
Federico Dal Cortivo intervista Ilaria Bifarini
Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato Ilaria Bifarini, economista laureata alla Bocconi di Milano, saggista e autore di diversi libri tra cui “Neoliberismo e manipolazione di massa-Blackout la transizione ecologica e la deriva dell’Occidente-Il Grande reset dalla pandemia alla nuova normalità-Inganni economici quello che i bocconiani non vi dicono”.
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Dott.ssa Bifarini Lei si definisce una bocconiana redenta perché questa definizione che si potrebbe definire politicamente scorretta?
«Mi definisco una “bocconiana redenta” perché ho compiuto un faticoso percorso di emancipazione dai dogmi del neoliberismo che mi sono stati impartiti durante gli anni della formazione accademica. L‘Università Bocconi non rappresenta solo un istituto di istruzione superiore d’eccellenza, ma è in Italia la culla del pensiero unico economico, quel modello di matrice statunitense che pone il mercato al di sopra di ogni altra istituzione.
Questa definizione può apparire politicamente scorretta perché mette in discussione il prestigio e l’oggettività di un sistema che viene presentato come l’unico possibile. Essere redenta per me significa aver compreso che l’economia non è una scienza esatta o neutra, ma è indissolubilmente legata alla morale e alla politica. Il dogma del mercato autoregolantesi si è rivelato una costruzione teorica funzionale alla concentrazione della ricchezza in poche mani, spesso a scapito dei diritti sociali e della dignità umana.
La mia è dunque una dichiarazione di indipendenza intellettuale. Significa aver scelto di non analizzare più le dinamiche politiche e sociali solo attraverso grafici o vincoli di bilancio, ma di restituire la priorità all’essere umano rispetto al capitale, riportando l’economia alla sua funzione originaria di strumento per il benessere della collettività».
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Unione Europea: come Bruxelles costruisce la propria legittimità
L’UE plasma il consenso trasformando l’integrazione europea in un dogma
di Thomas Fazi
Nel suo ultimo saggio, di cui Krisis anticipa l’abstract, Thomas Fazi sostiene che l’Unione Europea compensa la sua cronica assenza di legittimità democratica attraverso narrazioni autocelebrative. Dalla pace del Dopoguerra ai cosiddetti «valori europei», tali narrazioni hanno contribuito a sacralizzare il progetto comunitario. Lungi dal colmare il vuoto di rappresentanza, la continua invenzione di imperativi morali e tecnici ha approfondito il solco tra vertici e cittadini. Oggi, però, il doppio standard tra Ucraina e Gaza ha smascherato l’uso strumentale dei principi per fini geopolitici.
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L’Unione Europea non ha mai posseduto fondamenta democratiche nel senso significativo del termine. In assenza di un demos europeo, di una sfera pubblica condivisa o di un qualsiasi atto fondativo di autodeterminazione collettiva, l’UE ha storicamente compensato il proprio deficit strutturale di legittimità attraverso la continua produzione e rotazione di narrazioni auto-legittimanti. Questo saggio ripercorre tale evoluzione, dal progetto di pace del dopoguerra all’integrazione dei mercati, all’unione monetaria e al costituzionalismo basato sui diritti, fino all’emergere di un registro esplicitamente morale e geopolitico incentrato sui «valori europei».
Si sostiene che questa successione di narrazioni non abbia mai rappresentato la maturazione di un’identità politica, bensì una serie di aggiustamenti simbolici compensativi: ognuno emerso quando il precedente si esauriva, e nessuno in grado di risolvere la contraddizione di fondo tra governance sovranazionale tecnocratica e autogoverno democratico.
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Da Zelensky all’Ungheria: la retorica della corruzione e il ritorno dell’oligarchia
di Gerardo Lisco
Diceva Karl Marx che la storia si ripete, prima come tragedia e poi come farsa. Oggi quella formula non è solo un aforisma: è una lente attraverso cui leggere la trasformazione delle democrazie contemporanee, sempre più svuotate e sempre meno capaci di rappresentare il demos.
Nel 2019 Volodymyr Zelensky viene portato al potere come volto nuovo, simbolo della lotta alla corruzione, costruito anche attraverso l’immaginario mediatico della serie Servant of the People. Una narrazione perfetta: l’uomo comune che abbatte il sistema. Ma dietro questa rappresentazione si cela un meccanismo già visto. Il passaggio aperto da Euromaidan non è stato soltanto un cambio interno: è stato un riallineamento geopolitico. E ogni riallineamento ha un prezzo. La gestione delle risorse internazionali, in particolare quelle dell’ International Monetary Fund, diventa allora terreno di opacità e conflitto, mostrando come la retorica anticorruzione possa facilmente trasformarsi in strumento di redistribuzione del potere all’interno delle élite, più che in reale rottura con esse. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: tensioni crescenti, escalation, guerra. La promessa di rinnovamento si traduce in instabilità.
Lo stesso schema si ripresenta oggi in Ungheria, dove il lungo ciclo di Viktor Orbán viene messo in discussione e la figura emergente di Péter Magyar viene presentata come alternativa credibile. Ed è proprio qui che emerge uno degli errori politici più evidenti del campo progressista europeo: l’esaltazione acritica di una figura che, lungi dal rappresentare una reale rottura, proviene dall’interno dello stesso sistema di potere.
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Nel gioco del Golfo entrano “gli adulti”
di Francesco Piccioni
“Non interrompere mai un tuo nemico mentre sta commettendo un errore.” Che sia una massima di Napoleone oppure di Sun Tzu, il significato strategico non cambia. Di errori catastrofici l’amministrazione Trump ne sta accumulando a decine, e il ritmo accelera.
Neanche il tempo di mordersi la lingua per aver stupidamente attaccato un Papa che se ne stava tranquillo sulle sue – Bergoglio, al suo posto, avrebbe fatto fuoco e fiamme – alienandosi il voto dei cattolici negli Usa e guadagnandosi il disprezzo di quelli del mondo, ed ecco scattare il suo “controblocco” dello Stretto di Hormuz.
Nella visione strategica ridicola che regola questa scelta si tratta in fondo di fermare le navi che gli iraniani lasciano passare (quelle dei paesi “amici” e dei “neutrali” che accettano di pagare un pedaggio). Una cosa un po’ complicata sul piano operativo – come spiegavamo ieri – perché una flotta militare non dispone di “doganieri” capaci di discernere tra tipologie contrattuali stipulate online, ma tutto sommato semplice da ottenere “spontaneamente”.
Se, infatti, il presidente del paese militarmente più potente del mondo dice che affonderà le navi che entrano od escono dallo Stretto, chi mai oserà contravvenire il suo diktat?
Detto fatto, una nave cinese – la Paya Lebar – è entrata nello Stretto dirigendosi verso un porto iraniano. Al momento in cui scriviamo (le 8.00 del 14 aprile) si trova al largo dell’isola di Kush, avendo come meta Umm al Qasr.
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Perché un esercito federale europeo è impossibile (e Rutte e von der Leyen sbagliano tutto)
di Enrico Grazzini
L’embrione di una “difesa comune” che attualmente si sta costituendo non è veramente “europea”. Solo una Confederazione volontaria potrebbe fare il nostro interesse
La Nato è ormai ripudiata dal presidente americano Donald Trump: l’Europa ha dunque urgente bisogno di una forte difesa comune autonoma, non più subordinata al bullismo statunitense. Ma l’embrione di una “difesa comune” che attualmente si sta costituendo non è veramente “europea”, cioè federale e centralizzata a Bruxelles: la difesa comune ha invece una forma confederale perché è basata sulla “Unione dei volontari” avviata da Francia, Germania e Gran Bretagna indipendentemente da Bruxelles e dalla Commissione dell’Unione Europea. Lo scontro con la Russia in Ucraina, la pretesa di Trump di conquistare la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, paese membro della UE e della Nato, e poi le guerre scatenate da Israele e dagli Stati Uniti in Palestina, Libano, Siria, e infine in Iran, danneggiano enormemente l’Europa. Tutto questo ha portato Francia e Gran Bretagna, gli unici due Stati europei che possiedono delle bombe atomiche, a trattare un accordo per la difesa atomica comune, un accordo che ha una proiezione europea.
Inoltre il presidente francese Emmanuel Macron si è accordato nel marzo 2026 con otto paesi europei – tra i quali Germania, Olanda e Polonia (ma non l’Italia) – per dislocare parti dell’assetto atomico francese, aerei cacciabombardieri e altri sistemi, nei loro territori, e per avere un approccio comune alla difesa atomica.
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Dai “No Kings” ai war bonds. Il silenzio imbarazzante sui Fondi cannone
di Leonardo Casetti
Verrebbe da pensare che il profilo acquiesciente della CGIL sull’industria bellica italiana fosse dettato da una sostanziale scelta “ideologica” sotto il segno dell’amor patrio e dell’”interesse nazionale”. Oltre, ovviamente, alla difesa dei valori democratici europei. Il tutto corroborato da una consolidata e ultra decennale concertazione con il padronato e Confindustria in materia di contratti al ribasso e “buone” relazioni sindacali. Ma è solo questo? In tempi di economia di guerra non è capzioso porsi questa domanda visto lo stretto legame con il capitale finanziario.
E’ in questo contesto che in Italia, come nel resto del mondo, assumono un ruolo importante i fondi pensione privati e la loro gestione in investimenti redditizi.
Il 2007 fu l’anno dell’attacco alla previdenza pubblica e al salario differito. E’ di allora la firma di un protocollo tra Governo-Confindustria-CGIL-CISL-UIL. Protocollo che verrà poi convertito in legge aumentando l’età pensionabile e diminuendo le pensioni future. Parallelamente si attua anche la riforma del TFR, già decisa dal Governo Berlusconi in accordo con CGIL-CISL-UIL… Una bella torta da dividere per i broker dei tre maggiori sindacati italiani che siederanno nei CdA dei vari fondi negoziali di categoria, inseriti a forza nei contratti insieme alle imprese.
Una vera e propria mascalzonata di questi sindacati che invece di lottare contro le riforme pensionistiche che hanno allungato l’età pensionabile, e a differenza dei sindacati francesi che hanno promosso lotte durissime contro la riforma Macron, si sono prodigati non solo per convincere i lavoratori a rinunciare alla lotta per diminuire l’età pensionabile, ma anche per farli aderire ai fondi pensione integrativi.
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L'endpoint di Hormuz e la Grande Guerra Energetica
di Giuseppe Masala
Donald Trump trova il suo endpoint ad Hormuz per scatenare la Grande Guerra Energetica
Come molti osservatori avevano previsto il vertice tra Iran e Stati Uniti di Islamabad mediato dai pakistani è naufragato in meno di 24 ore. Secondo alcuni, addirittura si è trattato di una strategia utile a entrambe le parti per prendere del tempo e riorganizzarsi. Difficile trovare le prove sotto questo aspetto, ma una cosa è certa: all'annuncio del fallimento Trump ha a sua volta annunciato l'inizio di una nuova fase del conflitto che è assolutamente lecito definire estremamente pericolosa. Del resto, la necessità di un cambio di marcia era evidente dato che i bombardamenti non hanno portato a risultati concreti né in relazione alla volontà di disarticolare il regime degli Ayatollah né in relazione alla volontà di distruggere la sua macchina bellica.
Al di là degli annunci roboanti di Trump lo stato iraniano ha infatti continuato a funzionare nonostante gli innumerevoli omicidi mirati tendenti a decapitare la sua classe dirigente e inoltre la sua macchina bellica ha continuato a lanciare missili fino all'ultimo secondo prima del cessate il fuoco. Tutto questo nonostante i generalissimi del Pentagono si sperticassero in conferenze stampa nelle quali spiegavano che l'Invincibile Armada a stelle e strisce avesse distrutto completamente la (decrepita) marina e la (vetusta) aeronautica iraniana. Senza spiegare però che il punto di forza dell'Iran non sta certamente in queste specialità ma nelle sue forze missilistiche imponenti e nelle sue città missilistiche costruite dentro le montagne e rivelatesi inespugnabili a qualsiasi bombardamento.
Al contrario i danni arrecati alle forze armate americane in Medio Oriente e a Israele sono evidenti nonostante la formidabile censura. Tutte le basi statunitensi nell'area sono state martellate da decine di missili e in buona parte sono state rese inutilizzabili per anni. Le flotte d'attacco statunitensi, inoltre, sono state tenute a centinaia di miglia dalle coste iraniane grazie alla presenza di una ingente quantità di missili antinave a lunga gittata di produzione cinese. Temo che non avremo mai conferma ufficiale delle tante voci che girano su danni causati alle navi americane sia da missili che droni iraniani, ma ad ogni buon conto gli ammiragli statunitensi hanno capito che era meglio girare alla larga dalle coste persiane.
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Perché abbiamo ancora bisogno della Comparative Economics*
di Emilio Carnevali
Emilio Carnevali parte dall’osservazione che lo studio comparativo di sistemi economici alternativi (per lungo tempo incentrato sul confronto fra socialismo e capitalismo) è scomparso dalle aule universitarie dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine del socialismo reale. Carnevali sostiene che si tratta una grave perdita perché la "Comparative Economics", opportunamente intesa, può ancora essere di grande utilità, soprattutto considerando che crescono i motivi di insofferenza verso lo status quo
Il n’est pas de connaissance véritable sans un
certain clavier de comparaison (Marc Bloch)
Qualche anno fa ho cominciato a interessarmi di una materia che nel sistema universitario anglosassone era solitamente chiamata Comparative Economics (tradotta spesso da noi come “Sistemi Economici Comparati”). Per prima cosa, ho acquistato un po’ di libri considerati dei “classici” della disciplina. Si trattava di volumi che non vengono più ristampati da anni, ma che sono spesso disponibili per poche sterline sulle piattaforme di libri usati del Regno Unito, dove allora vivevo. Quando mi arrivò il manuale di economia sovietica dello studioso britannico di origini russe Alec Nove, vidi che sul frontespizio e sul taglio anteriore sfoggiava un bel timbro rosso: Property of the Financial Times. Molti libri che ho acquistato da allora sugli stessi argomenti sono segnati da timbri analoghi. Un tempo appartenenti a librerie universitarie, istituzioni pubbliche, think tank e organi di informazione, vengono ora venduti nel mercato dell’usato, o semplicemente mandati al macero, come guide turistiche contenenti numeri di telefono di ristoranti e alberghi che non esistono più.
D’altra parte, la materia Comparative Economics non figura praticamente più nei curriculum delle facoltà di economia a livello internazionale, almeno nell’accezione tradizionale di confronto fra sistemi economici diversi (come capitalismo vs socialismo). È opinione largamente condivisa che studiare queste cose sia, se una perdita di tempo, un cattivo investimento del tempo (e una scelta decisamente autolesionista se guardata attraverso il prisma della carriera accademica). È un bagaglio di conoscenze non più utile alla formazione del buon economista di oggi di quanto sia la conoscenza dell’uso delle sanguisughe nella medicina di epoca vittoriana alla formazione del buon medico. In un mondo in cui non esistono più sistemi economici chiaramente alternativi al capitalismo globale che si è affermato dopo il crollo del muro di Berlino, è certamente comprensibile la volontà di dare priorità ad altri temi.
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Come l'Iran sta vincendo la terza guerra del Golfo: difesa a "mosaico" e strategie missilistiche
di Alessandro Bartoloni
Analisti di tutto il mondo e ormai anche giornali di analisi strategica filostatunitensi come Foreign Affairs sottolineano come Stati Uniti e Israele, nonostante gli incessanti bombardamenti e l’uccisione di migliaia di persone, abbiano mancato gli obiettivi iniziali con i quali erano entrati in guerra. Ritrovandosi così a combattere esattamente il tipo di conflitto per il quale Teheran si stava preparando da più di 30 anni.
La strategia con cui Trump e Netanyahu sono entrati in guerra il 28 febbraio scorso è quella nota come “shock and awe” (“colpisci e terrorizza”), utilizzata con successo in Iraq nel 2003 e che ha portato, solo nelle prime 24 ore, a lanciare sull’Iran oltre 800 missili da crociera, munizioni stealth e attacchi informatici al fine di decapitare la leadership iraniana e compromettere il sistema missilistico controaereo del paese.
Un mix che avrebbe dovuto portare, secondo i piani, al collasso della catena di comando e a un cambio di regime in favore di un governo filo-occidentale; o, quanto meno, a una nuova leadership della Repubblica che firmasse una resa di fatto e ponesse il sigillo sull’egemonia di Washington e Tel Aviv sul Medio Oriente.
Nel suo primo discorso di guerra Trump aveva parlato di una guerra di pochi giorni. Il ministro della guerra Hegseth di schiacciante superiorità militare. Ma le cose sono andate molto diversamente. Il volume di missili e droni con cui Teheran ha contrattaccato non è mai diminuito, ed è riuscito a neutralizzare le batterie chiave della difesa aerea USA e israeliane, danneggiato gravemente le basi militari statunitensi nel Golfo Persico, colpito la raffineria israeliana di Haifa e, soprattutto, mantenuto il controllo militare dello stretto di Hormuz, dove colpisce tutte le navi che provano a passare senza il suo permesso.
Ma non è tanto con i parametri della guerra convenzionale che bisogna giudicare la strategia iraniana: è naturale che in termini di danni subiti dai mezzi e dalle infrastrutture militari l’Iran sia stata colpita molto di più dei suoi avversari
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L’età della pietra e l’ipocrisia della sinistra internazionale
di Fatemeh Sadat-Serki
Questo articolo, scritto, sotto il fuoco nemico, ci è stato inviato da Fatemeh Sadat-Serki a Teheran nel trentaquattresimo giorno dell’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran. Fatemeh è un’attivista sociale di sinistra e una nota ricercatrice nel campo della filantropia d’impresa in Iran, con diversi progetti di successo per l’emancipazione economica e lo sviluppo comunitario tra le comunità più vulnerabili del paese.
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Sono trascorsi trentaquattro giorni dall’inizio della guerra e i dati che emergono dai vari quartieri di ogni città dipingono un quadro orribile e sconvolgente della palese violazione dei principi umanitari. Secondo i rapporti della Mezzaluna Rossa, al 2 aprile, più di 3000 civili sono stati uccisi. Almeno 117.239 unità abitative civili sono state danneggiate. Più di 300 centri sanitari, scuole, strutture della Mezzaluna Rossa e persino diversi elicotteri di soccorso sono stati presi di mira o distrutti. Questi vengono colpiti dalle tecnologie di distruzione più precise nel contesto dell’indifesa aviazione iraniana. Questi numeri non sono semplici statistiche; sono una testimonianza vivente del crollo dei confini dell’umanità di fronte alla spietata logica della guerra.
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La vera guerra nascosta dalla teoria del pazzo
di Salvatore Minolfi
Un esercizio di base che ogni storico dovrebbe fare con sé stesso, per liberarsi dal sovraccarico caotico e disorientante degli eventi del presente, dovrebbe essere quello di mettere distanza, per provare a ripensare ciò che accade ora dalla prospettiva del futuro e conservare solo quelle due o tre cose veramente essenziali per capire, sbarazzandosi dell’inutile zavorra.
Ci proviamo. Tra cinquant’anni – poniamo nel 2076, a trecento anni dalla rivoluzione americana – come vedremo la guerra scatenata in questi mesi da Stati Uniti e Israele contro l’Iran? Come la inquadreremo, quando sarà sbiadito ogni ricordo dell’inarrestabile declino cognitivo dei presidenti americani e l’efferatezza patologica dei dirigenti di Isra-Hell sarà l’oggetto residuale di una serie pornografica di B-Movies?
Nessuno vuol negare l’importanza del fattore umano e delle specifiche patologie di questo o quel dirigente, se non altro perché gettano luce sulle condizioni delle società che li hanno selezionati per dirigere i rispettivi Stati. Ma tra cinquant’anni, a chi ragiona del passato, servirà qualcosa di più serio e consistente.
Nel caos apparentemente incomprensibile degli eventi della guerra gli indizi non mancano.
L’Iran, com’è noto, è un paese molto grande: circa 1.650.000 km quadrati, l’equivalente di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Paesi Bassi messi insieme. Eppure, di fronte a tale vastità, i nostri serial killers non si sono lasciati sopraffare dal disorientamento.
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Blocco a Hormuz, crack a Washington... Ma follow the money
di Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”: https://www.youtube.com/watch?v=XC9qManzFdk https://youtu.be/XC9qManzFdk
Il mantra: destabilizzare
Il nuovo principio strategico è il contrario di quello perseguito da decenni: instabilità al posto di stabilità, insicurezza anziché sicurezza. Si tratta di scelta di necessità, se non di panico, ma ci si può anche guadagnare di più. Vi si affidano i primattori dell’imperialismo come i suoi scherani in periferia. E se a Washington i marosi suscitati dal nuovo approccio di necessità costringono a saltare perigliosamente da zattera a zattera, dalle nostre parti le capriole vedono gli ex militi dello squadrismo trumpista provare a scamparla – il referendum lo suggerisce – sotto il pastorale di un capogita più collaudato.
Persino una brigata Brancaleone, raffazzonata peggio di quella del cinema, ha inteso il cambio del vento, di quello che li ha seppelliti sotto una grandinata di NO. Siamo, a Washington dei padroni come tra i domestici, al si salvi chi può. Un redde rationem che vede Meloni porsi all’angolo del pugile in tonaca bianca e sospendere la proroga automatica del memorandum militare d’intesa con Israele che faceva l’Italia complice del genocidio. Tanta roba. Tutto merito dell’Iran.
Il NYT e le sue gole profonde
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Venezuela, la lezione d'aprile
di Geraldina Colotti
Esistono momenti in cui il tempo sembra ripiegarsi su se stesso, come l’Uroboro che si morde la coda: l’aprile del 2026, in Venezuela, non è una semplice ricorrenza del golpe contro Chávez, ma l’eco di quel trauma che si trasforma in scontro presente. Ieri come oggi, l'imperialismo tenta di decapitare la speranza sequestrando il corpo fisico e politico della Rivoluzione. Se nel 2002 lo fece per interposta oligarchia, oggi lo fa calando la maschera e mostrando con arroganza il volto del predatore, colpendo direttamente il Presidente Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores, sua moglie.
È il passaggio dal sabotaggio chirurgico al rapimento di Stato, il tentativo estremo di recidere il legame tra il leader e la sua base. Eppure, proprio in questa escalation di tecnologie belliche mai sperimentate e di menzogne globali, emerge una lezione antica: mentre Washington tenta di gestire una "transizione" che esiste solo nei suoi laboratori di propaganda, il chavismo risponde con la scienza della ritirata strategica. Non una resa, ma il compattarsi della materia politica per proteggere la "semina nuova" di Chávez, perché nessun sequestro può durare contro una coscienza collettiva che ha già preso gusto alla libertà.
Il sequestro di Chávez nel palazzo di Miraflores era arrivato al culmine di un susseguirsi di tensioni determinatesi dopo la mostra d'indipendenza manifestata dal presidente, che non aveva sottoscritto il programma di governo confezionato da Washington per il paese.
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Deindustrializzazione, una strada senza ritorno
di Vincenzo Comito
Le crisi e le guerre fanno riscoprire l’importanza dell’industria, ma da decenni i paesi occidentali perdono capacità produttive in tutti i settori, ora concentrate in Asia e in Cina. E le politiche di Stati Uniti ed Europa per reindustrializzare l’economia non stanno funzionando
Con la guerra all’Iran, la questione dei processi di deindustrializzazione è tornata a essere rilevante, in particolare per l’economia dei paesi che fanno parte della UE e per gli Stati Uniti.
Le cifre. Quanto è stato veramente rilevante il processo di deindustrializzazione dei paesi occidentali?
Un recente articolo comparso su Il Sole 24 Ore (Fotina, 2026) ci fornisce una prima valutazione. Secondo tale fonte tra il 2000 e il 2025 il peso del settore industriale sul totale del Pil dei vari paesi è sceso dal 20,3% al 17,6% in Germania, dal 17,7% al 15,0% in Italia, dal 14,4% al 9,5% in Francia, dal 16,3% al 10,5% in Spagna, dal 16,0% al 10% negli Stati Uniti. Tutti ne hanno dunque sofferto, anche se in misura differente. Forse non a caso chi ha avuto più problemi, come la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti, sono anche quelli che hanno cercato di varare successivamente con maggiore determinazione dei processi di reindustrializzazione. La Germania solo molto di recente sta cercando di fare qualcosa, mentre l’Italia appare forse la più smarrita e la più inerte di tutte.
Ma il processo di deindustrializzazione dei paesi occidentali appare in maggiore risalto se guardiamo a quello che è avvenuto nel frattempo in Asia. Prendendo spunto da alcune osservazioni di Emmanuel Todd, lo storico, demografo e antropologo francese, possiamo segnalare il peso delle produzioni anche solo dei paesi dell’area culturale confuciana (Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Taiwan) sul totale mondiale per alcuni prodotti. In tale area, in particolare in Cina, Corea del Sud, Giappone si produce il 95% del naviglio mondiale, circa l’80% dei chip, circa il 60% delle vetture, includendo in questo caso tutti i paesi asiatici, il 94% dei telefonini includendo l’India (l’82% senza), sempre l’85-90% dei televisori, mentre per quanto riguarda l’installazione dei robot industriali Cina, Giappone e Corea del Sud pesano per il 75-80% del totale mondiale.
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Trump e Netanyahu: due pazzi che giocano a fare Dio
di Jeffrey D. Sachs – Common Dreams
Quando leader squilibrati invocano una catastrofe divina come strumento politico, non sono solo i loro nemici a esserne travolti. Se non li fermiamo, saremo tutti vittime di questi due psicopatici
Ecco il messaggio pasquale di Donald Trump al mondo:
Martedì in Iran sarà il «Giorno della centrale elettrica» e il «Giorno del ponte», tutto in uno. Non ci sarà niente di simile!!! Aprite quel cazzo di Stretto, bastardi pazzi, o vivrete all’inferno – STATE A GUARDARE! Sia lodato Allah. Il Presidente Donald J. Trump
Donald Trump e il suo complice nei crimini di guerra, Benjamin Netanyahu, stanno conducendo congiuntamente una guerra di aggressione omicida contro l’Iran, una nazione di 90 milioni di persone. Sono in preda a tre patologie incascata. La prima è la personalità: entrambi sono narcisisti maligni. La seconda è l’arroganza del potere: uomini che possiedono il potere di ordinare l’annientamento nucleare e, di conseguenza, non provano alcun freno. La terza, la più pericolosa di tutte, è l’illusione religiosa: due uomini che credono, e a cui viene detto quotidianamente da chi li circonda, di essere messia che compiono l’opera di Dio. Ogni patologia esacerba le altre, così che insieme mettono il mondo in un pericolo senza precedenti.
Il risultato è una glorificazione della violenza che non si vedeva dai tempi dei leader nazisti. La domanda è se i pochi adulti del mondo – leader nazionali responsabili che rimangono fedeli al diritto internazionale e sono disposti a dirlo – possano frenarli. Non sarà facile, ma devono provarci.
Cominciamo dal disturbo psicologico alla base di tutto. Il narcisismo maligno è un termine clinico, non un insulto. Lo psicologo sociale Erich Fromm coniò questa espressione nel 1964 per descrivere Adolf Hitler, come una fusione di megalomania patologica, psicopatia, paranoia e personalità antisociale in un’unica struttura caratteriale. Il narcisista maligno non è semplicemente vanitoso: è strutturalmente incapace di provare autentica empatia, costituzionalmente immune al senso di colpa e guidato dalla convinzione paranoica che i nemici lo circondino e debbano essere distrutti. Già nel 2017, lo psicologo John Garnter e molti altri professionisti mettevano in guardia dal narcisismo maligno di Trump.
Quando il potere non incontra limiti, l’unico freno interno rimasto è la coscienza e lo psicopatico non ha coscienza.
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Iran: anatomia di un effimero cessate il fuoco
di Roberto Iannuzzi
Sebbene Stati Uniti e Israele non abbiano più le carte per disegnare un Medio Oriente a guida israelo-americana, non hanno ancora accettato la nuova realtà strategica
Lo scorso martedì 7 aprile si è rivelato una giornata drammatica nella guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Nel giro di poche ore si è passati dal timore di un’escalation in grado di distruggere infrastrutture energetiche e industriali strategiche non solo per il Golfo Persico, ma per l’intero pianeta, alla speranza nella possibilità di una de-escalation.
La paura che si sprofondasse verso l’irreparabile era stata scatenata da un post del presidente Donald Trump nel quale egli minacciava che “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, se l’Iran non avesse accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz attraverso il quale transitava, prima dell’inizio del conflitto, circa il 20% del petrolio mondiale.
Alcune ore più tardi, poco prima della scadenza dell’ultimatum di 48 ore imposto da Trump due giorni prima, veniva annunciato un cessate il fuoco di due settimane per negoziare la risoluzione del conflitto sulla base di dieci condizioni poste dall’Iran, segnando apparentemente una capitolazione statunitense.
I negoziati si sarebbero tenuti a Islamabad, capitale del paese ai cui sforzi di mediazione (supportati anche da Egitto, Turchia e Arabia Saudita) si doveva l’improvviso e inaspettato colpo di scena.
Sarebbe bastata una manciata di ore dopo l’annuncio ufficiale per comprendere che l’intesa era estremamente fragile, a causa dei violentissimi bombardamenti condotti da Israele sul Libano (paese che, secondo il comunicato ufficiale pakistano, sarebbe dovuto rientrare nel cessate il fuoco), dell’improvvisa decisione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di colpire alcune infrastrutture energetiche iraniane, e delle parziali ritrattazioni di Trump e di altri esponenti della sua amministrazione.
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Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale”
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Tutti giustamente concentrati sui due beni naturali più importanti del Golfo Persico (petrolio e gas), in pochi si sono occupati degli altri settori che sono andati in crisi in appena sei settimane di guerra. Certo, il mercato immobiliare e il turismo hanno ricevuto un po’ di attenzione, ma forse meno di quanto le centinaia di miliardi investiti tra Dubai e le altre capitali locali – oggi praticamente azzerati come valore di scambio – avrebbero meritato.
Silenzio assoluto, invece, causa ignoranza (anche nostra, non abbiamo difficoltà ad ammetterlo) sulle infrastrutture digitali che senza dare nell’occhio erano cresciute in modo esponenziale nell’ultimo decennio. Anche queste sono ricchezza, potenzialità, potere vero e proprio, disponibilità al dual use (civile e militare insieme), anche grazie all’interconnessione con il resto delle analoghe infrastrutture occidentali.
Una serie di legami a rete che rende totalmente irrazionale e materialmente impossibile il sogno statunitense di America first. Se tutto si tiene ormai da decenni, sbrogliare la matassa può creare solo danni. Soprattutto per chi quella matassa l’ha abbondantemente filata. Ossia gli Stati Uniti.
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