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L'avanzata del free software
"Non rinunciate al controllo"
Giulia Berardelli intervista Stefano Zacchiroli
Parla Stefano Zacchiroli, direttore del noto progetto Debian per un sistema operativo libero. L'appello ai più giovani: "Siate vigili su ciò che organizza la vostra vita". La ricetta per il cambiamento: alfabetizzazione informatica e spirito critico
QUANDO ha iniziato a "smanettare" con l'open source, Stefano Zacchiroli era poco più di un ragazzino. A quei tempi, studente di Informatica all'Università di Bologna, non avrebbe mai immaginato che nell'arco di una decina d'anni sarebbe diventato il leader di Debian, uno dei più importanti progetti per la distribuzione del software libero. Un'istituzione, per chi conosce almeno i fondamentali dell'universo open source. Oggi Zacchiroli vive a Parigi, dove oltre a dirigere la vivacissima comunità di programmatori insegna Informatica all'Università Paris Diderot. Repubblica.it lo ha raggiunto per farsi raccontare il presente del software libero e provare a immaginarne il futuro. Un futuro in cui - avverte Zacchiroli - gli utenti dovranno sviluppare un maggiore senso critico, se non vogliono correre il rischio di rinunciare ogni giorno a un po' della loro libertà.
Partiamo proprio da qui. In che senso un software può incidere sul nostro grado di libertà?
"Un software è libero quando l'utente ne ha il controllo totale. Che questo software giri su computer, tablet, telefono o televisione, poco importa. Libertà vuol dire poter usare il software senza limitazioni di scopi, poterlo copiare e soprattutto poter guardare come è stato fatto, ossia vederne il codice sorgente, e modificarlo. Ciascun programmatore sa decifrare il codice sorgente, mentre se ha solo il codice binario non può fare granché. Avere a disposizione il codice sorgente significa poter modificare il software e ridare al mondo, come un atto di collaborazione, le nuove modifiche".
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“SHOCK ECONOMY” all’italiana
Ovvero come operano i nipotini di M. Friedman nel nostro paese
di Guglielmo Zanetta
La distruzione di posti di lavoro in Italia ed in Europa Meridionale non è solo a causa della globalizzazione, non è casuale, non è irrazionale; è la distruzione sistematica di una “parte sostanziale”, “dei diritti” della comunità, allo scopo di trasformarla e ridefinire il modo di essere, le relazioni sociali e il nostro futuro.
Questo governo agisce come altri autoritarismi del passato, coprendo gli errori e le ingiustizie di chi ha rubato; non c’è spazio per altre idee e tipologie di pensiero e di persone; indicative sono le dichiarazioni di Monti al parlamento ed alla stampa.
Le persone che non rientrano nel nuovo ordine sono quelle “collocate nei settori che intralciano la configurazione della nuova Italia”, vedi i lavoratori della FIOM e il loro sindacato. Così Berlusconi e Marchionne hanno fatto da apripista a Monti, con la complicità di parte di un parlamento che ha rappresentato solo i poteri forti in questi ultimi 20 anni.
Queste persone sono complici del disastro italiano ed oggi pontificano e fanno pagare il prezzo alla classe lavoratrice, non a chi la ha generata, creando solo paura ed insicurezza. Il centro destra (e non solo) dopo aver infangato l’Italia, deriso la classe lavoratrice e sostenuto che eravamo fuori dalla crisi, oggi concorre alla distruzione dello stato sociale.
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L’attività di produzione
Evoluzione delle forme di organizzazione dell’impresa capitalistica
di Andrea Fumagalli*
1. Introduzione
Nella teoria economica dominante, il concetto d’impresa è sinonimo di libera iniziativa privata, è l’esprit del capitalismo. Il termine stesso deriva da “intrapresa”, ovvero l’iniziativa del fare, legato all’attività individuale.
Nella Teoria dell’Equilibrio Economico Generale (Walras, 1974), l’attività d’impresa non a caso coincide con l’attività individuale. Il processo economico viene descritto come un’unica attività di scambio tra agenti economici (individui) che si scambiano le merci che possiedono, o perché proprie dotazioni iniziali, o perché accumulate nel passato al fine di ottenerne un guadagno (utile). Non esistono classi (aggregati) sociali né organizzazioni. Il sistema economico è così definito da un numero finito di agenti economici, il cui comportamento è caratterizzato da razionalità strumentale, “path-independency”, preferenze diverse e struttura informativa più o meno completa e perfetta. Ogni agente economico è in grado di individuare una funzione obiettivo, che si diversifica sulla base non solo delle preferenze ma anche delle dotazioni di partenza, retaggio del tempo passato. Preferenze e dotazioni, tuttavia, non costituiscono un vincolo alle potenzialità individuali. La storia passata non conta più di tanto e tutto il problema economico è racchiuso nel presente oppure, meglio, nell’attualizzazione delle attese future. Nella diversità, dunque, gli individui hanno pari opportunità e potenzialità, seguono cioè la stessa legge di comportamento senza alcuna discriminazione: sono individui liberi e potenzialmente uguali.
Il libero scambio, in tale contesto, diventa la condizione principale per la piena libertà individuale.
Ne consegue che, se il sistema economico è composto solo da individui e se il valore delle merci è determinato sulla base del principio della scarsità, non esistono organizzazioni sovra-individuali, ovvero non dovrebbero esistere le imprese ma solo singoli produttori.
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Tutti ancora più precari
Giovanna Vertova
La Riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita si propone un obiettivo ambizioso: «realizzare un mercato del lavoro dinamico, flessibile e inclusivo, capace di contribuire alla crescita e alla creazione di occupazione di qualità, ripristinando al contempo la coerenza tra flessibilità del lavoro e istituti assicurativi». Il testo della riforma al momento disponibile è suddiviso in 9 aree di intervento: tipologie contrattuali; disciplina su flessibilità in uscita e tutele del lavoratore; ammortizzatori sociali; estensione delle tutele in costanza di rapporto di lavoro; protezione dei lavoratori anziani; interventi per una maggiore inclusione delle donne; diritto al lavoro dei disabili; contrasto del lavoro irregolare degli immigrati; politiche attive e servizi per l'impiego. Gli obiettivi espliciti del Governo sono «il funzionamento del mercato del lavoro, lo sviluppo e la competitività delle imprese, la tutela dell'occupazione e dell'occupabilità dei suoi cittadini». Limiterò le mie considerazioni agli aspetti che ritengo principali: tipologie contrattuali, flessibilità in uscita, ammortizzatori sociali, l'inclusione delle donne nella vita economica.
Sulle tipologie contrattuali, l'azione di governo mira a «preservare gli usi virtuosi e a limitare quelli impropri» (utilizzati per abbattere il costo del lavoro). Per l'inserimento nel mercato del lavoro, viene individuato un percorso privilegiato: l'apprendistato, «punto di partenza verso la progressiva instaurazione di rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato». Tuttavia, la preferenza governativa per il lavoro subordinato a tempo indeterminato è contraddetta nella frase successiva: «Pur mirando a favorire la costituzione di rapporti di lavoro stabili, la riforma intende preservare la flessibilità dell'uso del lavoro necessaria a fronteggiare in modo efficiente sia le normali fluttuazioni economiche, sia i processi di riorganizzazione».
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#Occupy #Lenin
di Mimmo Porcaro
1. Nella sua Storia della prima repubblica Aurelio Lepre ci offre, fra le molte altre, un’osservazione di particolare interesse: “Il mito della rivoluzione che si diffuse nell’immediato dopoguerra e si consolidò nei due decenni successivi ebbe caratteri del tutto particolari. Si sognò una rivoluzione che avvenisse per impulso esterno (crollo del ‘capitalismo imperialistico’ o definitiva affermazione pacifica del modello sovietico) e non a costo di una terza guerra mondiale e di una guerra civile. Una proiezione di questo sogno fu la vastità dei consensi che riscuoteva anche a livello di massa la teoria della crisi irrimediabile del mondo capitalista, che, si credeva, poteva essere in qualche modo ritardata, ma non evitata. Essa consentiva di ritenere raggiungibile, grazie alla forza dei processi storici, un obiettivo a cui non si voleva rinunciare ma di cui, in concreto, non si vedeva nessuna scorciatoia per arrivarci”. E aggiunge Lepre che lo stesso mito di Stalin aveva, in questo senso, addirittura una funzione tranquillizzante: tanto che Elio Vittorini poteva contrapporre il saggio gradualismo del “piccolo padre” georgiano al rigorismo rivoluzionario di un Lenin.
L’idea che guida le brevi note che seguono è che una tale visione evoluzionistica del superamento del capitalismo o della costruzione del “mondo possibile” si è imposta, con le debite varianti, fino agli inizi del XXI secolo, e che la crisi l’ha resa ormai inservibile, suonando nuovamente l’ora di Lenin.
2. Che un forte evoluzionismo sia il pur velato nume tutelare di quasi tutte le strategie anticapitaliste della seconda metà del vecchio secolo e degli albori di quello nuovo è cosa difficile da negare. La crescita della democrazia progressiva, poi quella del contropotere operaio, poi quella dei soggetti desideranti, infine quella della democrazia partecipata, dell’economia sociale e della moltitudine, tutte a loro modo presuppongono che il capitalismo tenda per propria natura ad estinguersi, o perché intossicato dal lento veleno di una crisi storica, o perché minato dalle nuove relazioni e dai nuovi soggetti che il suo stesso sviluppo è costretto a creare.
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Doppie bombe per una strage e un film
Giorgio Boatti
Viene presentato a Milano il 26 marzo e sarà nelle sale italiane dal 30 marzo il film che Marco Tullio Giordana, il regista de La meglio gioventù e I cento passi, dedica alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Con Romanzo di una strage, il nuovo film di Giordana, la Fictory – complessa forma di cobelligeranza tra la Fiction e la History, disciplina non esente da episodi di fuoco amico e da regole di ingaggio in continua evoluzione a seconda degli scacchieri tematici e cronologici investiti – mette così piede nella penisola italiana.
Proprio in vista dell’uscita del film di Marco Tullio Giordana Eugenio Scalfari rievoca, sulle pagine del quotidiano “Repubblica” da lui fondato, i giorni di Piazza Fontana e quelli venuti dopo. È una ricostruzione che, giungendo da un personaggio eminente della scena pubblica dell’ultimo mezzo secolo italiano, non può certo lesinare gli “io c’ero”.
“Intervengo perché io c’ero” - scrive Scalfari – “Ho assistito direttamente a gran parte di quei fatti come cittadino, come giornalista e come deputato al Parlamento”.
Traccia dunque il lungo elenco dell’“io c’ero”:
“Ero a Milano in via Larga quando fu ucciso il poliziotto Annarumma…”.
“La sera di quei giorno ero nell’aula magna dell’Università Statale…”.
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Fenomenologia della canotta
di Andrea Cortellessa
È (ri)cominciato tutto con Craxi. È la fine di giugno del 1991 e a Bari fa decisamente caldo, quando va in scena il quarantaseiesimo congresso del PSI. L’architetto di regime, Filippo Panseca, stavolta ha voluto strafare: allestendo addirittura (dopo la piramide di due anni prima) degli archi di trionfo, alle spalle del podio dal quale prende le parole il Leader. Non ha pensato a una cosa, però: alla climatizzazione. E così il discorso di Craxi passa alla storia non per le citazioni da Turati, per le solite pause interminabili o le non meno consuete minacce oblique: ma per la canottiera che traspare, oscena, dalla camicia bianca trasparente e impregnata di sudore (un pezzo memorabile lo scrive allora, quantum mutatus ab illo, Giampaolo Pansa). Quello stesso segno del corpo, quell’attributo indumentario così intimo – che in un Craxi cupo, stravolto, vicino al precipizio era apparso a tradimento, come una verità nascosta, eloquente quanto inconfessabile – di lì a poco diventa un brand. Chi lo esibisce fieramente è l’astro nascente della post-politica italiana – Umberto Bossi da Soiano, frazione di Cassano Magnago, provincia di Varese – in un momento decisivo della sua parabola spregiudicatamente manovriera: nell’estate del 1994, all’indomani del “ribaltone” col quale pone fine al primo governo Berlusconi, in vacanza in Sardegna si fa fotografare e videoriprendere appunto in canotta e calzoncini da basket sbrindellati.
Come spiega Marco Belpoliti nella Canottiera di Bossi, appena uscita terza parte di una trilogia sulle politiche del corpo nella società dello spettacolo (iniziata con Il corpo del Capo nel 2009 e proseguita l’anno seguente con Senza vergogna – che di nuovo sul corpo-segno di Berlusconi si apriva e si chiudeva), la scelta del look si mostra evidente, in questo caso, nel suo valore performativo, cioè di «atto linguistico»: che, nel regno dell’immagine, al posto delle parole (o insieme alle parole, piuttosto) si vale delle posture, dei comportamenti, dei gesti.
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Il ghiaccio era sottile. Per una storia dell’autonomia*
di Marcello Tarì
Nelle tante peregrinazioni, incontri fortuiti, discussioni circostanziate e chiacchiere senza scopo fatte qui e là nel mondo, mi è spesso capitato di dibattere o di essere interrogato dai miei compagni di parola sulla breve vicenda storica narrata in questo libro il quale, in tutta evidenza, si è costruito dentro e insieme a questi incontri. Quello che io stesso e i miei amici abbiamo imparato al riguardo è molto semplice in fin dei conti e cioè che la storia dei movimenti autonomi italiani degli anni ’70, man mano che passavano i decenni, invece di fissarsi nel passato è divenuta un punto di riferimento importante nell’immaginario politico di tutti coloro che ovunque, nel presente, provano a organizzarsi in senso rivoluzionario.
Certamente si tratta di un immaginario frammentario, basato molto spesso sul “sentito dire” e su informazioni indirette, ma che porta con sé molto più di una semplice curiosità storiografica: contiene la ricerca e la scrittura collettiva di una sorta di romanzo di formazione che accompagni le lotte in corso. Nessun “professore” o “maestro” può, oggi come ieri, scrivere questo romanzo i cui capitoli prendono nome dai luoghi o dalle date delle rivolte, da episodi minori di resistenza, da esperienze di vita collettiva particolarmente felici, da titoli di libri che viaggiano come dei proiettili oppure da nomi propri divenuti dei «personaggi concettuali». Un racconto la cui cronologia non rispetta quella ordinata, «omogenea e vuota», dettata dalla storiografia imperiale ma risponde solo alla discontinua densità della temporalità rivoluzionaria.
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"Star sui coglioni a tutti"
Appunti per un discorso in difesa della scuola
di Girolamo De Michele*
1. Nel maggio 1967, quando viene pubblicata la Lettera a una professoressa, quasi due terzi degli italiani – il 63%, per l'esattezza – non sono in grado di riassumere un articolo di giornale dopo averlo letto, e più della metà – il 52% – è incapace di applicare nella realtà quotidiana le nozioni di base della matematica. La capacità di comprendere un testo complesso – un romanzo, un articolo di approfondimento corredato da tabelle e cifre – era limitata all'1.9% della popolazione, compresa quella scolarizzata. Mi sembra un quadro eloquente di cos'era l'analfabetismo ai tempi di quella scuola pre-sessantottarda tanto citata, come esempio positivo, da chi si riempie la bocca di stronzate.
Nei 30 anni che sono seguiti al fatale 1968, la percentuale di analfabeti di ritorno è scesa a poco più del 20% degli scolarizzati, e quella di cittadini attivi, dotati degli indispensabili strumenti per comprendere il mondo ed essere attivi nell'esercizio dei diritti, è salita al di sopra del 10%. Lo ricordo a chi si riempie la bocca con il mantra degli insegnanti che non vogliono farsi valutare: sono questi dati il vero test di valutazione della scuola. E ricordo che stiamo parlando non di risultati rilevati all'uscita dalla scuola, ma di competenze e capacità che si sedimentano nella società attraverso gli anni. Questa è la colpa della scuola italiana: aver combattuto la battaglia di don Milani contro una scuola di classe, cinghia di trasmissione e di assoggettamento del potere e del sapere dominanti. Quando la scuola italiana ha cominciato a scalfire questo dispositivo, sono iniziati gli attacchi alla scuola pubblica.
2. Il neo-sottosegretario all'Istruzione Rossi Doria ha rilasciato inequivoche dichiarazioni sui test INVALSI. La più sconcertante è quella del consenso: appena il 5% delle scuola si sono dichiarate contrarie ai test di valutazione. Forse il sottosegretario Rossi Doria ignora che quel 5% è la percentuale delle scuole che sono riuscite, nonostante tutto, a esprimersi sui test di valutazione: perché alla quasi totalità degli insegnanti è stata impedita la libera espressione sul proprio luogo di lavoro, sancita dall'articolo 1 dello Statuto dei Lavoratori.
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Il Governo della decrescita (infelice) e l'esigenza di una sinistra unita
di Riccardo Achilli
Un Governo privo di qualsiasi idea di crescita e sviluppo
Parliamoci chiaro: nessuno dei provvedimenti che l'attuale Governo Monti ha preso nei quattro mesi della sua esistenza è mirato a promuovere crescita e sviluppo. La riforma del mercato del lavoro è costruita esclusivamente attorno a due obiettivi.
Il primo è quello di favorire il calo della spesa previdenziale, quindi contribuire al raggiungimento del pareggio di bilancio reso costituzionalmente obbligatorio, un risultato, questo, che nemmeno Berlusconi e Tremonti avevano potuto conseguire, perché il Pd, che era contro tale vincolo quando al Governo c'era Berlusconi, adesso che spera di racimolare qualche spicciolo di potere con il sostegno al Governo-Monti, è diventato all'improvviso favorevole. Tornando alla spesa previdenziale, l'Aspi costerà 2 miliardi all'anno, mentre la parallela abrogazione della cassa integrazione straordinaria per crisi aziendale, dell'indennità di mobilità e di quella di disoccupazione comporterà un risparmio di 4,5 miliardi circa, con un beneficio netto per le casse dell'INPS di 2,5 miliardi all'anno (fonte: INPS). Inoltre, l'introduzione dell'imposta di 1,4 punti calcolata sulle retribuzioni dei precari potrebbe valere, secondo le prime stime, un gettito aggiuntivo pari a 700-750 milioni di euro (che peraltro, in assenza di una previsione di reddito minimo garantito, pagheranno i lavoratori, perché le imprese, per pagare l'imposta aggiuntiva, ridurranno di conseguenza le retribuzioni). In complesso, quindi, fra minori spese e maggiori entrate, il bilancio pubblico avrà un beneficio di circa 3-3,3 miliardi di euro all'anno.
Il secondo obiettivo è quello di favorire le ristrutturazioni delle imprese, cioè in parole povere, l'espulsione di personale, tramite la più facile flessibilità in uscita.
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Dubbi sulla salute giuridica di Giorgio Napolitano
di Rodolfo Ricci
E’ difficile comprendere il comportamento del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano. “La figura del Presidente non si attacca mai, perché rappresenta l’unità della Nazione”: questo si insegnava nelle scuole della politica della prima Repubblica. A parte i casi, previsti dalla Costituzione, in cui sussistano evidenze di alto tradimento o di manifesta incapacità per i quali sono previste le procedure di impeachment oppure di necessaria sostituzione. Ciò che reca sempre più dubbi sulla capacità del Presidente Napolitano è il suo continuo, insistente e progressivo interventismo sul tavolo di gioco della politica nazionale, decisamente squilibrato a favore del Governo Monti e delle sue misure e a contrasto di ogni posizione critica che venga da pezzi di politica, dei sindacati, dei movimenti sociali.
Il Presidente, che ha manifestato un equilibrio fin troppo attento nei primi due anni del Governo Berlusconi, ormai da diverso tempo entra direttamente nell’agone e nella discussione politica nazionale esprimendo posizioni che valicano il limite delle sue funzioni di arbitro super partes, a partire dall’acceso sostegno all’interventismo nella guerra alla Libia con relativi bombardamenti effettuati degli aerei italiani, che considerò “la naturale evoluzione di decisioni prese dalla comunità internazionale”.
In quell’occasione ha operato una forzatura oggettiva sulle prerogative del governo allora in carica, molto restio, come si ricorderà, ad intervenire; una forzatura che, stando all’attuale evoluzione post bellica in Libia, contraddistinta dalla spaccatura del paese, dallo scorazzare di bande jihadiste, qaediste, dalla manifesta violazione dei diritti dell’uomo recentemente denunciata da Amnesty International e dalle stesse agenzie ONU, è stata sbagliata e scorretta in sé, oltre che per la evidente perdita dell’ importante posizione strategica dell’Italia nel paese nord africano, ed ha comportato l’ennesima violazione dell’Art.11 della Costituzione.
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Lezioni di default dalla crisi greca
di Andrea Fumagalli
A più di una settimana dalla conclusione della ristrutturazione del debito greco, può essere utile, a mente più serena, ripercorrere e valutare le tappe che hanno portato ad un vero e proprio default controllato.
Il 9 marzo scorso si è chiuso l’operazione di scambio (swap) di titoli di Stato greci che ha coinvolto i creditori privati. Da un punto di vista tecnico, la maggior parte degli investitori istituzionali e privati, che hanno dato la propria adesione, hanno accettato di cambiare i propri titoli con nuovi titoli di minor valore: in particolare, i vecchi titoli di stato sono stati scambiati con:
a. nuove obbligazioni con scadenze comprese fra il 2023 e il 2042 dal valore nominale complessivo pari al 31,5% dei titoli originariamente in possesso (quindi una svalorizzazione del 68,5%); b. un warrant (titolo finanziario particolare) emesso dalla repubblica ellenica con importo nominale pari al 31,5% (quindi una svalutazione ancora del 68,5%) e scadenza nel 2042 che darà diritto al pagamento di interessi annuali nel caso in cui la Grecia dovesse osservare il previsto percorso di crescita del Pil. c. nuovi titoli zero coupon emessi dall’Efsf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) con scadenze a 12 e 24 mesi aventi un valore nominale pari al 15% (perdita dell’85%).In conclusione si è trattata di una riduzione del valore dei titoli di stato greci mediamente pari al 73% del valore nominale. Il risultato è stato un taglio netto del debito greco privato da 206 a 107 miliardi di euro, pari a più di un terzo del debito complessivo.
Tale riduzione ha prevalentemente interessato le grandi banche europee. L’adesione degli istituti di credito all’offerta di concambio è stata, comunque, massiccia. Le 450 aziende rappresentate dalla Institute for International Finance hanno accettato tale taglio su un patrimonio complessivo vicino ai 110 miliardi di euro.
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Un atelier segnato dall'usura del tempo
Stefano Petrucciani
Pubblicate alcune lezioni tenute da Lucio Colletti prima del definitivo congedo dal marxismo. Testi tuttavia importanti perché indicano strade di ricerca che potrebbero condurre a un'analisi dei rapporti conflittuali tra capitalismo e democrazia
È un peccato, almeno a mio modo di vedere, che la bizzarra vicenda politica di Lucio Colletti (il suo transitare dal Partito d'Azione al comunismo di sinistra, poi al craxismo e infine al centro-destra) abbia fatto passare in secondo piano l'interessante contributo intellettuale che egli ha dato in quanto studioso e interprete di Marx e del marxismo. Un'occasione per tornare a rifletterci è data oggi dalla pubblicazione, a poco più di dieci anni dalla sua morte, delle lezioni che egli dedicò al Primo Libro del Capitale (Il paradosso del Capitale. Marx e il primo libro in tredici lezioni inedite, a cura di Luciano Albanese, prefazione di Giancarlo Galli, Liberal edizioni, Roma 2011, pp. 210, euro 13,00.
Per quanto riguarda il metodo, la lettura collettiana di Marx si qualifica per alcune caratteristiche che la rendono difficilmente comparabile con altre: le tesi che Colletti propone sono sempre molto nette e prive di sfumature (come era nel suo carattere); e soprattutto sono presentate con una non comune nitidezza e lucidità di esposizione. Un pregio, questo, che caratterizza anche le lezioni ora pubblicate, risalenti all'inizio degli anni Settanta e cioè al periodo immediatamente precedente la svolta verso una radicale critica del marxismo, che Colletti consegnò alla famosa Intervista politico-filosofica, apparsa prima sulla «New Left Review» e poi nel '74 da Laterza in un volume che comprendeva anche il saggio Marxismo e dialettica.
Tra Francoforte e Jena
Le interpretazioni filosofiche di Marx nel Novecento (una discussione riaperta, nel 1923, da Storia e coscienza di classe di Lukács) si sono disposte fondamentalmente secondo due assi di divisione: dialettici e antidialettici (cioè più o meno simpatetici nei confronti del nesso tra Marx e Hegel) e continuisti e discontinuisti (cioè più o meno propensi a vedere una frattura tra il Marx giovane e quello della maturità).
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Signoraggio FAQ
Ovvero come ho imparato a non preoccuparmi del Complotto e a odiare il Capitale
di Mauro Vanetti e Luca Lombardi
È vero quello che ho letto sul signoraggio?
Probabilmente no. Questo è un tema su cui si fa molta disinformazione; le fonti di questa disinformazione sono gruppi fascisti o rossobruni (cioè fascisti camuffati da comunisti), teorici del complotto e moltissima gente in buona fede che si è convinta che queste teorie spieghino come le banche e il capitalismo ci schiavizzino. Chiameremo quelli che diffondono bufale sul signoraggio “signoraggisti”.
Le banche e il capitalismo ci schiavizzano?
Sì. Ma la teoria del signoraggio non ci aiuta a capire come, né come fare a rompere questa schiavitù.
Che cos'è il signoraggio?
Il signoraggio è il guadagno realizzato dall'emissione di moneta. Se l'emissione di moneta ha un costo (per esempio, nel caso delle monete metalliche, il costo del metallo e i costi di funzionamento della zecca), il signoraggio è la differenza tra il valore nominale della moneta e il suo costo di produzione.
Chi ci guadagna dal signoraggio?
Lo Stato o la banca centrale, a seconda dei casi. Anche quando a guadagnarci è la banca centrale, gran parte o la totalità degli utili della banca vanno comunque per legge allo Stato.
Chi ci perde dal signoraggio?
Tutti quelli che posseggono denaro denominato nella valuta che viene emessa, perché si svaluta – ovvero, si alzano i prezzi e peggiora il cambio con valute straniere.
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Recensione a Titanic Europa di Giacchè
di Riccardo Bellofiore
Vladimiro Giacché inizia il suo libro Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato (Aliberti editore, Roma 2012, 14 euro) in modo fulminante, citando il film di John Landis Blues Brothers. Più precisamente la scena dove Jake (John Belushi) incontra la ex fidanzata da lui lasciata sola all’altare, minacciosamente armata di fucile d’assalto M16, intenzionata ad una resa dei conti finali. Jake inanella una serie di scuse palesemente infondate, una più dell’altra. Così, ci dice Giacché, è per la lettura delle cause della crisi che ci è stata rifilata in questi anni. Non è uno dei pregi minori di questo libro agile, che si legge d’un fiato per la scrittura limpida e la chiarezza delle argomentazioni, il fatto di smontare la narrazione dominante: una narrazione che come nel caso di Jake - Giacché non lo dice, ma lo fa capire – è risultata miracolosamente convincente. Un’altra vera e propria ‘fabbrica del falso’. Sicché, passata la fase più grave della tormenta 2007-2009 ci si illuse di esserne fuori, mentre ora si va profilando una seconda immersione, forse ancora più grave, nella Grande Recessione. Se non il rischio di scivolare in un nuovo Grande Crollo, come negli anni Trenta del secolo scorso.
Chi è alla ricerca di una descrizione aggiornata dell’evoluzione della crisi, dalla prima fase centrata sugli Stati Uniti, alle risposte di politica economica che hanno spostato il debito dai soggetti privati allo Stato, al presente incubo europeo, trova qui, per così dire, il libro più breve, succoso, e intrigante: anche perché Giacché è sempre attento alle questioni teoriche sottostanti, e alle implicazioni di politica economica. Giacché ha, ai miei occhi, un solo competitore, forse adesso un po’ datato, perché precedente la deriva per cui l’esplodere del debito sovrano ha messo in questione l’esistenza stessa dell’euro, e precedente la crisi europea come moltiplicatore della crisi globale: il libro di Paul Mason, Meltdown: The End of the Age of Greed, Verso 2008 (in italiano: La fine dell’età dell’ingordigia. Notizie sul crollo finanziario globale, Bruno Mondadori, 2009).
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La crisi, Keynes, la decrescita
Giorgio Lunghini
Proibire la guerra e ogni strumento bellico, cambiare radicalmente stile di vita, evitare sprechi energetici, rinunciare a mode e prodotti inutili. Siamo pronti a diventare keynesiani?
Sul manifesto sono frequenti scritti che a fronte della crisi evocano la questione dell'ambiente e dei beni comuni, che come via di uscita invocano la teoria della decrescita, e per i quali Keynes non basta più. Hanno ragione tutti, salvo che su un punto: Keynes non è mai servito, se non come alibi abusivo per forme di keynesismo bastardo o criminale, forse perché il capitalismo non vuole essere migliorato, e per ragioni che aveva ben chiare Kalecki: «Ogni allargamento dell'ambito dell'attività economica dello Stato è visto con sospetto dai capitalisti; ma l'accrescimento dell'occupazione tramite le spese statali ha un aspetto particolare che rende la loro opposizione particolarmente intensa. Nel sistema del laissez faire il livello dell'occupazione dipende in larga misura dalla così detta atmosfera di fiducia. Quando questa si deteriora, gli investimenti si riducono, cosa che porta a un declino della produzione e dell'occupazione (direttamente, o indirettamente, tramite l'effetto di una riduzione dei redditi sul consumo e sugli investimenti). Questo assicura ai capitalisti un controllo automatico sulla politica governativa. Il governo deve evitare tutto quello che può turbare l' "atmosfera di fiducia", in quanto ciò può produrre una crisi economica. Ma una volta che il governo abbia imparato ad accrescere artificialmente l'occupazione tramite le proprie spese, allora tale "apparato di controllo" perde la sua efficacia. Anche per questo il deficit del bilancio, necessario per condurre l'intervento statale, deve venir considerato come pericoloso. La funzione sociale della dottrina della "finanza sana" si fonda sulla dipendenza del livello dell'occupazione dalla "atmosfera di fiducia"».
Infatti Luigi Einaudi, oggi molto di moda, pensava che Keynes fosse un bolscevico. Tuttavia la questione dell'ambiente - ma sarebbe meglio dire: della natura - era ben presente allo stesso Keynes e a un altro autore meno noto ma qui particolarmente autorevole: Georgescu-Rögen; tutti e due autori consapevoli delle premesse tecniche e politiche di un rapporto non disastroso tra capitalismo e natura. Di Keynes ricordo soltanto un passo: «Il secolo XIX aveva esagerato sino alla stravaganza quel criterio che si può chiamare brevemente del tornaconto finanziario quale segno della opportunità di una azione qualsiasi, di iniziativa privata o collettiva.
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La Tav in Val di Susa e le new town dell’Aquila
di Salvatore Settis
Che cos'hanno in comune la Tav in Val di Susa e le new towns berlusconiane che assediano L'Aquila dopo il terremoto? Che cosa unisce l'autostrada tirrenica e il "piano casa" che devasta le città? Finanziatori e appaltatori, banche e imprese sono spesso gli stessi, anche se amano cambiare etichetta creando raggruppamenti di imprese, controllate, partecipate, banche d'affari e d'investimento. E sempre gli stessi, non cessa di ricordarcelo Roberto Saviano, sono i canali per il riciclaggio del denaro sporco delle mafie. Ma queste lobbies, che senza tregua promuovono i propri affari, non mieterebbero tante vittorie senza la connivenza della politica e il silenzio dell'opinione pubblica. Espulso dall'orizzonte del discorso è invece il terzo incomodo: il pubblico interesse, i valori della legalità.
Se questo è il gorgo che ci sta ingoiando, è perché l'Italia da decenni è vittima e ostaggio di un pensiero unico, spacciato per ineluttabile. Un unico modello di sviluppo, una stessa retorica della crescita senza fine governano le "grandi opere", la nuova urbanizzazione e la speculazione edilizia che spalma di cemento l'intero Paese. Ma su questa idea di crescita grava un gigantesco malinteso. Dovremmo perseguire solo lo sviluppo che coincida col bene comune, generando stabili benefici ai cittadini. E' invalsa invece la pessima abitudine di chiamare "sviluppo" ogni opera, pubblica o privata, che produca profitti delle imprese, anche a costo di devastare il territorio. Si scambia in tal modo il mezzo per il fine, e in nome della "crescita" si sdogana qualsiasi progetto, anche i peggiori, senza nemmeno degnarsi di mostrarne la pubblica utilità.
A giustificare questa deriva si adducono due argomenti. Il primo è che la redditività delle "grandi opere" è provata dall'impegno finanziario dei privati; ma si è ben visto (Corte dei conti sulla Tav) che il project financing è uno specchietto per le allodole. Una volta approvato il progetto, i finanziatori spariscono e subentrano fondi statali, accrescendo il debito pubblico.
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Il trappolone
di Augusto Illuminati
Con uno sgradevole tasso di dottrinarismo e con la solita sfibrante prolissità Monti ci ha spiegato che l’epoca della concertazione permanente è finita e che adesso comandano i poteri finanziari. Prendere o lasciare, anzi soltanto prendere (omettiamo cosa e dove), perché non c’è alternativa (TINA), come ricorda anche l’autorevole voce del Presidente Napolitano. Ha scritto Dario Di Vico sul «Corsera»: «verbalizzare al posto di concertare». La concertazione, che era come la nostra Costituzione materiale, «ieri è andata in pensione», anche se la riforma Fornero «è solo una prima rata». Osserviamo incidentalmente che la Costituzione formale aveva subito un bello sbrego con il passaggio da Berlusconi a Monti, quella materiale ha seguito – interessante, in genere succede l’inverso.
Gli elementi simbolici fanno cortocircuito con le pratiche sostanziali e alla logica concertativa subentra non il vuoto, bensì la coppia operativa decretazione-accordi separati. La firma di Napolitano e lo scissionismo Cisl-Uil. Il simbolo o scalpo da esibire all’Europa e alla finanza internazionale è l’art. 18 e la rottura sindacale – e Monti non ha mancato di girare il coltello nella piaga lodando la ragionevolezza della Camusso a proposito della Tav –, la pratica sostanziale è lo scarico sulle parti dei costi della mobilità, disimpegnando il contributo pubblico agli ammortizzatori, e la possibilità di riversare tutti i licenziamenti alla voce “economici” (senza possibilità di reintegro) sotto forma di pratiche individuali. Quale imprenditore sarà così stupido da ricorrere a misure disciplinari o a complesse trattative per licenziamento collettivo, quando nelle piccole e medie aziende si potrà usare uno stillicidio di licenziamenti economici individuali e nelle grandi si impiegherà lo sperimentato istituto della newco e riassunzione selettiva, modello Pomigliano? Bella forza che restano vietate le discriminazioni individuali esplicite, ma come mai al tavolo delle trattative non è stata neppure evocata quella di massa contro la Fiom nelle aziende di Marchionne?
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Il governo Monti e il consenso bipartitico nella postdemocrazia italiana
di Michele Nobile
1. Dall’appello allo stato d'emergenza contro Berlusconi alle chiacchere sul colpo di Stato del professor Monti.
Quando il Presidente della repubblica Napolitano conferì l’incarico di formare il governo a Mario Monti si gridò al colpo di Stato, alla democrazia sospesa e all’avvento del «governo delle banche»; curiosamente, pasdaran berlusconiani, leghisti e sinistra hanno usato e usano toni e idee simili. Ma questi sono gridi che dal lato sinistro stridono con altri già sentiti per anni. Le banche e la Confindustria non erano forse già al governo? Marchionne non praticava già una sorta di fascismo aziendale spalleggiato dal governo? E il «blocco reazionario di massa» che fine ha fatto? È con Monti o con Berlusconi? E che ne è di quel presunto specifico «regime» berlusconiano che per essere tale doveva pur mostrare di disporre di qualche muscolo? E che nuovo genere di colpo di Stato o imposizione da parte dell’oligarchia straniera è mai questa che ha il sostegno parlamentare dei due maggiori partiti nazionali che nella logica maggioritaria dovrebbero alternarsi al governo? Cos’è, un golpe ultraparlamentare invece che antiparlamentare?
Oppure, l’ascesa di Monti è forse la realizzazione del sogno putschista di Alberto Asor Rosa? Si ricorderà che un anno fa, oltre a paventare come tanti «la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire», Asor Rosa riteneva «incongrua una prova di forza dal basso»; auspicava, invece, l’intervento del Colle, lo «stato d'emergenza», il ricorso a Carabinieri e Polizia di Stato, il congelamento delle Camere (1). Il tutto a difesa della democrazia...
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[Libia: due interventi sul Manifesto contro l'assenza di memoria]
Libia un anno fa: memoria corta
di Manlio Dinucci
Uno degli effetti delle armi di distrazione di massa è quello di cancellare la memoria di fatti anche recenti, facendone perdere le tracce. È passato così sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l'aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Venivano inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici, fino a pochi mesi prima definiti terroristi. L'intera operazione, ha chiarito l'ambasciatore Usa presso la Nato, è stata diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. È stato così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l'impresa a una «rivoluzione ispiratrice» - come l'ha definita il segretario alla difesa Leon Panetta - che gli Usa sono fieri di aver sostenuto, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà». Se ne vedono ora i risultati. Lo stato unitario si sta disgregando. La Cirenaica - dove si trovano i due terzi del petrolio libico - si è autoproclamata di fatto indipendente e, a capo, è stato messo Ahmed al-Zubair al Senussi. Scelta emblematica: è il pronipote di re Idris che, messo sul trono da Gran Bretagna e Stati uniti, concesse loro, negli anni '50 e '60, basi militari e giacimenti petroliferi. Privilegi cancellati quando re Idris venne deposto nel 1969. Ci penserà il pronipote a restituirli. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale.
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Cosa sapete della produttività?
di Alberto Bagnai
Scusate, mi rendo conto che vi sto trascurando, ma è il mio ultimo mese prima di rientrare in Italia e devo ancora chiudere cinque dei sette lavori che volevo fare. Però non sta bene interrompere il discorso iniziato, per quanto inutile esso sia. Inutile certo non per la qualità degli interlocutori, ma per la qualità dei tempi che stiamo vivendo. Comunque, visto che ieri ho tritato i miei globi oculari sul commercio bilaterale di India e Vietnam, oggi starò in vostra compagnia.
Volevo ripartire da un’osservazione di contessaelvira: “grazie alle lezioni di Goofy ora è estremamente chiaro il modo in cui la competitività del mercato tedesco, che è forse il più importante per noi, sia stata esiziale per l'Italia.” Elvira è gentile e posso solo sperare che abbia ragione. Spero cioè di essere riuscito a far capire quanto centrale sia la dinamica dell’inflazione nella spiegazione di quello che ci sta succedendo. Dell’inflazione non si parlava da un decennio, convinti come si era che il problema fosse risolto, visto che finalmente l’inflazione era bassa, e quindi la convergenza “nominale” si fosse realizzata. Sì, molti erano convinti che moneta unica significasse di per sé inflazione unica. Una convinzione totalmente idiota, fondata su una teoria economica ampiamente screditata, la teoria quantitativa della moneta, secondo la quale è la moneta a “causare” l’inflazione. Quindi se la moneta è una, l’inflazione deve essere una. E allora perché in Italia, dove la moneta è una da 150 anni ancora non c’è ancora stata piena convergenza dei prezzi?
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New Realism vs Postmodern – Oltre l’accademia: le strade*
di Girolamo De Michele
Confesso di aver seguito con un certo distacco, e anche un po’ di fastidio, il nascere del “Nuovo Realismo”, del cui testo fondante molte cose non mi convincevano, e continuano a non convincermi. Del resto, non essendo mai stato “post-modern”, non mi convinceva neanche l’eventuale difesa del bersaglio polemico. E, se devo dirla tutta, l’ambiente “Italian Theory” – tradotto come mangio: l’Italietta accademica che ha il suo quarto d’ora di notorietà modaiola, ora che il vestitino “French Theory” s’è sdrucito a furia di strofinature, nei McDonald culturali americani – mi faceva venire in mente il Poeta di Pavana: “di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie, o mantenermi vivo”.
Nel giro di una settimana, due testi mi hanno fatto cambiare idea non sull’agone accademico, ma sull’utilità di intervenirvi. Il primo è la piccola Arca nella quale, su minima&moralia, sono stati imbarcati testi che potrebbero venire buoni après le déluge, e che testimoniano come una parte importante della narrazione contemporanea non sia riconducibile all’antitesi Realismo-Postmoderno; il secondo è l’intervento di Umberto Eco Ci sono delle cose che non si possono dire, sull’ultimo alfabeta 2.
Quasi quattro anni fa, partecipando alla discussione sul romanzo italiano contemporanea aperta da Wu Ming 1 col suo saggio sul New Italian Epic, avevo sostenuto le ragioni della categoria del “neorealismo” usata da Gilles Deleuze a proposito del cinema: avevo scritto – e non ho cambiato idea – che «il neorealismo ha a che fare con una nuova forma di realtà dispersiva, ellittica, errabonda, che opera per blocchi, con legami deliberatamente deboli ed eventi fluttuanti: «il reale non è più rappresentato o riprodotto, ma “mostrato”. Invece di mostrare un reale già decifrato, il neorealismo mostrava un reale ancora da decifrare, ambiguo; è il motivo per cui il piano-sequenza tende a rappresentare il montaggio di rappresentazioni”».
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Ci sono delle cose che non si possono dire
Umberto Eco
Ho letto in vari siti di internet o in articoli di pagine culturali che sarei coinvolto nel lancio di un Nuovo Realismo, e mi chiedo di che si tratti, o almeno che cosa ci sia di nuovo (per quanto mi riguarda) in posizioni che sostengo almeno dagli anni Sessanta e che avevo esposte poi nel saggio Brevi cenni sull’Essere, del 1985.
So qualche cosa del Vetero Realismo, anche perché la mia tesi di laurea era su Tommaso d’Aquino e Tommaso era certamente un Vetero Realista o, come si direbbe oggi, un Realista Esterno: il mondo sta fuori di noi indipendentemente dalla conoscenza che ne possiamo avere. Rispetto a tale mondo Tommaso sosteneva una teoria corrispondentista della verità: noi possiamo conoscere il mondo quale è come se la nostra mente fosse uno specchio, per adaequatio rei et intellectus. Non era solo Tommaso a pensarla in tal modo e potremmo divertirci a scoprire, tra i sostenitori di una teoria corrispondentista, persino il Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo per arrivare alle forme più radicalmente tarskiane di una semantica dei valori di verità.
In opposizione al Vetero Realismo abbiamo poi visto una serie di posizioni per cui la conoscenza non funziona più a specchio bensì per collaborazione tra soggetto conoscente e spunto di conoscenza con varie accentuazioni del ruolo dell’uno o dell’altro polo di questa dialettica, dall’idealismo magico al relativismo (benché quest’ultimo termine sia stato oggi talmente inflazionato in senso negativo che tenderei a espungerlo dal lessico filosofico), e in ogni caso basate sul principio che nella costruzione dell’oggetto di conoscenza, l’eventuale Cosa in Sé viene sempre attinta solo per via indiretta. E intanto si delineavano forme di Realismo Temperato, dall’Olismo al Realismo Interno – almeno sino a che Putnam non aveva ancora una volta cambiato idea su questi argomenti. Ma, arrivato a questo punto, non vedo come possa articolarsi un cosiddetto Nuovo Realismo, che non rischi di rappresentare un ritorno al Vetero.
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La disintegrazione europea e la Grande Recessione 2.0
Riccardo Bellofiore
Il magico mondo di Mario Monti
Certo, pare di vivere in uno strano meraviglioso mondo, con il ‘tecnico’ Mario Monti al governo del Paese. Il secondo ‘Super-Mario’ dopo l’originale: Mario Draghi ora al comando della Banca Centrale Europea. Intanto la nave europea affonda - talora sembra velocemente con un botto, talora più lentamente con un sospiro: qualcosa a metà tra la tragedia del Titanic e la farsa (tragica essa stessa) della Concordia. Da noi, l’entusiasmo lambisce lidi inattesi, da chi invita con il cuore in mano a ‘baciare il rospo’, a chi puntigliosamente elenca ‘pilastri della saggezza’. Tanto senno da dignitosa conversazione al bar, nutrito di stoica, o etica, cognizione della grave ‘necessità’ del momento, in una pretesa assenza di alternative.
Monti: che, se non fracassone come Sarkozy, pure proclama una certa simpatia per la tassa Tobin, e se solo potesse proporrebbe una vera patrimoniale. Quel Monti che, a veder bene, è guardato con una neanche tanto nascosta simpatia dalla multiforme galassia post-operaista. Fosse mai che la riforma del mercato del lavoro facesse uscire dalla bottiglia il genio del ‘reddito di esistenza’, ora nelle proclamazioni anche della Fiom? In volgare, non si tratta d’altro che di un qualche sostegno al lavoro precario, sempre più universalizzato. Un Monti che, udite udite, infila pure qualche considerazione sensata, che alcune/i di noi andavamo in realtà dicendo da un bel po’ di tempo (anche su queste pagine). Tipo: che le agenzie di rating mica hanno tutti i torti; che il problema è la crescita (anche se io preferirei dire, lo sviluppo); che la mera austerità non ci farà uscire dalla crisi - ma il suo ‘posto fisso’ non è quello di professore, non stupido, di economia?
Dunque, di che stupirsi? Quel Monti che non soltanto fa apparire - con il suo aplomb anglosassone e la sobrietà che gli calza come una seconda pelle - Angela Merkel e Nicholas Sarkozy, diciamocelo, un po’ volgarotti, riempiendoci così di italico orgoglio. Quel Monti che superficialmente dà l’impressione di avere doti inaspettate di politico, in grado di inserirsi come abile terzo nell’asse frastagliato tra Berlino e Parigi, proclamando ad alta voce alcune verità, e sparigliando i giochi.
Così, la sinistra oscilla tra una più o meno nascosta ammirazione e il ricorso all’argomento finale: che i tedeschi non ne azzeccano mai una.
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Spoliticizzazione e messianesimo politico: ripensare Marx in tempi di crisi
Claudio Valerio Vettraino
Ciò che questa crisi economico-finanziaria ci ha dimostrato, oltre ai limiti strutturali della società capitalistica nel suo complesso, è l’incapacità muta ed imbarazzante della politica nel gestire e governare questi processi. La “sconfitta” della politica risulta evidente nella chiamata disperata dei tecnici nella speranza di risanare e riordinare ciò che le forze politiche (ormai unificate nel loro pigro quanto inefficiente riformismo) avevano tentato invano di risanare e riordinare in questi ultimi vent’anni di seconda Repubblica. Un’afasia tra politica e società, tra rappresentanti e rappresentati vecchia quanto il sorgere della società borghese [1]. Ora, è impossibile fare qui la storia delle critiche alla società civile e alla non corrispondenza tra forze politiche e società [2], dell’influenza di Hegel e Rousseau [3] nel pensiero di Marx.
Ciò che qui conta è rilevare la costante spoliticizzazione della realtà contemporanea – tema in verità già fin troppo sviscerato ed abusato fin dal famoso libro di Francis Fukujama La fine della storia[4] – connessa alla cosiddetta fine delle ideologie, all’esaurirsi progressivo delle grandi idee-utopie del Novecento, che da un trentennio rappresenta l’oggetto principe di ogni discussione. Una spoliticizzazione, le cui caratteristiche vanno a mio avviso ancora ben riconosciute e calibrate e che sembra inevitabile, inesorabile, dettata soprattutto dal dominio del ciclo neo-liberista portato avanti negli ultimi trent’anni dalle maggiori potenze capitalistiche mondiali nei confronti dell’avanguardie del movimento operaio e del ciclo tradunionista iniziato nell’immediato dopoguerra e proseguito fino alla metà degli anni ’70.
Al ciclo storico progressivo della social-democratizzazione, il neo-liberismo ha contrapposto il mito del libero mercato e la bacchetta magica del denaro come unico metro di giudizio e di scambio, riducendo la politica e il “politico” a mera quantificazione, a mera monetarizzazione dell’esistente. Da utopia-trasformazione dell’esistente, la politica si è trasfigurata in circolare amministrazione dell’esistente, divenendo passo dopo passo mera ancella del potere economico e finanziario, perdendo con ciò la sua “autonomia”, i suoi “rivoluzionari” margini di manovra, di critica e d’analisi della realtà ai fini della sua evoluzione qualitativa.
Come al solito, non è la domanda in sé il problema (la spoliticizzazione della realtà e del quotidiano è un problema effettivo ed urgente, a cui occorre rimediare con forza) ma come viene posta e in che contesto storico siamo costretti ad operare per risolverla.
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