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Il capitale finanziario mondiale stronca il sanfedismo economico italiano
di Pasquale Cicalese
Consueto bollettino di guerra, questa volta il report Congiuntura Flash di aprile di Confindustria. Due grafici balzano agli occhi. Il primo, livello di liquidità delle imprese italiane rispetto all’operatività corrente: esso è passato da punti 20 del 2011 a punti 4 del primo trimestre del 2013. Come a dire, con questi livelli non garantisci gli stipendi né, figurarsi, i costi di magazzino. E’ il crollo del capitale circolante. Secondo grafico, credito concesso. Le imprese che comunicano il rifiuto di credito bancario sono passate dal 5% del 2011 al 15% del 2013. Contemporaneamente in questo periodo la diminuzione di credito alle imprese industriali è crollata di 47 miliardi di euro. Devi prendere le analisi degli industriali con le pinze, i padroni italiani non la dicono tutta. Facciamo un passo indietro, fine 2002. In quel periodo la Banca dei Regolamenti Internazionali, BRI, la banca delle banche centrali, con sede a Basilea, assieme alle principali banche centrali del mondo adotta un nuovo sistema di classificazione dei rating creditizi da applicare alle aziende e obbliga le banche ad un maggior “immagazzinamento di capitale” rapportato ai prestiti concessi. E’ il meccanismo di Basilea 2.
I rating sono classificati universalmente a tutte le aziende. Essi implicano per le aziende che chiedono credito una buona patrimonializzazione aziendale, buon flusso di liquidità ed una solidità aziendale data dall’ammontare di ordini, fatturati e profitti.
Quell’accordo, in vigore dalla fine del 2006, è stato la tomba del sanfedismo italiano.
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La città deterritorializzata
di Giairo Daghini
Oggi, della città o della metropoli non possiamo più dare una visione di insieme, o un’immagine che ce la restituirebbe nella sua globalità, nella sua forma urbis. Come del resto avviene anche per il soggetto umano, riterritorializzato nel processo continuo delle sue soggettivazioni, che lo portano fuori dalle ipostasi dell’io.
Bisognerà utilizzare diverse “scatole di attrezzi” per cogliere i divenire che attraversano la città, come delle linee d’infinito, e ci vorrà più di uno sguardo sia esso fisico, economico, filosofico, giuridico o meglio, come la pensava Félix Guattari nel suo Cartographies, ci vorrà un sistema a quattro teste comprendente i territori, i flussi, le macchine e gli universi.
Quindi, nello stesso tempo in cui noi parliamo tanto di fine della città, la città sembra essere dappertutto. In realtà noi non viviamo più, non lavoriamo più, non pensiamo più in spazi città, noi oggi viviamo in spazi che si conviene definire urbani. Spazio urbano di cui si possono determinare con difficoltà i limiti sia fisici sia di governabilità, spazi che nello stesso tempo sono illimitati e pieni di confini. Noi viviamo oggi in paesaggi ibridi, in cui agiscono un’infinità di dispositivi. Paesaggi composti di parti connesse tra di loro da reti tecniche e di mobilità sempre più complesse. Un universo di territori e di flussi. In questi spazi, l’urbano si delocalizza di continuo, in un mix di spazio fisico de territorializzato, e di spazio immateriale in continua espansione di rete. In questi movimenti vengono ridefiniti di continuo lo spazio fisico e mentale in funzione di nuovi rapporti di potere, di nuove meccaniche sociali e di nuovi modi di produzione e di soggettivazione.
Una delle dinamiche con cui si è giocata la metamorfosi della città alla grande città, a metropoli è stata il movimento centro-periferia in tutte le sue implicazioni e riterritorializzazioni.
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La trappola dell’euro
di Enrico Grazzini
È necessario ricominciare a discutere in profondità dell'euro e delle sue conseguenze, partendo innanzitutto da un fatto: criticare l'euro non significa affatto essere anti-europei. Anzi è vero il contrario. L'euro sta spaccando l'Europa, mettendo i paesi del Nord contro i paesi del Sud e viceversa. Ma è possibile uscire dalla moneta unica una volta che ci siamo entrati?
Enrico Letta ha appena ottenuto la fiducia bipartisan da parte della destra e del centrosinistra in nome della necessità di uscire dalla crisi seguendo la strada fallimentare tracciata dall'euro a guida tedesca. La sinistra ha invece (per fortuna) rifiutato questa politica economica negando il voto di fiducia al governo. Letta è un appassionato seguace della moneta unica. Già nel 1997 scrisse per Laterza un saggio intitolato (purtroppo profeticamente) “Euro sì. Morire per Maastricht”. Oggi il suo governo promette di farci uscire dalla crisi ma “morire per l'euro”, come recita il saggio di Letta, potrebbe essere il vero risultato. Letta sosteneva già nel 1997 che gli italiani devono essere pronti a sacrificarsi in nome di Maastricht, la cittadina che ha dato i natali all'euro tedesco. Il dilemma insolubile che si porrà di fronte al governo Letta è abbastanza semplice: è impossibile rilanciare l'economia e l'occupazione e contemporaneamente ridurre drasticamente il debito pubblico, come obbligano i vincoli dettati dalla moneta unica euro-tedesca. Da Keynes in poi sappiamo che in tempi di crisi è puro populismo promettere di tagliare la spesa pubblica e rilanciare l'economia.
Letta ha ricevuto dal presidente Giorgio Napolitano il mandato esplicito di fare rimanere a tutti i costi l'Italia nell'eurozona, ma sa perfettamente che l'euro, la moneta unica di marca tedesca, è la causa principale della attuale crisi italiana ed europea. Nutre la speranza, o meglio l'illusione (come del resto prima Pier Luigi Bersani), di avere sufficienti margini di manovra all'interno di questa eurozona guidata dal governo di centrodestra di Angela Merkel. Negozierà lievi modifiche al patto di stabilità: ma la Merkel e la Bundesbank spingono l'acceleratore verso l'austerità, non verso il rilancio dell'economia.
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Voto di classe e sopravvalutazione del voto utile nelle ultime elezioni
Domenico Moro
1. Crisi della forma bipolare del sistema politico
Qui di seguito cercheremo di evidenziare le principali risultanze delle ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento, che testimoniano di importanti novità politiche, a loro volta frutto di modificazioni nella struttura socio-economica del nostro Paese. Soprattutto, cercheremo di evidenziare come il <<voto utile>> abbia avuto un peso marginale e come si affermi la tendenza dei salariati ad indirizzarsi al di fuori della sinistra e verso l’M5S e l’astensione.
Il primo dato è costituito dalla crisi del bipolarismo, ovvero della modalità di governo che le élites capitalistiche sono riuscite ad imporre all’Italia dagli inizi degli anni ’90, sul modello anglosassone. In realtà in Italia, come in molti altri Paesi, l’affermazione del bipolarismo è stato frutto più di sistemi elettorali creati ad hoc (maggioritario, quote di sbarramento, elezione diretta di sindaci e presidenti di regioni, eccetera), che di uno spontaneo raggruppamento dell’elettorato in due poli. Ne è la prova l’alto tasso di astensionismo che caratterizza da sempre i sistemi maggiormente bipolari, come gli Usa, e l’emergere in tutta Europa, dinanzi alla crisi, di terze e quarte forze di varia coloritura politica.
Come possiamo vedere nel Graf.1, le elezioni del 2013, rispetto a quelle del 2008, hanno registrato un vero tracollo delle due principali coalizioni, di centrodestra e centrosinistra. Il centrosinistra ha perso circa 3,64 milioni di voti, pari al -26,6%. Il centrodestra ha perso addirittura oltre 7 milioni di voti, pari al -41,9%. Al sistema a due poli si è sostituito, almeno per il momento, un sistema a tre poli o a tre poli e mezzo.
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Roma, così si è scelto di uccidere la città
Lettera aperta ai candidati sindaco Medici, Marino e Marchini
Christian Raimo*
La capitale è fatta di ghetti e di enclave di lusso. Colpa dei politici ma anche degli intellettuali
Vivo a Roma da quando sono nato, non ho mai vissuto in un’altra città che non fosse Roma, anzi, a dirla tutta, non ho mai stazionato più di due o tre settimane di seguito in un altro posto che non fosse Roma, per cui – come dire – le elezioni del sindaco mi riguardano. In tutti questi anni ho votato una volta sola con un senso di sfrontata convinzione: il mio primo voto, a diciott’anni da poco compiuti, per Renato Nicolini. Il resto delle volte: Rutelli (ballottaggio), Rutelli, Veltroni, Veltroni, Rutelli mi sono sempre turato un po’ il naso (per tapparmelo quasi del tutto e farmi mancare l’ossigeno per Rutelli 2008): questa cautela era dovuta all’impressione che la proposta dei sindaci di sinistra e centrosinistra andasse in una direzione di troppo timida trasformazione della città.
Roma dal 1993 è diventata una città indubbiamente più vivibile, ma sarebbe potuta diventare una città molto più vivibile, più giusta dal punto di vista sociale, meno ingovernabile; dall’altra parte avrebbe potuto essere – con i suoi quasi tre milioni di abitanti e i suoi 1300 km quadrati di estensione – ripensata completamente e trasformata in una metropoli. Non è accaduto, per motivazioni molteplici e complesse. Prima proverei a riassumerne alcune e poi ne vorrei sottolinearne una cruciale che voglio porre all’attenzione dei candidati sindaci – quelli presentabili.
Parto dalla mia ultima esperienza di campagna elettorale: per le elezioni a presidente della Regione, mi sono speso insieme a molte altre persone per Nicola Zingaretti.
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L’ultimo bunker della destra
di Marco Bascetta
Non basta il presente a spiegare il presente. Soprattutto in Italia, dove la “non contemporaneità del contemporaneo” è sempre alacremente all’opera. E di certo vi è solo che non c’è alcuna rivoluzione in corso né in prospettiva, tanto meno quando abbondano i tribuni che la evocano. Il percorso tortuoso conduce a una fine nota: quelle larghe intese che nel nome della “responsabilità” ignorano, quando non reprimono irresponsabilmente tutto ciò che di vivo e di non definitivamente rassegnato esiste ancora in questo paese. Non è la prima volta, ma è la prima volta che una classe dirigente screditata come non mai e nel suo insieme perdente quanto ai numeri e alla capacità di leggere il contesto in cui agisce, si blinda senza offrire alcun compromesso a una società stremata. È qui che i paragoni storiografici di Giorgio Napolitano con gli anni ’70 mostrano come la memoria possa volgere in sclerosi e come il pio desiderio di interpretare una nuova situazione con un vecchio paradigma partorisca più mostri del sonno della ragione, fino a confondere le “convergenze parallele” di un tempo con le marcescenze parallele di oggi. Lo schema è pressappoco quello, collaudatissimo, della vecchia destra comunista da cui il presidente della repubblica proviene. Consiste, certo semplificando all’estremo, nello stabilire, in accordo con i poteri forti del momento e con i “mercati”, una serie di “compatibilità”, garantire che le forze sociali rappresentate dalla sinistra le rispettino senza fiatare, nel condannare, reprimere e accusare di fascismo (rosso o a 5 stelle poco importa) ogni forma spontanea di mobilitazione e di dissenso, nell’impedire ogni pretesa di esercizio della democrazia che anche garbatamente si discosti dai canali istituzionali e dagli equilibri politici tra i partiti maggiori.
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Come ci hanno deindustrializzato
Claudio Messora intervista Nino Galloni
MESSORA: Nino Galloni, economista, ex direttore del Ministero del Lavoro; uno che di cose in questo paese ne ha viste tante. Nino, buongiorno.
GALLONI: Buongiorno!
MESSORA: Benvenuto su byoblu.com, a queste interviste volute dalla rete. Io ero rimasto molto colpito dalla tua affermazione in un convegno che ripresi e misi su Youtube, intitolando il video “Il funzionario oscuro che fece paura a Kohl”. Nel tuo racconto del processo con il quale siamo entrati nell’euro, tratteggiavi questa decisione assunta dalla politica italiana di un vero e proprio progetto di deindustrializzazione del nostro paese. E mi sono sempre chiesto: ma perché mai, alla fine, la politica avrebbe dovuto decidere questo strangolamento, questo inaridimento, la morte del nostro tessuto produttivo? Ho cercato, via via, delle risposte nel tempo, ma oggi che sei qua forse queste risposte ce le puoi dare tu. È un processo, quello di deindustrializzazione, che parte da molto lontano. Riesci a farci una carrellata di eventi e poi arriviamo al focus?
GALLONI: Credo che la data dalla quale dobbiamo necessariamente partire sia il 1947, quando al Trattato di Parigi De Gasperi cede una parte della nostra sovranità, ma in cambio ottiene il riassetto di certi equilibri. La componente socialcomunista esce dal governo, ma manterrà una grande influenza nel campo creditizio e questo, vedremo, sarà un fattore decisivo una trentina di anni dopo.
MESSORA: gli Stati Uniti hanno avuto un bel ruolo in questa decisione.
GALLONI: Gli Stati Uniti hanno avuto un bel ruolo perché chiaramente gli aiuti del Piano Marshall erano condizionati all’uscita dei comunisti dal governo.
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Lotta di classe, lotte di classe
B. Settis e S. Taccola intervistano Domenico Losurdo
Abbiamo incontrato Domenico Losurdo nell’occasione della presentazione a Pisa del suo libro La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza 2013. Docente a Urbino di storia della filosofia e del pensiero politico, vicino all’area del Partito dei Comunisti Italiani ed alla tradizione marxista-leninista, Losurdo si è fatto conoscere nel mondo con le opere che hanno presentato documentatissime “controstorie” dell’ideologia dominante. Qui infatti Losurdo prende di mira le agiografie salottiere di Habermas e Dahrendorf e cerca le radici della lotta di classe nel pensiero di Hegel e Marx – e, quel che abbiamo voluto discutere, il suo futuro nel grande scontro geopolitico globale che oppone il gigante cinese all’impero americano.
Ormai da più parti c’è stato un “ritorno a Marx” da tutti più o meno conclamato. Anche lei nel suo libro sottolinea questo fenomeno e scrive: “ai nostri giorni i magnati del capitale e della finanza si sentono costretti talvolta a rileggersi Marx, di prima o di seconda mano” (p. 362). In effetti il numero di intellettuali, filosofi, sociologi sedicenti marxisti , alcuni dei quali discretamente popolari (come Zizek), sta progressivamente aumentando. Recentemente, addirittura sul Time si è potuto leggere un articolo che parla della vendetta di Marx e del ritorno della lotta di classe. Scavando un po’ più a fondo, però, questo ritorno a Marx appare un po’ confuso: non tutti pongono la stessa attenzione sugli stessi concetti; alcuni, ad es., arrivano a definirsi marxisti semplicemente perché attribuiscono nel nostro mondo un ruolo determinante, oltre che dominante, all’economia. Come bisogna considerare allora questa ripresa di Marx? Come un orizzonte fruttuoso che permette l’apertura di interessanti prospettive filosofiche e politiche, oppure come una prosecuzione di quella sterilizzazione del marxismo che Lukàcs denunciava nella sua Ontologia dell’essere sociale?
L’interesse per Marx si comprende molto bene.
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Le rivoluzioni arabe due anni dopo
di Samir Amin
Sebbene il saggio di Samir Amin sia, come sempre, documentato da una analisi rigorosa e abbia come filo conduttore la massima coerenza antimperialista, perciò totalmente condivisibile, qualcuno si chiederà come mai siano stati omessi richiami diretti alle analisi prodotte sulle primavere arabe dai partiti comunisti in Egitto, Siria, Algeria, Libano. Alcuni di questi partiti hanno una lunga storia di persecuzioni feroci, altri, come in Siria, hanno avuto accesso alle istituzioni. Benchè si tratti di piccoli partiti, con un peso politico marginale, i giudizi e le critiche elaborate dai loro gruppi dirigenti meritano di essere conosciute. Sui nostri siti abbiamo letto i loro documenti e osservato come il loro impegno contro il neoliberismo, la guerra, l'integralismo islamico e la sudditanza alla triade imperialista sia l'essenza del loro intervento nei movimenti di lotta che hanno sconvolto il mondo arabo. Nessuno ha dato segni di settarismo o si è sottratto alle lotte e alle iniziative di massa dei movimenti di liberazione dalla tirannide dei vecchi regimi.
La lettura del saggio mostra che gli intendimenti di Samir erano altri : lungi dal sottovalutare la presenza dei comunisti nel mondo arabo, quella che può sembrare un reticenza è in realtà una rigorosa messa a punto dei contenuti politici della fase che dovrebbe segnare il massimo impegno unitario di tutta la sinistra araba che oggi include forze che si ispirano a Bandung, al movimento dei “non allineati” e al terzo mondismo di Mandela, piuttosto che alla classica nozione di comunismo. Nessuna archiviazione dunque, da parte di Samir, della prospettiva storica aperta dai comunisti nel secolo scorso. Ma bensì, un forte richiamo alle priorità tattiche richieste dal mondo d'oggi e alle conseguenti alleanze necessarie per vincere la sfida della transizione “democratica” che nel presente, e con gli attuali rapporti di forza tra i due campi antagonisti, non può avere che dei contenuti antimperialisti.
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Benjamin e il capitalismo
Giorgio Agamben
1. Vi sono segni dei tempi (Mt.16, 2-4) che, pur evidenti, gli uomini, che scrutano i segni nei cieli, non riescono a percepire. Essi si cristallizzano in eventi che annunciano e definiscono l’epoca che viene, eventi che possono passare inosservati e non alterare in nulla o quasi la realtà a cui si aggiungono e che, tuttavia, proprio per questo valgono come segni, come indici storici, semeia ton kairon. Uno di questi eventi ebbe luogo il 15 agosto del 1971, quando il governo americano, sotto la presidenza di Richard Nixon, dichiarò che la convertibilità del dollaro in oro era sospesa. Benché questa dichiarazione segnasse di fatto la fine di un sistema che aveva vincolato a lungo il valore della moneta a una base aurea, la notizia, giunta nel pieno delle vacanze estive, suscitò meno discussioni di quanto fosse legittimo aspettarsi. Eppure, a partire da quel momento, l’iscrizione che tuttora si legge su molte banconote (per esempio sulla sterlina e sulla rupia, ma non sull’euro): “Prometto di pagare al portatore la somma di …” controfirmata dal governatore della banca centrale, aveva definitivamente perduto il suo senso. Questa frase significava ora che, in cambio di quel biglietto, la banca centrale avrebbe fornito a chi ne avesse fatto richiesta (ammesso che qualcuno fosse stato così sciocco da richiederlo) non una certa quantità di oro (per il dollaro, un trentacinquesimo di un’oncia), ma un biglietto esattamente uguale. Il denaro si era svuotato di ogni valore che non fosse puramente autoreferenziale. Tanto più stupefacente la facilità con cui il gesto del sovrano americano, che equivaleva ad annullare il patrimonio aureo dei possessori di denaro, fu accettato. E, se, come è stato suggerito, l’esercizio della sovranità monetaria da parte di uno Stato consiste nella sua capacità di indurre gli attori del mercato a impiegare i suoi debiti come moneta, ora anche quel debito aveva perduto ogni consistenza reale, era divenuto puramente cartaceo.
Il processo di smaterializzazione della moneta era cominciato molti secoli prima, quando le esigenze del mercato indussero ad affiancare alla moneta metallica, necessariamente scarsa e ingombrante, lettere di cambio, banconote, juros, goldschmith’s notes, eccetera.
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Il grillismo spiegato ai deficienti 1
di Emanuele Maggio
Innanzitutto chiedo scusa alla persona che sta iniziando a leggere questo post. L’ho appena chiamata “deficiente”. Ciò è legato a ragioni di volgare promozione del post stesso: si istiga il lettore a leggere. Questa “rubrica” si dividerà in 3 parti. In ognuna delle 3 parti verranno smontate due bugie dei media dominanti sul M5S e una bugia di Grillo/Casaleggio sul M5S (questa disparità quantitativa è dovuta semplicemente al fatto che i media dominanti, essendo tali, hanno prodotto una quantità di menzogne maggiore). Naturalmente mi propongo soltanto di offrire piccole coordinate “pratiche” per cercare di capire meglio quest’incredibile accozzaglia di analfabeti e Premi Nobel che è il M5S, indubbiamente uno dei fenomeni politici più importanti dei nostri tempi, nel bene come nel male.
In questa prima parte smontiamo i miti del fascismo, del leaderismo e del cambiamento del M5S.
FASCISMO?
Il cittadino X legge su un sito di sinistra qualcosa del tipo: “Entrambi nascono da una crisi economica e politica; capacità di radunare folle e di eccitarle; fenomeno generazionale “giovani contro vecchi”; ibrido di destra e sinistra; votazioni plebiscitarie periodiche per simulare la democrazia…” Oh mio Dio! Il fascismo è alle porte! Sotto al letto, presto! Nel tragitto verso il letto, il cittadino X si imbatte nella sua tv. Non riesce a resistere e l’accende. Siamo su RaiNews24. Titolone: Grillo prepara la Marcia su Roma. Ecco, sta succedendo…poi altro titolone: Forza Nuova aderisce alla Marcia su Roma. No! E’ finita! Viva la Repubblica! Viva la Resistenza! Poi le telecamere della Rai si trovano costrette ad inquadrare la “Marcia su Roma”, una piazza con molte bandiere rosse in cui si passeggia cantando Bella Ciao sotto il sole…mmm, c’è qualcosa che non quadra. Come è possibile?
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Germania 4 Europa 0
di Sebastiano Isaia
Ubaldo Villani-Lubelli scopre le non poche magagne sociali che affliggono la Germania e se ne esce con una considerazione che la dice lunga sulla comprensione della società capitalistica da parte dell’intelligenza borghese: «Da un sistema sociale ed economico considerato un modello, ci si sarebbe aspettato una distribuzione più equa della nuova ricchezza» (La Germania non è un paese per poveri, Limes, 10 aprile 2013). Ora, proprio perché la società tedesca ha i problemi denunciati da Villani-Lubelli essa può in effetti venir considerata come un buon modello di sistema capitalistico, visto che quei problemi rappresentano un lato della stessa medaglia. L’astratta richiesta di una «distribuzione più equa della ricchezza» non tiene conto della natura sociale, appunto capitalistica, del modello tedesco, come di ogni altro modello esistente su questo pianeta, e accompagna da sempre i piagnistei dei riformatori sociali, quelli che, per dirla col solito ubriacone di Treviri, accettano il Capitalismo salvo piagnucolare sulle sue necessarie contraddizioni. Chi accetta la causa e ne ricusa “solo” gli effetti indesiderati e imprevisti, merita il disprezzo di coloro che quegli effetti sperimentano sulla propria pelle. «Lo scopo che si proponeva in primo luogo il genio sociale che parla per bocca di Proudhon, era di eliminare quanto c’è di cattivo in ogni categoria economica, per avere solo il buono» (K. Marx, Miseria della filosofia). Separare il «lato buono» della prassi capitalistica (espressa nelle categorie dell’economia politica) da quello «cattivo»: è l’eterna chimera riformista.
La Germania è dunque «un modello imperfetto»: questa l’epocale scoperta che dovrebbe afflosciare gli entusiasmi di non pochi economisti, sindacalisti e politici nostrani: da Romano prodi a Fabrizio Barca, da Tremonti alla Camusso, che fino a qualche mese fa individuavano nell’«economia sociale di mercato» di quel Paese «l’unica alternativa credibile ai modelli di crescita americano e cinese».
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I beni comuni tra vecchi cliché e nuove sfide
di Riccardo Cavallo
1. I beni comuni: tragedia o farsa?
Da ‘acquabenecomune’ campagna portata avanti con successo dal Forum dei movimenti per l’Acqua contro la privatizzazione delle risorse idriche e conclusasi con la vittoria referendaria nel 2011 è stato un crescente proliferare di proclami ‘ariabenecomune’, ‘naturabenecomune’, ‘marebenecomune’, etc. fino a costituire uno dei punti cardine del ‘soggetto politico nuovo’ ALBA (acronimo per Alleanza, Lavoro, Beni comuni, Ambiente) o culminare nel motto di una coalizione politica (“Italia. Bene comune”). Il ‘benecomunismo’ come è stato ben presto etichettato sembra dunque essere diventata una sorta di virus che ha permeato tutti gli aspetti della nostra società, diventando il vessillo di nuovi movimenti più o meno politicizzati. Come sempre accade in questi casi, però, quando un termine viene utilizzato nei contesti più disparati può rimanere facilmente preda di malintesi, fino alla desemanticizzazione del termine stesso ‘beni comuni’: se ogni cosa che ci circonda è bene comune nulla lo è. Per evitare di cadere in pericolose semplificazioni è forse necessario fare un po’ di chiarezza, cercando innanzitutto di comprendere se il fenomeno dei beni comuni sia figlio dell’attuale società globalizzata o se, al contrario, sia qualcosa che affonda le sue radici in un passato ben più lontano.
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Il semplice coraggio della scelta
Un tributo da sinistra alla Thatcher
di Slavoj Žižek
Nelle ultime pagine della sua monumentale “Seconda guerra mondiale”, Winston Churchill riflette sull’enigma di una decisione militare: dopo che gli specialisti (economisti e esperti militari, psicologi, metereologi) propongono le loro analisi, qualcuno deve assumersi la responsabilità più semplice e proprio per questa ragione più difficile, quella di convertire questa complessa moltitudine in un semplice si o no. Dovremmo attaccare, dobbiamo continuare ad aspettare, eccetera. Questo atto, che non può mai essere in tutto e per tutto razionale, è quello di un Comandante. Compito degli esperti è quello di presentare la situazione nella sua complessità, compito del Comandante è quello di semplificarla in una secca decisione. Il Comandante è necessario soprattutto in situazioni di profonda crisi. La sua funzione è quella di sancire un’autentica spaccatura: una spaccatura fra coloro che vogliono tirare avanti con la vecchia visione del mondo e coloro che sono consapevoli del necessario cambiamento. L’unica strada per una vera unità è l’identificazione di una tale spaccatura, e non quella fatta di compromessi opportunistici. Prendiamo un esempio che sicuramente non è problematico: la Francia nel 1940. Persino Jacques Duclos, seconda personalità del Partito Comunista Francese, ammise in una conversazione privata che se in quel momento si fossero tenute libere elezioni in Francia, il Maresciallo Petain avrebbe vinto col 90% dei voti.
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Il guardiano dell’idea assoluta
di Toni Negri
C’è, in questa riscrittura badiousiana della Repubblica di Platone, un richiamo al “comunismo” come forma di governo, “quinta” oltre le quattro criticate dal fondatore dell’idealismo filosofico: dunque, oltre la Timocrazia (o il governo degli eroi) e l’Oligarchia (dei principi), oltre la Democrazia e la Tirannide (sempre fra loro ciclicamente intercambiabili). Ed è un bel concetto, questo, quasi una innovazione teorica – essa ha, come molte proposte del post-moderno avuto espressione già in altri episodi della filosofia politica, come nelle varie esperienze democratiche di costruzione di comunità ecclesiali, nel Medioevo o nella Riforma, o nella “democrazia assoluta” spinoziana, o nelle stesse utopie anarchiche e socialiste della modernità. Che un solido Philosophe – ovvero un uomo dei Lumi, come a me pare Badiou – rivendichi quest’ideale, è non solo atteso ma bello. Nel suo libro che non è una trattazione sistematica della Repubblica di Platone, né un semplicemente un ammodernamento del testo, né l’esperienza di un dialogo amoroso del filosofo con Amantea (figura femminile e “repubblicana”, invenzione davvero formidabile) – nel suo libro dunque, la si legge con gioia quest’avventura ideale – solo relativamente appassita da qualche noioso esercizio antiquario.
Ma tentiamo di meglio situare questo lavoro di Badiou. Qui c’è tanto comunismo “alla francese”, un comunismo che congiunge ad un raffinato metodo razionalista, un afflato giansenista e la commozione sensista per una sorta di sublimazione comunitaria. Ma anche – va aggiunto subito – una totale assenza di spirito dialettico, di pratica antagonista e di dispositivi costituenti. Questo comunismo, questa repubblica ignorano la lotta di classe.
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Dalla degenerazione all’eversione istituzionale
di Salvatore D’Albergo
Il processo di transizione dalla democrazia parlamentare ad una delle varianti escogitabili per una forma di governo autoritaria necessaria a delegittimare la democrazia sociale è giunto ad uno stadio così avanzato e pericoloso da evocare l'immagine di un "colpo di stato freddo"
Sfida ai principi costituzionali concernenti la forma di governo parlamentare
Il fenomeno non è riducibile però alla sola portata degli intrighi per i quali è passata la rieleggibilità di quel Giorgio Napolitano, che ostentatamente aveva asserito di essere già per ragioni di età privo delle condizioni necessarie ad un secondo settennato, che in linea di principio era stato escluso anche in ipotesi astratta da tutti i suoi predecessori. Quello che, infatti, è maturato nella repentina trama di chi - nei frangenti di una crisi del Parlamento in seduta comune ha fatto precipitare l’immotivata messa in disparte delle ragioni per cui l'ipotesi della rielezione del presidente della Repubblica è stata generalmente valutata con sfavore e perciò ritenuta improbabile perché non perfettamente aderente al modello di Capo dello Stato fissato nella Costituzione - è il precipitato di una convergenza organizzata freneticamente dai vertici dei tre partiti, che con varia intensità sono stati penalizzati nel voto elettorale, corsi ad implorare Giorgio Napolitano a prestarsi ad una operazione che consacra dall'alto la larga intesa tra Pd, Pdl, Scelta civica.
Si è giunti così al culmine di una sfida ai principi costituzionali concernenti la forma di governo parlamentare, con il totale stravolgimento del loro ruolo da parte di tutti gli organi da essa coinvolti, a cominciare dal presidente della Repubblica.
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La casa comune non vuole il cappello
Guido Viale
Anche se le modalità hanno lasciato tutti basiti, i passaggi che hanno portato alla formazione del nuovo governo, quale che ne sia poi l’esito (finiranno comunque tutti in bocca a Berlusconi, Napolitano compreso), erano in qualche modo scontati. Il Pd non avrebbe mai potuto imboccare una strada diversa dopo più di un anno di sostegno senza se e senza ma a Monti, cioè al definitivo trasferimento del governo del paese dal Parlamento (già sostanzialmente esautorato dal porcellum) alla Bce e, per suo tramite, alla finanza, ben rappresentata da Monti e Draghi. Sono due uomini di Goldman Sachs, che ragionano alla maniera di Goldman Sachs: non è necessariamente un legame diretto, ma un dato di cultura e di modus operandi che in Europa sono chiari a tutti, ma che in Italia attirano invece l’accusa di schematismo o complottismo.
Quanto al Movimento Cinque Stelle, gli esiti disastrosi della linea di condotta adottata, che gli è già costato parecchio in Friuli, non possono essere imputati solo a inesperienza o a eccessiva rigidità: si è visto peraltro Grillo e i suoi adepti ammorbidirsi assai nel corso dei giorni. Il fatto è che il Movimento Cinque Stelle non ha un progetto. Il suo programma è solo un insieme di obiettivi, in larga parte condivisibili, anche perché riprendono temi su cui comitati, movimenti, iniziative civiche e associazioni lavorano da anni. Ma un programma che nulla o quasi dice su come arrivarci, su come imporli.
Democrazia diretta o referendaria – di cui la consultazione via web è una sottospecie – e democrazia partecipata non sono la stessa cosa.
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OCSE, Olli e Letta arretrano per prendere la rincorsa
L'euro verso la "soluzione finale"
di Quarantotto
Fresco di giornata questo articolo di Reuters intestato all'OCSE che, in realtà, riporta le ultime dichiarazioni di Padoan sulla situazione economica italiana e le politiche del nuovo governo.
Il suo contenuto è importante per capire come il PUD€ intenda mantenere la sua presa facendo le concessioni minime indispensabili per lasciare intatto il suo disegno: cioè l'euro, lo smantellamento "emergenziale" dello Stato sociale, la deflazione salariale.
Le "concessioni" saranno chiaramente il fulcro dei "buoni risultati", nel senso di un ingannevole "cambiamento di rotta" che sarà sbandierato dai media in modo da concedere il tempo al nuovo governo per rimuovere l'ostacolo più grande: la Costituzione.
Questa con la sua impalcatura di diritti fondamentali incentrati sulla tutela del lavoro, vede il pareggio di bilancio al suo interno come un corpo spurio incompatibile, inoculato come un virus distruttivo dalla logica dei trattati e dei suoi corollari, cioè il fiscal compact. Per ora.
Quindi nei prossimi mesi assisteremo al massimo sforzo congiunto della grancassa mediatica PUD€ per raccontarci: a) che la crisi è superabile e che l'euro è in sè, sostenibile, utilizzando con ragionevolezza...le regole disfunzionali e ideologicamente connotate che lo caratterizzano; b) che nel frattempo, la Costituzione deve comunque essere cambiata, perchè il paese ha bisogno di "ammodernamento" e nuovi principi istituzionali devono essere introdotti come indispensabili.
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Un altro passo verso il precipizio
di Jacques Sapir
L'area Euro, sotto l'effetto combinato delle politiche di austerità, sta sprofondando nella crisi. Eppure il dibattito sulla politica economica non è mai stato così intenso. Rimane il fatto che si scontra con la capacità di immaginazione dei leader politici, sia in Germania che in Francia o in altri paesi, che rimane profondamente strutturata attorno al discorso dell’austerità.
Le radici dell'austerità erano finora ritenute inconfutabili. Ma un recente lavoro consente di mostrare che, dietro l'apparenza di seria accademia, c'era un sacco di ideologia.
La disoccupazione ha recentemente raggiunto il 12% della popolazione attiva, ma con picchi di oltre il 25% in Spagna e Grecia. L’attività economica continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e, ora, è il consumo che inizia a sgretolarsi in Francia, annunciando, come previsto in questo blog, un ulteriore deterioramento della situazione economica a breve termine.
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Una politica disfunzionale
di Luigi Cavallaro
Il 24 aprile di dieci anni fa, Luigi Pintor scrisse il suo ultimo editoriale su questo giornale. Constatava con lucida amarezza che la sinistra italiana era morta e che consolarsi con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa era troppo poco rispetto al vuoto che si apriva. E, pur esprimendo fiducia nei movimenti, riconosceva che non apparivano ancora capaci di reinventare la vita: anche perché le idee, le parole, i comportamenti si mostravano inadeguati a confronto con la dinamica e la prospettiva delle cose. Dieci anni dopo, la situazione è cambiata. O almeno così pare, leggendo questo giornale che da Pintor è stato fondato. Le idee ci sono, sono tante e compatte. Si affacciano dagli editoriali e dai commenti di prima con insistente sicumera, perfino irridendo quanti ancora non capirebbero i nuovi tempi della Storia. Il vecchio mondo è finito, ci dicono: se fino a quarant'anni fa una sintesi di fordismo e politiche keynesiane aveva governato lo sviluppo economico e sociale, assicurando la crescita della produzione, dei salari e dei consumi, quel paradigma è diventato improponibile. Non basta più invocare più stato (cioè più spesa pubblica) e meno mercato, anzi non ha più senso: il mondo si è globalizzato grazie alla libera circolazione dei capitali, ai flussi migratori e naturalmente a internet; la crisi ambientale sbarra la strada a politiche pubbliche che si propongano ancora crescita e sviluppo, perché su un pianeta finito non esiste alcuna possibilità che crescita e deficit spending siano infiniti.
Ideologie «orizzontali»
Il nuovo paradigma - si chiami decrescita, riconversione ecologica o economia dei beni comuni - dev'essere perciò pensato senza alcuna possibilità di governo «dall'alto» o comunque da un «centro», ma semplicemente come effetto di interconnessioni orizzontali: degli impianti produttivi (finalmente riterritorializzati) e delle istanze di governo (anzi, di autogoverno).
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“Agire in comune. Antropologia e politica nell’ultimo Marx”
Oscar Oddi
Il rinnovato interesse verso l’opera di Marx ha suscitato anche in Italia una nuova produzione di studi critici sul complesso itinerario del pensatore di Treviri, sorta prevalentemente in ambito accademico vista la riduzione ai minimi termini, non solo numerici, delle espressioni politiche e sociali che dovrebbero averlo come riferimento. All’interno di questo filone si colloca l’ultima fatica di Luca Basso “Agire in comune. Antropologia e politica nell’ultimo Marx”, Ombre Corte, Verona, 2012, pp. 247, € 20,00. Con l’ausilio dei vari manoscritti che la nuova edizione critica delle opere di Marx e Engels (nota come Mega2) sta progressivamente mettendo a disposizione degli studiosi, Basso ripercorre alcuni snodi fondamentali del percorso marxiano tentando di proporne una lettura lontana dai tradizionali canoni. L’obiettivo prefisso è quello di tenere insieme l’oggettività dell’analisi del capitale e la politicità della soggettività di classe, rintracciando la loro relazione anche attraverso le instabilità che la caratterizzano. Per questo Basso intreccia la riflessione del Capitale con gli scritti storici e politici di Marx, così come respinge una lettura “logicista” del Capitale (si veda la scuola “logicista” tedesca, con Backhaus tra i principali esponenti, di cui è uscito in traduzione italiana, a cura di Riccardo Bellofiore e Tommaso Redolfi Riva, “Dialettica della forma di valore”, Editori Riuniti, Roma, 2009, pp. 549), che insiste sul fatto che la riflessione marxiana non scaturisce da dati ricavabili empiricamente. Il rischio di queste interpretazioni, pur con i loro meriti (ad esempio la messa in luce del legame tra valore e denaro), è per Basso quella di fornire una visione “teoreticistica” del Capitale, con relativo depotenziamento della sua politicità.
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I "pezzi staccati" di una sinistra che non smette di morire
Qualche idea per ricominciare
EffeEmme
Pezzo staccato è il sintagma che Lacan utilizza nel seminario sull’angoscia[1] per definire quel “modulo d’oggetto” che caratterizza l’epoca moderna fatta da parti che tendono al tutto pur non essendo che porzioni limitate ad una funzione. Parti che costituiscono un tutto, abbiamo detto. Lacan si chiede: qual è il valore del “pezzo” quando l’insieme di cui fa parte “non funziona più”? Una volta che la parte smette la funzione svolta all’interno del sistema, cosa resta di essa? Che ce ne facciamo di un “pezzo staccato” «quando il tutto al quale esso si rapportava è andato a rotoli, è diventato desueto?»[2]
La risposta più ovvia è: niente! Un pezzo staccato dal suo contesto è stupido e non ha alcun valore, è una «figura fuori senso, una figura fuori dal senso». Solo in quel momento, però, può avere inizio il suo riutilizzo ed eventualmente un’analitica sulla sua funzione. Quanto detto può essere applicato al Partito Democratico che, durante le elezioni del Presidente della Repubblica, ha definitivamente mostrato di non esistere come tutto e di «non servire a niente». I pezzi che lo costituiscono sono definitivamente andati in frantumi e non si trova chi ne dichiari la proprietà per farli sparire, per toglierli di mezzo.
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Crisi dell'€uro: tre scenari
di Georges Berthu*
Riflessioni sulla fine dell'euro
L'economista Patrick Artus, capo economista della Banca Natixis, lo stesso che nel 2008 annunciava la fine della crisi1 , ha recentemente pubblicato un nuovo libro in cui mostra - anche brillantemente – quel che tutti ormai capiscono: l'unificazione monetaria europea non reggerà se non sarà rapidamente integrata da istituzioni federali. Il federalismo è necessario "per evitare una crescita stagnante e l'esplosione dell'euro"2.
Il guaio è che non riesce a spiegare in modo convincente né come si possa passare al federalismo, né in cosa consista questa formula. Questo libro porta a un pozzo senza fondo.
Conosciamo già la dimostrazione di base: i paesi della zona euro erano troppo eterogenei fin dall'inizio per essere una '"area valutaria ottimale" e inoltre, invece di armonizzare le economie, come alcuni avevano inizialmente sperato, l'unificazione monetaria ha solo creato una ancora maggiore eterogeneità. In effetti i tassi direttori unici della BCE, e i tassi di cambio estero unici non sono veramente adatti a nessun paese (anche se lo sono un po' di più per la Germania) e, alla fine, stanno danneggiando tutti.
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Tutti in Barca? Alla ricerca di una sinistra diversa
di Sergio Cesaratto
Il documento di Fabrizio Barca “Un partito nuovo per un buon governo” non è di facile lettura per chi, come me, non è attrezzato a porre la questione dei rapporti partiti-Stato nella prospettiva della storia del pensiero politico e dell’esperienza storica. Lasciando dunque ad altri questo compito, solo poche osservazioni rimangono a me possibili, anche perché il documento non entra nel merito delle proposte, ma riguarda soprattutto l’idea di partito come strumento per un nuovo riformismo italiano.
1) La prima osservazione concerne l’enfasi che esso ripone sulle competenze. Il partito deve essere collettore e sintesi di competenze diffuse sui territori e fra gli individui. Questo a me sembra un importante elemento riformatore in una politica italiana, sinistra inclusa, in cui la competenza è spesso tacitata di specialismo tecnico, mentre l’incompetenza è contrabbandata per visione politica di grande respiro. Un aspetto centrale della scissione fra competenza e visione riguarda la politica economica delle cui tematiche anche specifiche – si pensi ai complessi problemi europei – i leader della sinistra sono in genere manifestatamente inesperti. Il riformismo, come Barca giustamente rivendica, è fatto di pragmatismo a ogni livello, dal micro al macro, di voler e di saper fare.
Al riguardo, porrei a Barca due questioni:
(a) I grandi temi e scelte di politica economica – come in generale quelle di politica estera a cui sono legati - non possono facilmente emergere dalla sintesi di conoscenze locali come su temi più squisitamente legate al territorio e trasferibili da un territorio a un altro.
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“Dialectics of liberation”
di Elisabetta Teghil
La fase dell’attuale modo sociale di produzione, il neoliberismo, è lo stadio del capitale nella sua dinamica auto espansiva, caratterizzato dalla guerra fra gli Stati e fra le multinazionali per la ridefinizione dei rapporti di forza, che vede all’offensiva le multinazionali anglo-americane e i loro rispettivi Stati. Questi, usati come braccio esecutivo, in attesa che gli USA diventino lo Stato del capitale. Lo aveva già previsto Stokely Carmichael, nel luglio del ’67, nel Convegno di Londra “Dialectics of liberation”, per il quale l’occidente avrebbe teso in futuro a identificarsi e/o a subire lo strapotere egemonico degli Stati Uniti e la contrapposizione non sarebbe stata tanto tra l’occidente e il terzo mondo, quanto fra gli USA e il resto del globo.
I popoli del terzo mondo, in questo processo, sono destinati ad essere schiacciati e a rivivere le pagine più nere del colonialismo.
La borghesia transnazionale acquisterà i tratti e i connotati di una nuova aristocrazia.
La restante parte della borghesia sarà ricondotta al ruolo di servizio che aveva prima della rivoluzione francese.
I paesi europei non sono in grado di resistere e/o di ostacolare questo processo. Ma, siccome c’è spazio solo per una super potenza e una multinazionale per settore, lo scontro finale avrà i caratteri di una resa dei conti particolarmente cruenta.
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