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La prevalenza del declino
di Alberto Bagnai
L’informazione nell’età dell’euro
Con l’avvicinarsi dell’inevitabile epilogo, quello che la Storia ci racconta, il dibattito sull’euro assume toni sempre più concitati. Il crescente nervosismo è comprensibile. Da circa un trentennio l’Italia è governata dal partito unico del vincolo esterno: prima sotto forma di Sme, oggi, sotto forma di PUDE (Partito Unico Dell’Euro). I personaggi sono sempre quelli, e da trent’anni sono dietro, sotto, sopra, o dentro al governo. L’informazione, che è un bene costoso, è stata comprata da chi aveva i soldi per farlo: gli azionisti di maggioranza di questo partito unico, le grosse lobby finanziarie che dominano le scelte di Bruxelles. Ne è risultata una plumbea uniformità: nessuna voce di dissenso aveva finora raggiunto i media, eccezion fatta per alcune strampalate organizzazioni, o movimenti, o iniziative, meritatamente prive di credibilità agli occhi degli elettori, e visibilmente strutturali a un disegno reazionario di canalizzazione del dissenso (come il nostro caro amico Donald).
Ma ora la situazione è cambiata. Per motivi vari e complessi, che vanno dal desiderio di alcuni politici e organi di informazione di predisporre un piano B onde evitare il totale discredito e assicurarsi la sopravvivenza (vedi Fassina), alla pressione che iniziative indipendenti e credibili hanno saputo promuovere presso i media tradizionali, capita che ogni tanto si riesca a sentire una voce seria e argomentata di dissenso, come quella di Claudio Borghi Aquilini.
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Il diritto del comune
di Girolamo De Michele
G. Allegri, A. Amendola, A. Arienzo, M. Blecher, M. Bussani, P. Femia, A. Negri, U. Mattei, G. Teubner, Il diritto del comune. Crisi della sovranità, proprietà e nuovi poteri costituenti, a cura di Sandro Chignola, Ombre Corte, Verona 2012, pp. 236, € 20,00
Questo volume, che raccoglie parte dei materiali prodotti in occasione di una giornata di studi nel marzo 2011, ha la sua ragion d'essere in almeno due temi: la crisi del diritto e della sovranità, e la pratica necessità di processi costituenti messi all'opera dai movimenti globali.
Che in un'epoca di crisi dell'economia globale siano entrate in crisi tanto gli istituti della rappresentanza politica "democratico-costituzionale", quanto il diritto in quanto tale; che si debba parlare di una crisi delle costituzioni sia dal lato teorico (fondamenti formali dell'architettura giuridica che regolamenta la produzione di leggi e la loro applicazione), sia dal lato materiale (garanzia dell'inviolabilità dei diritti fondamentali iscritti nelle carte costituzionali e tutela sostanziale del cittadino), non è una novità per gli studiosi di questi argomenti.
Meno comune è la comprensione di questa crisi da parte della (cosiddetta) opinione pubblica, e le sue conseguenze nella precaria quotidianità di questo lungo fine secolo.
Partiamo da alcuni concreti casi esemplari di violazione dei diritti umani da parte di società multinazionali: «l'inquinamento ambientale e il trattamento disumano di gruppi di popolazione locale, come nel caso della Shell in Nigeria; la catastrofe chimica di Bophal;
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Il patrimonio scientifico-tecnologico
Fra lunga durata e attuale emergenza
di André Tosel
La tradizione italiana marxista di riflessione sulle scienze e il loro uso sociale è sempre stata reticente nei confronti del realismo epistemologico, marcata dallo storicismo e dall’idealismo soggettivo: bisogna risalire alle opere troppo trascurate e notevoli di Ludovico Geymonat (e di certi dei suoi alunni) – come tra l’altro Filosofia e filosofia della scienza (1960), Scienza e realismo (1970) e la monumentale Storia del pensiero scientifico e filosofico – per vedere proposta un’interpretazione materialista e dialettica della storia della conoscenza scientifica, che difenda del tutto l’obbiettività di questa conoscenza e la sua necessaria utilizzazione da parte delle forze desiderose di trasformare la società capitalista. Bisogna anche tenere conto del materialismo leopardiano di Sebastiano Timpanaro, critico di qualunque progressismo.
Il riferimento al materialismo dialettico, ispirato all’Engels della Dialettica della natura ed a Lenin, è ancora più rara, tanto fu compromessa dal percorso del dia-mat sovietico. È un segno del tempo che alcuni filosofi, Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio, osino ritornare su questo problema riferendosi ancora a Marx, Engels, Lenin, pur sempre rimanendo consapevoli che la prospettiva di un’ontologia materialista generale, dall’atomo alla Storia, ha perso qualunque giustificazione e che il sogno della filosofia che si trasforma in una scienza enciclopedica delle scienze è o impossibile o da incubo.
Non si tratta pertanto di un ritorno, ma di una nuova proposta fondata su una storia di lunghissima durata storica, che ha per oggetto il dimostrare che il complesso formato dalle scienze e dalle tecniche deve essere considerato a partire dalle proto-scienze e dalle proto-tecniche, che hanno permesso all’umanità di prodursi come specie distinta da tutte le altre in seno alla natura, e così dall’età del paleolitico e del neolitico.
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I vent'anni del Neoriformismo
Paolo Favilli
Non è quantitativa la differenza tra riforismo "debole" e riformismo "forte". Si tratta di scegliere tra normalizzazione della democrazia e critica dell'economia politica
La campagna elettorale in atto è dominata dagli «equilibrismi della mistificazione», dalla «fraudolenza retorica», da un meccanismo accelerato di distruzione della lingua, la risorsa profonda del legame sociale (P.P. Portinaro, la Repubblica 3 febbraio). È del tutto illusorio, quindi, pensare che le dichiarazioni fatte dalla grande maggioranza degli uomini politici in questa contingenza possano modificare lineamenti di fondo, iscritti nelle logiche di più lungo periodo. Ad esempio, non ha niente di realistico credere che in seguito alle polemiche della campagna elettorale, i corposi incroci, nei fatti, delle agende di Monti e di Bersani, finiranno per scomparire nella nuvola della retorica funzionale al breve respiro delle tattiche di posizionamento. Quanto aderenti, invece, all'immanenza dei percorsi già sedimentati i molti contributi che il manifesto ha sempre continuato a pubblicare (Gianni, Pizzuti ed altri) sui processi della trasformazione economica, della trasformazione sociale. Contributi fortemente ancorati alla «realtà effettuale» tramite analisi ed argomentazione sulle «cose» e non sulle «parole». Non è, forse, il momento migliore per porre l'accento sulle questioni che la politica deve affrontare in combinazioni temporali assai più complesse. Tuttavia bisogna sforzarsi di ragionare anche sugli incroci dei tempi brevi e dei tempi lunghi, sul senso che assume in questo presente il nostro venire «da lontano». Nella prospettiva della costruzione/ricostruzione di una sinistra che si ponga davvero come «erede della storia del movimento operaio» i risultati delle prossime elezioni avranno certamente un peso. Saranno in grado di rallentare o accelerare un percorso.
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Il riformismo su un binario morto
di Spartaco A. Puttini
Chi non apprende dalle lezioni della storia è condannato a ripetere i propri errori. E chi pensa di muoversi senza curarsene non è solo cieco, è pericoloso, come ebbe a dire Hobsbawm.
A guardare il contegno assunto dai vari riformismi di fronte alla crisi e all’offensiva reazionaria che si è scagliata contro i popoli europei balza agli occhi l’assoluta mancanza di una risposta adeguata, all’altezza della sfida.
L’accondiscendenza verso le politiche di austerità delle tecnocrazie liberali e la sostanziale sudditanza teorica alle ricette del pensiero economico mainstream negli ambienti politici che si rifanno al riformismo la fanno ancora grandemente da padrona, nonostante tutto.
Anche nel corso della campagna elettorale per le elezioni politiche in Italia si è sviluppato un grave equivoco, foriero di serie conseguenze, e si è persa una grande occasione ad urne nemmeno aperte.
L’equivoco è dovuto al fatto che una coalizione di centrosinistra che riscopre, almeno a parole, il valore del “lavoro” continua a sostenere la necessità di un incontro con il così detto centro liberale (che può essere definito centro solo con una buona dose di fantasia) e questo la porta ad essere più tenera e più invischiata con le politiche di austerità e macelleria sociale del governo uscente presieduto da Monti di quanto sarebbe lecito e, anche dal punto di vista puramente elettoralistico, conveniente.
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Irlanda: prima della classe dell'eurofiasco
John Weeks
Da Social Europe un articolo che analizzando i dati smonta il mito dell'Irlanda che con l'austerità ha ripreso a crescere
I media spesso si riferiscono all'Irlanda come alla "prima della classe" tra i paesi che lottano per uscire dalla disastrosa crisi Europea.
Ma un'analisi del "successo" degli Irlandesi ci rende benissimo l'idea di cosa sia veramente quell'economia dell' 1% che predica il Vangelo dell'austerità in Europa. ...
Se delle importazioni in eccesso possono generare problemi quando perdurano a lungo, [...] quando un paese registra un surplus commerciale, i consumi e degli investimenti dei suoi residenti devono essere inferiori alla produzione e al reddito nazionale. Questa eccedenza può finanziare i flussi di capitale, il che spiega perché gli investimenti esteri tedeschi, giapponesi e cinesi si sono moltiplicati nel corso degli ultimi venti anni. Il mantenimento di un surplus commerciale come politica del governo, è definita "mercantilismo".
In un numero recente, il giornale britannico The Guardian ha riportato un caso da manuale di strategia mercantilista. All'inizio di questo articolo il lettore scopre che negli ultimi tre mesi del 2012 l'economia tedesca ha mostrato il suo secondo maggior surplus commerciale in quasi 60 anni, in parte a causa di "un inaspettato calo delle importazioni nel mese di dicembre."
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Governo tecnico o governo politico? Una falsa alternativa
di Giuseppe Duso
Le difficoltà che si incontrano nel distinguere il “governo tecnico” da quello “politico” sono la spia di difficoltà ancora più grandi, quelle che riguardano il processo di legittimazione del governo. È perciò la stessa categoria del governo che deve esser ripensata, fuori da ogni sua riduzione a “potere esecutivo” e dentro un modo diverso di intendere il comando e la dimensione politica dei cittadini
In relazione alla situazione politica che si è determinata nell’ultimo anno si può tentare un esperimento inconsueto. Non tanto cioè di dare per scontato che si è trattato di una situazione eccezionale e che è ben diverso un governo “tecnico” da uno “politico”, e nemmeno di giudicare l’operato di questo governo tecnico (cosa che si può e si deve fare), ma piuttosto di trarre motivo da questa esperienza per una riflessione critica sulla modalità diffusa di pensare la politica, condivisa anche da coloro che si contrappongono nella lotta politica. Il piano in cui si dà la lotta culturale e politica e la forma della democrazia rappresentativa devono essere accettati come inevitabili e necessari, oppure emerge l’esigenza di nuove categorie per pensare la politica?
Possiamo partire dalla definizione di “governo tecnico” che è stata usata, sia pure con giudizi diversi, per indicare una tale vicenda politica. In questa espressione il termine “tecnico” vuole segnalare la presenza diretta nel governo delle competenze e conoscenze necessarie a risolvere i problemi che ci assillano. L’identificazione del governo con queste competenze e saperi non appare tipica della forma democratica, al punto che spesso si sente parlare di una “sospensione della democrazia”. Cosa significa ciò? Che di norma si pensa che il governo che non è tecnico, ma è invece “politico”, può essere privo delle conoscenze necessarie a governare i processi e a risolvere i problemi? Si è tentati di rispondere di no; ma in realtà, anche se sembra ovvio che nei ministeri e nel personale amministrativo ci sia competenza tecnica, si è costretti ad ammettere che tale sapere non è ritenuto necessario per la guida politica, in quanto si pensa che questa debba essere determinata dalla scelta della linea di fondo e dei valori che connotano una politica in luogo di un’altra.
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Monti, l’Europa e la finanza
di Guglielmo Forges Davanzati
La principale motivazione teorica a sostegno dell’attuazione di politiche fiscali restrittive in una fase di caduta della domanda aggregata risiede nel c.d. effetto di spiazzamento, secondo il quale la riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della tassazione), riducendo i tassi di interesse, accresce gli investimenti privati generando crescita economica. A ciò si aggiunge che è necessario ridurre (o, con espressione più sfumata, “riqualificare”) la spesa pubblica, dal momento che essa è fonte di sprechi, inefficienze, corruzione. Si tratta di una tesi che sembra non reggere alla prova dei fatti, per le seguenti ragioni.
1) Il Governo italiano non ha attuato politiche di austerità riducendo la spesa pubblica. Su fonte Ragioneria Generale dello Stato (v. tabella 1) si registra che – nel corso dell’ultimo biennio – la spesa pubblica non si è ridotta in modo significativo, e si prevede un ulteriore aumento per il 2013. . E’ aumentata soprattutto per l’aumento delle spese rubricate sotto la voce “risorse proprie Cee”, passate da 17.200 milioni di euro del 2010 ai 18.700 milioni di euro nel 2012. Le risorse proprie – che derivano dalla contribuzione dei cittadini – sono accreditate ogni mese all’Unione monetaria europea dagli Stati membri su un conto acceso dalla Commissione europea presso la banca centrale nazionale.
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A proposito di una polemica diventata personale che potrebbe essere invece un’occasione importante di dibattito per un partito come il Pd e per noi, diciamo, di sinistra
di Christian Raimo
Probabilmente l’avete seguita questa notizia. C’è una ragazza, una donna diciamo pure, di 36 anni, Chiara Di Domenico, che viene invitata sul palco di un’iniziativa del Pd a parlare per otto minuti della sua condizione di lavoro: una precaria dell’editoria (come oggi sintetizzano tutti i giornali). In un climax dell’intervento, che trovate qui per esempio, Chiara cita un’altra ragazza, o donna, Giulia Ichino, 34 anni, senior editor della narrativa italiana di Mondadori, figlia del giuslavorista Pietro, che al contrario di molti suoi coetanei precari, iperflessibili, forse per quel cognome passe-partout, insinua Chiara, è riuscita a farsi assumere da Mondadori a soli 23 anni. La replica di Giulia Ichino arriva in una nota in cui lei sostanzialmente cerca di sfuggire alla polemica, ma si limita a ricordare semplicemente che tutto quello che è riuscita a raggiungere nel suo lavoro l’ha fatto con i suoi mezzi e grazie ai propri meriti: forse è stata fortunata un po’, sicuramente non raccomandata, dice.
Il giorno dopo la storia crea, come è facile immaginare, reazioni a tutto campo, fazioni che si mescolano. Solidarietà a Di Domenico, solidarietà a Ichino. Lodi al Pd (poche, a dire il vero), critiche al Pd (molte a dire il vero, da Luca Sofri a Gianni Riotta a Pierluigi Battista a Antonio Polito a Riccardo Luna sull’Huffington Post – giornale che aveva dato rilievo alla vicenda per primo – a Linkiesta, etc… ).
Ora, quello che mi piacerebbe fare con questo post è una piccola mossa del cavallo, evitando di entrare nella falsa contrapposizione precaria-raccomandata, invidiosa-meritevole,
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Consigli (o sconsigli) per gli acquisti
Militant
Io cito sempre un episodio, che è stato raccontato in assemblea, di un anziano che si è alzato e ha detto: «io ho settantaquattro anni, oggi ero alla Maddalena, ho tirato due pietre contro le forze dell’ordine; una era la mia e una era di mio fratello, che era ricoverato in ospedale e mi aveva detto: “se vai, devi tirare una pietra anche per me”».
(dall’intervista a Giovanni Vighetti, p. 116)
È uscito da qualche settimana per DeriveApprodi A sarà düra. Storie di vita e di militanza no tav, a cura dei compagni e delle compagne del cs Askatasuna. Scopo del volume è quello di presentare una serie di riflessioni ed esperienze di militanti notav, osservando il movimento dall’interno, ragionando sulle sue difficoltà e sulle sue contraddizioni e, contemporaneamente, interrogandosi sul suo futuro e sulle prospettive che può aprire anche ad altre forme di conflitto. Un movimento di massa che ha trasformato e continua a trasformare in profondità la comunità in cui si è consolidato. Un movimento che, giorno dopo giorno, da oltre un decennio propone con sempre maggiore forza l’esempio di un’alternativa possibile al sistema di dominio attuale e che è sempre più convinto di poter vincere. Una sfida di un potere costituente al Potere costituito, «un esercizio di contropotere su un contesto circoscritto, passibile però di generalizzazione oltre gli angusti confini della Val Susa», l’incarnazione della «possibilità di un contro-soggetto (antagonista) collettivo» (p. 240): non è un caso se il ministro Cancellieri lo ha definito «la madre di tutte le preoccupazioni».
Lo diciamo come premessa: come del resto viene affermato anche nell’introduzione del volume (se ne può leggere una parte nella presentazione del volume su infoaut), non si tratta di un libro semplice ma le parti più ostiche e di contenuto più metodologico – per quanto siano, secondo noi, di fondamentale importanza – possono venire saltate. Si tratta, infatti, di un libro così importante sul conflitto notav – e sul conflitto sociale in generale – che abbandonarlo per le difficoltà di lettura incontrate nelle prime pagine sarebbe davvero un’occasione sprecata.
Il libro è diviso in quattro parti. La prima è una vera e propria introduzione metodologica, debitrice alle riflessioni e agli insegnamenti di Romano Alquati, a cui infatti è dedicato il libro. Scopo del volume è quello di costruire una «conoscenza nostra, di parte, da utilizzare immediatamente e concretamente nelle lotte, per lo sviluppo e l’allargamento dl movimento» (p. 10).
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Benvenuti all’inferno. Una recensione precaria
di Laura de Ronzo
Precari: la nuova classe esplosiva, promette il libro di Guy Standing, di recente tradotto in italiano (il Mulino, 2012). Il titolo, che si apre alle interpretazioni più disparate, sembrerebbe evocare uno scenario in cui queste nuove figure del mercato del lavoro, ormai allo stremo delle forze, rivelano un potenziale di liberazione senza precedenti, e che abbiano finalmente deciso di ribellarsi (esplodere, appunto) e cominciare a lottare contro il sistema capitalistico che se ne nutre.
Questo libro è però la narrazione della genesi e dello sviluppo di un nuovo gruppo sociale che ha assunto dimensioni mondiali e che, secondo Standing, ha tutte le carte in regola per diventare una vera e propria classe globale, nonostante egli la consideri ancora una classe “in divenire”, poiché deve ancora prendere coscienza di se stessa.
Standing offre un’analisi molto dettagliata del processo di formazione di questo fenomeno, come lo definisce, evidenziandone le cause e individuando i gruppi sociali che ne sono più colpiti.
La prima domanda cui Standing cerca di rispondere è quindi: chi sono i precari?
Standing definisce il precariato come un fenomeno tutto nuovo, che ha certamente dei legami con il passato, ma che non ha nessun nesso né con la classe operaia né con il proletariato.
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La crisi finanziaria e i suoi sviluppi*
Gli insegnamenti di Hyman Minsky
relazione di Riccardo Bellofiore
Cercherò di essere fedele, qualche volta esplicitamente qualche volta implicitamente, alla frase scritta a video e quindi cercherò di essere un po’ ribelle nei confronti di chi mi ha preceduto, d’altronde appunto, come è stato detto, ho studiato giurisprudenza, mi sono laureato con Claudio Napoleoni, ho lavorato con Augusto Graziani, ho conosciuto Hyman Minsky: in qualche misura mi sento “allievo” ma ho sempre avuto un atteggiamento critico, quindi sono assolutamente certo che qualsiasi cosa io dica anche a loro favore sarebbe vista con un attimo di scetticismo.
Vorrei iniziare da una citazione, inconsueta forse in questo contesto, di un libro che quando ero giovane andava molto di moda: Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. A un certo punto, ci si riferisce lì al pensiero occidentale ma io ne farei un discorso più generale, si dice che siamo abituati a ragionare in termini dualistici, sì e no, in realtà esiste una terza possibilità logica; questa terza possibilità logica in giapponese si esprime con mu, che vuol dire né sì né no, chiede di riformulare la domanda perché la verità della risposta sfugge al sì e al no. Io credo che questo sia un insegnamento su due questioni che abbiamo davanti. Una è la crisi finanziaria, crisi finanziaria, crisi reale: credo che sia entrambe e non sono molto convinto dal tirarla solo da una parte o solo dall’altra. Qui credo di essere d’accordo con Ciocca ma forse con qualche disaccordo sul suo accento a tirarla più dal lato reale.
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L’amore al tempo del capitalismo
di Barbara Carnevali
L’amore come patologia sociale
Da alcuni anni Eva Illouz ha intrapreso un affascinante programma di ricerca dedicato alle forme con cui modernità ha plasmato la vita affettiva[1]. Il suo ultimo libro affronta il problema più delicato e avvincente, il rapporto tra eros e capitalismo, chiedendosi quale sia lo specifico modo di soffrire per amore che caratterizza la cultura contemporanea.
Si tratta, in primo luogo, di relativizzare fenomeni solo apparentemente universali[2]. La sofferenza amorosa sembra senza tempo, e la letteratura sarebbe pronta a dimostrarlo. Ma il senso da attribuirle è condizionato dai quadri ideologici e istituzionali che strutturano le diverse forme di vita, e può addirittura invertirsi nel passaggio da un contesto all’altro. Il dolore che fu esaltato dal cristianesimo e dal romanticismo è diventato vergognoso al tempo del capitalismo. Per la mentalità terapeutica e concorrenziale che ispira i nostri costumi, contraddicendo i valori romantici ancora latenti nella cultura pop, lo struggimento del desiderio inappagato che il codice stilnovistico celebrava come prova di grandezza interiore è un sintomo di scarsa salute emotiva e l’indice di un fallimento, di una svalutazione dell’io.
L’approccio della sociologia storica sfocia quindi nella denuncia delle strutture sociali che condizionano la vita affettiva, distorcendola.
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Austerità, guerre monetarie e crisi della globalizzazione
Alfonso Gianni
Il titolo del Sole 24 Ore di sabato scorso diceva (quasi) tutto quello che c’è da dire sul recente vertice di Bruxelles: “L’Europa vara il bilancio di austerità”. In effetti la riduzione del bilancio 2014-2020 rispetto a quello 2007-2013 è assai consistente: -3,5%. Ma il dato quantitativo dice ancora poco di quello che sta succedendo. Tra i 40 miliardi di spesa che sono saltati, i settori più sacrificati sono quelli relativi a ricerca e innovazione, formazione e investimenti nelle reti. Ovvero tutte le sfide più importanti e le probabili leve per uno sviluppo qualitativamente diverso da quello fin qui avvenuto e entrato in una profonda crisi strutturale. L’Italia porta a casa qualcosa di meglio della volta precedente – a trattare c’era Berlusconi, quindi non è un gran merito – soprattutto grazie al buon lavoro di Fabrizio Barca, ma tutto sarà devoluto alla campagna elettorale di Mario Monti.
E’ la prima volta che la Ue riduce il suo bilancio già così misero: l’1% del suo Pil. Siamo di fronte non solo ad un dato economico ma a un elemento politico di grande rilevanza. L’insistenza inglese e tedesca sui tagli dimostra che il processo di unità europea è reversibile, che la tendenza all’unità può essere invertita nel suo contrario, che questo avviene ad opera dei paesi più forti dentro la peggiore crisi di tutti i tempi del capitalismo europeo.
Il 2012 si è chiuso con un surplus commerciale tedesco record. Il migliore che si sia mai realizzato fatta eccezione di quello del lontanissimo 1950.
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Il lavoro autonomo e il sindacato: una svolta ?
di Sergio Bologna
È appena stata pubblicata una “Guida” della Cgil su cui è importante riflettere, si tratta di: In-flessibili. Guida pratica della CGIL per la contrattazione collettiva inclusiva e per la tutela individuale del lavoro. Prefazione di Elena Lattuada e Fabrizio Solari, con testi di Davide Imola, Cristian Perniciano, Rosangela Lapadula, Marilisa Monaco, Ediesse, Roma 2013, pp. 195, € 13,00.
Ad esempio i candidati del PD, di SEL, di Rivoluzione civile, per limitarsi a coloro che stanno presentadosi alle elezioni proponendosi come rappresentanza politica dei lavoratori, hanno letto questo libretto? Se non lo hanno ancora fatto, lo facciano. Diranno, sul problema drammatico dell’occupazione e dei diritti di chi lavora, qualcosa di meno generico di quanto i più volonterosi tra di loro vanno dicendo in queste settimane pre-elettorali.
Ma dovrebbero leggerlo anche i lavoratori con contratti “atipici” e i lavoratori autonomi con partita Iva, perché il testo lascia intravedere, a mio avviso, la possibilità di una svolta molto importante nella storia della CGIL o, meglio, la esplicita, perché il cambiamento in questi anni c’è stato ma era sotterraneo, non ancora legittimato dai vertici, e dunque non effettivo. Ora, che questo libretto, concepito come manuale per la “contrattazione inclusiva” ad uso dei quadri intermedi del sindacato, delle RSU e dei delegati, sia presentato da due segretari nazionali, dimostra che ci troviamo di fronte a una possibile inversione di rotta di cui la Direzione CGIL è ben consapevole.
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Vincoli alla circolazione dei capitali e principi costituzionali*
Stefano D'Andrea
La disciplina che vincolava la circolazione dei capitali, vigente in Italia fino al 1988, non diversamente da altre discipline simili, non svolgeva la semplice funzione di assicurare allo Stato uno strumento per tenere sotto controllo la bilancia dei pagamenti, come superficialmente si potrebbe essere indotti a credere, bensì anche altre svariate e fondamentali funzioni, attuative di principi costituzionali.
1 Intanto, un ordinamento giuridico che richieda autorizzazioni ministeriali per eseguire compravendite volte ad importare merci (art. 2 D. L 6 giugno 1956 efficace fino al 1988 e abrogato nel 1989), svolge di fatto la funzione di promuovere la produzione interna. Per promuovere la produzione interna delle merci, si sacrifica la “sovranità del consumatore”, ossia il diritto del consumatore di acquistare ogni bene prodotto in qualunque luogo della terra al minor prezzo possibile nonché il diritto di acquistare beni “prodotti” in Italia con componenti provenienti dall’estero, e quindi a più basso prezzo.
Infatti, molti imprenditori tenderanno a non rischiare di veder negata l’autorizzazione e a non attendere i tempi richiesti dal procedimento amministrativo. Pertanto acquisteranno sul mercato nazionale i beni strumentali e gli elementi che compongono la merce da essi prodotta e venduta. Lo stesso mestiere di importatore sarà più complesso e rischioso, sicché in molti tenderanno, almeno nei casi in cui il giro di affari non è notevole, ad acquistare sul mercato nazionale il tipo di beni che intendono ri-vendere, anziché acquistarli all’estero.
Di fatto, dunque, la disciplina vincolistica, fondata sulle autorizzazioni ministeriali, svolge l’efficacia di promuovere la produzione interna e quindi l’occupazione. Pertanto, essa concorre a promuovere maggiori salari, considerato che i salari crescono al crescere dell’occupazione e stagnano o diminuiscono nei periodi di elevata disoccupazione.
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La “Grillonomics”*
Analisi del programma economico del MoVimento 5 Stelle
di Vladimiro Giacché
Nell’affrontare il programma economico del Movimento 5 Stelle è opportuno preliminarmente sgombrare il campo da possibili equivoci. Uno su tutti: chi scrive non appartiene al novero di chi ritiene il Movimento fondato da Beppe Grillo un pericoloso movimento eversivo con il quale non ha senso dialogare e le cui proposte non possono essere neppure prese in considerazione [...] considererò il programma di Grillo come si fa (o si dovrebbe fare) col programma di ogni partito o movimento: discutendo nel merito di quello che propone. [...] il Movimento 5 Stelle il programma ce l’ha. Anzi, ne ha due. L’uno, più articolato, è un documento di 15 pagine scaricabile dal blog di Beppe Grillo. L’altro, molto più sintetico e consistente in 16 punti, è stato proposto (e rilanciato dagli organi d’informazione) il 27 dicembre 2012, in una sorta di risposta alla cosiddetta Agenda Monti. Purtroppo, i due programmi non si sovrappongono perfettamente (in ciascuno dei due sono trattati anche temi non presenti nell’altro), e questo complica un po’ le cose.
In ogni caso procederò come segue: partirò dal programma economico che si può ricavare dai 16 punti, per poi verificarne più approfonditamente i contenuti con l’aiuto del documento programmatico vero e proprio.
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Come riformare il capitalismo
di Lanfranco Turci
Nel suo libro “Ripensando il capitalismo. La crisi economica e il futuro della sinistra” Salvatore Biasco ricostruisce i cambiamenti indotti dalla globalizzazione e dal primato della finanza nei rapporti fra economia e democrazia. E propone una nuova agenda per la sinistra: dal socialismo al comunitarismo. ►In calce una replica di Salvatore Biasco
Già nel 2009 con il suo libro “Per una sinistra pensante” Salvatore Biasco aveva messo in discussione, con il pregio di una critica che nasceva dall’interno, la cultura politica del PD e, in particolare, la curvatura neoliberale che essa era andata assumendo attraverso i vari passaggi successivi alla fine del Pci e l’incontro con la sinistra democristiana e ulivista. La tesi principale del libro, sostenuta in una discussione ravvicinata con il libro del 2007 di Michele Salvati (“Il partito democratico per la rivoluzione liberale”), era che rigore, concorrenza, merito e uguaglianza delle opportunità fossero principi non solo insufficienti a mobilitare il popolo della sinistra, ma anche inadeguati a garantire sviluppo e coesione sociale. Il libro ebbe una certa risonanza perché usciva mentre già si facevano sentire gli effetti della grande crisi scoppiata nel 2008, che non potevano non rimettere in discussione teorie e scelte politiche assunte acriticamente negli anni precedenti dal Washington consensus e cristallizzate nell’impianto istituzionale ed economico dell’Unione Europea.
A tre anni di distanza Salvatore Biasco ritorna sugli stessi temi con più respiro e sistematicità nel suo nuovo libro “Ripensando il capitalismo. La crisi economica e il futuro della sinistra” (Luiss university press editore).
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La merce non perdona
Note semiserie sulla caduta di un altro nemico poco onorevole
Kris Kaudwell
E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società,
che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli?
Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo?
E quindi non è forse anche il dissolvitore universale?
K. Marx
E' noto quanto la spesa militare finanziata a debito di Reagan fu determinante nel costringere l'URSS ad una corsa agli armamenti economicamente insostenibile, cosa che contò non poco nella successiva implosione del regime sovietico. Ma non contò poco neanche sull'ingigantirsi del debito pubblico Statunitense, che Clinton provò poi ad abbattere finendo in sostanza per convertirlo in debito privato. Il keynesismo militare Reaganiano e poi Bushiano divenne così col tempo sempre più un keynesismo "finanziario", fino alla sua arcinota crisi nel 2008. Crisi che ha ironicamente ritrasformato tutto in debito pubblico, per via dei vari salvataggi alle banche e delle relative socializzazioni delle perdite. Dietro la scintillante vittoria di un occidente apparentemente invincibile si nascondevano scheletri nell'armadio destinati a renderlo tremendamente fragile. Sappiamo infatti come è proseguita la storia: gli USA ora navigano a vista tra fiscal cliff, iniezioni di liquidità e rinnovati rischi inflazionistici, mentre la recessione globale seguita alla crisi finanziaria impone una generalizzata razionalizzazione del sistema economico, che centralizza capitali, taglia rami secchi, espropria padroncini. La stessa crisi dell'eurozona può essere interpretata come un momento di questo processo.Anche il Vaticano, di cui è noto il sostegno finanziario che all'epoca del Papa sciatore garantiva a Solidarnosc grazie al vecchio Calvi che girava i soldi di Cosa Nostra ripuliti tramite lo IOR (finché in Sicilia non se so un po' alterati..), ha la sua quota di scheletri e così di debolezze.
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Il Papa che gli Usa non rimpiangono
di Vincenzo Maddaloni
Un pontificato breve (otto anni), però intenso. E’ questo papa teologo - il primo, il solo - che riesce ad infondere nell’azione diplomatica della Segreteria di Stato vaticana un sapere sottile e consapevole secondo il quale il Medio Oriente - insieme alla guerra contro il terrorismo - diventa il teatro principale della politica mondiale. Per moltissimo tempo la diplomazia della Santa Sede aveva una visione universale con alcuni obiettivi chiaramente identificati, come l’evangelizzazione dell’Africa, il sostegno alla politica degli Stati Uniti in Sud America, per citarne alcuni.
Benedetto XVI volta pagina. Dopo che gli equilibri di tutto il Medio Oriente sono stati modificati dalle scelte compiute dal governo degli Stati Uniti in risposta agli eventi dell’11 settembre 2001. Non mi riferisco soltanto all’intervento militare in Afghanistan, in Iraq e all’appoggio sempre più incondizionato prestato dall’amministrazione Bush e da Obama poi alla politica dei falchi israeliani, ma al fatto che queste iniziative si inquadrano in un disegno molto più ambizioso, che ha l’obiettivo strategico di assicurarsi il controllo incondizionato delle risorse energetiche dell’Eurasia e quindi del mondo.
L’Islam è un tema sul quale, negli anni, Joseph Ratzinger ha scritto poco. Ma è un tema che gli è ben presente, tanto più da quando è divenuto Papa. Nel cinque mesi dopo la sua elezione a pontefice, nel settembre del 2005, a Castelgandolfo Benedetto XVI aveva dedicato proprio all’Islam due giornate di studio, a porte chiuse, assieme a due esperti islamologi e a un gruppo di suoi ex allievi di teologia.
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Capitalism is dead
Notizia di oggi è che il papa si è «dimesso» perché non è più in grado di «governare la Chiesa» (parole del portavoce della Santa Sede). A quanto pare lo Spirito Santo si è sbagliato su Ratzinger, o comunque è stato impreciso. In tanti abbiamo pensato che, per fare un altro papa, stavolta non c’è scappato il morto.1
In qualità di “fastidiatori” da settimane preparavamo una puntata “maledetta” perché, per diverse circostanze sfortunate, lunedì scorso non ci è stato possibile andare in onda come di consueto. Dunque è dal 28 gennaio che avevamo in mente di parlare del rapporto tra fede e finanza, tra monoteismo e capitalismo, per via del fatto che gli scandali bancari e gli scandali religiosi sembrano andare di pari passo soprattutto in questo periodo e non solo in Italia. Per via di altre circostanze, neanche questo pomeriggio potremo andare in onda e certamente la notizia di oggi, epocale per numerosi aspetti, ci ha convinti della correttezza della via sulla quale ci eravamo incamminati, dovendo dunque aspettare lunedì prossimo per poter finalmente parlarne in radio. Abbiamo così deciso di pubblicare oggi, senza indugiare ulteriormente, ciò che era nostro progetto dire lunedì scorso e che certamente contiamo di ridiscutere in diretta il prossimo. Esattamente a cavallo tra il lunedì passato e quello futuro, questa notizia ha dunque aggiunto alle nostre riflessioni qualcosa di più che una conferma, piuttosto la possibilità di poter fare un annuncio: il capitalismo è morto. Il senso di questo annuncio dovrebbe venire alla luce senza troppa difficoltà alla fine della lettura.
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Il comunismo, un giudizio riflettente sulla storia
Saša Hrnjez intervista Costanzo Preve
SAŠA HRNJEZ:Se partiamo dalla domanda che apre il progetto kantiano: “Come sono possibili i giudizi sintetici a priori?”, subito ci troviamo nel fulcro del problema gnoseologico (nonché ontologico). Insomma, questa domanda è molto di più di una gnoseologia (bisogna rinnegare, secondo me, i vari tentativi di ridurre Kant ad un teorico della conoscenza). Kant esprime infatti la domanda e l’esigenza di una sintesi, il che è una questione epocale (è l’epoca della rivoluzione francese e della dissoluzione di un vecchio mondo che cede il posto al mondo borghese - capitalista). Ecco, se il problema della sintesi nasce nel momento della crisi profonda di un sistema, il rapporto tra crisi e critica non è solamente di tipo etimologico, e dunque la critica trascendentale di Kant si può considerare come una risposta alla crisi sociale dell’epoca.
COSTANZO PREVE: Io sono completamente d’accordo a non ridurre Kant a pura gnoseologia, perché la riduzione del pensiero kantiano a gnoseologia pura è stato un fenomeno del neokantismo, corrente universitaria tedesca posteriore di 60 o 70 anni dopo la morte di Kant.
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Intervista a Vladimiro Giacché
di Bruno Settis e Francesco Marchesi
Incontriamo Vladimiro Giacché il 2 febbraio a Pisa, dove è venuto a partecipare all’Assemblea pubblica di Rivoluzione Civile che si è tenuta al CEP, in quanto membro del direttivo dei Comunisti Italiani e candidato alla Camera in Toscana. Di formazione filosofica (alla Scuola Normale) e tradizione comunista (il secondo nome è Ilio), ha lavorato nel settore finanziario pubblico e privato. Negli ultimi anni Vladimiro è emerso in Italia come un penetrante commentatore della crisi, intrecciando la critica dell’ideologia (La fabbrica del falso, DeriveApprodi, seconda ed. 2011) con quella delle politiche economiche (oltre all’attività giornalistica su Il Fatto Quotidiano, Pubblico e altrove,Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato, Aliberti, seconda ed. 2013). Insomma, con il contributo che Vladimiro fornisce all’elaborazione delle linee di proposte economiche della lista di Rivoluzione Civile (di cui abbiamo già discusso, e torneremo a discutere, in altri articoli), ci ricorda che nella società civile ci sono anche i comunisti. E, infine ma non ultimo, è sempre garantita una chiacchierata piacevole.
Qual è la posizione di Rivoluzione Civile in merito alla crisi del Monte dei Paschi di Siena, in relazione, in particolare, al problema dell’infiltrazione delle banche da parte della politica, da molti considerata la causa scatenante di questa crisi?
Noi riteniamo che l’infiltrazione dei partiti in una economia, si suppone, sana non sia l’origine del crack di MPS. Pensiamo invece che questa affondi le sue radici nel periodo della massiccia privatizzazione del sistema bancario italiano: all’inizio degli anni ’90 il 73% delle banche italiane era controllato dallo stato, mentre alla fine del decennio questa percentuale risultava esattamente dello 0%.
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Il paradosso di Berlusconi “keynesiano”
di Luigi Cavallaro
Negli anni la sinistra, abbandonando progressivamente i propri punti di riferimento nella teoria economica, è diventata la paladina del “rigore”, fino ad approvare il pareggio di bilancio in Costituzione. Così ha concesso a Berlusconi ampio margine per conquistare un terreno politico lasciato incustodito. Il paradosso di un Cavaliere “keynesiano”, avversario dell’austerità imposta dalla Merkel e critico dell’euro, altro non è che il risultato di una sinistra che ha fatto proprio il “punto di vista del Tesoro“
Gramsci scrisse una volta che dire la verità è una necessità politica. Ma dire la verità presuppone una scelta partigiana: la verità, infatti, è sempre situata da una parte.
La parte in cui ci vorremmo situare non è una generica «sinistra». Da tempo ormai questa parola non designa null’altro che un vago e indistinto antagonismo rispetto a Silvio Berlusconi, ossia rispetto a colui che, negli ultimi vent’anni, ha incarnato il «grande Altro» della revanche capitalistica da cui è stato pervaso il nostro Paese. «Di sinistra» sono così diventati Indro Montanelli e Eugenio Scalfari, Antonio Di Pietro e Francesco Saverio Borrelli, Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi (e Giuliano Amato), e perfino organi dello stato come la Corte costituzionale o interi apparati statali, come la magistratura.
La parte per cui intenderemmo prendere parola non è dunque una «sinistra» che non ha più significato alcuno. È piuttosto la «parte maledetta»: quella stessa di cui scrisse Bataille in un’opera visionaria in cui si provò a illustrare «le ragioni che rendono conto delle bottiglie di Keynes»1, e che sola può spiegare la verità delle più estreme posizioni politiche di Berlusconi, così come la logica della polarizzazione dello scontro politico intorno a lui.
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Marx ai tempi del neoliberismo
Capitalismo, stato sociale e agenda Monti
di Giovanna Cracco
Se è vero che la crisi – dal greco krinò, ossia separazione, decisione – è quel particolare momento che divide un modo di essere da un altro, producendo cambiamenti, è pur vero che le scelte operate a seguito di una crisi rivelano la caratura, umana e intellettuale, di chi quelle scelte compie.
La classe politica dei Paesi europei, Italia compresa, dopo vent’anni di tagli allo stato sociale e di deregolamentazione del lavoro, si prepara a smantellare il primo e a rendere del tutto precario il secondo. Colpa della crisi, dicono, che rende sia il sistema pubblico che quello produttivo, insostenibili da un punto di vista economico. Nulla di più falso, come abbiamo già evidenziato (1). Ciò a cui stiamo assistendo è la fase finale della messa in pratica di una teoria economica, il neoliberismo, che ha piantato radici profonde nel pensiero economico-politico, al punto da diventare egemone dopo il crollo dell’Urss; una teoria economica che si è innestata nel capitalismo e ha contribuito all’attuale crisi.
La pervicace volontà di continuare sulla stessa strada, oltre ad avere peso e conseguenze sociali per l’intera umanità, è dunque qualcosa che attiene anche all’onestà intellettuale delle singole persone che hanno oggi il potere di decidere le politiche economiche, e di coloro che hanno il potere di indirizzare il pensiero dell’opinione pubblica: che le loro decisioni siano dettate da una fede cieca nel dogma della libera circolazione dei capitali e del ‘meno Stato più mercato’, oppure dal disinteresse più totale per la vita degli altri uomini e dall’egoismo più bieco, tanto più criminale quanto più si sale nella piramide del potere e dunque nella responsabilità, è purtroppo un conto che ognuno di loro farà solo con se stesso.
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