Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 4933
Target2
Conoscenze necessarie due (molto wonkish)
di Sergio Cesaratto
Sui Quaderni di Siena trovate un logorroico paper su TARGET2. Voleva essere divulgativo, l'ottava lezione del libro ((la settima, sul vincolo estero, è qui nel blog), ma non so bene se ci sono riuscito - in verità è una serie di appunti per me, ma che condivido.
* * * *
Una nessuna centomila – Le molte verità di Target2
Abstract
Questo saggio è indirizzato principalmente (ma non esclusivamente) a un pubblico non-accademico, e in questo senso è un proseguo delle Sei lezioni, anche nello stile. Metto tuttavia questo pubblico (e non solo) a dura prova. Le note sono utilizzabili anche a scopo didattico. Dopo aver spiegato cos’è Target 2, si fanno tre casi in cui insorgono passività Target 2, mostrando come queste ultime abbiano la natura economica di un debito. Per questa ragione, nel caso di un’uscita di un Paese dall’euro (o di una rottura di quest’ultimo) e di una mancata regolazione di quelle passività, i Paesi creditori subirebbero una perdita nella loro ricchezza nazionale netta. Questo non vuol dire che questi debiti non possano diventare oggetto di negoziazione, anzi questo sarebbe molto probabile. Una appendice contiene una rassegna critica di alcuni interventi sulla stampa e in rete relativi alle recenti dichiarazione di Draghi in merito. Commenti e integrazioni sui probabili errori e imprecisioni sono più che benvenuti. “Se mi sbaglio mi corrigerete”.
- Details
- Hits: 3012
Pacchi di regime
Il giornalista martire, il sacro vaccino, il bandito "russo"
di Fulvio Grimaldi
“Alle prefiche che si stracciano le vesti
su certi vittime, di questi
loro clienti non gliene importa
una beata cippa. Gli importa
di estrarne quanta più merda
possibile da lanciare sui nemici,
propri e della cricca”. (Il sottoscritto)
Io NON sto con Gabriele
Momento magico per le fake news (notizie finte, false, contraffatte, truffaldine…). Cominciamo dal giornalista Gabriele Del Grande. Fake news possono essere anche rappresentazioni false di una persona o di una cosa. Nel senso del cetriolo dipinto di giallo per passare da banana, o del pubblicitario di hamburger presentato come dietologo. O di Mr. Hyde che si presenta come Dr. Jekill. E’ il caso del nostro concittadino detenuto nei CIE del Minniti turco. Evitiamo ora di fare il sillogismo “Erdogan non sta con Del Grande, Fulvio proclama di non stare con Del Grande, ergo Fulvio sta con Erdogan”. Sbagliato e anche becero. Lo auguro libero istantaneamente, ma non sto con Gabriele, come non stavo con Regeni e come “je ne suis pas Charlie”.
- Details
- Hits: 2416
Elezioni presidenziali in Francia
#Macron, #LePen, chi perderà di più?
di Pino Cabras
Il ballottaggio non è sul consenso per sé, ma sul dissenso verso l'altro candidato. Non vincerà il più amato e apprezzato, perderà il più odiato e temuto
Il risultato del primo turno delle presidenziali francesi regala al candidato di plastica Emmanuel Macron, l'uomo dei Rothschild, le apparenti maggiori possibilità di vittoria per il secondo appuntamento alle urne, quello del 7 maggio, quando dovrà vedersela con Marine Le Pen.
I quattro candidati più votati (Macron, Le Pen, Fillon, Mélenchon) si sono spartiti l'80 per cento dei voti, collocandosi ciascuno poco sopra o poco sotto il 20 per cento. Con un dato di partenza così basso, il meccanismo del ballottaggio non potrà mai a giocarsi sul consenso per sé, ma sul dissenso verso l'altro candidato. Non vincerà il più amato e apprezzato, perderà il più odiato e temuto. Entrambi i candidati sono in grado di attirare su di sé le principali forme di dissenso già sperimentate in questi anni nel discorso pubblico dei paesi occidentali. Ognuna di queste forme ha i suoi intellettuali organici, i suoi media di riferimento, i suoi argomenti dominanti.
Prendiamo Emmanuel Macron. È un prodotto sfornato direttamente dalle officine dell'élite atlantista come un avatar telegenico che deve dare un volto elettoralmente fungibile agli interessi della grande finanza, di cui è espressione immediata.
Francia, più chiaro di così...
di Alberto Micalizzi
Cerchiamo di essere obiettivi: i burocrati di Bruxelles con la collaborazione dei banchieri della City di Londra hanno fatto un ottimo lavoro in pochissimo tempo. Hanno costruito il prototipo politico perfetto, un po’ burocrate un po’ banchiere, un po’ Renzi un po’ Padoan, paladino dei privilegi che le oligarchie finanziarie stanno consolidando sul continente europeo.
Qualcuno conosceva Emmanuel Macron solo 4-5 mesi fa? Siamo onesti con noi stessi. Io avrei risposto che era una marca di patatine, un designer di moda, un calciatore del PSG, ma non il prossimo candidato all’Eliseo! E invece eccolo là, un politico “fiat”, come la moneta creata dal nulla dal sistema bancario e prestata ai Governi. Anche lui, del resto, prestato come un debito, come una variabile imposta per esercitare la governance dall’esterno…
E’ la prova lampante che la troika è “en marche”, gode di ottima salute, che è essa stessa a distribuire le carte, a condurre il gioco, che l’Euro non implode affatto anzi sperimenta una stagione di trasformazione e di rigenerazione.
Non è la Francia che indica la via
di Piemme
Mentre in rete fioccano le scemenze, i media di regime colgono l'essenza del risultato uscito dalle urne francesi: scampato pericolo!
Le classi e le èlite dominanti di fede eurista non esultano ma possono tirare un sospiro di sollievo: lo sfondamento della Le Pen, nonostante il marasma sociale e malgrado il crollo dei due tradizionali blocchi sistemici (post-gollista e socialista), non c'è stato.
Il successo della grande borghesia francese —quella che dopo l'inglese ha nel sangue il più alto tasso di veleni finanziari ma che a differenza dell'inglese non ha alcuna intenzione di spezzare il matrimonio con quella tedesca— è anzi doppio. Ha contenuto l'avanzata del Front national con quello che potremmo definire un trucco geniale: tirando fuori dal suo cilindro il coniglietto addomesticato di Macron, dando a bere la menzogna che egli sarebbe un uomo politico nuovo, anti-establishment, europeista ma patriottico, populista ma progressista.
Cosa ci dice questo primo turno di elezioni francesi?
di Martino Iniziato
Poche brevi considerazioni a botta calda sui risultati di questa prima tornata di elezioni francesi:
1. i francesi sono un grande popolo che non si lascia intimidire o influenzare dalle aggressioni terroristiche: il dato dell’affluenza alle urne è quello di cinque anni fa e la Le Pen raccoglie quello che i sondaggi dicevano già prima dell’attentato degli Champs Eliseè.
2. Anche in Francia si profila un mutamento del sistema politico con la dèbacle dei partiti storici: gollisti e socialisti, che, sino alle politiche del 2012, totalizzavano il 56% dei voti, oggi superano a stento il 25% .
3. A pagare il conto è soprattutto il partito socialista, ridotto al ruolo di lista di disturbo. Dopo 5 anni di cura Hollande, gli elettori del Ps si sono trasferiti in massa verso la Candidatura Macron e, in parte minore ma significativa, verso Melenchon. Il Ps ha virtualmente cessato si esistere e l’unica cosa che gli resta da fare è un congresso di scioglimento.
4. Anche i gollisti se la passano male, anche se non come i socialisti. Nel complesso, Fillon, il super preferito all’inizio della campagna, ha mantenuto un dignitosissimo 19,8%, nonostante gli scandali che lo hanno investito e che segnalano l’intervento della magistratura in queste elezioni. I gollisti, peraltro mantengono una struttura di partito ramificata sul territorio che avrà il suo peso nelle prossime politiche.
- Details
- Hits: 2452
Il ritorno di Stranamore, e la complicità dei media
di Angelo d'Orsi
Riceviamo dal professor Angelo d'Orsi e volentieri pubblichiamo
No, non voglio prendermela con Donald Trump, e neppure con i suoi dottor Stranamore, pronti a saltare in sella ad ogni bomba lanciata sul nemico di turno; ed egli stesso incarnazione grottesca del personaggio, nella sua versione più volgare. Non voglio cedere al sarcasmo verso quella sinistra che nello scorso novembre espresse giubilo all’elezione del nuovo presidente Usa, qualcuno addirittura spintosi fino a considerarlo una sorta di Lenin americano (abbiamo avuto i “marxisti per Trump”…). Neppure con quegli “esperti” di politica e storia nordamericana che avevano decretato il “ritorno all’isolazionismo”. Gli Stati Uniti, al di là dei cambi di amministrazione, continuano ad essere ciò che da tempo immemorabile ciò che proclamano di essere: essi si sono auto-assegnati il ruolo di giudice-sceriffo, e insieme di bandito che non teme di essere colpito da sanzioni: recitano entrambe le parti, con totale indifferenza e sovrana disinvoltura. Dopo la “caduta del Muro”, venendo meno il contraltare sovietico, hanno accentuato la loro prepotenza e la loro arroganza, mentre l’intero Occidente, ossequiente, esaltava democrazia e libertà, e i governi “alleati”, a partire dalla Gran Bretagna, accompagnavano, plaudenti, ogni loro criminale impresa. Il parziale riequilibrio geopolitico internazionale, verificatosi negli ultimi anni, con il riemergere progressivo della Russia, la crescita, su ogni piano, della Cina, e l’affacciarsi di nuovi attori rilevanti (dall’India all’Iran), non ha per ora messo in crisi l’egemonia statunitense, anche se l’ha notevolmente scalfita e messa in forse.
- Details
- Hits: 2840
Nancy Fraser, “Contro il neoliberismo progressista, un nuovo populismo progressista”
di Alessandro Visalli
Prendo dal sito di Rifondazione Comunista la traduzione di due brevi interventi di Nancy Fraser tratti a loro volta dal sito della rivista “Dissent”: “The end of progressive liberalism”, e “Against new progressive neoliberalism, a new progressive populism”.
Nancy Fraser è una importante filosofa politica che insegna a New York, nata nel 1947 ha scritto con Axel Honneth “Redistribuzione o riconoscimento?”.
Nel saggio che indichiamo nel titolo la Fraser sottolinea come le forze che favoriscono la finanziarizzazione e la globalizzazione delle imprese, quindi la deindustrializzazione in occidente e l’industrializzazione con modalità selvagge nei paesi in cui i lavoratori sono meno protetti (e la fiscalità può essere piegata agli interessi delle aziende internazionalizzate) hanno conquistato il Partito Democratico americano attraverso l’affermazione di una ‘egemonia’ in senso gramsciano.
In sostanza questo risultato è stato ottenuto perché “hanno presentato queste politiche, palesemente contrarie ai lavoratori, come progressiste”. E nella tradizione della sinistra questa parola ha una forza irresistibile.
- Details
- Hits: 4668
Ordoliberismo ed €uro
La lunga marcia della restaurazione
di Luciano Barra Caracciolo
1) Ordoliberismo
Per parlare dell’ordoliberismo (o “ordoliberalismo”: la distinzione, fatta in italiano, deriva dalla non conoscenza della lingua inglese, dove non esiste la parola liberism, ma solo quella “liberalism”, che indica indistintamente una dottrina economica e la sua inscindibile ideologia politica) prendiamo spunto da questa citazione di una frase di Giuliano Amato in un’intervista rilasciata in inglese.
La traduciamo così non ci sono equivoci:
“Non penso che sia una buona idea rimpiazzare questo metodo lento ed efficace – che solleva gli Stati nazionali dall’ansia mentre vengono privati del potere– con grandi balzi istituzionali…Perciò preferisco andare lentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando brusche transizioni dal potere nazionale a quello federale. Questa è il modo in cui ritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee...”.
Rammentiamo poi questa sintesi della natura strumentale dell’ordoliberismo:
- Details
- Hits: 3375
Platform capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali
Tra sussunzione di soggettività e forme emergenti di cooperazione sociale. Riflessioni introduttive
Emiliana Armano e Annalisa Murgia
Nell’intento di continuare ad approfondire le modalità di accumulazione del capitalismo di piattaforma e soprattutto le nuove configurazioni del lavoro sottese a tale contesto, proponiamo la lettura dell’ottima introduzione di Emiliana Armano e Annalisa Murgia al libro da loro curato insieme a Maurizio Teli: Platform capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali, appena uscito per Mimesis/Eterotopie.*
Questo testo si inserisce in un percorso di ricerca e di costruzione di spazi di analisi collettiva iniziato nel 2010 con il lancio del progetto Mappe della precarietà e proseguito nel corso degli anni intorno al tema della soggettività precaria, affrontata in differenti contesti, quali ad esempio gli spazi urbani in connessione all’emergere di nuove forme di lavoro gratuito1. All’interno di questo volume la prospettiva che adottiamo aggiunge un nuovo tassello e cerca di ampliare il nostro quadro interpretativo, tuttora in costruzione, ponendosi l’obiettivo di esplorare la soggettività non tanto - o quantomeno non solo - in relazione ai processi di precarizzazione, ma di discuterne le più ampie e intricate connessioni con il cosiddetto capitalismo delle reti. L’obiettivo di questo lavoro collettaneo è infatti quello di fornire alcuni elementi di conoscenza critica sulla costruzione sociale dei nuovi confini tra lavoro e attività che emergono nella produzione di valore negli spazi digitali2. Con la locuzione ‘spazi digitali’ ci riferiamo alla metafora interpretativa delle relazioni sociali mediate dalle tecnologie digitali di rete - l’esempio contemporaneo principale è quello dei social media - intese come spazio relazionale oltre che tecnologico.La storia di questa metafora spaziale aiuta a inquadrare la problematica di ricerca che il volume si pone: se negli anni ‘90 proliferavano documenti dai toni entusiastici - quali la Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio3 - caratterizzati dai tratti libertari della californian ideology4, oggi la metafora che sembra meglio descrivere le grandi piattaforme social e tecnologiche è significativamente mutata fino ad assumere le sembianze dei walled garden5, vale a dire di un insieme di spazi chiusi nei quali accesso e circolazione dei contenuti sono controllati.
- Details
- Hits: 2940
L’eredità tossica del Novecento
di Pierfranco Pellizzetti
François Furet, Il passato di un’illusione, Mondadori, Milano 1995
Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995
Il nostro secolo prova che la vittoria degli
ideali di giustizia e di eguaglianza è sempre
effimera, ma, se si riesce a salvaguardare la
libertà, si può ricominciare da capo»[1].
Leo Valiani
Per la prima volta nella storia, un mondo
interconnesso e indipendente sarà privo di
un singolo centro di gravità o di un angelo
custode globale»[2]
Charles A. Kupchan
Due sguardi sul secolo breve
Nell’anno di grazia 1995 l’asfittico panorama librario italiano venne mandato in fibrillazione dall’uscita contemporanea dei ponderosi saggi di due grandissimi storici – François Furet ed Eric Hobsbawm – dedicati al medesimo tema; in una sorta di illogica concorrenza distruttiva tra editori: il lascito del secolo morente, considerandolo compresso in un arco temporale ridotto rispetto alle dieci decadi canoniche.
- Details
- Hits: 2764
Un lampo senza tuono. Critica dell’Abecedario di Tronti
di Marco Assennato
Sono usciti quest’anno due lavori in video, diversi per lunghezza e soggetto, eppure insistenti su un medesimo tornante del marxismo europeo – o se si preferisce su due delle sue maggiori eresie. Il primo – si tratta di un documentario – diretto da Olivier Oliviero e prodotto dalla francese ARTE, è dedicato a Louis Althusser. Il secondo – edito da Deriveapprodi – interroga, nel modo dell’Abecedario, il pensiero di Mario Tronti. Curiosamente ci sono alcuni passaggi nell’intervista a Tronti che suggeriscono qualche tangenza: un debito dichiarato verso il Machiavelli e noi di Althusser, (interpretato come origine della scoperta dell’autonomia del politico); e poi un’esaltazione della distinzione tra teoria e prassi che sfiora tonalità francesi. Ma non si tratta qui di cercare inutili accostamenti: per quanto Tronti e Althusser possano esser considerati scaturigini di una medesima epoca – peraltro con il 1968 piantato in mezzo ad entrambi i percorsi – le distanze tra i due autori sono evidenti. Colpisce piuttosto la profonda differenza di qualità – non imputabile, com’è ovvio, né agli argomenti trattati, né alle due diverse produzioni, ma interamente da attribuire ai curatori.
L’Aventure Althusser permette di comprendere, per voce dei suoi più celebri allievi, la cartografia dei concetti fondamentali attraverso i quali il maestro di Rue d’Ulm imbastì la sua guerra di classe nella teoria con il marxismo francese, valorizzando al contempo la passione didattica e il gusto per il lavoro collettivo che animava l’uomo.
- Details
- Hits: 2900
L’alternativa della decrescita*
di Giorgos Kallis
Apriamo con questo articolo una serie di approfondimenti sul pensiero della decrescita. Giorgos Kallis è economista ecologico presso l’Institut de Ciència i Tecnologia Ambientals dell’Università Autonoma di Barcellona, nonché voce di spicco di quella che abbiamo proposto di definire “via catalana” alla decrescita
Sia il nome che la teoria della decrescita mirano esplicitamente a ri-politicizzare l’ambientalismo. Lo sviluppo sostenibile, così come la sua più recente reincarnazione – la “crescita verde” –, de-politicizzano gli autentici antagonismi politici tra visioni alternative del futuro. Trasformano i problemi ambientali in questioni tecniche, promettendo soluzioni vantaggiose per tutti [win-win] e l’orizzonte impossibile di perpetuare la crescita economica senza danneggiare l’ambiente. Ecologizzare la società, per la decrescita, non significa implementare uno sviluppo alternativo, migliore, più verde. Significa immaginare e mettere in pratica visioni alternative allo sviluppo moderno basato sulla crescita. Questo saggio esplora queste alternative e identifica alcune pratiche dal basso e cambiamenti politici volti a facilitare la transizione a un mondo prospero e giusto senza crescita.
Ecologia vs. Modernità
Il conflitto tra ambiente e crescita è onnipresente. Per i sostenitori dello “sviluppo” il valore della crescita non deve essere messo in discussione: più miniere, trivelle, costruzioni e manifatture sono necessarie per espandere l’economia.
- Details
- Hits: 5893
Correvo pensando ad Anna, di Pasquale Abatangelo
Consigli (o sconsigli) per gli acquisti
di Militant
Dal letame di molta memorialistica sugli anni Settanta, capita ad un certo punto di scovare il fiore più bello. E’ la vita onesta e tragica di Pasquale Abatangelo a restituire il significato di una vicenda collettiva sepolta dalla rancorosa storia dei vincitori, di destra e di sinistra. Da troppo tempo si è cambiato nome alle cose, ma rimane brutalmente vero il verso di Gertrude Stein: una rosa è una rosa è una rosa. Questa autobiografia restituisce senso ad un nome ormai prosciugato di significati materiali: il comunismo. La vita di Pasquale Abatangelo è il comunismo italiano degli anni Settanta. La sua vita come sineddoche di una generazione di militanti rivoluzionari che, sprovvisti di tutto tranne che della loro disciplina e del proprio sacrificio, seppero mettere paura al potere. E’ questo un privilegio che pagarono duramente: tanti non ressero, altri conservarono intatta la propria dignità. Pasquale fu uno di questi.
La vita di Pasquale racchiude simbolicamente il senso del lungo decennio delle lotte di classe in Italia tra il 1968 e la fine degli anni Settanta. Una vita di scarto come tante all’epoca, dal collegio alla strada, alle prime rapine al carcere. Ma la rinascita al comunismo avvenne all’interno di quella vicenda collettiva che sconvolse le sorti di una generazione. L’impolitico Pasquale dovette fare i conti con l’urgenza rivoluzionaria di una generazione che travolse i destini individuali: «Qui si crearono le basi della particolarità italiana. Anche in Francia, anche in Germania, in Inghilterra, negli USA il Sessantotto trovò le parole per capire, descrivere e rifiutare le istituzioni totali. Ma solo in Italia si generò una dinamica paritaria, orizzontale e osmotica, fra banditi e rivoluzionari. Anni dopo, nei libri di filosofia ho trovato le parole adatte per descrivere il significato di questo incontro: reciproco riconoscimento». Il reciproco riconoscimento di cui parla Pasquale non è “solo” quello tra detenuti comuni e militanti politici.
- Details
- Hits: 3112
La guerra d’accerchiamento alla Cina
di Pasquale Cicalese e Filippo Violi
“Il problema delle guerre imperialiste, di quella politica internazionale del capitale finanziario che oggi predomina in tutto il mondo, che fa nascere inevitabilmente nuove guerre imperialiste e che genera inevitabilmente una intensificazione inaudita dell'oppressione nazionale, del saccheggio, del brigantaggio, del soffocamento delle piccole nazioni deboli e arretrate ad opera di un pugno di potenze "più avanzate'', questo problema è stato, fin dal 1914, il problema fondamentale di tutta la politica di tutti i paesi del mondo. è questa una questione di vita o di morte per decine di milioni di uomini”. Lenin, "Per il Quarto Anniversario della Rivoluzione d'Ottobre'', 14 Ottobre 1921, Opere complete, vol. 33, p. 41, Editori Riuniti.
“Il filisteo non capisce che la guerra è "la continuazione della politica'' e quindi si limita a dire "il nemico attacca'', "il nemico invade il mio paese'', senza domandarsi per quale motivo si combatta la guerra, con quali classi, per quale fine politico”. Lenin, "Intorno a una caricatura del marxismo e all'`economismo imperialistico''', Agosto-Ottobre 1916, Opere complete, vol. 23, pag. 30, Editori Riuniti.
L’attacco americano alla base aerea di Shayrat, nel centro della Siria, rappresenta una svolta storica nelle relazioni internazionali tra massime potenze mondiali.
- Details
- Hits: 4088
Il rovescio della libertà
di Massimo De Carolis
Si può stabilire con l'attualità recente e con il neoliberalismo che sembra contrassegnarla in profondità un confronto speculativo, capace di farne balenare il senso? Ha provato a farlo Massimo De Carolis nell'appena uscito "Il rovescio della libertà. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà" (Quodlibet). Ringraziamo l'autore e l'editore per averci concesso di pubblicare l'introduzione
Nella storiografia economica si è diffuso da tempo il vezzo di designare i tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale con l’espressione les trente glorieuses: una formula coniata in origine per il miracolo francese del secondo Dopoguerra, che col tempo è stata progressivamente estesa all’intero mondo occidentale. Per chi sia abituato a privilegiare, nella storia, la dimensione strettamente politica, l’attribuzione disinvolta di un titolo così onorifico può forse destare qualche perplessità, pensando alle tensioni generate in quegli anni dalla guerra fredda, dalla minaccia nucleare o dall’asprezza dei conflitti ideologici e sociali. Se ci si concentra però sui soli parametri economici, è difficile negare che l’economia di mercato abbia messo a segno, in quei decenni, un risultato a dir poco straordinario. La crescita è stata consistente e ininterrotta, il tenore di vita della stragrande maggioranza della popolazione occidentale è considerevolmente migliorato e le disuguaglianze sociali si sono ridotte in modo significativo.
Al confronto, la fase storica successiva offre, a uno sguardo retrospettivo, uno spettacolo decisamente meno incoraggiante. Quelli che si succedono, a partire dagli anni Ottanta, sono anni senza gloria, afflitti da crisi continue, da effimeri entusiasmi e grandi delusioni, destinati a sfociare in una crisi di lunga durata e nella drastica esplosione delle disuguaglianze. Per di più, in questo caso, il bilancio negativo non sembra affatto limitabile alla sola sfera dell’economia.
- Details
- Hits: 1665
Qualche appunto sulle Presidenziali Francesi: lo schema “crinale”
di Alessandro Visalli
Un classico modello della teoria dell’equilibrio contrappone una pallina in un fondo valle ad una sul crinale di una montagna. La prima tenderà a tornare sempre nello stesso punto, la seconda può andare a destra come a sinistra per minuscole variazioni, un soffio di vento, una vibrazione.
Le elezioni presidenziali francesi sono imminenti. Il 23 aprile si terrà il primo turno ed il 7 maggio si saprà chi avrà vinto il ballottaggio.
Si tratta delle più importanti elezioni di questa tornata, probabilmente del momento decisivo nella storia del processo di integrazione Europeo. Dopo la Brexit, ci troviamo in una “situazione crinale”: con il Presidente Americano che pone il ridisegno degli equilibri continentali, in chiave di indebolimento del dominio senza egemonia tedesco, al centro della sua azione, e nel mezzo di crisi multiple e senza fine (economica, sociale, politica, militare ed ambientale), la scelta si prefigura tra il neo-populismo moderno e sotto molti profili intelligente di Marine Le Pen, e uno tra Emmanuel Macron (che è dato testa a testa circa al 24%) e gli outsider, Jean-Luc Mélenchon (dato al 19%) o il candidato della destra gollista François Fillon (appena superato, dalle parti del 18%). Chi è già stato eliminato è, come prevedibile, il candidato del Partito Socialista del Presidente uscente Hollande, Benoit Hamon, che è all’8%.
- Details
- Hits: 2300
Ripartiamo da un populismo democratico, non dalla sinistra
di Stefano Bartolini, Paolo Gerbaudo e Samuele Mazzolini*
L’establishment utilizza il termine “populismo” per bollare qualsiasi protesta del basso contro l’alto. Ma oltre al significato reazionario in salsa lepenista, può essere uno strumento politico per unificare le istanze insoddisfatte provenienti da una società frammentata. E per dar vita a nuovo senso di comunità ed appartenenza. La soluzione non passa più quindi per quella sinistra che ha perso ormai contatto con gli strati sociali più deboli.
Nel settembre scorso The Guardian ha pubblicato un articolo di John Harris – tradotto da Internazionale nel N. 23/2016 – dove con molta chiarezza viene illustrata la spaccatura culturale che separa quella che oggi si definisce sinistra dalla gente comune. Per l’autore la sinistra è ormai un fenomeno metropolitano estraneo al mondo degli strati popolari, incapace di comprenderli, che si balocca nel suo cosmopolitismo e vede solo le opportunità della globalizzazione, arrivando a disprezzare quella che però al tempo stesso ancora considera la sua base elettorale perché non riesce a comprendere la fondatezza delle sue argomentazioni.
- Details
- Hits: 2240
La critica come resistenza militante
di Militant
E’ spesso faticoso ragionare su opere datate nel tempo. Troppo stratificata la mole di commenti di cui tenere conto, le interpretazioni date, l’universo del già detto. Se poi l’opera in questione non è solo un “classico”, ma dall’autore così importante e “ingombrante”, il rischio della superficialità diviene una quasi certezza. Eppure mai come oggi crediamo che questo rischio vada corso, visto il deperimento ormai definitivo della critica nel nostro paese. Tutto il già detto su opere del genere è oggi sepolto da strati di decadenza culturale che hanno disattivato completamente un messaggio, e un linguaggio, un tempo in grado di emancipare generazioni di militanti. Partiamo affermando allora questo: non è possibile predisporsi alla critica di un qualsiasi lavoro culturale – sia esso letterario, artistico, teatrale, cinematografico, eccetera – senza aver assimilato i concetti fondamentali presenti in questo Marxismo e la critica letteraria. Senza aver compreso, cioè, le basi del rapporto tra marxismo e cultura. Un rapporto che non è decisivo unicamente per una critica “di sinistra” (concetto d’altronde molto equivoco), ma per ogni genere di critica, perché la relazione tra la dialettica materialista e la cultura è una relazione universale e non ingabbiata nell’ideologia (marxista in questo caso). In altre parole: Marx ed Engels hanno svelato, pur in assenza di opere di sintesi sul tema, il rapporto tra essere umano ed espressione culturale mediato dalle relazioni capitalistiche entro cui questo specifico rapporto prende forma. Come si può procedere a una critica culturale senza possedere le basi di questa relazione, che è una relazione generale, ma che assume caratteri peculiari riguardo all’estetica?
- Details
- Hits: 3850
Siria, una guerra “made in USA”
di Thomas Fazi
L’attacco statunitense di venerdì è solo l’ultimo atto di una strategia di destabilizzazione che gli Stati Uniti portano avanti da anni
Quando si parla di Siria, ci sono due questioni che vengono surrettiziamente legate: la fine del conflitto e la rimozione di Assad. Secondo la narrazione dominante (anche a sinistra), il legame tra le due cose è ovvio: per porre fine al conflitto bisogna rimuovere Assad. Trattasi di una logica curiosa, però, per diversi motivi:
1. Assad, come il padre suo predecessore, è riuscito per diversi anni – anche ricorrendo a metodi brutali, è vero, ma lo stesso vale per tutti gli Stati mediorientali, inclusi quelli alleati dell’Occidente – a mantenere la pace (nonché un regime laico e multiconfessionale) in un paese che presenta un tessuto religioso estremamente complesso e frammentato.
2. Il conflitto attuale ha origine proprio nella strategia di “regime change” che da almeno quindici anni guida la politica statunitense nei confronti della Siria. Diversi cablogrammi classificati diffusi da WikiLeaks dimostrano che già nel 2006 – dunque ben cinque anni prima dell’insurrezione popolare del 2011 – gli Stati Uniti puntavano a destabilizzare «con ogni mezzo necessario» il regime di Bashar al-Assad.
- Details
- Hits: 2985
Commander in chief
di Pierluigi Fagan
Speak softly and carry a big stick; you will go far (“Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”). Conosciuta come “politica del grosso bastone” o “diplomazia delle cannoniere”, la strategia allude alla più antica “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, già presente (con altra formulazione) nelle Leggi di Platone e poi nella tradizione latina. La politica del grosso bastone, fu memorabilmente promossa da Theodore Roosevelt, 26° presidente degli Stati Uniti (1901-1909) che per altro, venne poi anche insignito del Nobel per la pace, diventando una delle quattro facce scolpite sul costone del monte Rushmore. Il senso è intuitivamente chiaro: poiché le parole rischiano di rimanere “flatus voci”, devi metterci sotto qualche atto conseguente di modo che prendano la consistenza dell’anticipo dell’atto. Insomma se domani ti siedi ad un tavolo per trattare qualcosa, è meglio che gli interlocutori sappiano che le chiacchiere non stanno a zero, le parole hanno conseguenze. Il momento topico dell’attacco missilistico “one off” coi 59 Tomahawk è stato quando Trump si è chinato a cena a sussurrare all’orecchio di Xi Jinping “…ah sai, sto bombardando la Siria”. Trump ha colto al volo l’occasione (o qualcuno ha “preparato l’occasione”, questo non lo sapremo mai) dell’infrazione chimica, per segnare alcuni punti che tornano utili per le sue molteplici trattative.
- Details
- Hits: 2556
Sulle elezioni in Francia: Candidati del Passato e Candidati del Futuro
di Jacques Sapir
Nel suo blog Russeurope l’economista Jacques Sapir esprime la sua visione sui candidati alle prossime elezioni presidenziali francesi. Nonostante qualche figura dignitosa e meritevole tra i candidati minori, il gioco sembra essere ridotto a quattro. Da un lato Fillon e Macron, i candidati del passato legati alle politiche europee già dimostratesi fallimentari, che hanno portato disoccupazione e deindustrializzazione, e alle quali non sanno opporre alcuna reale alternativa. Dall’altro Le Pen e Mélenchon, gli unici capaci di prefigurare un futuro diverso e quindi degni di essere votati. Secondo Sapir, in queste due settimane da qui al voto risulterà decisiva la loro capacità di chiarire i dubbi e contraddizioni che ancora circondano i loro programmi.
* * * *
La settimana prossima sarà una settimana decisiva. Domenica 9 aprile siamo esattamente a 14 giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali. L’elettorato sembra ancora estremamente volatile nelle sue scelte, ma le tendenze che stanno emergendo sono abbastanza indicative delle situazioni che si realizzeranno in futuro.
I candidati della disoccupazione e del passato
Ci troviamo di fronte a un inatteso “gioco a quattro”. Ancora due mesi fa si pensava che lo scontro sarebbe stato tutto tra Marine Le Pen e François Fillon. Poi è arrivato Emmanuel Macron e la situazione è cambiata radicalmente.
- Details
- Hits: 3761
Ernesto Laclau, “La ragione populista”
di Alessandro Visalli
Il libro del 2005, del filosofo Ernesto Laclau, che insegnava Teoria Politica all’Università di Essex, è tra i testi al centro dell’attenzione da quando la crisi ha cominciato ad erodere l’egemonia neoliberale, aprendo lo spazio della ricerca di alternative. Lo studioso argentino ha alcuni riferimenti culturali che ci sono familiari: il marxismo (che però sceglie di superare, mettendo in questione la focalizzazione strategica sulla classe sociale come cosa in sé, attraverso una sorta di ‘svolta linguistica’, rifocalizzando il discorso in quanto generatore di politica sulla creazione di “popolo”), Antonio Gramsci (da cui preleva il concetto chiave di egemonia), Lacan (da cui prende parte della struttura concettuale) e Foucault (da cui il sospetto per le forme di disciplinamento e governo).
Il testo è difficile, un’opera matura, di un filosofo che all’epoca della pubblicazione aveva raggiunto i settanta anni, e collocata all’intersezione tra filosofia, psicologia e politica, gli autori più citati sono Freud, Gramsci, Hegel, Lacan, Marx, Gabriel Tarde, e i/le contemporanei/e Mouffe, Rancière, Zizek (ma per rispondere alle sue obiezioni). La sua posizione risente fortemente della “filosofia del sospetto” francese (anche se Foucault è poco citato e Derrida no), e della “svolta linguistica” (anche se praticamente viene citato solo Wittgenstein), e dunque fatica ad inserirsi completamente nello schema che del populismo viene disegnato, ad esempio, da Merker in “Filosofie del populismo” che leggeremo, o da Jan-Werner Muller in “Cosè il populismo?”.
- Details
- Hits: 3169
Il tradimento di Trump ha aperto il vaso di Pandora
di Federico Pieraccini
"Qualunque sia la verità nascosta di questi due eventi, è chiaro a tutti che da ora in avanti, nulla sarà più come prima."
Il 4 Aprile, nella città Siriana di Khan Shaykhun, dal 2014 sotto controllo dei terroristi sostenuti dalle forze politiche occidentale, avveniva un disastro chimico con oltre ottanta morti.
Immediatamente, fonti locali (White Helmets) e straniere (osservatorio Siriano basato a Londra) legate ai gruppi combattenti di al qaeda, incolparono l’Esercito Arabo Siriano, reo di aver bombardato con l’uso di agenti chimici la popolazione locale. Nelle successive quarantotto ore, i media mainstream inondarono l’etere e i giornali di presunte notizie certe che imputavano ad Assad l’uso di armi chimiche.
Come noto, non è la prima volta che al governo legittimo della Siria viene accusato di attaccare il suo stesso popolo con armi di distruzione di massa.
In tutti gli analoghi eventi degli anni passati, si è successivamente scoperto che ad aver impiegato agenti chimici furono i terroristi di Al Nusra e Al Qaeda.
Nel 2013, Obama respinse tacitamente la tesi secondo cui a Ghouta i Siriani usarono armi chimiche, decidendo di non cedere alle pressioni interne e bombardare la Siria in risposta.
- Details
- Hits: 1973
Un anno dopo
Lorène Lavocat
Un anno fa, l’occupazione di place de la République, a Parigi. Parlare oggi di fallimento del movimento Nuit debout significa restare ingabbiati nei codici del produttivismo. Il movimento, che non ha cercato fusioni o unità, ha visto fiorire collettivi e iniziative, alcune Commissioni nate in quella piazza (come quella di Educazione popolare) continuano a incontrarsi, ha perfino esercitato una certa influenza sulle campagne elettorali rendendo popolare il tema del reddito di cittadinanza. In realtà, ciò che #Nuitdebout ha apportato alla società non si può toccare con mano né misurare: il movimento ha risvegliato prima di tutto il poter agire delle persone comuni
Sulla Piazza della Repubblica, i ragazzi sugli skates e i perdigiorno hanno riaffermato il loro diritto sullo spazio, approfittando del ritorno della primavera. La statua della Marianna, sbarazzata da graffiti, candele, e altri messaggi di sostegno o di rivolta, si trova ormai circondata da un bacino d’acqua di protezione. Finiti gli slogan scarabocchiati con il gesso sulle pietre. Finiti i lenzuoli stesi tra gli alberi con tre pezzi di spago. Ogni cosa è ridiventata calma, docile, tranquilla. Ma soltanto in apparenza.
- Details
- Hits: 3232
Il rapporto OCSE, la scuola di classe e la società classista
di Girolamo De Michele
Di recente l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha reso pubblico un rapporto sul confronto dei dati relativi alle indagini del passato sulle competenze scolastiche e sulle competenze di base e di cittadinanza degli adulti di oggi. Il rapporto OCSE, di cui è disponibile anche una sintesi in inglese per la stampa, ha scatenato il solito sciocchezzaio.
La scorsa settimana è andato in onda un format (o forse era la sua replica?) cui la scuola italiana è ormai abituata, e che infatti, al di là del primo impatto, non ha registrato particolari picchi di audience. La trama, in effetti, era sin troppo consueta: un ente internazionale, l’OCSE, pubblica un rapporto; qualche giornalista lo commenta senza averlo letto, basandosi sulla sintesi predisposta per la stampa e facendosi aiutare da google traduttore (per cui “cohorts”, che in senso statistico significa “gruppo”, diventa “alcune coorti di studenti”, che ci si figura stretti – nelle classi-pollaio tuttora in vigore – e pronti alla morte laddove l’Italia chiamò), e alcuni politici a caso – Matteo Renzi, una signora dai capelli rossi casualmente di passaggio presso il ministero dell’istruzione, e la solita Francesca ma-che-te-lo-dico-a-fare? Puglisi – commentano entusiasti, come i loro predecessori dello scorso decennio, ovviamente senza aver letto il rapporto: commentano, dunque, un articolo di giornale, non i dati in questione, secondo il quale “l’OCSE ci promuove” (Renzi) come “scuola migliore d’Europa” (Intravaia) perché “i dati pubblicati dall’Ocse ci dicono che la scuola italiana è una scuola inclusiva, capace di supportare le studentesse e gli studenti che partono da condizioni più svantaggiate” (Fedeli), e dunque “l’Italia riesce ad offrire uguali opportunità a tutti recuperando gli svantaggi di partenza” (Puglisi).
- Details
- Hits: 3866
“Lo chiamano amore”
Note sulla gratuità del lavoro
di Anna Curcio
Da AA.VV, Salari rubati. Economia, politica e conflitto ai tempi del salario gratuito, Ombre Corte, 2017
“Lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato”. Questo l’esergo che Silvia Federici sceglie per un testo fondativo della campagna internazionale Salario al lavoro domestico1. Erano gli anni Settanta e il femminismo marxista era impegnato in un duro confronto critico con Marx, per portare in primo piano la produzione di valore del lavoro riproduttivo. Si intendeva in particolare denunciare la gratuità del lavoro domestico e della cura, svelando le forme intrinseche dello sfruttamento del lavoro delle donne2.
La suggestione di Federici, tutt’altro che datata, ritorna pressoché intatta nel presente, mentre il lavoro gratuito dilaga imponendosi quale nuova frontiera dell’accumulazione capitalistica. Stage, tirocini, esperienze di praticantato, straordinari non pagati, volontariato, le innumerevoli forme di gratuità del lavoro intellettuale e artistico e ogni altra sorta di lavoro non retribuito fino alla lavorizzazione del consumo (si pensi soprattutto alle attività che quotidianamente svolgiamo nel web 2.0) stanno ridisegnando la geografia del lavoro contemporaneo. E il lavoro in quanto tale, sganciato dal rapporto salariale, diventa un atto d’amore. È precisamente un atto d'amore quello che oggi il capitale domanda quando chiede di lavorare senza il compenso di un salario, proprio come ha storicamente chiesto alle donne di svolgere gratuitamente e per amore la cura e il lavoro domestico.
- Details
- Hits: 3197
Il compromesso socialdemocratico
Gianni Saporetti intervista Salvatore Biasco
La fine del compromesso fra capitalismo e democrazia, fra mercato e controllo pubblico, causata anche da fattori oggettivi, e l’affermazione di un’ideologia neoliberista che, nella soggezione culturale della sinistra, ha finito per diventare pensiero unico; politica dell’offerta, alleggerimento dello Stato, flessibilizzazione del mercato del lavoro, arretramento sui canoni di protezione sociale; il fallimento del partito leggero, della “democrazia del pubblico”. Intervista a Salvatore Biasco.
* * * * *
Possiamo partire dal "compromesso socialdemocratico”? Che cos’è?
Il compromesso socialdemocratico è stato un connubio di principi democratici e partecipativi con il mercato, che lasciava alle imprese il compito di creare occupazione e innovazione, ma al contempo ne disciplinava il comportamento. Da questo punto di vista, le imprese erano concepite come una sorta di bene pubblico soggette a uno scrutinio pubblico nel quale lo Stato aveva una funzione di direzione, supplenza, ausilio. Quindi le imprese non sono le artefici incontrastate di decisioni che portano al benessere sociale.
Page 437 of 688





























































