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La merce
Roberto Fineschi
Il concetto di merce è la chiave della teoria marxiana del “capitale”. La sua complessa definizione implica una serie di nozioni di carattere filosofico ed economico che trovano poi pieno sviluppo nello svolgimento della teoria nella sua interezza. Essa è, infatti, detta “forma economica cellulare”.
La merce è unità immediata di valore d’uso e valore. Essa è, dunque, da una parte un oggetto utile, caratteristica che non la distingue dal più generico “prodotto”, in quanto l’utilità è presupposto comune a qualunque forma del risultato del processo lavorativo – il prodotto – in qualsiasi forma di organizzazione della riproduzione umana. Questo è il suo “contenuto materiale”, condizione necessaria ma non sufficiente alla definizione di merce.
L’indistinzione di prodotto e merce, ovvero di produzione in genere e forme storicamente determinate di essa, è uno dei limiti fondamentali dei pensatori che precedono Marx, nonché uno degli assiomi più controversi, ma più o meno indiscussi della dominante ideologia/teoria economica ufficiale.
Torniamo alla merce. Oltre che valore d’uso, essa deve essere anche valore, ovvero avere “forma sociale” storicamente specifica. Se pare meno controversa la definizione del valore d’uso, da sempre si discute su quella di valore.
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Vizi e virtù dei ceti medi
Alberto Burgio
Quindici anni fa Paolo Sylos Labini pubblicò un agile libretto per attaccare Marx. Tracciava un bilancio che intendeva mettere in mostra il suo errore fondamentale: la previsione che il capitalismo avrebbe scomposto le società in due blocchi, da una parte i capitalisti, dall’altra i proletari. A questa «profezia» Sylos Labini contrapponeva la crescita della classe media, non solo sempre più vasta e articolata ma anche sempre più influente sul piano politico. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Il cosiddetto neoliberismo ha dispiegato i propri effetti, che la crisi dei mutui ha portato alle estreme conseguenze. Forse, considerando il paesaggio sociale dei paesi a capitalismo maturo oggi, Sylos Labini ci penserebbe su due volte prima di mandare Marx in soffitta.
Gran parte dei ceti medi si ritrova a leccarsi le ferite, non ha capitali, gode di protezioni sociali sempre più incerte, non trova lavoro o ha impieghi precari e sottopagati. Ha raggiunto un elevato grado di scolarizzazione, ma sempre più raramente a questo risultato si accompagna un riconoscimento sociale. La crisi storica del capitalismo (il ridursi, da trent’anni a questa parte, dei margini di profitto del capitale produttivo) si riflette nella proletarizzazione dei ceti medi, un processo che sembra andare nella direzione di quanto ipotizzato un secolo e mezzo fa dall’autore del Capitale e che si profila gravido di implicazioni politiche. L’impressione è che molto, in questo nuovo secolo come già nel Novecento, dipenderà dall’evolversi di questo processo.
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La crisi dell'Irlanda, un esempio delle contraddizioni dell'Unione Europea
di Michele Nobile
1. Le «storiche» elezioni irlandesi del febbraio 2011
Mentre imponenti rivolte popolari facevano tremare la costa meridionale del Mediterraneo e cacciavano a viva forza i despoti, al di là della massa continentale e del canale della Manica, nell’isola detta di smeraldo, si verificava una piccola scossa d’assestamento. Si trattava delle elezioni politiche tenutesi in Irlanda il 25 febbraio, poco appariscenti sulle pagine dei giornali (italiani in particolare), ma pressoché unanimamente qualificate come «storiche».
È importante capire se e per quali ragioni le recenti elezioni abbiano un reale valore «storico» per l’Irlanda; ma, poiché negli anni tra il 1994 e il 2007 quella irlandese fu la storia di maggior successo economico sia tra i paesi europei ma sia nell’intero gruppo dell’Ocse, e un esempio internazionale dei benefici del «neoliberismo» e dell’appartenenza all’area dell’euro, ad essere in causa nella crisi irlandese sono anche il significato e, potenzialmente, l’esistenza, dell’attuale costruzione europea.
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Comunismo: qualche riflessione sul concetto e la pratica
Toni Negri
Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi. Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento
L’affermazione che la storia è storia della lotta di classe, sta alla base del materialismo storico. Quando il materialista storico indaga sulla lotta di classe, lo fa attraverso la critica dell’economia politica. Ora, la critica conclude che il senso della storia della lotta di classe è il comunismo: «il movimento reale che distrugge lo stato di cose presente». Si tratta di starci dentro a questo movimento. Si obietta spesso che queste affermazioni sono espressioni di una filosofia della storia. A me però non sembra che si possa confondere il senso politico della critica con un telos della storia. Nel corso della storia, le forze produttive normalmente producono i rapporti sociali e le istituzioni dentro i quali sono trattenute e dominate: questo sembra evidente, questo registra ogni determinismo storico. Perché allora ritenere che un eventuale rovesciamento di questa situazione e la liberazione delle forze produttive dal dominio dei rapporti capitalisti di produzione costituiscano (secondo il senso operativo della lotta di classe) un’illusione storica, un’ideologia politica, un non-senso metafisico? Cercheremo di dimostrare il contrario.
1) I comunisti dunque assumono che la storia è sempre storia della lotta di classe.
Taluni dicono che non è possibile assumere questa affermazione perché la storia è stata talmente predeterminata, ed è ora talmente dominata dal capitale da rendere questa assunzione ineffettuale e inverificabile.
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Dall' università dei baroni all'università dei padroni
Andrea Martocchia
L'attacco al sapere
Lo stravolgimento del sistema della formazione e della ricerca in Italia ha segnato un suo momento topico nel passaggio in Senato della riforma Gelmini. Ad attestare l'importanza del frangente è tra l'altro l’impressionante dimensione e determinazione delle iniziative del movimento di protesta, che ha catalizzato insieme molti diversi settori: non solo studenti ma anche ricercatori, precari e non, dell’università, degli enti di ricerca, pezzi del mondo della scuola di ogni ordine e grado, della cultura e dello spettacolo, rappresentanti del precariato diffuso, giovani disoccupati e sotto-occupati. Il movimento, per la sua stessa composizione, è stato una dimostrazione vivente del fatto che il colpo sferrato contro l'università con la riforma Gelmini è parte di una ristrutturazione ampia e strategica, che in altra sede abbiamo definito un generalizzato attacco al sapere rivolto contro più di una generazione di “giovani”, che attraverso il sapere per l’appunto avevano creduto di poter costruire un futuro per se stessi e per la società tutta.
In questa sede cercheremo di spiegare che l'attacco al sapere non è un fatto contingente, bensì strutturale; esso non è legato ad una specifica gestione politica di centrodestra, ma è bipartisan; non accade solamente in Italia per ragioni legate alla nostra storia o fase specifica, ma è riconoscibile in tutti i Paesi a capitalismo avanzato. La prospettiva nella quale tale attacco va inquadrato è una prospettiva globale ed epocale, poiché il suo carattere è sistemico e perciò non può essere compreso, tantomeno efficacemente contrastato, se non se ne considerano le cause macro economiche.
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Lettera a un giovane morto invano per una pace che non ci sarà
Restiamo Umani
Vik da Gaza city
Caro Vittorio,
da uno dei tanti inutili uffici pace messi su nei comuni d’Italia (per salvarsi la coscienza e continuare intrighi e politica di piccolo cabotaggio), l’amica Ornella ha fatto spuntare oggi sul video del mio PC, un comunicato di Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, nel quale si annuncia che «il 29° Seminario nazionale» di tale organizzazione «che si apre oggi ad Assisi sarà dedicato a Vittorio Arrigoni». Chissà, ti dedicheranno pure strade, scuole, parchi!
Che ipocrisia!
Trovo indecente, subdola, viperina la prontezza con cui si gioca d’anticipo su ogni possibile concorrente e ci si appropria della tua morte. La lobby pacifista italiana ti vuole “santino pacifista subito”! Guai se, ragionando sulla tua uccisione, si uscisse dal piagnisteo! La spiegazione da far circolare nel “mercatino della pace” è una sola ed è già pronta: Lotti ha detto che la tua uccisione è «assurda». E chiude così qualsiasi interrogativo più scomodo.
Rassegniamoci, dunque?
È una buona, consolidata, abitudine italiota non andare a fondo sui “fatti di sangue”.
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La teoria economica dominante e le teorie alternative*
di Giorgio Lunghini
Indirizzo questa lezione breve ai non economisti di questa classe: e soprattutto ai letterati, che da tempo hanno smesso di leggere scritti di economia.
Stendhal raccomandava alla amatissima sorella Pauline, per la sua felicità, di leggere Smith e Say (al quale faceva inviare le proprie opere) e riteneva che la conoscenza approfondita di Malthus, Say e Ricardo fosse titolo per diventare un ministro delle finanze eccellente. L’allora Henri Beyle aveva letto gli economisti nel 1810, con l’amico Crozet, e addirittura aveva progettato un Boock dal titolo Influence de la Richesse sur la population et le bonheur
De Quincey, il mangiatore d’oppio che in tal modo ne guarisce, scopre Ricardo: «Ecco l’uomo! Un’opera così profonda era veramente nata in Inghilterra, nel XIX secolo? Ricardo aveva d’un tratto trovato la legge, creato la base, aveva gettato un raggio di luce in tutto il tenebroso caos di materiali nel quale si erano perduti i suoi predecessori».
Intorno al 1830 Flaubert comincia a raccogliere le voci sulla bêtise; il Dizionario delle idee comuni prende forma, come parte di Bouvard e Pécuchet, nei primi anni settanta dell’Ottocento. Il 1830 e il 1870 sono gli anni cruciali nella storia del pensiero economico, segnano il periodo in cui l’economia politica progressivamente si riduce a economica. Flaubert, puntuale, nel Dizionario registra: «ÉCONOMIE POLITIQUE. Science sans entrailles». Da allora in poi saranno pochi gli scrittori che si occupano di teoria economica. Ricordo soltanto Ruskin con la sua Economia politica dell’arte, Pound con il suo ABC dell’economia. Tra gli italiani ricordo Dossi: «L’economia politica, questa matematica della Morale, che concilia i calcoli e l’interesse colle aspirazioni più sublimi del sentimento». E ricordo Gadda, con la sua favola brevissima: «Adamo Smith e Davide Ricardo erano economisti».
Si capisce perché i letterati oggi non ci leggano più: l’economia è diventata una scienza davvero triste. E la rivolgo, questa lezione, anche ai colleghi dell’altra classe: che credo scoprirebbero, in questa mia breve storia della “scienza economica”, un curiosum epistemologico.
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“La guerra che verrà…” L’Unione Europea, la Libia e la continuazione della politica con altri mezzi
Collettivo Politico Fanon - Cau
La guerra che verrà non è la prima.
Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.
Bertolt Brecht
L’aggressione alla Libia, ufficialmente cominciata il 19 marzo 2011 con i bombardamenti umanitari della “Coalizione di Volenterosi”, obbliga oggi l’intero movimento contro la guerra ad uno sforzo di analisi e di comprensione. Nella quinta impresa bellica in cui si è imbarcata l’Italia dal 1991, ci sembrano infatti essere diversi gli elementi di novità, e soltanto individuando questi elementi e la loro collocazione in uno scenario ampiamente mutato possiamo provare ad essere efficaci nella nostra lotta. È quello che proveremo a fare nelle pagine seguenti, che segnano un piccolo tentativo di interpretazione degli avvenimenti, a partire dai dati di fatto più che da posizioni ideologiche prestabilite.
Per cominciare, possiamo dire che la “vecchia” equazione imperialismo=Usa, già logora da moltissimi anni, si è fatta ormai praticamente insostenibile. Ci sembra infatti che, per meglio comprendere la cornice nella quale è stato progettato e realizzato questo attacco, sia necessario guardare in “casa nostra” ed interrogarci su quale ruolo abbia giocato il polo europeo nel decidere il conflitto. Forse è proprio perché la guerra contro la Libia è la “nostra” guerra che è così difficile parlarne: non solo i media hanno effettuato una vera e propria operazione di rimozione (tanto che già a due giorni dal primo attacco aereo ha perso il primato sulle pagine dei giornali e nelle scalette dei tg, scivolando verso il fondo), ma stiamo anche assistendo - forse come mai prima d’ora - ad un’operazione di criminalizzazione di chiunque si opponga a questo conflitto ed alla violenta mistificazione delle ragioni di questa opposizione.
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Mescalina al Manifesto: si invoca il colpo di stato dei carabinieri
Red
Alla redazione del Manifesto, è cosa nota, la cultura psichedelica degli anni ’60 è in qualche modo preservata. Non sapevamo però che ultrasettantenni collaboratori dello storico giornale facessero uso smodato di mescalina. E neanche sospettavamo che le produzioni di questi collaboratori, scritte sotto l’ effetto conclamato di questo alcaloide, finissero non solo sul giornale ma anche sulla home page del Manifesto come proposta politica. E’ capitato all’ultima produzione, scritta sotto evidente effetto di agente allucinogeno, da Alberto Asor Rosa. Il quale, ispirato come in un rito sciamanico, ha così composto:
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Colpo di Stato Silenzioso: la UE si Impadronisce dell'Europa?
The Daily Bell
L'UE inaugura una 'rivoluzione silenziosa' assumendo il controllo delle politiche economiche nazionali ... Il nuovo quadro configura un intervento senza precedenti sui bilanci nazionali e sulle decisioni economiche ... Dopo mesi di trattative spesso dure, i Ministri delle Finanze europei hanno finalmente dato il via libera ad una radicale svolta verso un monitoraggio centralizzato dei processi di bilancio nazionali e, ancora di più , di tutte le politiche economiche - sia dei paesi che utilizzano la moneta unica che di quelli che non la usano. - EU Observer
L'altro giorno la UE si è impadronita dell'Europa. Avete letto qualcosa in proposito? Forse sapete che l'ex presentatore tv Charlie Sheen trasmette ora da Radio City Music Hall e che Lady Gaga ha fatto un nuovo single sulla tolleranza di genere. Oh, sì, tra l'altro, l'UE ha appena realizzato la più grande presa di potere legislativo nella storia dell'umanità.
Era una notizia da prima pagina, no? Non è vero? Niente affatto. Tale massiccia presa di potere non è stata quasi registrata dai media mainstream. Finora ne hanno parlato solo i blogs su Internet. Ma una copertura della notizia, per fortuna, è stata fornita dal EU Observer (vedi estratto sopra), che la definisce come una "rivoluzione silenziosa". Una descrizione appropriata.
In realtà, il basso profilo di questo straordinario colpo legislativo è tipico del modo in cui la congiura UE ha operato fin dall'inizio. I dirigenti di questa enorme impresa non sono mai stati onesti né sulla sua portata o ambizione ultima, che apparentemente è di ricostruire il Sacro Romano Impero pan-europeo di Carlo Magno, dalla Gran Bretagna verso l'Europa orientale e oltre, senza spargimento di sangue - ma comunque non in maniera schietta.
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Come cominciare dall’inizio
Slavoj Žižek
Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi. Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento
Dunque di nuovo: non è sufficiente restare fedeli all’Idea comunista - bisogna collocarla all’interno di antagonismi reali, storici, che le diano un’urgenza pratica. L’unica vera domanda oggi è: appoggiamo la predominante naturalizzazione del capitalismo o il capitalismo globale odierno contiene antagonismi abbastanza potenti da impedirne la riproduzione all’infinito? Quattro sono questi antagonismi: l’incombente minaccia della catastrofe ecologica, l’inadeguatezza della nozione di proprietà privata applicata alla cosiddetta «proprietà intellettuale», le implicazioni etiche e sociali dei nuovi sviluppi tecnico-scientifici (specialmente in campo biogenetico) e, ultime ma non meno importanti, le nuove forme di apartheid, i nuovi Muri e le nuove baraccopoli. C’è una differenza qualitativa tra
l’ultima caratteristica – lo scarto che separa gli Esclusi dagli Inclusi – e le altre tre, che si collocano nell’ambito di ciò che Hardt e Negri chiamano i «commons», il «comune», la sostanza condivisa del nostro essere sociale, la cui privatizzazione implica atti violenti, ai quali si dovrebbe resistere anche con mezzi violenti, se necessario:
il comune della cultura, le forme del capitale «cognitivo» immediatamente socializzate, prima di tutto il linguaggio, il nostro mezzo di comunicazione e di istruzione, ma anche le infrastrutture condivise come il trasporto pubblico, l’elettricità, le poste ecc.
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Privatizzazioni: lo scambio tra rendite politiche e rendite finanziarie
Massimo Florio
Ho iniziato a occuparmi di privatizzazioni venti anni fa, nel paese dove sono state inventate, la Gran Bretagna di Margaret Thatcher e John Mayor. Stavo trascorrendo un triennio di studio alla London School of Economics, per una ricerca sull’analisi costi-benefici degli investimenti pubblici, proprio mentre l’intervento pubblico veniva visibilmente smantellato dai governi conservatori. Nel giro di pochi anni passavano ai privati, generalmente attraverso collocamento in borsa, elettricità, acqua, gas, telecomunicazioni, ferrovie, autobus, porti, aeroporti, linee aeree, miniere, e molto altro
Ho raccolto in un libro (Privatizzazioni e interesse. Il caso britannico) i risultati della mia analisi critica di quella esperienza. Ho cercato di dimostrare che (a) i cittadini in genere hanno guadagnato poco o nulla dalle privatizzazioni, (b) le fasce di utenti più povere hanno pagato prezzi più alti, (c) i contribuenti ci hanno rimesso perché lo stato ha venduto a prezzi troppo bassi e in vari casi ha perso entrate, (d) la produttività delle imprese non è aumentata significativamente, (e) i maggiori beneficiari sono stati gli azionisti, gli intermediari finanziari, i consulenti (in una parola la City). Mi sono anche occupato di privatizzazioni in Italia, in dieci edizioni del Rapporto sulla Finanza Pubblica e in altri interventi (tra i quali La sinistra e il fascino concreto delle privatizzazioni). La mia lettura del caso italiano è che le cose qui sono andate anche peggio che in Gran Bretagna. Sia i governi di centro-sinistra che quelli di centro-destra hanno cercato di fare cassa vendendo soprattutto banche, telecomunicazioni, autostrade, aziende del settore dell’energia, anche altro, ma con effetti del tutto irrilevanti o modesti sul piano dell’efficienza e del benessere degli utenti, e invece distribuendo rendite ad ambienti capitalistici più o meno parassitari.
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Bahrain, la repressione ignorata
di Mazzetta
Mentre il “mondo libero” correva alla liberazione dei poveri libici dal tallone di Gheddafi con la benedizione della Lega Araba, in Bahrein si spegneva la luce per l'opposizione e per il movimento non-violento che aveva chiesto una monarchia costituzionale e il licenziamento dello zio del re, primo ministro da quarant'anni. In Bahrein c'è una monarchia assoluta e molto business-friendly, una società fino a ieri abbastanza aperta e cosmopolita, composta di circa mezzo milione di locali e altrettanti lavoratori stranieri.
Come altri emirati, il Bahrein funge da valvola di sfogo per i cittadini sauditi e gli espatriati nel regno dei Saud, che ne alimentano l'economia in cerca di svaghi severamente proibiti e repressi a pochi chilometri di distanza. A rafforzare il legame tra i due paesi c'è il fatto che la dinastia regnante, di origini saudite e imparentata con altre dinastie del Golfo, comanda su una popolazione prevalentemente sciita. E i sauditi considerano gli sciiti una minaccia a prescindere.
I manifestanti però non ne facevano una questione religiosa o settaria e hanno anche respinto con decisione la solidarietà imbarazzante dell'Iran o degli Hezbollah libanesi. Volevano solo maggiori libertà e una monarchia parlamentare. Hanno visto cosa è successo in Egitto e in Tunisia e d erano fermamente convinti di avere buone possibilità di ottenere una riforma del regno.
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Il 5 aprile 2011 allo SPAZIO TADINI in Via Jommelli 24 a Milano, organizzato da Adam Vaccaro di MILANOCOSA, c'è stato un incontro per discutere di "Calpestare l'oblio", un'antologia - così recita l'annuncio pubblicato sulla stampa nazionale - di "Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana". curata da Valerio Cuccaroni, Davide Nota e Fabio Orecchini.
Intervento di Ennio Abate
Gentili autori e organizzatori di CALPESTARE L’OBLIO,
sono del ’41. Da vecchio, dunque, scrittore quasi clandestino e militante in proprio fuori da qualsiasi partito, ragionando sulla base della storia del Novecento e di quella italiana del dopoguerra (in particolare degli anni Settanta), mi permetto di porvi due domande:
- quale oblio ha da essere oggi calpestato?
- lo si può calpestare solo in poesia, soltanto con la poesia?
Vi anticipo, in attesa di vostre risposte, le mie:
- in questo Paese l’oblio non è caduto soltanto o soprattutto sulla Resistenza e la Costituzione, come sostenete nell’introduzione del libro e in vari testi antologizzati, ma sulla lezione profonda di Marx e sulla storia del comunismo novecentesco - terribile sì, ma non cancellabile o surrogabile dall’apologia, quasi sempre in piatto “americanese”, della democrazia;
- ad obliare non sono stati solo i poeti o i leader politici e intellettuali viventi (della sinistra in primis), ma anche quella parte della popolazione che una volta poteva ancora a buon diritto essere chiamata ‘popolo’ o ‘di sinistra’;
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I cinque errori della BCE
di Vladimiro Giacchè
La Banca Centrale Europea ha alzato i tassi d’interesse nell’eurozona dall’1% all’*1,25%. Trichet, il presidente della BCE, aveva annunciato il rialzo un mese fa, motivandolo con i rischi d’inflazione legati all’aumento delle materie prime energetiche. E, tanto per non lasciare dubbi su quale fosse la sua preoccupazione, aveva sottolineato che “quando c’è uno shock petrolifero” la responsabilità della BCE è quella di evitare “un effetto-travaso” sui salari, ossia un loro aumento.
Questo manovra è sbagliata per almeno 5 motivi.
1. Attualmente nell’eurozona non c’è alcun serio rischio di inflazione. Alla BCE sembrano terrorizzati perché l’inflazione ha superato il 2%, ossia il cosiddetto “livello obiettivo” oltre il quale i templari della stabilità monetaria si sentono obbligati ad intervenire. Ora, anche senza voler abbracciare la proposta, avanzata un anno fa da Olivier Blanchard (il capo economista del Fondo Monetario Internazionale), di elevare al 4% la soglia di inflazione considerata rischiosa, la verità è che oggi in Europa la cosiddetta inflazione core, ossia l’inflazione depurata dalle variazioni di prezzo dei prodotti energetici e di quelli alimentari, è appena all’1%. E probabilmente non si muoverà di molto, visto che la debolezza della domanda fa sì che le imprese non possano trasferire automaticamente gli aumenti dei prezzi delle materie prime sui prezzi al consumo. Ma è anche il caso di aggiungere che nel Regno Unito, dove l’inflazione nel quarto trimestre del 2010 ha superato il 4%, la Banca d’Inghilterra per ora si è guardata bene dall’alzare i tassi d’interesse, che là sono allo 0,5%, ossia al livello più basso dal 1694.
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Apologia dei «rivoluzionari schizofrenici»
Dante Lepore
A proposito di un articolo di Dino Erba, Il vento del Nordafrica e i sospiri dell’Italia. Brevi note sull’ambiente rivoluzionario italiano
La fase che tutta la specie umana sta materialmente vivendo nel mondo capitalista dall’ottobre del 2008 è giunta al punto in cui è sempre più difficile ogni analisi e valutazione a caldo, ogni chiaro e netto discernimento immediato dei fenomeni, e le stesse posizioni degli attori in campo assumono una mutevolezza data proprio dall’incandescenza e surriscaldamento che genera confusione e fumus continui. Siamo così già alla guerra euro mediterranea, ma, poiché in una guerra è un po’ difficile restare neutrali, è opportuno che, chi deve comunque schierarsi, individui, pur nelle difficoltà e convulsioni, quali sono gli interessi in gioco, soprattutto quelli delle classi che in ultima istanza si confrontano.
In momenti come questi, bisognerebbe non perdere mai di vista la bussola (e la calma!) fornitaci dal marxismo, quando ci invita a non prendere mai ciò che gli uomini dicono di se stessi ma ciò che realmente e oggettivamente essi fanno. È una bussola d’oro, perché molto spesso anche i rivoluzionari in perfetta buona fede non sanno fare i conti con la banale realtà che le loro azioni e gli stessi pensieri sono a loro volta condizionati da un contesto che è l’unico vero motore di tutti gli atti e pensieri dei singoli esseri viventi. Ogni posizione soggettiva in realtà è una risultante di innumerevoli parallelogrammi di forze e mai un assoluto. Se si usa con freddezza questa bussola, si finisce per scoprire delle costanti che si ripetono anche nei momenti di fibrillazione e di confusione.
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Il vento del Nordafrica e i sospiri dell'Italia
Dino Erba
[Nel quadro della discussione a sinistra sulla Libia riportiamo questo intervento di Dino Erba, a cui risponde nel post successivo Dante Lepore]
Le insorgenze del Nordafrica, oltre a sconvolgere decennali equilibri geo-politici, hanno turbato il tranquillo tran tran dei sinistri italiani, il cui orizzonte, malgrado le sferzate della crisi, difficilmente si spinge oltre alle beghe con Berlusconi e con Marchionne, a parte qualche sporadico colpo di testa. Ma non tutto il male viene per nuocere. Il vento del Nordafrica ha fatto un po’ di chiarezza nella palude della sinistra italiana, portando allo scoperto le mal celate nostalgie nazionalsocialiste. Sono le nostalgie di ambienti, in cui la crisi aveva già provocato un’alzata di scudi a favore del capitalismo di Stato, riesumando un estemporaneo keynesismo. Di fronte all’insorgenza libica, questi ambienti si sono messi a infangare i ribelli, poiché hanno visto in pericolo una delle ultime vestigia del loro modello di Stato sociale che, dopo il crollo del «socialismo reale», si riduce alla Cuba di Fidel, al Venezuela di Chavez, alla Bolivia di Morales, ma anche all’Iran integralista di Ahmadinejad, alla Cina dei 332 miliardari «socialisti» e alla grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista del colonnello Gheddafi. Stendiamo un velo pietoso sulla Corea del Nord, del caro leader. I nostalgici del capitalismo di Stato non solo barano sapendo di barare, dal momento che puntano le loro false carte su Paesi in cui il welfare – quando c’è – è una brutta copia di quello europeo; ma soprattutto vogliono nascondere il brutale sfruttamento operaio, che in tali Paesi vige, a tutto vantaggio di un ceto parassitario statal-burocratico. E a questo ceto parassitario, anch’essi appartengono, e aspirano a posizioni di privilegio elargite dallo Stato, oggi erose dalla crisi, che della piccola borghesia non sa che farsene. Tolto dai piedi questo ciarpame, parliamo di cose più serie. Vediamo cosa avviene tra chi la prospettiva rivoluzionaria la sostiene, senza cedimenti nazionalisti e statalisti. Forse per colpa dell’aria mefitica che per tutti questi anni abbiamo respirato in Italia, prevale un atteggiamento a dir poco fiacco.- Details
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Generali: lo scricchiolio prima del terremoto
di Piemme
Il banchiere di Dio… e di Berlusconi
La defenestrazione di Cesare Geronzi, da solo un anno Presidente delle Generali, occupa le prime pagine dei giornali generalisti di oggi, molte di più quelle dedicate dai giornali economici-finanziari, non solo italiani.Geronzi se ne va con una buonuscita di 16,65 milioni. A conti fatti, dato il breve periodo di reggenza, farebbero 48mila euro al giorno. Un po’ meno di quanto venne elargito allo stesso Geronzi quattro anni fa, quando uscì da UniCredit-Capitalia: 20 milioni, ma allora il “premio” coronava 25 anni di servizio. Molto? Moltissimo se paragonato alla liquidazione di un operaio che abbia lavorato una vita, pochino se si pensa alla buonuscita da Fiat di Cesare Romiti: 101,5 milioni.
Cesare Geronzi, un banchiere dalla lunga gavetta, passato per Bankitalia e assurto a guru della finanza italiana, con il sostegno Vaticano e la copertura politica della Dc andreottiana. Uno per le cui mani sono passati i dossier più scottanti del capitalismo italiano, il banchiere più potente e indagato d’Italia: crack Cirio, bancarotta di Parmalat, crack Italcase-Bagaglino. Uno che la sa lunga sulla guerra intestina che ha segnato la storia della finanza italiana negli ultimi decenni e i vizi e le virtù dei suoi protagonisti.
Il “ribaltone” alle Generali non occupa per caso le prime pagine.
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Un partito è un partito. Cioè?
di Alberto Burgio
Da gran tempo ci dibattiamo dinanzi a un dilemma. Per un verso vediamo la desolante inconsistenza dell'opposizione parlamentare, un dato acquisito anche nella stampa estera, per la quale (parliamo di Le Monde, dell'International Herald Tribune, della Süddeutsche Zeitung) l'inefficacia del centrosinistra è un ormai un presupposto. Per l'altro verso ragioniamo in base al postulato, a prima vista ovvio, secondo cui l'opposizione (a cominciare dal Pd) non può non mirare al governo del Paese e quindi impegnarsi per spodestare la destra. La competizione al massimo livello continua ad apparirci la ragion d'essere dell'opposizione, perciò restiamo disorientati di fronte a quella «resa senza condizioni alle ragioni dell'avversario» di cui parlava Piero Bevilacqua sul manifesto del 2 aprile, e stentiamo a trarre conclusioni coerenti dall'osservazione della scena politica. Forse è il momento di chiedersi se nelle premesse dei nostri ragionamenti non si annidi un baco. L'impressione è che essi muovano da una concezione sbagliata del partito politico, del suo odierno modo di essere e di operare.
Un partito di grandi dimensioni si rappresenta sulla scena mediatica come candidato al governo del Paese. In realtà non è soltanto questo. Venuto meno (con l'eccezione della Lega Nord) il radicamento sociale dei partiti di massa, permane un'altra forma di radicamento delle forze politiche (sia di governo che di opposizione). I partiti sono strutture organizzate, apparati, collettori di un ceto politico e amministrativo ben radicato nei luoghi del potere diffuso e del sottogoverno: enti locali e aziende di servizio; ordini professionali e sistema dell'informazione; cda di banche, fondazioni, imprese partecipate, assicurazioni e, d'ora in avanti, anche grandi università. Di questo complesso mondo retrostante si tende a non parlare. Esso rimane, di norma, invisibile ai più. Ma se lo si tiene nel debito conto, si profila uno scenario politico molto diverso dal consueto.
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Inceneritori Spa
Marco Cedolin
Quando il cittadino è costretto a sovvenzionare il proprio avvelenamento
Anche analizzandola dal punto di vista esclusivamente economico la pratica dell’incenerimento dei rifiuti si rivela assolutamente disastrosa, a tal punto che se in Italia gli inceneritori non fossero pesantemente sovvenzionati attraverso il denaro dei cittadini, la loro costruzione e gestione non avrebbe economicamente alcun senso. Negli Stati Uniti che possono essere considerati il paese dove nacque l’incenerimento, già nel 1993 il Wall Street Journal definiva l’uso degli inceneritori per smaltire i rifiuti urbani come un vero disastro per le amministrazioni pubbliche e per i contribuenti.
Mentre l’Italia continua a praticare investimenti colossali nella costruzione di nuovi impianti d’incenerimento, proponendo i forni inceneritori come l’unica e più moderna risorsa indispensabile per gestire il problema dello smaltimento dei rifiuti, la maggior parte degli altri Paesi hanno smesso da tempo di considerare quella dell’incenerimento come una strada sulla quale occorre investire e si stanno orientando in direzioni opposte che privilegiano la raccolta differenziata, il riciclaggio ed il riutilizzo. Perfino le nazioni storicamente più propense ad incenerire i rifiuti, come gli stati Uniti ed il Giappone, da anni non stanno più costruendo nuovi inceneritori ed hanno iniziato a demolire quelli vecchi. In Svezia la costruzione degli inceneritori è stata abbandonata a favore della raccolta differenziata dei rifiuti, mentre 62 paesi nel mondo già aderiscono all’Alleanza globale contro gli inceneritori (GAIA)......
Solamente in Italia i forni inceneritori, qualora contemplino il recupero energetico, sono impropriamente definiti termovalorizzatori al fine di accreditarli presso l’opinione pubblica di una falsa immagine positiva che invece non posseggono.
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Dell'1%, Dall'1%, Per l'1%
di Joseph E. Stiglitz
Gli americani sono stati a guardare le proteste contro i regimi oppressivi che concentrano enormi ricchezze nelle mani di pochi eletti. Eppure, nella nostra stessa democrazia, l'1 per cento della gente prende quasi un quarto del reddito nazionale - una disuguaglianza di cui anche i ricchi si pentiranno
E' inutile far finta che ciò che di fatto è successo, non sia veramente accaduto. La fascia alta dell'1 per cento degli americani si prende ogni anno quasi un quarto del reddito nazionale. In termini di patrimonio invece che di reddito, l'1 per cento controlla il 40 per cento del patrimonio. Le loro sorti di vita sono sensibilmente migliorate. Venticinque anni fa, i dati corrispondenti erano del 12 per cento e del 33 per cento. Una reazione potrebbe essere quella di celebrare l'ingegno e la capacità di iniziativa che ha portato a queste persone la loro fortuna, e sostenere che l'alta marea solleva tutte le barche[1]. Ma sarebbe una risposta fuorviante. Mentre l'1 per cento al top ha visto il proprio reddito aumentare del 18 per cento negli ultimi dieci anni, la classe media ha visto i suoi redditi diminuire. Per quelli che hanno solo un diploma di scuola superiore, il calo è stato precipitoso – il 12 per cento solo negli ultimi venticinque anni. Tutta la crescita degli ultimi decenni - e oltre - è andata a quelli che stanno al top. In termini di equa distrubuzione del reddito, l'America è indietro rispetto a tutti i paesi del vecchio continente, l'Europa “fossilizzata” su cui ironizzava il presidente George W. Bush. I paesi a noi più vicini sono la Russia con i suoi oligarchi, e l'Iran. Mentre molti dei vecchi centri di disuguaglianza dell'America Latina, come il Brasile, negli ultimi anni si sono adoperati con discreto successo per migliorare la situazione dei poveri e ridurre i divari di reddito, l'America ha permesso la crescita delle disuguaglianze.
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Cosa sono i teorici della decrescita e come lottano contro il marxismo
di Domenico Moro
Recentemente il concetto di decrescita si è diffuso in molti settori, dalla destra alla sinistra istituzionale[1] e persino fra la sinistra radicale e comunista. La decrescita sembra, in apparenza, una risposta ai mali dell’epoca attuale, dall’esaurimento delle risorse energetiche alla crisi ecologica alla gestione dei rifiuti fino alla crisi economica. Il male sarebbe l’eccesso di consumo. La soluzione, dunque, starebbe nel consumare di meno. E per consumare di meno bisogna decrescere.
La crescita è così diventata il “cancro dell’umanità”. I teorici della decrescita non si limitano, dunque, a raccomandare maggiore attenzione al risparmio energetico, e ad eliminare sprechi e consumi inutili. I decrescisti propongono una visione complessiva della società, la “società della decrescita”, in alternativa non solo alla società attuale, ma anche alla prospettiva di una società socialista e al marxismo. Il fatto è che tale società della decrescita non solo non risolve il problemi che dovrebbe risolvere, essendo del tutto campata per aria, ma, mistificando le ragioni della presente crisi epocale, risulta addirittura funzionale alla conservazione dell’attuale assetto sociale. Dal momento che molti si fermano ad una conoscenza superficiale della teoria della decrescita, che sembra renderla sensata, è bene andare ai suoi fondamenti.
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Orwell, la Nato e la guerra contro la Libia
Domenico Losurdo
Nel 1949, mentre infuria una guerra fredda che rischia di trasformarsi da un momento all’altro in olocausto nucleare, George Orwell pubblica il suo ultimo e più celebre romanzo: 1984. Se anche il titolo è avveniristico, il bersaglio è chiaramente costituito dall’Unione Sovietica, raffigurata come il «Grande fratello» totalitario, che vanifica la stessa possibilità di comunicazione, stravolgendo il linguaggio e creando una «neo-lingua» (newspeak), nell’ambito della quale ogni concetto si rovescia nel suo contrario. Pubblicando il suo romanzo l’anno stesso della fondazione della Nato (l’organizzazione militare che pretendeva di difendere anche la causa della morale e della verità), Orwell dava così il suo bravo contributo alla campagna dell’Occidente. Egli non poteva certo immaginare che la sua denuncia sarebbe risultata molto più calzante per descrivere la situazione venutasi a creare, pochi anni dopo il «1984», con la fine della guerra fredda e il trionfo degli Usa. Come la strapotenza militare, così la strapotenza multimediale dell’Occidente non sembra più incontrare nessuno ostacolo: lo stravolgimento della verità viene imposto con un bombardamento multimediale incessante e onnipervasivo, di carattere assolutamento totalitario. E’ quello che emerge con chiarezza dalla guerra in corso contro la Libia.
Guerra
E’ vero, è all’opera il più potente apparato militare mai visto nella storia; certamente non mancano le vittime civili dei bombardamenti della Nato; vengono utilizzate armi (all’uranio impoverito) il cui impatto è destinato a prolungarsi nel tempo; oltre agli Usa, nello scatenamento delle ostilità e nella conduzione delle operazioni militari si distinguono due paesi (Francia e Inghilterra), che hanno alle spalle una lunga storia di espansione e dominio coloniale in Medio Oriente e in Africa; siamo in un’area ricca di petrolio e i più autorevoli esperti e mezzi di informazione sono già impegnati ad analizzare il nuovo assetto geopolitco e geoeconomico.
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Il Partito della Merda
di Luca Baiada
[Pubblichiamo l'articolo senza le note, che potranno essere lette sul numero LXVII n. 3, marzo 2011 della gloriosa e coraggiosa rivista Il Ponte.]
Davvero, come è stato notato, si possono distinguere tre tappe, nel percorso del berlusconismo? Effettivamente, dall’inizio del suo riciclaggio in politica, Berlusconi ha strumentalizzato emozioni e pulsioni elementari; una linea costante negli aspetti di fondo, ma con alcune varianti. Si è partiti da un’aggregazione simile alla tifoseria (il padrone del Milan, Forza Italia), per passare attraverso un branco spaventato (il securitarismo, la Casa delle libertà), e giungere a un mucchio di carne convulsa e istintiva (il presidente gaudente, papi Silvio e il Partito dell’Amore). Si teme che l’appello a istinti primari scenda più in basso, sostituendo il modello a sfondo erotico con ciò che viene chiamato «il Partito della Merda».
L’osservazione mi stimola a portare avanti una riflessione, e in un certo senso a cercare il tassello mancante, dentro un discorso che avevo già iniziato ad affrontare. È scontato che qui ci si riferisca in generale a un modello politico, e non al fatto che proprio Berlusconi sia al governo; anche se ne è il più abile praticante, e un po’ il maestro di cerimonie, non solo il berlusconismo frequenta questa linea. Il Partito della Merda, cioè, potrebbe essere il vero e più profondo lascito di questi ultimi anni agli italiani.
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Tesi per il Comunismo
Francesco Barba
Proponendo queste tesi, dobbiamo al lettore alcuni chiarimenti preliminari.
1. L’obiettivo generale.
L’ obiettivo generale che ci proponiamo è quello di promuovere una critica organica alla stabilizzazione ed all’ egemonia del sistema capitalistico e degli imperialismi oggi diffusi nel mondo globalizzato.
Occorrendo un’ analisi seria e una ricerca reale intorno ai grandi problemi di strategia, cerchiamo noi stessi di proporre una piattaforma di discussione, aperta e problematica ma non eclettica, sulla quale confrontarsi proficuamente.
2. Storia e nuovi protagonisti.
I problemi di strategia non riguardano soltanto la realtà in atto in un Paese e in un certo momento storico. Essi sono il prodotto di un incontro tra presente e passato, tra l’ esperienza in atto e una teoria già storicamente elaborata, tra le organizzazioni politiche e l’ insieme della società. In un momento storico come l’ attuale, questo incontro è estremamente difficile. Ma non per questo il compito è meno pressante e vitale. Muovendo da una tradizione e da una lunga battaglia - quella della sinistra comunista italiana che si è incontrata, in momenti e contesti particolari, con il comunismo storico italiano, con il movimento sindacale confederale, con il cristianesimo sociale, con la sinistra socialista, con il femminismo, con gli ambientalisti e con i libertari radicali – noi cerchiamo di dare il nostro contributo mettendo a frutto la nostra esperienza (là dove c’è) coniugando storia, di cui non è giusto sbrigativamente sbarazzarsi, e una nuova realtà, che quella storia fortemente può contestare.
Questa piattaforma di discussione è rivolta, come si è detto, direttamente a protagonisti attuali interni all’ attuale organizzazione politica e contestualmente all’ esterno, verso ambienti, anche tra loro diversi ma non opposti, che concordano di impegnarsi seriamente in una riflessione e in un tentativo comune di analisi e iniziativa, ritrovando il senso di ciò che ci separa tutti dal reale avversario e di ciò che ci unisce verso un comune obiettivo.
3. Il confronto e i temi.
Proponiamo di sviluppare questo confronto promuovendo incontri pubblici; solleciteremo prese di posizione e scelte chiare di quanti già con noi generalmente concordano e l’ avvio di comuni iniziative con quanti convergono con noi su problemi significativi.
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