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Il mondo in mano
di Pierluigi Fagan
Spifferi chissà come motivati e da chi soffiati, affermano che esisterebbe una parte “esoterica” (ovvero non rivolta all’esterno) del recente piano New National Security US di cui sia noi che altri abbiamo parlato di recente.
L’amministrazione Trump ha più volte usato questo metodo di far uscire “unofficial” qualcosa per vedere l’effetto che fa e magari pre-abituare a qualche nuova iniziativa politica. Ma non abbiamo elementi per dire che è questo il caso. Sta il fatto che il sito Defense One ripreso da Politico (di solito serio e ben informato) afferma che alla Casa Bianca circolerebbe una nuova idea di tavolo per le relazioni mondiali.
Si tratterebbe della definitiva presa d’atto almeno di tre fatti.
1) Il G7 rappresenta oggi intorno al solo 15% della popolazione mondiale e comunque una minoranza in termini sia di potere economico, che militare destinata a ulteriore declino. Il G20 ha il difetto di essere troppo grande, non si discutono cose e poi mediano gli interessi di cose molto complesse in venti soggetti (vedi UE), ognuno attaccato al suo irrinunciabile punto di vista. Infine, da tempo, si discuteva della riforma del Consiglio di Sicurezza UN dove non si capisce cosa ci facciano Francia e UK mentre non c’è il più grande paese e quarta economia del mondo (oggi, fra poco terza) e potenza atomica ovvero l’India.
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La Bulgaria si ribella all’Unione Europea e fa cadere il governo pro UE
di Vladimir Volcic
La Bulgaria ha vissuto in questi giorni una vera e propria insurrezione popolare, culminata nelle dimissioni del premier Rosen Zhelyazkov e dell’intero governo, travolti da settimane di proteste contro corruzione, aumento del costo della vita e l’imposizione dall’alto dell’ingresso nell’euro. Le piazze hanno imposto ciò che il Parlamento non voleva concedere: la fine di un esecutivo percepito come braccio locale della burocrazia di Bruxelles.
Le piazze che abbattono il governo
Tutto è esploso attorno al bilancio 2026, con l’annuncio di nuove misure fiscali, aumenti di tasse e contributi sociali, usati come leva per adeguare il paese ai parametri richiesti dall’Eurozona. Le proteste, iniziate a Sofia a fine novembre, si sono rapidamente estese a numerose città e regioni, trasformandosi da contestazione “sociale” a richiesta esplicita di dimissioni del governo.
La sera decisiva, decine di migliaia di persone hanno riempito il centro di Sofia, con cortei che partivano dal Largo e dal Parlamento e si allargavano a perdita d’occhio, mentre manifestazioni parallele si svolgevano a Plovdiv, Varna, Burgas e in molte altre città. Pochi minuti prima di un voto di sfiducia ormai inevitabile, il premier Zhelyazkov ha annunciato in diretta tv la resa dell’esecutivo, riconoscendo che la pressione della strada aveva reso insostenibile la sua permanenza al potere.
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Niente Nato e territori, Kiev si adatta alla linea Usa
di Dante Barontini
Qualsiasi trattativa di pace che si rispetti è lunga, condotta sottotraccia e con slogan propagandistici in superficie, dolorosa per tutti perché nel frattempo la guerra continua.
Chi deve affidarsi alle indiscrezioni lasciate trapelare dagli addetti ai lavori – al 99% propaganda – può solo cogliere eventuali modifiche nella “narrazione” dominante che accompagna le trattative da questo lato della barricata. Ossia in campo euro-atlantico e secondo le linee di faglia ormai conclamate tra Usa trumpiani e “volenterosi” del Vecchio Continente.
Seguendo questo criterio abbiamo potuto cogliere lo spostamento passo dopo passo da una posizione totalmente contraria a qualunque soluzione realistica della guerra verso una che prende atto della situazione sul campo e lascia nel cestino gran parte delle sparate retoriche che invece ancora abitano i media mainstream europei.
Il campo di gara è presto disegnato. Usa e Russia hanno raggiunto un’intesa di massima solo in parte resa nota. I “volenterosi” – e a seguire, spesso malvolentieri, il resto dell’Unione Europea – sono contrari a qualsiasi conclusione diversa dalla sconfitta della Russia. La junta di Kiev, sedotta e abbandonata da chi la guerra l’ha voluta (gli Stati Uniti in bersione “dem”), erosa dagli scandali e dalle ruberie, alle prese con l’esaurimento della “carne da cannone” da inviare al fronte, deve lasciare gradualmente da parte i sogni di vittoria e recupero dei territori già persi militarmente.
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Geoeconomia: il conflitto che inghiotte tutto
di Giuseppe Gagliano
C’è un mondo che continua a raccontarsi come se fosse rimasto quello di trent’anni fa, intrappolato nella retorica del “villaggio globale”, convinto che i commerci portino la pace, che la tecnologia sia un ponte e non un’arma, che la finanza sia un meccanismo neutrale e non un centro di comando geopolitico.
È un mondo che non vuole vedere ciò che ha davanti agli occhi: le relazioni internazionali sono entrate in una fase in cui la distinzione fra pace e guerra è evaporata. Lo scontro tra potenze non si manifesta più con fronti, invasioni e ultimatum, ma attraversa le reti digitali, i tubi dei gasdotti, le piattaforme tecnologiche, le valute internazionali, i colli di bottiglia delle supply chain.
Questo è il punto di partenza del libro di Francesco Frasca, e al tempo stesso la sua intuizione più evidente: la geoeconomia non è una disciplina accademica, ma la forma reale e quotidiana del conflitto globale contemporaneo.
In questa trasformazione, la geografia non è scomparsa: è migrata. Le mappe non segnano più solo confini e montagne, ma corridoi energetici, snodi logistici, cavi sottomarini, hub digitali, centri dati, fabbriche di semiconduttori, standard normativi. Le nuove frontiere non sono linee sulla terra, ma regole scritte a Bruxelles, chip prodotti a Taipei, infrastrutture installate da Pechino, server ospitati in California. Il potere abita i nodi, non i territori. Chi controlla i nodi può decidere chi sopravvive, chi prospera, chi fallisce.
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Cile 2025: L’ombra del pinochettismo e il vicolo cieco della sinistra atlantista
di Geraldina Colotti
L’11 marzo del 2026, con l’assunzione di incarico del nuovo presidente del Cile, il paese tornerà ufficialmente agli anni bui del pinochettismo. Al secondo turno delle elezioni, domenica 14 dicembre, José Antonio Kast, il candidato delle destre che si sono unite per l’occasione ha vinto con il 58,16% dei voti contro la rappresentante della sinistra, Jeannette Jara, che ha ottenuto il 41,84%.
E sarà il primo esponente dell’estrema destra a guidare il paese dopo la fine della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990): il presidente con il maggior numero di voti nella storia. A capo del Partito Repubblicano, di estrema destra, ha ricevuto 7.252.410 suffragi, una cifra spinta anche dall’implementazione del voto obbligatorio. E ha vinto in tutte le regioni.
Jeannette Jara, esponente del Partito comunista (disposta a lasciarlo in caso di vittoria elettorale), è stata candidata dal patto Unità per il Cile, e ha invece ottenuto il peggior risultato della sinistra dal ritorno alla democrazia. Con il suo 41%, è rimasta al di sotto dell’ex senatore Alejandro Guiller, che nel 2017 aveva raggiunto il 45%. I 5.216.289 voti realizzati al ballottaggio non sono stati sufficienti, dato che ha prevalso in soli 32 dei 345 comuni del territorio cileno.
“La democrazia ha parlato forte e chiaro”, ha detto Jara congratulandosi con il vincitore. La sua voce, tuttavia, è stata quella di una classe politica progressista esaurita, incapace di offrire una reale alternativa al modello neoliberale. La schiacciante vittoria di Kast non è un incidente della storia, ma il sintomo di una malattia politica più profonda.
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Le (spiacevoli) verità di Trump sull'Unione Europea
di Andrea Zhok*
Nel documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale (National Security Strategy) appena pubblicato dall’amministrazione statunitense troviamo una dolorosa descrizione dell’attuale realtà europea.
Vi troviamo scritto:
“L'Europa continentale ha perso quota nel PIL mondiale, passando dal 25% del 1990 al 14% di oggi, in parte a causa di normative nazionali e transnazionali che minano la creatività e l'operosità.
Ma questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più concreta della cancellazione della civiltà. I problemi più ampi che l'Europa si trova ad affrontare includono le attività dell'Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell'opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi.
Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno. Pertanto, non è affatto scontato se alcuni paesi europei avranno economie e forze militari sufficientemente forti da rimanere alleati affidabili. Molte di queste nazioni stanno attualmente raddoppiando il loro impegno in quella direzione.
(…)
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Davos, BlackRock e il cerino della democrazia
Quando il potere non si presenta alle elezioni
di Giuseppe Gagliano
C’è chi parla di “nomina tecnica”, chi di “fase di transizione”, chi si affanna a precisare che no, BlackRock non ha preso formalmente il controllo del World Economic Forum. Tutto vero. Ma irrilevante. Perché il punto non è il titolo sulla porta, bensì chi tiene le chiavi. E oggi una di quelle chiavi è finita nelle mani di Larry Fink, capo del più grande gestore di capitali del pianeta, chiamato a co-presiedere il tempio di Davos proprio mentre il sistema globale scricchiola.
Dicono che non sia una presa di potere. Sarà. Ma quando il signore di dieci e passa trilioni di dollari di asset diventa il garante della “governance globale”, forse una domanda bisognerebbe farsela. Anche solo per sport.
Il World Economic Forum è sempre stato questo: un luogo dove il potere si dà del tu, lontano da urne, parlamenti e fastidiose opinioni pubbliche. Ma finché restava un salotto, una fiera delle buone intenzioni, si poteva liquidarlo come folklore d’élite. Oggi no. Oggi Davos è il posto dove si prova a supplire al fallimento della politica. E chi meglio di BlackRock, che governa capitali più grandi di molti Stati, può farlo?
BlackRock non legifera, certo. Ma decide cosa è finanziabile e cosa no. E nel mondo reale, quello dove le fabbriche chiudono e le transizioni si pagano, questo equivale a decidere cosa esiste e cosa muore. Se non investi, non cresci. Se non cresci, scompari. Altro che sovranità.
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La libertà in saldo. Repubblica e Stampa all’asta
Quando i padroni vendono anche l’Agorà
di Mario Sommella
C’è un modo molto semplice per capire cosa sta succedendo: quando per settimane ti raccontano che “la libertà di stampa” è minacciata dai ragazzi che protestano, liquidati con l’etichetta sprezzante di “poveri comunisti”, e poi nel giro di pochi giorni la proprietà mette in vendita due giornali storici come fossero un ramo secco da potare, capisci che il racconto era rovesciato. La vera minaccia non è la contestazione, è la proprietà. Non è il corteo, è il consiglio d’amministrazione. E quella frase, oggi in Italia, non è un insulto: è una radiografia morale di chi sta dalla parte del potere proprietario, non dalla parte del lavoro e del diritto a essere informati.
È in questo cortocircuito che si incastrano due testi che mi sono passati sotto gli occhi in questi giorni e che mi hanno lasciato addosso la stessa sensazione: che il punto non sia mai stato la “libertà di stampa”, ma la libertà del padrone di fare ciò che vuole. Da un lato la denuncia frontale: l’applauso al padrone in redazione, la retorica della “solidarietà” trasformata in scudo mediatico, e poi la notizia che taglia la scena: GEDI (controllata da Exor della famiglia Elkann-Agnelli) tratta la vendita delle attività editoriali italiane con il gruppo greco Antenna, guidato da Theodoros/Thodoris Kyriakou, includendo La Repubblica, La Stampa e radio come Deejay e Capital.
Dall’altro lato un ragionamento più lungo e più amaro: la storia industriale e politica che sta dietro a questi giornali, il “peccato originale” di un Paese che ha fatto coincidere per decenni il destino nazionale con quello di una dinastia e delle sue aziende, fino a scoprire che, quando cambia il vento, la dinastia cambia porto. E non lascia dietro di sé una strategia: lascia macerie, precarietà, e un bene comune ridotto a merce.
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Ucraina: l’Europa in trappola
di Michele Paris
La recente intervista di Trump alla testata on-line Politico ha fatto salire l’isteria dei governi europei a livelli senza precedenti, dal momento che il presidente americano ha ribadito per una platea decisamente più ampia la marginalità del vecchio continente per le priorità di Washington, in linea con quanto ratificato ufficialmente nel nuovo documento strategico sulla sicurezza dei giorni precedenti. L’Europa si ritrova così, nell’immediato, a dovere trovare un modo per prolungare la guerra in Ucraina contro le intenzioni degli USA, pena il dover fare i conti con una sconfitta epocale che metterebbe in discussione ancora di più la residua legittimità della sua classe dirigente e del progetto ultra-screditato che rappresenta. Trascinando Kiev verso una tragedia ancora più grande di quella che già sta vivendo, rischia però di avere un costo ancora maggiore, in termini sia di distruzione e perdita di vite umane – non solo tra gli ucraini – sia economici, oltretutto in un quadro complessivo già pesantemente deteriorato da quasi quattro anni di guerra.
L’accettazione del “piano di pace” di Trump, in qualsiasi forma dovesse essere concordato con Mosca, comporterebbe per l’Europa il crollo dei sogni di infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia. Assieme all’ammissione dello spreco di centinaia di miliardi di euro, in parte finiti nel buco nero della corruzione ucraina, per un progetto irrealizzabile. Oltre a ciò, i governi dei vari Merz, Macron, Starmer e Tusk sarebbero chiamati a spiegare ai loro elettori le decisioni sciagurate di questi quattro anni, così come la loro indifferenza verso la corruzione del regime di Zelensky e la sua deriva verso una sostanziale dittatura mentre si è ripetuto ad nauseam l’imperativo di salvare la “democrazia” ucraina.
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Come gli USA chiudono l’era Bush
di Michele Prospero
La nuova strategia di sicurezza nazionale archivia la filosofia neocon, che voleva gli Stati Uniti profeti in armi dell’impero e dell'egemonia liberale. Riconosce legittimità ad alcune pretese russe anche in relazione alla guerra in Ucraina, da terminare il prima possibile nonostante l’opposizione degli europei. La sinistra non lasci alla destra autoritaria la bandiera del negoziato
Ma quale nuovo patto Molotov-Ribbentrop! Non è esagerato rimarcare, su due punti specifici almeno, il carattere assai innovativo delle pagine della National Security Strategy (NSS)firmata da Trump. In primo luogo, il rapporto annuale declassa l’avvelenata inimicizia con Pechino: da sfida sistemica condotta senza esclusione di colpi, quella con il Dragone diviene una competizione certo cruciale per prolungare l’egemonia americana ma gestibile attraverso le vie ordinarie. Inoltre la NSS cancella, ed è la cesura più urticante, il fondamento del pensiero neoconservatore, cioè lo scontro tra culture e modelli inconciliabili come verniciatura ideologica dell’unipolarismo a stelle e strisce.
Dopo George W. Bush gli stessi leader democratici hanno raccolto il nocciolo delle riflessioni di Irving Kristol, imperniate sul mito di un “internazionalismo tipicamente americano” da esibire in alternativa al postulato minimalista di un ordinamento pluralistico retto da organismi per la cooperazione e da norme comuni tra pari. Alla cosiddetta ottica tradizionale di New York, trionfante nel dopoguerra con la mappa della deterrenza, venne contrapposta la prospettiva di Washington, che rielaborava l’intera teoria politica delle relazioni internazionali secondo i paradigmi dell’etica dell’interventismo in nome dei diritti violati.
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Il patrone del mondo
di Manlio Dinucci
La Strategia per la Sicurezza Nazionale 2025 del Presidente Trump prevede una spesa di 1.000 miliardi di dollari. Non c’è nulla di nuovo in spese così astronomiche, ma questa volta la Casa Bianca aggiunge il costo della lotta all’immigrazione e deduce i benefici della Trump Gold Card.
Questo pacchetto mira a trasformare gli Stati Uniti (con un debito superiore a 33.000 miliardi di dollari) in una fortezza in grado di eludere i creditori, ponendo fine all’era della globalizzazione economica che ha caratterizzato gli anni di Clinton-Bush-Obama-Biden.
* * * *
La Casa Bianca ha pubblicato, a firma del Presidente Trump, la “Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America”, il documento annuale che traccia le linee fondamentali della politica statunitense. Un documento di tale importanza è stato essenzialmente ignorato dal nostro mainstream politico-mediatico, lo stesso che tutti i giorni riporta le esternazioni mediatiche di Trump. Bisogna per questo conoscerne i concetti fondamentali.
Anzitutto - sottolinea il documento - per “garantire che l’America rimanga il Paese più forte, ricco, potente e di successo al mondo per i decenni avvenire, occorre una strategia coerente e mirata su come interagire con il mondo.” Tale strategia poggia su due pilastri l’uno collegato all’altro:
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Ci stanno preparando alla guerra. E lo fanno contro di noi
di Italo Di Sabato, da Osservatorio Repressione
Se militarizzano la società e ci chiamano nemici, la risposta è una sola: disertare la loro guerra, sottrarsi alla paura, spezzare il linguaggio che la legittima, difendere lo spazio vivo del dissenso. L’Europa nell’era della guerra diffusa: governo, disciplina e vite sacrificabili
Ci stanno preparando alla guerra. Non è un artificio retorico né un eccesso polemico: è la forma che sta assumendo la politica nel nostro presente. Mentre l’opinione pubblica viene saturata dal linguaggio dell’emergenza, mentre i governi si rifugiano dietro il mantra del “non c’è alternativa”, la società europea viene progressivamente inglobata in un regime che trasforma l’eccezione in normalità. Questa normalizzazione dell’eccezione costituisce la nuova razionalità del potere: una razionalità bellica che permea la vita civile anche in assenza di un conflitto dichiarato.
Lo stato di eccezione come infrastruttura del presente
La teoria politica ha da tempo chiarito la natura dello stato di eccezione. Per Carl Schmitt esso rappresenta il luogo in cui la sovranità si manifesta pienamente sospendendo l’ordinamento giuridico [1]. Walter Benjamin ha osservato come la modernità, lungi dall’essere un’epoca regolata dalla legge, sia invece attraversata da un “stato di eccezione permanente” [2]. Giorgio Agamben ha ulteriormente mostrato come tale eccezione, da misura straordinaria, si sia trasformata in dispositivo stabile di governo [3].
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Verso l’ucrainizzazione dell’Unione Europea, la “democrazia di guerra”
di Alex Marsaglia
Mentre in Italia sembra non si possa più parlare non solo di russofobia, russofilia e verità, ma nemmeno di democrazia, com’è stato dimostrato dal secondo pesante episodio di censura subito in meno di un mese da parte di Angelo d’Orsi e stavolta con lui un parterre de roi che includeva altri 17 professori, studiosi, ambasciatori e giornalisti di fama internazionale; curiosamente si torna a parlare di “democrazia” proprio in Ucraina.
Uso le virgolette perché parlare di democrazia in Ucraina è evidentemente un ossimoro. A farlo è stato Donald Trump che sta disperatamente cercando di spingere un accordo di pace includendo, come impone la diplomazia nonché il buonsenso, anche le ragioni dei russi in quanto parte in causa dello scontro. Per fare questo accordo ha ovviamente bisogno di un rappresentante del popolo ucraino legittimo, cosa che attualmente Zelensky non è più. I termini del suo mandato sono infatti scaduti il 20 maggio 2024 e prorogati da lui stesso ad libitum.
Questa sospensione delle elezioni, che sono solo una parte di ciò che richiede una democrazia minimamente compiuta, è consentita dalla Costituzione dell’Ucraina che prevede l’istituzione della legge marziale e una sospensione di ogni tipo di consultazione politica in caso venga dichiarato lo Stato di Guerra. Zelensky ha per l’appunto approfittato di questa base dell’ordinamento ucraino per estendere il più possibile il suo mandato, nonostante il suo disconoscimento da parte della stessa Rada sia arrivato già la scorso Febbraio (vedi qui: https://www.farodiroma.it/il-parlamento-ucraino-ha-bocciato-qualunque-proroga-della-presidenza-zelensky-ma-lue-non-se-ne-e-accorta-vladimir-volcic/).
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L'impero della hybris e della brutalità di Trump
di Jeffrey Sachs - Common Dreams
La recente Strategia per la Sicurezza Nazionale (SSN) del 2025 rilasciata dal Presidente Donald Trump si presenta come un progetto per un rinnovato vigore statunitense. È pericolosamente sbagliata in quattro modi.
In primo luogo, la SSN è ancorata alla grandiosità: la convinzione che gli Stati Uniti godano di una supremazia ineguagliata in ogni dimensione chiave del potere. Secondo, si basa su una visione del mondo spiccatamente machiavellica, trattando le altre nazioni come strumenti da manipolare a vantaggio USA. Terzo, poggia su un nazionalismo ingenuo che respinge il diritto e le istituzioni internazionali come vincoli alla sovranità statunitense, anziché riconoscerli come quadri che rafforzano la sicurezza sia degli USA che globale.
In quarto luogo, segnala una brutalità nell'uso che Trump fa della CIA e delle forze militari. A pochi giorni dalla pubblicazione della SSN, gli Stati Uniti hanno sfacciatamente sequestrato in alto mare una petroliera carica di petrolio venezuelano, con la debole giustificazione che la nave aveva precedentemente violato le sanzioni statunitensi contro l'Iran.
Il sequestro non è stata una misura difensiva per scongiurare una minaccia imminente. Né è minimamente legale sequestrare navi in alto mare a causa di sanzioni unilaterali statunitensi. Solo il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha tale autorità. Invece, il sequestro è un atto illegale progettato per forzare un cambio di regime in Venezuela. Segue la dichiarazione di Trump di aver ordinato alla CIA di condurre operazioni coperte all'interno del Venezuela per destabilizzare il paese.
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Venezuela-Usa, geopolitica dell’ultimatum
di Geraldina Colotti
Negli uffici adiacenti il Parlamento, in Venezuela, un gruppo di giornalisti comunitari produce contenuti per la multipiattaforma internazionale Rompiendo fronteras, comunicando alternativas (This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.), che intende la comunicazione in termini di informazione, formazione e mobilitazione globale: dai territori al mondo. Al contempo, riceve i report dei colleghi che stanno accompagnando il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, nella sua visita al quartiere popolare di Petare, il più grande dell’America latina. Le televisioni venezuelane trasmettono l’evento in diretta.
“Ehi, guardate qui!” esclama Franklin, che segue in particolare i social. Tutti si voltano verso lo schermo del computer, dove un cronista di opposizione sta trasmettendo “en vivo y en directo” un programma in YouTube. Con tanto di immagini e video di appoggio, sostiene che, in quello stesso momento, Maduro sta scappando in Iran. Nei giorni precedenti, lo davano in fuga verso il Brasile, il Qatar, la Russia… e dipingevano una Forza armata nazionale bolivariana (FANB) sull’orlo di disintegrarsi per le contraddizioni interne. Davano anche per certa la fuga del generale Jesús Rafael Suárez Chourio, figura storica del chavismo, oggi deputato. Per l’estrema destra, in Venezuela, è già iniziata la “transizione post-socialista”.
Tra il serio e il faceto, i giornalisti sbugiardano l’operazione e girano un piccolo video esplicativo.
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"CORE 5": Gli USA scelgono un mondo multipolare e declassano l'Europa
di Giuseppe Masala
La testata USA specializzata in sicurezza globale sostiene di aver visto una versione "non censurata" del Documento di Sicurezza Strategica USA nella quale vi sarebbe riportato che Washington sostiene la nascita di un nuovo organismo, il Core5, per gestire gli affari globali e che l'Europa ne sarebbe esclusa relegandola a area del mondo marginale
La prestigiosa testata americana defenceone.com, specializzata in sicurezza globale e difesa nazionale, dichiara di aver preso visione di una versione segreta e più estesa del Documento di Sicurezza Strategica Nazionale USA (SSN) divulgato in questi giorni, e che già nella versione pubblica ha avuto enorme eco soprattutto in Europa.
Defence One sostiene che nella versione “allargata” (e originaria) che ha potuto leggere sono presenti due ulteriori capitoli di estrema rilevanza. Il primo si intitola eloquentemente “Make Europe Great Again”, mentre il secondo si intitola “Core 5”. Il primo, come è facile intuire delinea le strategie per far rinascere una Europa, ritenuta a Washington, in piena decadenza, mentre il secondo delinea la nascita di un nuovo organismo informale – che di fatto sostituirebbe il G7 – e che avrebbe il compito di gestire gli affari globali. “Core 5”, appunto perché sarebbe composto da cinque paesi.
Make Europe Great Again
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Haaretz: Israele, il genocidio e la santificazione della morte
di Davide Malacaria
“Nello spinoso dibattito se il termine ‘genocidio’ si possa applicare alle politiche e alle azioni di Israele nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, i fatti chiave non sono in discussione. Certo, c’è una discussione statistica su quanti abitanti di Gaza siano stati uccisi e quanti abbiano perso casa, ma questo dibattito tecnico chiarisce in realtà la posizione di Israele. Stiamo discutendo se 70.000 persone uccise siano sufficienti a dimostrare un genocidio o se sia necessario un numero più alto”. Inizia così un articolo di Zvi Bar’el su Haaretz che collega quanto sta accadendo nella Striscia e in Cisgiordania alla repressione degli arabi-israeliani e di quanti difendono le loro ragioni, e la loro esistenza, all’interno di Israele.
“Ma questo conteggio – indipendentemente dal fatto che sia grande, piccolo o equivalente a un genocidio – nasconde una verità ancora più orribile”, continua Bar’el. “Una parte considerevole dell’opinione pubblica israeliana ritiene che l’uccisione e l’espulsione degli abitanti di Gaza siano giustificate e che, anche se ciò rientrasse nella definizione di genocidio, sia stato giusto perpetrarlo”.
“Fortunatamente, desiderare non attira nessuna punizione. Così gli israeliani possono continuare a sognare, felici, la scomparsa dei palestinesi non solo da Gaza, ma anche dalla Cisgiordania, da Gerusalemme Est e da Israele. Il pericolo che ciò comporta è che nel momento in cui il desiderio di annientare un’etnia e una nazione diventa legittimo, esso trova i canali attraverso i quali trasformarsi in realtà anche senza l’annientamento fisico”.
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Rutte ha chiarito chi vuole la guerra (e chi si adopra per mettervi fine)
di Fabrizio Poggi
«Anche se l’Ucraina ricevesse garanzie di sicurezza, senza concessioni da Mosca avremmo altre guerre»: precetti della fede, quelli snocciolati dall'estone Kaja Kallas per il rosario del Corriere della Sera, secondo cui «l’ostacolo alla pace è solo la Russia». Dunque, starnazza la “ministra” degli esteri UE, se «non ci fossero concessioni da parte russa, avremmo altre guerre, magari non in Ucraina ma altrove» e lacrima poi sulla corona di spine del catechismo liberale, secondo cui «C’è un aggressore e c’è una vittima» e dimentichiamoci pure dei trent'anni di politiche USA-NATO-UE che hanno portato al 2022. È questa la catechesi del liberalismo: “c'è un aggredito e c'è un aggressore”; tutto il resto non esiste. Clausewitz, ricordava Lenin, si batteva contro il pregiudizio per cui sia possibile «separare la guerra dalla politica dei relativi governi, classi, come se sia possibile guardare alla guerra semplicemente come a un attacco che viola la pace, dopo di che si ripristina quella pace interrotta dalla guerra. Si sono azzuffati e poi hanno fatto pace... Ogni guerra è indissolubilmente legata a quell'ordine politico da cui è scaturita». E, nel caso specifico, in occidente se ne sono individuati gli strumenti ben consapevoli nei nazi-nazionalisti ucraini, la cui centuria di comando, come ha dichiarato il Ministro degli esteri russo Serghej Lavròv, da gruppo combattente «ideologicamente carico e alimentato dall'ideologia nazista, si è oggi trasformato in un'organizzazione criminale, impantanata nella corruzione, che sta trascinando con sé i propri sponsor» euro-atlantisti; e anche, guarda un po', i loro megafoni acquartierati nei media e nei vari cosiddetti Istituti di politica.
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L’elefante nella stanza. La Repubblica in vendita, la Stampa a rischio chiusura
di Sergio Cararo
John Elkann, il boss del gruppo finanziario Exxor, ha deciso entro gennaio 2026 di chiudere il quotidiano La Stampa e di vendere Repubblica e gli altri media del gruppo Gedi (Huffington Post, le radio Deejay, Capital, La Sentinella del Canavese). I vertici di Gedi lo hanno comunicato ai giornalisti de La Repubblica e confermato anche al comitato di redazione de La Stampa.
Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.
La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipato al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessato all’acquisizione de La Stampa.
Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exxor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.
Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale.
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L’euro-cleptocrazia non crede davvero alla guerra con la Russia
di comidad
Cos’è peggio per il sionismo in termini di comunicazione? Che si possa criticare liberamente Israele, oppure associare la propria immagine a quella di Maurizio Gasparri? La risposta dovrebbe essere ovvia, eppure il sionismo ufficiale ha dato il suo pieno appoggio al DDL Gasparri, che da un lato identifica l’antisionismo con l’antisemitismo, ma dall’altro lato identifica la difesa del sionismo con la faccia di esponenti della fintocrazia, cioè personaggi privi di una propria consistenza, e che si accreditano solo in quanto cheerleader del potente di turno. Il fatto che la politica non abbia più iniziativa propria ma si muova solo per sollecitazioni lobbistiche, comporta l’impossibilità di produrre una propaganda narrativamente coerente, e quindi il ripiego su spot pubblicitari ad hoc. In questi spot si verifica però uno strano rovesciamento della logica pubblicitaria: non è più il testimonial dello spot a trasmettere la propria credibilità al prodotto, ma è il prodotto a dover accreditare il testimonial, con l’effetto scontato di deteriorare ulteriormente l’immagine di entrambi. Una sorta di suicidio iconografico.
Anche il contenuto dello spot è un controsenso pubblicitario; visto che è diventato impossibile parlare bene del prodotto, allora si vorrebbe impedire di parlarne male. Gasparri ha trovato emuli e imitatori anche all’interno del PD. D’altra parte c’è nella cosiddetta “sinistra” una tradizione di politicamente corretto che ha aggirato e raggirato la mitica certezza del diritto, inventando i reati d’odio.
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Non ingenua, non impreparata. Perché la nostra classe politica è proprio stupida?
di Oscar Monaco
Riprendo il dibattito lanciato da Clara Statello sul canale YT Polivox e provo a dire la mia.
La classe politica italiana è stupida. Non ingenua, non impreparata: proprio stupida. Non è un giudizio morale e la stupidità non è un incidente, è una funzione. Alcune società hanno bisogno di dirigenti intelligenti; altre, non avendone più alcun bisogno, finiscono per selezionare dirigenti stupidi in modo del tutto naturale.
Capisco benissimo, e condivido, la tesi secondo cui una parte cruciale della mediocrità della nostra classe dirigente deriva dalla perdita di sovranità nazionale e dall’inserimento dell’Italia come periferia obbediente dell’impero americano. È vero: un Paese che non decide nulla non ha bisogno di decisori. Ma questo, da solo, non spiega tutto. Se fosse solo un problema di subordinazione, allora tutti i Paesi che vivono nella stessa condizione, o peggiore, avrebbero classi dirigenti altrettanto grottesche. E invece no.
Il caso della Germania è illuminante: in politica estera Berlino è probabilmente vincolata almeno quanto Roma, se non di più. Eppure negli ultimi decenni ha espresso dirigenti tutt’altro che stupidi, da Merkel in giù, indipendentemente dal colore politico. Questo perché ha mantenuto una struttura produttiva complessa, che costringe la politica a pensare, capire, negoziare, pianificare. Quando hai intere filiere industriali da difendere, la politica non può essere un dopolavoro per influencer. Naturalmente, anche la Germania è ormai ben avviata sulla strada dell’italianizzazione, con la deindustrializzazione accelerata, l’erosione delle sue certezze economiche, la crescente dipendenza energetica e militare.
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L’export cinese (anche con i dazi) fa boom: 3,4 trilioni
di Piero Orteca*
E Pechino batte tutti i record
Certo, il primo a essere quasi stupefatto della performance manifestata dal colosso asiatico è stato lo stesso Wall Street Journal, che ha sparato la notizia “di testa” in prima pagina, accompagnandola con grafici più che eloquenti.
E il motivo è semplice: gli Stati Uniti e l’Europa hanno fatto una vera e propria guerra commerciale contro la Cina per tutto il 2025. È il risultato è stato quello (quasi simmetrico) che si può riscontrare anche nella sfera geopolitica: Pechino si è rifatta con gli interessi, puntando su rinnovate alleanze con i Paesi del Sud del mondo e con i cosiddetti “non allineati”.
Anche se poi, a leggere con attenzione i dati, si scoprono verità insospettabili. Come quella di un’Europa che a parole sproloquia di sacri principi e poi nei fatti, vigliaccamente, corre in Cina a trattare dietro le quinte i sordidi interessi di bottega nazionali. Questo tanto per ricordare di chi stiamo parlando.
Dunque il WSJ titola eloquentemente: “Il surplus commerciale della Cina supera i mille miliardi di dollari, sottolineando il suo predominio nelle esportazioni”. Per poi aggiungere nell’incipit che quest’anno ha superato per la prima volta “un traguardo che sottolinea il predominio raggiunto dal Paese in ogni settore, dai veicoli elettrici di fascia alta alle magliette di fascia bassa. Nei primi 11 mesi dell’anno – prosegue il Journal – le esportazioni cinesi sono aumentate del 5,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 3,4 trilioni di dollari, mentre le importazioni sono diminuite dello 0,6% nello stesso periodo, attestandosi a 2,3 trilioni di dollari.
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Gli Stati Uniti dichiarano guerra all'Europa
di Scott Ritter, forumgeopolitica.com
L’amministrazione Trump ha pubblicato il suo tanto atteso documento sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale. È una buona notizia per coloro che auspicano migliori relazioni con la Russia basate sul rispetto reciproco e sulla co-prosperità. È una cattiva notizia per i guerrafondai globalisti che hanno trasformato una partnership transatlantica in una piattaforma di conflitto perpetuo.
* * * *
Nessuna espansione della NATO. Il riconoscimento che la politica di espansione incontrollata della NATO ha danneggiato gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. E una dichiarazione schietta che l’Europa, nella sua attuale traiettoria di scontro con la Russia, rappresenta una minaccia per gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Questi sono alcuni dei principali insegnamenti tratti dalla Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) degli Stati Uniti, recentemente pubblicata. La NSS è un documento fondamentale prodotto dal potere esecutivo degli Stati Uniti che delinea le priorità e le preoccupazioni per la sicurezza nazionale e definisce una strategia ampiamente definita per affrontarle. La pubblicazione della NSS è un requisito legale stabilito dal Goldwater-Nichols Act del 1986 e funge da documento politico fondamentale su cui si basano altre linee guida per l’attuazione, come la Strategia Militare Nazionale degli Stati Uniti, pubblicata dal Dipartimento della Difesa/Guerra.
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Svelati i piani di guerra diretta contro la Russia dei Paesi NATO
di Clara Statello
I piani dei “volenterosi” per la guerra in Ucraina
Karl Marx scriveva che la cultura (della classe) dominante interpreta la realtà capovolgendola come in una camera oscura. Tale metafora potrebbe applicarsi alle narrazioni della propaganda dell’EUristocrazia, l’attuale élite europea al potere.
Ad esempio, nei giorni scorsi il capo della diplomazia europea, l’estone Kaja Kallas, ha catturato l’attenzione pubblica con alcune affermazioni che oltre a sfidare la storia, sfidano la realtà.
“Negli ultimi 100 anni, nessun paese ha attaccato la Russia, ma la Russia ha attaccato 19 paesi”.
Si tratta di un capovolgimento palese della storia. Inoltre:
"Se vogliamo prevenire la continuazione di questa guerra, dobbiamo limitare l'esercito della Russia, così come il suo bilancio militare".
Questa affermazione, invece, è fuori dal campo del reale, dal momento che capovolge i rapporti di potenza esistenti. La NATO ha dimostrato sul campo di battaglia di non avere nessuna leva per imporre alcunché alla Russia.
Qualcuno potrebbe ingiustamente pensare che la Kallas abbia perso il contatto con la ragione, ma si sbaglia. La storia non si spiega con la pazzia dei leader politici o dei capi militari. La realtà è ben più complessa (e drammatica).
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Per Kiev l’ora delle “decisioni irrevocabili”, ma al contrario…
di Dante Barontini
Si sta arrivando al dunque. In Ucraina e anche in Europa. Il cosiddetto “vertice di Londra”, che ha riunito ancora una volta Starmer, Macron, Merz, il polacco Tusk (i sedicenti “volenterosi”) e Zelenskij ha prodotto l’ennesimo esercizio di scrittura.
I cinque hanno preso il “piano in chissà quanti punti” di Trump (molte le versioni circolanti, dunque meglio attendere la versione vera) e hanno cancellato le parti che a loro non piacciono, scrivendone altre. Se questo potesse avere un qualche effetto pratico per lo sviluppo delle trattative di pace, la cosa avrebbe un senso. Ahinoi, è però l’esatto opposto.
Pretendere – a questo punto, con la situazione creata sul terreno – che la Russia torni indietro e acconsenta che Kiev entri nella Nato, magari pagando anche “riparazioni di guerra”, è peggio che wishful thinking: è solo un ostacolo a serie trattative di pace.
Ma stiamo arrivando al dunque, dicevamo. La guerra, per l’Occidente euro-atlantico, è già persa. Washington – che sotto le presidenze “neocon” (sia repubblicane che “democratiche”) aveva spinto per allargare la Nato fino all’ultimo centimetro disponibile, provocando così la dura reazione russa – ha intenzione di togliere le tende al più presto per dedicarsi ad altri scenari. La nuova “strategia di sicurezza nazionale” è esplicita e l’intervista di Trump a POLITICO l’ha ribadita in modo come sempre molto trash.
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La Siria un anno dopo Assad: il Terroristan della CIA
di Davide Malacaria
Un anno fa la caduta di Assad e l’ascesa al potere di al-Jolani, attuale presidente della Siria. Così Kevork Almassian sul Ron Paul Institute ricorda quel regime-change iniziato nel 2011. Una nota che spiega perché l’ex terrorista sia stato accolto a braccia aperte da Washington e dall’Occidente. “Cominciamo con la cronologia”, scrive, “perché già solo questa fa pensare che fin dall’inizio si è trattato di un’operazione di intelligence”.
“Abu Mohammed al-Jolani era in una prigione gestita dalla CIA in Iraq – Camp Bucca – insieme a un altro nome familiare: Abu Bakr al-Baghdadi. Entrambi furono rilasciati all’inizio del 2011. ‘Per una singolare coincidenza’ è proprio allora che inizia la guerra per il regime-change in Siria. Nel giro di poche settimane al-Baghdadi diventa il capo di quello che diventerà l’ISIS e al-Jolani attraversa il confine con la Siria per fondare Jabhat al-Nusra – ufficialmente la filiale di al-Qaeda nel mio Paese”.
Al-Jolani e la sua rete sono identificati come terroristi, c’è anche una taglia che pende sulla sua testa, ma “per oltre un decennio, mentre gli Stati Uniti radevano al suolo intere città in Iraq e Siria per combattere il ‘terrorismo’, per qualche oscuro motivo non hanno mai trovato il tempo o le coordinate per colpire seriamente al-Jolani o la sua struttura di comando”. Ciò perché al-Jolani combatteva “contro un governo che Washington aveva deciso che doveva scomparire: lo Stato siriano di Bashar al-Assad”.
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La UE alla prova dei mercati semi-chiusi
di Claudio Conti
Le contraddizioni strutturali dell’Unione Europea – nel brusco passaggio dal rappresentare la sponda orientale dall’alleanza subordinata con gli Usa con aspirazioni imperialiste autonome a insieme “involontariamente indipendente” perché ormai al limite del core business statunitense – stanno venendo fuori piano piano.
La Commissione Europea (di fatto il “governo” della UE) deve questa settimana esplicitare concretamente cosa significhi la parola d’ordine “Comprate europeo”, includendola nell’Industrial Accelerator Act (Atto per l’Acceleratore Industriale), immaginato per garantire che miliardi di euro in contratti di appalto fluiscano verso produttori dell’UE in settori che vanno dalle turbine eoliche ai sistemi informatici.
Un’indicazione che contraddice apertamente la “legge scolpita nella pietra” secondo cui il mercato e solo il mercato deve ormai regolare le scelte dei soggetti pubblici (quelli privati lo hanno fatto così bene da aver compromesso la continuità industriale di molti produttori continentali).
Il problema è che questa “legge”, immaginata come faro e giudice delle scelte politiche nazionali quando la “globalizzazione” sembrava trionfante e il mercato mondiale appariva muoversi quasi senza ostacoli, è difficile da rispettare nel nuovo quadro internazionale. Anzi, impossibile.
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Quando la “competitività” diventa sabotaggio: la controffensiva fossile contro il Green Deal
di Mario Sommella
Il Green Deal non sta arretrando per una banale “stanchezza naturale” della politica europea. Sta arretrando perché una parte dell’industria fossile e chimica, assistita da consulenti di altissimo livello e favorita da un asse politico sempre più spostato a destra, ha scelto una strategia di logoramento scientifico, chirurgico, transatlantico.
La mappa del sabotaggio: quando la competitività diventa un passe-partout
Il bersaglio principale di questa offensiva è la direttiva europea sul dovere di vigilanza nelle catene del valore, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). Una norma nata per imporre alle grandi imprese un obbligo strutturato di prevenzione e riparazione dei danni ambientali e delle violazioni dei diritti umani lungo l’intera filiera, insieme alla richiesta di piani di transizione climatica coerenti con gli obiettivi europei.
Dopo l’entrata in vigore nel 2024, la CSDDD è diventata uno dei simboli più concreti del Green Deal nella sua versione “materiale”: non solo target climatici e dichiarazioni di principio, ma responsabilità legale e costi reali per chi inquina o tollera abusi fuori dal perimetro europeo.
In questo quadro si colloca la macchina di influenza attribuita a Teneo e alla rete di aziende riunite nella cosiddetta “Tavola rotonda per la competitività”.
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USA, la nuova rotta dell’impero
di Fabrizio Casari
In un documento di 33 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale, la Casa Bianca disegna il riposizionamento USA sulla scacchiera globale e segna il passaggio di fase del suo ruolo. L’intento è di aggiornare e aggiustare quanto ormai non più procrastinabile. I cambiamenti strategici intervenuti in questi ultimi 3 anni mettono gli Stati Uniti nell’impossibilità di mantenere una posizione dominante così come consolidatasi dal 1989 attraverso un impero unipolare a trazione anglosassone che rappresentava l’Occidente collettivo, il cui comando politico era nelle mani di USA e GB e la cui espressione militare era la NATO.
Un cambio di strategia che offre una lettura del mondo e delle sue problematiche diversa da quella che l’ha preceduta, ma che si deve anche a un quadro economico e sociale statunitense che mai come ora si trova vicino al collasso, con l’impossibilità di sostenere economicamente un modello imperiale a espansione continua, per sua intrinseca natura dispendioso e non redditizio, in un mondo con invece un protagonismo sempre più marcato delle economie emergenti.
Il cambio di strategia non è privo di un ragionamento economico a sostegno. Se si prova a valutare il volume degli investimenti USA nelle “primavere” nell’Est europeo e in Medio Oriente e lo si contabilizza, si scopre che l’assetto politico più favorevole non si è tradotto quasi mai in grandi miglioramenti nella bilancia commerciale USA. La maggiore influenza territoriale e militare non ha prodotto una dinamica economica favorevole.
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Contro il riarmo dell’Europa. Il tempo è ora!
di Guido Viale
«Il vecchio continente […] deve reagire, a cominciare da una vera Unione della Difesa, costruendo un’Unione federale e difendendo l’Ucraina». Così, in un’intervista di Repubblica a Daniel Cohn Bendit, che conclude: «Spero che gli storici futuri (ma ci saranno? ndr) potranno dire: “L’Europa ha vinto contro il mondo del male, ossia gli Usa, la Russia e la Cina”» (e tutto o quasi l’ex Terzo mondo, ndr). Cioè, “buoni”, l’Europa; e “malvagi”, tutti gli altri. È il punto di approdo di una deriva che ha portato molto lontane tra loro vite che più di mezzo secolo fa si erano trovate accomunate nelle lotte del ’68 e dei primi anni ’70. Una distanza cresciuta nel corso degli anni ma resa ancor più profonda con l’esplosione della guerra in Ucraina: un percorso analogo a quello di Adriano Sofri, di cui sono stato e sono amico ed estimatore della sua intelligenza e della sua onestà intellettuale; come lo ero e sono di Daniel Cohn Bendit. L’esito obbligato di quelle derive è la militarizzazione della società in vista della guerra: calda, fredda o ibrida, locale o globale, convenzionale o nucleare; chi può dirlo?
Ma affidare la ricostituzione di un’identità libealdemocratica europea alle armi, alla sua militarizzazione, là dove hanno fallito la politica istituzionale, il mercato, la finanza, l’euro, il vantato primato ambientale e quel simulacro di transizione che è stato il Green Deal significa consegnare il destino dei popoli europei agli Stati maggiori delle forze armate e all’industria delle armi.
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