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La democrazia affonda nel Mediterraneo
di Marco Revelli
Cancellata la memoria dei suoi fallimenti,l’Europa si prepara, per via amministrativa, a una nuova, folle avventura di guerra nel Mediterraneo. E l’Italia di Renzi, con il partito della nazione, è in prima fila
Forse è bene provare ad alzare un po’ lo sguardo allo scenario generale, in violento movimento soprattutto nel quadro europeo, per cercare di trovare un senso al di sopra di una discussione condotta prevalentemente in modo superficiale o anacronistico.
Prendiamo ad esempio le elezioni politiche in Gran Bretagna. Sono state discusse, da quasi tutti, come se si fosse trattato della solita partita tra Tories e Labour – tra destra e sinistra. Oppure, soprattutto nell’area Pd, come se in ballo fosse la gara tra New e Old Labour, un derby – per usare una categoria cara a Renzi – tra Tony Blair (riesumato) e Ed Miliband (rapidamente seppellito), avendo trionfato postumo il primo ed essendo affondato neonato il secondo. Basta dare un’occhiata ai dati e alle belle mappe colorate che gli inglesi sanno fare benissimo, per capire che non è così. Se si considerano i voti in valori assoluti, anziché i seggi condizionati dal sistema elettorale, si vedrà che il Labour di Miliband non si è affatto svuotato drammaticamente, anzi ha preso (con i suoi 9.347.326) circa 700.000 voti in più rispetto a quelli di Gordon Brown cinque anni fa, e – udite udite! – appena 200.000 in meno del mitico Blair che nel 2005 ne aveva raccolti 9.552.436.
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Macedonia, cronache del futuro: un’altra rivoluzione colorata
di Giulietto Chiesa
Inauguro una nuova forma di giornalismo. Appunto cronache del futuro. Proprio nel giorno che, forse, vedrà l’inizio di una nuova rivoluzione colorata. Quale sarà il colore, lo vedremo dopo. Per il momento non è stato ancora deciso. Ma il sangue c’è già. Il 9 maggio scorso a Kumanovo, confine tra Macedonia e Kosovo, un attacco armato ha prodotto 14 morti tra gl’incursori e 8 tra i poliziotti macedoni, con oltre 30 arresti.
Serviva per preparare il terreno ad una grande manifestazione in piazza, a Skopje, che doveva riunire 70.000 persone e iniziare l’assalto al palazzo del governo. Stile Euromaidan. Dunque una rivoluzione colorata “speciale”, cioè un mix tra sollevazione “pacifica” interna, interetnica ( circa il 30% dei macedoni sono musulmani di etnia albanese) e aggressione armata dall’esterno. I seguaci di Gene Sharp “Come si abbattono le dittature”) hanno fantasia da vendere.
Come tutte le precedenti rivoluzioni colorate, anche questa vanta alcune caratteristiche standard. La prima è l’immediato appoggio di tutto il mainstream occidentale. Che, allenato a dovere, si mette subito a gridare ai diritti umani violati dal governo autoritario. Questo è l’inizio canonico. Poi, quando il primo sangue scorre, il governo da abbattere diventa anche “sanguinario”. La seconda qualità colorata è che le cancellerie occidentali si mobilitano subito per fare pressioni. Perfetto. Nei giorni scorsi l’ambasciatore americano a Skopje, Jess Bailey, dopo avere incontrato il premier macedone Nikola Gruevski rende noto un comunicato congiunto, firmato anche da Italia, Francia, Regno Unito, oltre che dalla Unione Europea, che critica”l’inazione” del governo sulla questione delle intercettazioni telefoniche.
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Perchè Syriza cederà
di Anatole Kaletsky
Su Project Syndicate l’economista Anatole Kaletsky prevede la capitolazione del governo greco di fronte alla troika, che semplicemente lo assedia prendendolo per fame di liquidità. Si va sgretolando l’illusione di Varoufakis, convinto di poter rimanere nell’eurozona e dettar legge ai forti da una posizione di debolezza, semplicemente perché ha meno da perdere. In realtà sono i forti a dettare le regole del gioco, ai deboli non rimane che chinare la testa, se non hanno il coraggio di camminare con le proprie gambe.
Ringraziamo Grim (@gr_grim) per la segnalazione e la traduzione del pezzo.
La Grecia sembra aver evitato il cappio finanziario un’altra volta. Attingendo ai fondi del suo conto di riserva presso il Fondo Monetario Internazionale, è stata in grado di ripagare – ironicamente al FMI stesso – 750 milioni di euro (851 milioni di dollari), proprio a ridosso della scadenza del prestito.
Questa politica del rischio calcolato non è casuale. Da quando è salito al potere a gennaio, il governo greco, guidato da Syriza, partito del Primo Ministro Alexis Tsipras, ha creduto che la minaccia del default – e della conseguente crisi finanziaria che potrebbe dissolvere l’euro – gli garantisse una leva negoziale che compensasse la mancanza di potere economico e politico della Grecia. Passati alcuni mesi, Tsipras ed il suo ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, un accademico esperto di teoria dei giochi, sembrano ancora convinti di questa visione, nonostante la mancanza di prove che la corroborino.
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Foxconn, il lato oscuro della Mela
di Carlo Formenti
Nel 1984 un famoso video pubblicitario lanciò il computer Apple Macintosh. Lo spot sfruttava la coincidenza temporale fra l’evento commerciale e la fatidica data in cui George Orwell aveva ambientato il romanzo in cui descriveva un futuro distopico dominato da uno spietato regime dittatoriale: nel video una massa di persone tutte vestite allo stesso modo, le espressioni congelate in una smorfia di stupore inespressivo, marciano in silenzio fino a sedersi disciplinatamente davanti a uno schermo interamente occupato dal volto di un leader che li arringa. Finché nella sala irrompe una giovane donna – una sorta di icona sexy delle protagoniste dei movimenti studenteschi dei decenni precedenti – che lancia un grande martello contro lo schermo, sfondandolo e trasformando ipso facto la folla in un’adunata di individui, tutti capaci di immaginare la realtà a modo proprio.
“Think different” è in quegli anni lo slogan preferito dalla società fondata da Steve Jobs per promuovere le sue macchine, presentate come strumenti di “empowerment” del consumatore, in grado di esaltarne e liberarne la creatività, in opposizione al grigiore e al conformismo attribuiti ai prodotti della concorrenza. Per la sua insistenza sui valori di stile, eleganza, sofisticazione estetica e tecnologica, Apple è il colosso hi tech che più di ogni altro ha saputo incarnare, e tuttora incarna, lo stereotipo di quel lavoratore “creativo” che una certa sociologia ha posto ai vertici della società della comunicazione.
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La cittadella del reuccio
di Alberto Burgio
Quel che sarà il parlamento italiano dopo che il disegno renziano sarà giunto in porto è ampiamente noto. La Camera dei nominati e della maggioranza governativa a priori funzionerà senza intoppi come cassa di risonanza e ratifica; il Senato dei gerarchi e dei podestà perfezionerà l’accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo. Il tutto per la legittimazione «democratica» delle decisioni di palazzo Chigi. A quel punto l’Italia sarà un caso unico di Repubblica monocratica dominata da un capo di governo plenipotenziario, eletto da una minoranza di cittadini e posto in condizione di controllare le autorità di garanzia e tutti i poteri dello Stato, eccezion fatta (fino a quando?) per la magistratura.
Tra poco — probabilmente tra un annetto — questo programma comincerà a realizzarsi organicamente. Ma non dobbiamo aspettare nemmeno pochi mesi per assaporarne i primi frutti avvelenati. Quanto sta accadendo con la «riforma» della scuola è un’anticipazione molto istruttiva di ciò che ci attende. Un indizio e una prova tecnica, somministrata per testare il paese e per assuefarlo al nuovo che avanza.
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Dopo il danno la beffa
di ilsimplicissimus
La truffa politico – mediatica ai danni dei pensionati si arricchisce ogni ora che passa di renzismo, ossia di quell’atteggiamento ai confini tra ottusità di fondo, tracotanza e beffa che è la cifra più autentica del premier. Subito dopo aver deriso la legalità e stabilito di risarcire i pensionati non come indica la Corte Costituzionale, ma con un pourboire di gran lunga inferiore alle modeste cifre dovute, non ha resistito a fare fino in fondo il paraculo. E ha accusato i critici di incoerenza: “Quando questa norma è stata votata io tappavo le buche della città di Firenze. E’ il colmo che chi l’ha votata ora venga a dirci di restituire tutto”.
Veramente sarebbe la Corte Costituzionale che lo imporrebbe, ma lasciamo stare: il fatto è che Renzi al tempo dei professori incompetenti, fu un entusiasta della riforma Fornero: “La riforma delle pensioni della Fornero è seria, quella del lavoro timida e inefficace. Bene sulle pensioni, maluccio sul lavoro” . Per fortuna che ci ha pensato lui con il job act a rimettere le cose a posto. E ancora “La riforma Fornero andava bene, perderò qualche voto, ma lo dico”, dichiarazione fatta 10 giorni prima delle primarie in cui ha trionfato.
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La Storia ricomincia in Corea
di Slavoj Žižek
Il filosofo sloveno argomenta una sua tesi: La Corea divisa è l’espressione più chiara, quasi clinica, della crisi in cui siamo precipitati dopo la fine della Guerra fredda
Amo Trouble in Paradise , la vecchia commedia di Lubitsch. Per questo prendo in prestito il suo titolo. Il “paradiso”, nel mio caso, si riferisce alla Fine della Storia di Francis Fukuyama (il capitalismo liberal-democratico come il migliore degli ordini sociali possibili) e il “guaio” è, naturalmente, l’attuale crisi, che ha costretto perfino lo stesso Fukuyama a rivedere le sue posizioni. La Corea divisa non è forse l’espressione più chiara, quasi clinica, della crisi in cui siamo precipitati dopo la fine della Guerra fredda? Da una parte, la Corea del Nord incarna il vicolo cieco del progetto comunista del ventesimo secolo; dall’altra, la Corea del Sud è al centro di uno sviluppo capitalistico impetuoso che l’ha portata a livelli strepitosi di prosperità e modernizzazione tecnologica (Samsung sta minacciando perfino il primato di Apple).
In Europa, la modernizzazione è avvenuta in un arco temporale di secoli, e dunque è stato possibile adattarsi alla stessa, ammorbidire il suo impatto dirompente, attraverso il Kulturarbeit, vale a dire la formazione di nuove narrazioni e miti sociali; in altri contesti invece – in modo esemplare nelle società musulmane – l’impatto della modernizzazione è stato diretto, senza schermi o differimenti, determinando il collasso del loro universo simbolico: queste società hanno perso il loro fondamento (simbolico) senza avere il tempo di stabilire un nuovo equilibrio (simbolico).
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La povertà dell’homo digitalis
di Marco Dotti
Forse dovremmo tornare a servirci di una vecchia parola, da troppo tempo dismessa dalla cassetta degli attrezzi: alienazione. Marx parla per la prima volta di alienazione (Entfremdung) nella sua tesi di laurea. Una tesi dedicata – come si sa — alle Differenze fra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro. Qui, discutendo di atomismo, Marx nota come persino nell’atomo, nell’apparentemente unico e indiviso, vi sia contraddizione, ossia un movimento che scinde, divide.
A essere separati, in questa visione delle cose e del mondo, sono esistenza e essenza. La prima, alienata dalla seconda. Ecco perché nell’alienazione — come avrebbe detto Adorno — «la vita non vive». Sperimenta, ma non vive. Non vive e non imprime quelle tracce d’esperienza che siamo soliti chiamare «il vissuto».
In tedesco, due parole indicano le forme dell’ «esperienza»: Erlebnissen e Erfahrungen. Con la prima, siamo nel campo dell’episodico, di ciò che non si concatena. Con la seconda forma di esperienza, Erfahrungen, siamo nel campo di ciò che lascia tracce, segni, porta a mutamenti, eppure marca un’unità.
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Sei ragioni per stare con la Corte Costituzionale
Gustavo Piga
Non trovo in giro molti sostenitori della sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni. Cerco allora di riassumere e smontare le controindicazioni lette fino ad oggi sui giornali.
1. “La sentenza fa sforare il tetto del 3% del PIL, restituendoci alla serie B dell’Europa , ovvero con il rischio di riaprire la procedura dei disavanzi eccessivi da cui eravamo da poco usciti”. In realtà sforeremmo solo se sommassimo a quanto dovuto per quest’anno anche quanto dovuto per gli scorsi anni, per una assurda regola contabile. Spetterebbe al Governo spiegare all’Europa che l’eccezione per questa contabilizzazione eccezionale una tantum è dovuta. Non mi pare un granché difficile.
2. “L’Italia spende un ammontare eccessivo per le pensioni, non ha senso concedere questo aumento”. Non la pensa così Vítor Constâncio, Vice Presidente BCE: “è precisamente nel campo delle riforme per contenere il peso a lungo termine dell’invecchiamento della popolazione sulla spesa pubblica che I paesi sotto stress hanno già effettuato aggiustamenti.
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Che cos’è il paesaggio?
Dario Gentili
Il paesaggio ha una data di nascita: il 1336; e una “scena originaria”: l’ascesa di Petrarca del Monte Ventoso. Molti si sono soffermati su questo episodio e vi hanno individuato – pur con interpretazioni anche diverse – la nascita della Modernità: Jacob Burckhardt, Joachim Ritter, Hans Blumenberg, Paul Zumthor, Karlheinz Stierle, Michael Jakob, Hansjörg Küster e altri ancora. Giusto per esser chiari: in quella data fatidica non nasce l’idea moderna di paesaggio, bensì il paesaggio in quanto tale.
Anche Roberto Masiero attribuisce all’ascesa di Petrarca del Monte Ventoso un carattere paradigmatico e, quindi, condivide l’idea che il paesaggio sia un prodotto peculiare della Modernità, una sua “invenzione”. Che cosa è accaduto in quel giorno del 1336 sul Monte Ventoso di così epocale? Giunto faticosamente in cima, Petrarca distoglie lo sguardo dal panorama che gli si apriva di fronte e rivolge lo sguardo e la sua attenzione al seguente passaggio delle Confessioni di Agostino: “E gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti e gli enormi flutti del mare, le vaste correnti dei fiumi e il giro dell’Oceano e le rotazioni degli astri, e non si curano di se stessi”.
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Allarme, son derivati
di Marco Bertorello
Nuova finanza pubblica. Le perdite da derivati per l'Italia sono superiori a quelle di tutti gli altri paesi dell'Unione europea messi insieme. Come è potuto accadere?
Le perdite dello Stato italiano sui derivati richiamano la sensazione di fregatura che si prova al momento di essere risarciti da un’assicurazione per un incidente stradale o domestico. Al momento della stipula al cliente appaiono solo i vantaggi, mentre quando si tratta di essere saldati per un inconveniente imprevisto per cui si è assicurati si scopre che i dettagli fanno la differenza. Il saldo, dunque, è spesso meno favorevole di quello che ci attenderemmo.
Il caso delle perdite dello Stato italiano negli investimenti in derivati durante la crisi del debito sovrano è stato sollevato dall’economista Luigi Zingales agli inizi di marzo sul Sole 24 Ore: egli accusava lo Stato perlomeno di poca trasparenza, mostrando una danza di numeri sulle perdite (differenze di miliardi tra le dichiarazioni della responsabile del debito del Ministero e il relativo sito) e concludendo con il preoccupato dubbio se «con l’uso di derivati il Tesoro sta veramente riducendo il rischio dei contribuenti italiani o sta solo arricchendo le banche d’investimento, tanto generose nell’assumere ex funzionari del Tesoro?». (leggi qui la risposta, sempre sul Sole 24 Ore, del direttore del Tesoro Vincenzo La Via)
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La chiamano ripresa ma è stagnazione
di Luigi Pandolfi
«Paese in ripresa», «Cresce l’occupazione». È quanto si sente dire dalle parti del governo e da quelle dei media mainstream. Ma è proprio così? Vediamo cosa dice l’ultima nota mensile dell’Istat sull’andamento dell’economia italiana (aprile 2015).
Nell’insieme, essa racconta di un paese ancora in difficoltà, lontano da una prospettiva di vera crescita a breve termine. Lo fa partendo dall’Europa, dove l’avvenimento più significativo dall’inizio dell’anno, che ha innovato il rapporto tra l’autorità monetaria ed il sistema economico, è stato l’avvio del quantitative easing, l’arma di Draghi per rianimare il settore del credito e, di conseguenza, quello degli investimenti e dei consumi.
Un’operazione che, a due mesi dal suo lancio, non sembra dare risultati di rilievo, se è vero che l’eurozona si presenta ancora come un’area economica in affanno, tra crisi di fiducia dei suoi attori e, con pochissime eccezioni, magri risultati dal lato della produzione.
Nel primo trimestre di quest’anno il Pil è cresciuto solo dello 0,4%, troppo poco per parlare di ripresa. Ciò, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto inchiodato al di sopra dell’11%, senza variazioni di rilievo da inizio anno. Di cosa parliamo?
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Spine e Spinelli
di ilsimplicissimus
Il nuovo colpo di scena nella triste vicenda di Barbara Spinelli è la sua uscita dalla lista Tsipras perché “non all’altezza del progetto di superamento del frazionamento a sinistra” ( ma non era anche lei candidato di bandiera a dover dare quell’altezza?). Perciò si tiene il il seggio, migra verso un’altra formazione e abbandona l’unica lista che porta il nome di Tsipras proprio nel momento in cui ella stessa sostiene che la direzione dell’unione verrà determinata dalle decisioni sulla Grecia. Probabilmente proprio questo coinvolgimento nominalistico l’ha indotta a defilarsi del tutto come ultimo atto di un progetto politico telefonato dal gruppo De Benedetti.
Certo la Spinelli anti austerità e anti troika, era pochissimo convincente vista la sua vicinanza a tutto tondo, persino personale e parentale, con le ragioni dell’economia capitalistica ed anzi francamente non ho mai compreso come possa essere stata considerata una persona a sinistra visto che pur essendo stata cooptata, in ragione del nome, prima da l’Espresso e poi da Repubblica, ha lavorato senza problemi di sorta alla Stampa e al Corriere. Di fatto temo che un certo internazionalismo liberista, scagliato contro il corpaccione xenofobo del leghismo e del berlusconismo di strada, abbia creato più di un equivoco, in un Paese dove di certo ce n’è stata grande abbondanza.
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La democrazia vale solo quando perdi
Comidad
Ha suscitato molta impressione l'ondata di riprovazione che nei social network ha investito i tafferuglisti che si sono scontrati con la polizia in occasione dell'Expo milanese. Occorre però domandarsi se questa ondata esprima davvero un'opinione diffusa, oppure sia soltanto un effetto della manipolabilità degli stessi social network.
In questo periodo è di moda irridere alla "rivoluzione da tastiera"; d'altra parte la tastiera ha costituito davvero una rivoluzione, anche se nello stretto ambito dell'informazione. Nel 1999 internet era ancora poco diffuso, perciò l'aggressione della NATO contro la Serbia poté avvalersi di un supporto propagandistico assolutamente incontrastato. Molte riviste di opposizione, in nome del libero dibattito, diedero inoltre largo spazio alle tesi anti-Milosevic, in modo che alla fine gli spazi si chiusero per quei pochi che avrebbero voluto esprimere un dissenso. Se si confronta quanto accaduto negli anni della guerra nella ex Jugoslavia con la vicenda della Libia prima e della Siria poi, si può valutare quanto la possibilità di usare internet abbia inciso nel formare un'opinione contraria alla guerra; un'opinione certamente minoritaria, ma comunque documentata, e spesso tale da mettere in crisi la propaganda ufficiale. Lo stesso accadde per l'Iran, con le mistificazioni legate ai nomi di Neda e Sakineh, lanciate sì su internet, ma sulla stessa rete poi demistificate.
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Il Pil sale meno della propaganda
Mario Seminerio
La stima preliminare della variazione del Pil italiano nel primo trimestre di quest’anno (più 0,3%) è risultata migliore delle attese, poste ad un +0,2%. Quale migliore opportunità, quindi, per consentire ad esponenti di governo e maggioranza di esercitarsi nell’abituale disciplina olimpionica del lancio di agenzia, in cui si magnificano le epocali riforme dell’esecutivo quando vengono pubblicati dati macro vagamente positivi, salvo essere colti da afasia in caso contrario? Tornare alla crescita dopo cinque trimestri consecutivi di segni negativi o nulli, e farlo con la maggiore variazione dal primo trimestre 2011 (tutto è relativo) può in effetti dare le vertigini.
La terapia per questo stato vertiginoso è una sola: contestualizzare. Dai dati degli altri paesi europei notiamo, ad esempio, che siamo ancora nel gruppo di coda per magnitudine di crescita, confermando la nostra “vocazione” a crescere meno della media. Poi, servirebbe ricordare che parliamo della prima stima di variazione del Pil, in cui cioè non vi sono disaggregazioni che consentano di capire da dove provengono i contributi alla crescita. In astratto potrebbe trattarsi anche di un accumulo indesiderato di scorte, e sarebbe evidentemente spiacevole. Considerazioni di prudenza inducono quindi ad attendere la stima finale, per esprimere un compiuto giudizio qualitativo.
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Il Reddito di Base in Italia
Intendimenti e fraintendimenti
di Salvatore Perri
Nel proseguo del dibattito su una qualsiasi forma di reddito di base da introdurre in Italia aumentano i contributi ma si moltiplica anche la confusione, pertanto è utile continuare a ragionare sui fraintendimenti piu' comuni, sia che arrivino dal mondo istituzionale sia che vengano da ambienti accademici e giornalistici.
Quale forma di reddito di base? Su questo punto c'è molta confusione. Il punto fondamentale è distribuire diversamente il reddito dalla fiscalità generale, non redistribuire (quindi togliere a qualcuno per dare a qualcun altro). La questione non è semantica, nel bilancio dello stato ci sono mille rivoli, inclusi gli sgravi fiscali, gli ammortizzatori sociali (spesso in deroga) e trasferimenti piu' o meno giustificabili, si tratterebbe di prevedere il reddito di base o il reddito minimo venga scorporato "prima" di arrivare alle voci successive. Le varie forme di reddito di base vanno da quello universale rivolto a tutti (Basic Income) fino a forme di reddito minimo garantito (RMG) che tendono ad "integrare" altri redditi fino al raggiungimento della soglia di povertà relativa. E' chiaro che quello che si potrà fare dipenderà, anche, dalla situazione dei conti pubblici italiani.
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La truffa dell’Italicum e la firma di Mattarella
di Aldo Giannuli
L’Italicum è legge ed è già iniziato il pressing per farlo digerire agli organi di controllo costituzionale: prima il Presidente poi la Corte. Ed è un pressing di rara disonestà, cui la stampa si sta generosamente prestando.
La Corte Costituzionale aveva bocciato il Porcellum per due ragioni: l’assenza di una soglia minima per ottenere il premio di maggioranza e l’assenza del voto di preferenza.
Sulla questione del voto di preferenza, per la verità, non era stata chiarissima ed aveva concesso che le liste bloccate avrebbero potuto essere accettate se fossero state “corte”, in modo che l’elettore potesse sapere chi stava eleggendo. Una posizione da contorsionista del diritto, perché il punto non è se l’elettore conosce o no tutti i candidati, ma l’elezione in ordine di presentazione, che limita di fatto la libertà di scelta dell’elettore e mette nelle mani della segreteria di partito la scelta dei parlamentari.
Qui è stato facile per il legislatore aggirare la sentenza della Corte: collegi piccolissimi di sei o sette candidati, capilista bloccati e possibilità di esprimere preferenze per gli altri candidati. Una truffa, ma congegnata con l’apparenza del compromesso accettabile.
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Riflessioni post-black-bloc
Paolo Bartolini
Passività, ribellione o... Risveglio? Perché il popolo non si ribella al capitalismo predatorio e parassitario nella sua versione neoliberista?
Ho letto un interessante articolo sulle devastazioni di Milano ad opera delle tute nere. Il blogger Fenrir si interroga sul perché molti cittadini si indignino contro i black bloc (che l'autore non difende, sia chiaro) invece di dirigere il loro malcontento verso i reali responsabili del disagio epidemico che ci affligge: gruppi finanziari, potere politico, multinazionali, e così via.
Siamo diventati tutti "ultimi uomini" (per citare Nietzsche), piccoli borghesi individualisti che al massimo sono pronti a battersi per difendere esclusivamente i loro vantaggi privati?
Questo non stupisce ed è plausibile, tuttavia chiedersi perché il popolo non si ribelli al capitalismo predatorio e parassitario nella sua versione neoliberista non può ottenere una sola risposta. Lo sa bene un intellettuale rigoroso come Marino Badiale, che mesi orsono si è confrontato con lo stesso spinoso problema.
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Deja vu
di Alessandra Daniele
Periodicamente gli italiani si invaghiscono d’un cazzaro.
Un cialtrone arrogante e pericoloso, interessato quasi esclusivamente al potere e alla fama, che per anni devasta il paese pur di ottenerli e goderseli il più possibile, con la complicità delle corrotte classi dirigenti che lo hanno politicamente prodotto.
Alla sua inevitabile benché sempre tardiva caduta segue un periodo di Quaresima durante il quale tutti invocano onestà, serietà e sobrietà, amministrato da preteschi tecnocrati (altrettanto cialtroni) che dura solo fino al sorgere del successivo cazzaro.
Pur essendomi fortunatamente perduta l’ovvio precedente storico, il tragico Ventennio originale, nella mia breve vita ho comunque già visto ripetersi questo ciclo per intero due volte. Dopo Craxi (1983 – 1992) c’è stato Berlusconi (1994 – 2011), capisco quindi che Renzi e i suoi accoliti si aspettino di durare almeno fino al 2023, sperando addirittura nel 2030.
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Sentenza pensioni
Un "pasticcio" che fa comodo a banche e assicurazioni
intervista ad Alberto Bagnai
«La vera posta in gioco di questa partita sono gli interessi di banche e grandi gruppi assicurativi, il cui fantoccio ed esecutore passivo oggi è Matteo Renzi come lo era stato Mario Monti prima di lui». Lo afferma Alberto Bagnai, professore di Politica economica all’Università G. D’Annunzio di Pescara, a proposito della sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il blocco della perequazione delle pensioni. Per il professor Bagnai, «si vogliono trasferire al settore finanziario privato tutte le risorse che lo Stato intermedia, con un sistema sul modello degli Usa dove se non godi di forme di previdenza privata sei un morto che cammina». Il vero problema quindi «non è il debito pubblico, che non rappresenta un pericolo per le giovani generazioni come vuole farci credere la Bce, ma il fatto che tutte le ricette economiche della Commissione Ue hanno portato a un impoverimento complessivo».
Professore, che cosa ne pensa della sentenza della Corte costituzionale?
La Consulta ha bocciato un provvedimento legislativo fatto male perché scritto in fretta sulla base di una logica dell’emergenza che ci era stata importa dalla Bce, ma che la stessa Commissione Ue aveva sconfessato quasi subito dopo. Questo vero e proprio “pasticcio” è il frutto della lettera della Bce dell’agosto 2011. A settembre 2012 la Commissione Ue pubblicò un rapporto ufficiale dicendo che l’Italia non aveva mai, in nessun anno della crisi, avuto un problema di sostenibilità delle finanze pubbliche di breve periodo.
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Perché il nemico da battere è il Pd
Aldo Giannuli
Probabilmente chi simpatizza per il Pd, una volta letto il titolo, non leggerà il pezzo, indignato. Ma farebbe molto male, perché la lettura potrebbe risultargli utile per capire il clima con il quale il Pd (ma forse il “Partito della Nazione”) dovrà misurarsi sempre più nei prossimi anni e perché. Comunque, fate pure come vi pare, sono abituato a dire quello che penso senza giri di parole. Ed allora, perché sostengo che il Pd sia il nemico peggiore?
Per tre ragioni fondamentali: la politica economica, la politica sociale, la democrazia e la corruzione.
Politica economica: il Pd, sin dal suo appoggio al governo Monti di infelice memoria, poi con il governo Letta ed ora con il governo Renzi, sta perseguendo una politica fiscale che sarebbe demenziale, se non fosse deliberatamente finalizzata alla svendita del paese. Le aziende grandi e piccole soffocano e muoiono sotto il peso del prelievo fiscale e dei tassi giugulatori delle banche, l’occupazione si assesta a livello drammatici e, pur se di poco, peggiora costantemente, incurante della cosmesi dei conti fatta dal governo.
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Qualche altra domanda sull’Expo…
di Daniele Barbieri
Io sono d’accordo con l’impianto del discorso di Maria G. Di Rienzo (è qui: Qualche domanda sull’Expo se non lo avete letto ieri in “bottega”).
Aggiungo qualche domanda che rivolgo anche a me stesso, visto che un po’ di idee confuse ce l’ho.
1 - L’emittente fa parte del messaggio? Detto in parole più semplici (che rubo allo psicanalista brasiliano Hélio Pellegrino): «Se Giuda Iscariota passasse una petizione in solidarietà a Gesù Cristo io non la firmerei». Il concetto è chiaro; commentava Augusto Boal (in «L’estetica dell’oppresso») «messaggio ed emittente sono strettamente connessi». Se è così ne deriva che io non posso avere nulla a che fare con le narrazioni, con le richieste, con le “petizioni di solidarietà” (anche quelle apparentemente più ragionevoli) dei media di regime e della politica “troikizzata”? Ovvero: quelli che mi/ci chiedono di condannare la violenza di Milano sono gli stessi che fomentano le guerre e attizzano il massacro sociale. E allora mi/vi chiedo: con loro c’è qualcosa da spartire? O dobbiamo fare i conti solo con le devastanti menzogne che raccontano alla gente e che producono effetti ben peggiori di qualsiasi “Milano a ferro e fuoco” per un pomeriggio?
2 - E’ possibile per noi che siamo fuori dal “coro” dire che siamo contro i black bloc ma urlare ben più forte che più grande violenza è quella dell’Expo? Che la sola idea di affidare una kermesse sull’alimentazione agli affamatori e inquinatori del mondo è un atto di guerra?
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“Compassione, pietà, ribrezzo, odio di classe….”
di Elisabetta Teghil
Ragazzi e ragazze “perbene” cancellano la scritta CARLO VIVE dai muri di Milano segnando una delle pagine più vergognose nella storia di questo paese
Il primo maggio, sugli schermi televisivi, in ogni canale possibile, sono passate le immagini dell’inaugurazione dell’ Expò 2015 a Milano. Te le trovavi davanti dovunque, anche se cercavi semplicemente le previsioni del tempo. Non c’era scampo.
Vedere quelle immagini ed essere colta da una stretta allo stomaco è stato tutt’uno.
Ho avuto pietà per quelle bambine e quei bambini che cantavano l’inno di Mameli con una mano sul cuore, gettate/i in pasto alla propaganda da genitori senza scrupoli, al servizio di chi sta costruendo per loro un futuro di miseria.
Ho avuto compassione, mista a conati di vomito, per quei lavoratori in fila con la bandiera italiana piegata in mano, con il casco e la pettorina da cantiere…un anziano…una donna…un nero…un nepalese…rappresentanti ognuno di una modalità specifica di oppressione e sfruttamento accomunata da quella del lavoro. Servi felici? Schiavi rassegnati? Sciocchi strumentalizzati? Non so, ma una cosa è certa: erano l’incarnazione di un asservimento volontario che è tradimento della propria classe, del proprio genere, della propria razza, intese come categorie politiche e non certo naturali.
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Le Ong e la “sinistra imperiale”
Militant
Il ruolo che le Ong dirittoumaniste hanno avuto e continuano ad avere nel predisporre il terreno culturale (leggi creare consenso) adatto alle missioni umanitarie internazionali (leggi guerre) è risaputo da tempo. Tanti commentatori hanno provato a smascherare gli interessi materiali dietro l’intervento delle Ong nei vari contesti in cui prima o dopo si sarebbe prodotta un’ingerenza internazionale. In particolare in America Latina e Medioriente tali organizzazioni sono state il cavallo di Troia per veicolare, nell’opinione pubblica presuntamente democratica e presuntamente “di sinistra”, l’urgenza di interventi esterni per “liberare” determinate popolazioni dal giogo di “dittatori” di volta in volta indicati come “male assoluto”, “nemici dell’umanità” e via dicendo. Una dinamica ormai sperimentata e navigata, che trova inequivocabilmente predisposta una certa sinistra, anche di movimento, alla mobilitazione democratica, prona ogni volta ai titoli di Repubblica e compari. Dalla Libia alla Siria, passando per il Mali, l’Iran o il Venezuela, ogni qual volta tali Ong indicavano l’obiettivo, si accorreva alla richiesta di democrazia (leggi bombe umanitarie), sempre peraltro con la solita giustificazione ideologica: meglio un “capitalismo liberaldemocratico” che una “dittatura autoritaria”.
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Alfano: l'inetto giusto al posto giusto
di Comidad
L'approvazione parlamentare in via definitiva della legge elettorale detta "Italicum" sortirà il prevedibile effetto di spostare le residue speranze di salvezza del principio di rappresentanza verso un eventuale diniego a firmare la legge da parte di Mattarella. La democrazia ha sempre un'ultima spiaggia verso cui guardare; perciò, dopo Mattarella, vi sarà ancora qualcos'altro, o qualcun altro, in cui sperare. Certo è che quel trionfo del principio di "governabilità" su quello di rappresentanza al quale non era riuscito a giungere un "uomo forte" come Craxi, è invece riuscito ad un personaggio palesemente inconsistente come Renzi.
La spiegazione di tutto sta proprio nell'attuale inconsistenza della stessa rappresentazione della politica, divenuta un intrattenimento ed una distrazione rispetto all'azione delle lobby multinazionali saldamente insediate negli organismi sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l'Organizzazione mondiale per il Commercio, la Commissione Europea e, soprattutto, la NATO. L'ottusa impermeabilità alle critiche esibita da Renzi rappresenta un'ulteriore dimostrazione della scomparsa della politica, che, persino nello Stato assolutistico, svolgeva una funzione di mediazione. Renzi non si cura di dissensi e proteste, perché deve rispondere solo ai suoi padroni, cioè alle lobby multinazionali.
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Parata per la vittoria, sconfitta per l’Europa
di ilsimplicissimus
La parata sulla piazza rossa parrebbe appartenere a un immaginario postbellico di cui si va perdendo la memoria e di cui le generazioni del cellulare non hanno mai sentito parlare. Ma oggi essa ritorna per festeggiare il 70 esimo anniversario della vittoria sul nazismo di cui l’Unione Sovietica fu il maggiore artefice, un fatto che decenni di propaganda anglofila e liberista hanno cercato di far dimenticare. Ed è anche per questo che alla parata di oggi mancano parecchi leader europei impegnati da una parte a confutare la realtà del passato e dall’altra ad appoggiare i neonazisti in Ucraina, il che in fondo dimostra una certa grottesca coerenza.
Gli stessi miserabili potenti europei che si preparano alla soluzione greca si propongono con la loro assenza di “isolare Putin” e non si accorgono di isolare solo se stessi in un rapporto alla Quisling con gli Usae le loro multinazionali. Si isolano negando l’evidenza storica, ma sapendo benissimo che senza il fronte russo le vicende belliche sarebbero state ben diverse e che, anzi, potendo rifornirsi nell’immenso retroterra russo (come brevemente avvenne con il tratto Ribbentrop – Molotov) la Germania avrebbe senza difficoltà costituito un terzo impero dall’atlantico al Mar Nero.
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La democrazia «normale»
Alfio Mastropaolo
L’esecutivo decide, il parlamento finge di controllare, ma registra, la popolazione si adegua. Non tutta: quella piccola parte che paga, detta le sue condizioni
Stiamo finalmente diventando una democrazia “normale”. Cioè una democrazia in cui l’esecutivo decide, il parlamento finge di controllare, ma registra, la popolazione si adegua. Se non è contenta, cambierà governo alle prossime elezioni.
Non tutta la popolazione si adegua. In realtà c’è una piccola parte che detta all’esecutivo le sue condizioni. Le detta, forte del fatto che è lei a sostenere i mostruosi costi delle campagne di persuasione elettorale. Con l’abolizione del finanziamento pubblico della politica li sosterrà ancor di più. E quindi detterà condizioni ancor più stringenti. Possiamo senza fatica fare ipotesi su quali politiche attuerà l’esecutivo. Di destra o di sinistra che sia, o che si dica, le differenze staranno nei particolari, non irrilevanti, ma sempre particolari. L’essenziale delle scelte politiche lo deciderà chi paga. E poiché, dato lo stato del nostro sistema imprenditoriale, a pagare saranno soprattutto imprese straniere, la pressione internazionale si accentuerà ulteriormente. Si adeguerà il grosso della popolazione, ma si adeguerà l’intero paese. Destinato a diventare sempre più marginale e sottomesso nella divisione del lavoro planetaria.
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La fine del capitalismo di relazione e il progetto europeo del Capital Market Union
di Domenico Moro
Recentemente, il presidente del consiglio dei ministri, Matteo Renzi, in un suo discorso alla Borsa di Milano ha affermato: <<il capitalismo di relazione è morto: è un sistema che in Italia ha prodotto effetti negativi ed è arrivata ora di mettervi la parola fine>>. Le parole di Renzi sono una ulteriore dimostrazione che la sua rapida ascesa non è stata casuale, ma determinata dalle dinamiche del potere economico in Italia, di cui appare espressione coerente sul piano politico. Ma che cosa è il “capitalismo di relazione”? Il capitalismo di relazione è la modalità attraverso cui i maggiori gruppi industriali, a partire dalla Fiat e dalla Pirelli, e i maggiori istituti bancari e assicurativi, a partire dalle Assicurazioni generali, sono stati legati tra di loro e con esponenti del capitalismo d’oltralpe per alcuni decenni.
Al centro di questo sistema si è situata Mediobanca, guidata da Enrico Cuccia, deceduto nel 2000 e considerato da molti l’eminenza grigia del potere economico del nostro Paese. Il modello di controllo si fondava sui “patti di sindacato”, ovvero su accordi attraverso cui poche famiglie del capitalismo italiano si garantivano il controllo delle realtà economiche più importanti con partecipazioni azionarie più o meno ridotte. Non a caso, si attribuisce a Cuccia la frase <<le azioni si pesano, non si contano>>. Un esempio importante di patto di sindacato è stato quello relativo alla casa editrice Rcs, proprietaria del principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera.
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Ma in che paese viviamo?
La riflessione di un insegnante su “La buona scuola”
di Alerino Palma
Ma in che paese viviamo?
Uno studente oggi mi ha chiesto se ho letto il ddl in discussione in questi giorni su “La buona scuola”, oggetto del grande sciopero programmato per oggi. Certo che l’ho letto. Ma tutto? Non solo, l’ho letto per lungo e per largo perché solo in questo modo è possibile capire cosa dice veramente. Ebbene, più lo leggo e più mi convinco che è stato scritto da incompetenti di scuola sotto dettatura di altri incompetenti (o indifferenti) ma che sanno bene cosa vogliono dalla scuola stessa. O per meglio dire, cosa vogliono che diventi la scuola.
In questo ddl infatti non si parla di scuola. Della scuola democratica, pubblica e laica che abbiamo conosciuto. Si parla di altre cose. In modo illogico e frammentario, con un linguaggio gergale. Ma è impressionante la coerenza del disegno distruttivo che emerge dalla lettura complessiva del testo.
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Matteo Renzi, ovvero del nulla
Il nuovo libro di Michele Prospero che disintegra Renzi e il renzismo
Francesco Marchianò
Uno Stato che sull'orlo della tomba fa una riforma elettorale, ha diritto a essere descritto come un marrano della storia del mondo.
Recita così un aforisma di Karl Kraus citato nell'ultimo libro del filosofo Michele Prospero. Il titolo è Il nuovismo realizzato. L'antipolitica dalla Bolognina alla Leopolda ed è un libro eccezionale che vale la pena leggere per tante buone ragioni. Intanto, nonostante il titolo possa ingannare, non si tratta di un pamphlet o del classico instant book, ma è un volume approfondito, puntuale e corposo e nello stesso tempo leggibile e gustabile. Ma, soprattutto, è un volume che ricostruisce, in maniera critica, alcuni dei passaggi decisivi degli ultimi venticinque anni della sinistra italiana e del nostro sistema politico, utile a capire bene come vi siano solidi nessi causali tra ciò che è stato e il punto in cui siamo arrivati.
Una prima tesi del volume, come per altro recita il sottotitolo, è il legame che unisce la resistibile ascesa di Matteo Renzi con la fine del Pci, o meglio con le modalità e le culture politiche con le quali il gruppo dirigente comunista di allora, guidato da Achille Occhetto, liquidò il partito comunista e si avventurò per altre vie senza passare in maniera decisiva per il socialismo europeo. Quando nei primi anni Novanta la cosiddetta "prima Repubblica" entrò in crisi, il nuovo partito guidato da Occhetto preferì scegliere la via della società civile, dell'antipartitismo, dei referendum, della repubblica dei cittadini, dei governi tecnici, dell'elezione diretta dei sindaci, del maggioritario. Anziché trionfare, Occhetto fu il primo a essere travolto dall'onda nuovista. Arrivò, infatti, Berlusconi e durò vent'anni.
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