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stefanosantach

Coalizione sociale, tanto fumo e pochi Marx, Rousseau, Garibaldi

Stefano Santachiara

Alcuni lettori di questo scalcagnato blog senza sponsor, collaboratori e grafica, ha notato che Maurizio Landini, dopo la mia analisi – oggettivamente la prima critica mediatica da sinistra (https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2015/03/18/la-discesa-in-campo-di-landini-tra-sociale-etica-e-potere-mediatico/) – avrebbe pensato bene di implementare il suo progetto: http://www.repubblica.it/politica/2015/03/25/news/landini_l_italia_ormai_e_in_svendita_sabato_in_piazza_per_difendere_il_lavoro_e_con_noi_ci_sara_anche_la_camusso_-110425266/. In effetti l’autoproclamatosi leader della ‘Coalizione sociale’, sostenuto da variegato schieramento, ha iniziato ad affiancare alla critiche a Confindustria e a Renzi anche quelle nei confronti della Bce, si è accorto della indispensabilità di una pianificazione industriale, a partire proprio dal settore acciai, e della nocività delle privatizzazioni. Ben venga. Purtroppo non vi sono ancora riferimenti espliciti alla tassa progressiva e costante sui patrimoni e al welfare state universale sul modello francese, ma tant’è. Sui quotidiani sabaudi, La Stampa e Il Fatto Quotidiano, si riporta la notizia dell’incontro di Landini coi 5Stelle e la relativa possibile sintonia su di un non meglio specificato reddito di cittadinanza (Grillo parlò di un sussidio esclusivo, dunque escludente, per chi accetta i primi impieghi offerti, gli altri che non cedono ai ricatti precari dello sfruttamento padronale, invece, saranno sempre out).

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militant

La piazza statica

di Militant

Che la manifestazione cittadina del 28 febbraio sia riuscita a portare in piazza più gente dell’apparato nazionale Fiom guidato dal lìder maximo Landini la dice lunga sulle potenzialità che avrebbe potuto generare quel metodo sommato a quelle istanze politiche, ennesima occasione sprecata da un movimento incapace di uscire da un certo minoritarismo autocompiacente. Eppure un confronto oggi tra le due piazze appare necessario, per comprenderne i limiti vicendevoli. Nonostante l’evidente sovraesposizione mediatica, la piazza di Landini non è riuscita ad aggregare altro che i “soliti noti”: pensionati, lavoratori a tempo indeterminato, operai Fiom presenti nelle grandi fabbriche, pubblico impiego, ceto medio riflessivo; una piazza al tempo stesso necessaria e statica, “passata” ma ancora decisiva. Una piazza socialmente diversa da un 28 febbraio in cui è stato evidente il protagonismo di una “trasversalità” di classe capace di organizzare tutte le varie forme sociali subalterne al capitalismo neoliberista. La dinamica che però va evitata è la contrapposizione tra la piazza “operaia” e quella “precaria”, non solo perché sarebbe fuorviante e sostanzialmente falsa, ma perché oggi c’è l’assoluta necessità della sintesi tra le due piazze, non della contrapposizione. E’ fuor di dubbio che la piazza di Landini rappresenta un’insieme di soggettività sociali tendenzialmente declinanti e legate ad una forma produttiva-lavorativa precedente all’attuale sistema di rapporti economici ma, è questo il punto, quell’insieme sociale è ancora quantitativamente determinante per ogni sinistra che punti a un discorso sul potere.

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criticaimpura

Pop e popolare: un imperdonabile fraintendimento

di Matteo Volpe

Secondo alcuni il Festival di Sanremo sarebbe nazional-popolare, fraintendendo completamente la lezione di Gramsci. Parole come “nazionale” e “popolare”, hanno a che fare col sublime della cultura umana e chi li usa a sproposito accostandoli all'”intrattenimento” commette un errore tutt’altro che veniale. “Pop” e “popolare” non sono sinonimi. Il pop (come quello delle canzonette di Sanremo) è quella cultura industriale (cioè prodotto dell’industria culturale) che serve a colonizzare l’immaginario delle masse. Sebbene si rappresenti sotto forma di un messaggio di facile e immediata comprensione, il pop in realtà cela il vero messaggio. Presentandosi sotto le vesti di un’espressività di poche pretese, il cui fine sarebbe soltanto quello di divertire il proprio pubblico, cela a quello stesso pubblico il vero referente, ovvero l’affermazione totalitaria della società massificata. Il pop, contrariamente alle dichiarazioni di certi suoi cultori, non disvela, non chiarifica l’interpretazione, ma la inibisce e infine distrugge il senso. Riducendo tutto al suono e all’immagine (anche la parola) tradisce l’arte e si distacca da essa, la quale invece usa la sensorialità come segno del pensiero, aprendo così le porte alla creatività umana (culturale, sociale, politica); mentre il pop riduce il significato al segno stesso.

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carmilla

I ragazzi venuti dal Barile

di Alessandra Daniele

Arroganti, ignoranti, petulanti, incompetenti, cazzari. I trenta-quarantenni della politica italiana, si somigliano tutti così tanto da sembrare fatti in serie, e in un certo senso lo sono.

Sono polli d’allevamento, embrioni clonati tutti dalla stessa matrice berlusconiana della quale hanno le stimmate: opportunismo, egotismo, ghepensimismo (da ghe pensi mi) ma deteriorate dalla deriva genetica. Sono cloni deboli, gusci vuoti, comparse con smanie di protagonismo, resi visibili solo dal nulla che li circonda, e stanno riuscendo nell’impresa apparentemente impossibile di far quasi rimpiangere le rapaci cariatidi che li hanno preceduti, e che in grande misura continuano a manovrarli dietro le quinte.

Perché in realtà non sono affatto l’avanguardia d’una nuova era come cercano maldestramente di far credere, quanto piuttosto gli ultimi rimasugli della precedente scrostati dal fondo del barile.

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alfabeta

Prolegomeni a ogni futura stasiologia

Augusto Illuminati

Il suggestivo libretto raccoglie due seminari dell’ottobre 2001, tenuti da Giorgio Agamben presso la Princeton University e dedicati, rispettivamente, a Stasis e Leviatano e Behemot: inserendosi a completamento della seconda sezione del ciclo Homo sacer.

Il primo testo, essenzialmente un commento alla Città divisa di Nicole Loraux, rileva che oggi sono presenti sia una «polemologia» (una teoria della guerra), sia una «irenologia» (una teoria della pace), ma non esiste una «stasiologia», cioè una teoria della guerra civile (stasis). Partendo dalla tesi dell’autrice, secondo cui le guerre civili all’interno delle poleis provengono dalla sfera dell’oikos, del privato-familiare, e si risolvono in nuovi legami conciliativi di tipo quasi parentale e che dunque l’oikos non scompare assorbito nella vita politica, Agamben si domanda perché la famiglia implichi necessariamente il conflitto e quale ruolo giochi nella pacificazione.

La sua risposta tende a collocare la stasis fra città e famiglia, a farne una soglia di indifferenza fra oikos e polis, fra parentela di sangue e cittadinanza, così che essa si produce dentro un campo di tensione fra questi due elementi, mescolando l’intimo e l’estraneo, ciò che è sconsigliato nell’oikos e quanto vale nei rapporti con l’esterno.

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micromega

TTIP e TPP: tutto il potere alle multinazionali

di Carlo Formenti

La pubblicazione di alcuni contenuti del trattato TPP (Trans Pacific Partnership), che vede impegnate da qualche anno dodici nazioni in negoziazioni segrete per definire un accordo su misure di liberalizzazione commerciale, ha provocato un duro dibattito negli Stati Uniti, contribuendo a ridimensionare ulteriormente, ove possibile, il consenso e la fiducia nei confronti del ruolo “progressista” del presidente Obama.

A rendere pubblico l’accordo ha provveduto il New York Times che è venuto in possesso dei relativi documenti grazie a Wikileaks. Se e quando l’accordo entrerà in vigore, spiega il giornale, le compagnie multinazionali operanti nell’America del Nord e del Sud, oltre che in Asia, potranno fare causa al governo degli Stati Uniti (come a quelli degli altri Paesi aderenti al trattato) per ottenere l’annullamento di quelle leggi nazionali e di quei regolamenti amministrativi regionali e locali che ritengono lesive delle loro “legittime aspettative di profitto”.

Adesso si capisce, commenta un lungo articolo dell’Huffington Post, perché l’amministrazione Obama, la quale preme per ottenere una corsia preferenziale per una rapida approvazione del trattato da parte di Senato e Camera dei Rappresentanti, ha fatto di tutto per mantenerne segrete le clausole.

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ilsimplicissimus

Expò, ritratto autobiografico dell’Italia

di ilsimplicissimus

Raramente capita che un esposizione sia anche un autodafé freudiano, un atto di accusa implicito contro il Paese che la ospita. Ma il miracolo è riuscito all’Expò di Milano dove si concentrano tutti i mali e i vizi del Paese, la corruzione, come la mancanza di visione di una classe dirigente, spiaggiata ormai sulla sua stessa nullità.

Il fatto che la manifestazione si presenti incompleta, monca, affollata da camouflage, come una sorta di squallida periferia in costruzione, che dopo la scoperta della corruzione a tappeto dalla quale è stata soffocata, si sia persino costretti a rinunciare a qualunque controllo e a fidarsi delle autocertificazioni per i lavori e i rattoppi, non è un incidente, ma soltanto l’ovvia conclusione della logica vera in cui è nata: creare un’occasione di speculazione e di tangenti per un milieu affaristico – politico dipendente dalle grandi opere e dai grandi eventi come da una droga. Il vero obiettivo era quello, non la nutrizione del pianeta e non certo la creazione di un biglietto da visita per l’Italia migliore, ma solo una nuova boccata di aria viziata per alimentare un sistema entrato in apnea per la crisi.

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alfabeta

Lessico postorwelliano

Giorgio Mascitelli

Confesso che, quando ho letto sui giornali i resoconti degli incontri tra governo greco e autorità finanziarie varie e in particolare del divieto per il primo di compiere “azioni umanitarie unilaterali”, ho pensato a un errore di traduzione dall’inglese causato da qualche falso amico o da qualche espressione ambigua. In realtà non c’è alcun errore e anzi, grazie alle preziose segnalazioni di Italo Testa, ho scoperto che il sintagma è effettivamente usato nel vocabolario giuridico-politico internazionale.

In pratica un’azione umanitaria unilaterale è l’intervento di uno Stato nel territorio di un altro senza avvallo del consiglio di sicurezza dell’ONU, ma con la giustificazione di bloccare una catastrofe umanitaria in corso: un esempio è quello dell’intervento del Vietnam in Cambogia nel 1979, che fermò i massacri di Pol Pot. Ora evidentemente che si usi una categoria del genere per designare i provvedimenti di un governo legittimamente eletto nell’ambito della propria giurisdizione territoriale significa che esso è stato espropriato, anche dal punto di vista formale, della propria sovranità in una sorta di riedizione in chiave di diritto internazionale dell’antica schiavitù per debiti.

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commonware

Nella cabina di pilotaggio

di Franco Berardi Bifo

Dicono che il giovane pilota Andreas Lubitz avesse sofferto di crisi depressive e avesse tenuto nascoste le sue condizioni psichiche all’azienda per cui lavorava, la Lufthansa. I medici consigliavano un periodo di assenza dal lavoro. La cosa non è affatto sorprendente: il turbo-capitalismo contemporaneo detesta coloro che chiedono di usufruire dei permessi di malattia, e detesta all’ennesima potenza ogni riferimento alla depressione. Depresso io? Non se ne parli neanche. Io sto benissimo, sono perfettamente efficiente, allegro, dinamico, energico, e soprattutto competitivo. Faccio jogging ogni mattina, e sono sempre disponibile a fare straordinario. Non è forse questa la filosofia del low cost? Non suonano forse le trombe quando l’aereo decolla e quando atterra? Non siamo forse circondati ininterrottamente dal discorso dell’efficienza competitiva? Non siamo forse quotidianamente costretti a misurare il nostro stato d’animo con l’allegria aggressiva delle facce che compaiono negli spot pubblicitari? Non corriamo forse il rischio di essere licenziati se facciamo troppe assenze per malattia? 
Adesso i giornali (gli stessi giornali che da anni ci chiamano fannulloni e tessono le lodi della rottamazione degli inefficienti) consigliano di fare maggiore attenzione nelle assunzioni.

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avvenire

Democrazia, più tensione ideale

di Remo Bodei

Rispetto al passato, in cosa differisce l’attuale bisogno degli individui di contare di più? Perché questo legittimo desiderio si manifesta spesso nell’ossessiva esigenza di venire illuminati di luce riflessa dalle persone cui si tributa omaggio o contro cui si protesta? Che cosa spinge, per prendere un esempio minore, le persone, durante i funerali, ad applaudire al passaggio della bara, invece di rimanere in rispettoso silenzio? In società democratiche frammentate - nelle quali, come diceva Tocqueville, «l’uguaglianza pone gli uomini fianco a fianco, senza un legame comune che li unisca» - gli individui sono indotti a puntellare la propria fragile identità appoggiandosi a personaggi ed eventi per sentire di esistere ed essere riconosciuti?

Il tramonto dei tradizionali fattori d’identificazione e l’assenza di modelli maggiormente vincolanti acuiscono indubbiamente il desiderio diffuso di costruire se stessi per interposta persona. Atteggiamenti analoghi non rappresentano una novità, ma diverso è oggi è il quadro esistenziale, politico e istituzionale in cui si situano.

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manifesto

Analogie e differenze nel rapporto partito-sindacato

Paolo Favilli

I percorsi storici dicono che contrapporre coalizione politica a coalizione sociale non ha fondamenti né analitici né politici

La pro­po­sta di «coa­li­zione sociale» che la Fiom ha scelto come indi­rizzo stra­te­gico è un fatto di estrema rile­vanza, forse un salto di qua­lità nella dif­fi­cile via ita­liana alla costru­zione di un sog­getto poli­tico alternativo.

Com­pito assai arduo per­ché in gran parte ine­dito, visto che stiamo per­cor­rendo un iti­ne­ra­rio aperto dopo la fine di una sto­ria durata un secolo e mezzo: la sto­ria del movi­mento ope­raio. Nello stesso tempo, però, la sto­ria del movi­mento ope­raio e quella in cui ora ci tro­viamo a vivere ed ope­rare, sono due diverse fasi di una stessa vicenda, non di una sto­ria nuova. È la sto­ria del capi­ta­li­smo dell’età con­tem­po­ra­nea, delle forme del suo muta­mento inces­sante e delle sue lun­ghe e pro­fonde con­ti­nuità. È la sto­ria delle anti­tesi e delle loro forme stret­ta­mente con­nesse a quei pro­cessi di muta­mento. È la sto­ria della lotta di classe, la cui forma odierna è negata in par­ti­co­lare da chi la conduce.

In que­sto nostro pre­sente, insieme a pro­fonde dif­fe­renze, sono riscon­tra­bili ana­lo­gie impor­tanti con alcune tem­po­ra­lità che dal punto di vista cro­no­lo­gico appa­iono assai lon­tane.

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contropiano2

Imperialismo e caduta del saggio di profitto

Guglielmo Carchedi

Nel forum del 7 novembre dedicato a “Il piano inclinato degli imperialismi”, c'è stata una interessantissima e documentata relazione di Guglielmo Carchedi. Nel suo contributo, che come gli altri verrà pubblicato integralmente, grafici inclusi, sulla rivista Contropiano, Carchedi ha illustrato la tesi secondo cui alla radice della crisi irrisolta del capitalismo manifestatasi nei primi anni '70 e ripresentatasi nel 2007/2008, vi sia la caduta del saggio di profitto. Carchedi ha corroborato le sue argomentazioni con una preziosa serie storica dal 1949 al 2010. ed altri grafici. Anticipiamo la parte conclusiva della relazione di Carchedi dedicata in particolare alla natura delle cosiddette crisi finanziarie, che in realtà sono crisi dovuta alla caduta del tasso di crescita del nuovo valore prodotto.

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Il video dell'intervento di Guglielmo Carchedi

Dalla relazione di Guglielmo Carchedi

(...) La percentuale dei profitti finanziari sui profitti totali sale leggermente fino ai primi anni 1970 per poi accelerare dal 1970 al 2009, con un tonfo nella crisi finanziaria del 2007-2008. La prima crisi finanziaria esplode nel 1974-75, dopo la fine della cosiddetta età dell’oro del capitalismo.

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megachip

America divisa, Europa divisa

di Giulietto Chiesa

Ci sono nuove condizioni. Son l'effetto di una crisi politica a Washington, dove la recente incursione di Netanyahu ha provocato un terremoto

L'iniziativa di Mosca di ospitare una consultazione sul "processo di pacificazione" in Siria sembra indicare l'apertura di uno spazio negoziale che, fino a poche settimane fa pareva impossibile.

Se il Cremlino si muove in questa direzione è perché si sono create condizioni che prima non esistevano. Esse sono l'effetto di una evidente crisi politica a Washington, dove la recente incursione di Netanyahu ha finito per provocare un vero e proprio terremoto.

Barack Obama, attaccato e provocato in casa propria, ha dovuto reagire. Se non riesce a fermare la linea di marcia del futuro, e riconfermato, premier israeliano, gli Stati Uniti si troveranno di fronte a una situazione che Obama non considera accettabile. Peggio: una situazione che sta diventando pericolosa per gli stessi interessi americani.

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conness precarie

Poletti Giuliano, ministro e pedagogo del lavoro

Lo sappiamo ormai da tempo che il mondo del lavoro è in continua ridefinizione, una ridefinizione al ribasso, interamente giocata sulla pelle dei lavoratori, ma pochi si erano addentrati nell’ambito del non-lavoro al fine di renderlo fruttuoso. Lo ha fatto un solo ministro, a questo punto il più coraggioso di questo insulso governo, tal Poletti Giuliano. E bisogna averne di faccia tosta per proporre certe cose. Il Poletti, stufo di essere confinato nel noioso mondo dei lavoratori e dei pensionati, ha deciso che è arrivato il momento di metter bocca anche nel mondo del non-lavoro, o meglio del non-studio. E ha parlato di studenti.

La sua proposta, esposta durante un suo recente intervento a Firenze a un convegno sui fondi europei e il futuro dei giovani, è stata tanto semplice quanto sconcertante: facciamola finita con queste vacanze scolastiche di tre mesi e mandiamo i nostri figli a lavorare un mese e mezzo all’anno. Il tema, a detta del Poletti, non può più essere rimandato: bisogna educare i figli al lavoro, fargli fare esperienze che li formino.

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comidad

Il fascino concreto della cleptocrazia

di Comidad

Come molti avevano previsto, il DDL renziano di "riforma" della Scuola presenta le caratteristiche inconfondibili della colonna di fumo costellata di esche e contraddizioni. Paradossalmente, l'unico articolo concreto è il 21, nel quale il governo rinnega tutto ciò che ha scritto, riservandosi di integrare e modificare nei prossimi mesi - ovviamente alla chetichella - il decreto. La tattica non cambia: infiniti dibattiti preliminari a vuoto, per poi essere messi silenziosamente, e senza alcun preavviso, di fronte al fatto compiuto.

Le vere finalità del DDL sono di propaganda e di manipolazione psicologica. Si suscitano una sorta di euforia di cambiamento e, contemporaneamente, opposizioni astratte, all'insegna del rifiuto della "aziendalizzazione" della Scuola e della difesa della "democrazia" degli Organi Collegiali. In realtà, prima della questione della mitica "libertà" di insegnamento, c'è quella dell'attuale delegittimazione della funzione docente, attuata da decenni con una pretestuosa idealizzazione della figura dell'insegnante, utile a trasformare gli insegnanti reali in bersagli fissi. Gli Organi Collegiali sono inoltre da sempre il paravento dello strapotere delle dirigenze. La figura del "preside padrone e signore assoluto" - di cui si parla da venti anni, e che viene ripresentata nel DDL Renzi -, probabilmente non è gestibile da parte degli stessi dirigenti scolastici, abituati ormai a comandare alla maniera dei Savoia, mandando avanti qualcun altro a prendersi le responsabilità.

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left

Controstoria della crisi greca

Andrea Ventura

Mario Draghi è il presidente della BCE, salvatore dell’euro o uomo Goldman Sachs che ha aiutato a truccare i bilanci greci? Ecco una ricostruzione degli anni che ci hanno portato fin qui

1999-2001 La Grecia aderisce alla moneta unica. I suoi conti pubblici non rispettano i criteri fissati per l’adesione, ma la Goldman Sachs offre al governo socialista un contratto (elegantemente detto “swap”) grazie al quale il deficit di bilancio è occultato. Ricordiamo che Mario Draghi dal 2002 al 2005 è vicepresidente di Goldman Sachs. Secondo il New York Times del 30 ottobre 2011 Draghi avrebbe proposto a diversi paesi europei contratti simili. [L. Thomas and J. Ewing, “Can Super Mario Save the Day for Europe?”, New York Times del 30 ottobre 2011]

2001-2008 L’adesione all’euro fa perdere competitività al paese e facilita l’afflusso di capitali esteri, indebitandolo. Sono due facce della stessa medaglia: senza la possibilità di svalutare la moneta nazionale, le merci prodotte all’interno non reggono la concorrenza straniera, dunque si comprano merci estere, tedesche in particolare. Ma con quale moneta? Con l’euro, che le banche francesi e tedesche prestano generosamente ai greci. L’afflusso di capitali esteri consente ai consumatori greci di prendere soldi a prestito a condizioni estremamente vantaggiose, sostenendo così la domanda di prodotti tedeschi. Il meccanismo dell’indebitamento è simile a quello dei mutui sub prime che ha causato la crisi negli Stati Uniti. La Grecia è anche un grande acquirente di armi, in parte a credito, il cui acquisto è associato ad una diffusa corruzione. In particolare dal 1997 compra carri armati e alcuni sottomarini della TyssenKrupp. (S. Daley, “So Many Bribes, a Greek Official Can’t Recall Them All, New York Times del 7 febbraio 2014).

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gennaro zezza

€xit e ridenominazione

di Gennaro Zezza

Mi ha colpito un passaggio dell’intervento di Vincenzo Visco “Fuori dall’euro?”, pubblicato su Economia e politica come contributo al dibattito originato dall’articolo di Realfonzo e Viscione.

Sembra che Visco sia meglio informato (certamente meglio informato di me!) sugli accordi siglati dai nostri governi in sede internazionale. Riporta infatti che

nel 2012 in occasione della costituzione del ESM gli stati membri dell’eurogruppo hanno concordato che una eventuale trasformazione in altra valuta delle emissioni di titoli pubblici in euro di durata superiore ai 12 mesi, possa essere impedita da una minoranza di detentori pari al 25% dei sottoscrittori

Verificare questa affermazione non è affatto facile. Il testo del trattato che istituisce l’ESM dovrebbe essere disponibile qui
http://www.european-council.europa.eu/media/582311/05-tesm2.en12.pdf
come riportato nella pagina della Commissione Europea sull’argomento, ma il Consiglio Europeo ha pensato bene di spostarlo, e trovarlo tramite il loro motore di ricerca interno è un’impresa.

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ilsimplicissimus

Spiati e contenti

di ilsimplicissimus

Dove si voglia andare a parare è misterioso solo per i ciechi entusiasti e volontari: mentre si tenta in ogni modo di ridurre sia le intercettazioni in sé, anche facendo mancare i finanziamenti come è accaduto qualche settimana fa, sia la loro pubblicazione e si trovano facili filosofi che gridano alla barbarie all’unisono con il milieu politico, oggi arriva nell’aula di Montecitorio, il decreto antiterrorismo per essere convertito in legge. E guarda caso è stato licenziato in commissione con alcune modifiche che consentono la possibilità di spiare dentro il computer di ogni cittadino attraverso software occulti.

E’ del tutto evidente che si va creando esplicitamente e senza più remore o ritegno, una classe di potenti che rivendica il diritto alla propria intangibilità e la massa del resto dei cittadini nei cui confronti è possibile invece saccheggiare ogni possibile informazione, talvolta l’intera vita. Ed è ovvio che per giungere a questo scopo non c’è niente di meglio che agitare i fantasmi del cosiddetto terrorismo, nemico sfuggente e in finitamente interpretabile, uno dei migliori investimenti emotivi fatti negli ultimi 15 anni dalle governance occidentali.

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aldogiannuli

Caso Lupi e dintorni

di Aldo Giannuli

Con la gragnuola di scandali della scorsa settimana, sui quali primeggia il caso Incalza-Lupi, possiamo tranquillamente dire che siamo tornati in piena Tangentopoli. Per la verità, era ampiamente possibile dirlo già nel 2010, ma si era fatto finta di niente. Ora mi pare impossibile far finta di nulla ancora una volta.

Certo (lo abbiamo anche scritto più volte in questo blog) Tangentopoli non è mai veramente finita, al massimo ha avuto un momento di dissesto fra il 1992 e la fine del decennio, ma già nei primi del 2000 era di nuovo all’opera e riorganizzata. Qui però c’è una novità rispetto al passato più recente, che ci porta al clima del 1992: l’incombente conflitto fra potere giudiziario e potere politico. Un conflitto che, in questo ventennio, è andati avanti, ma fra magistratura (inquirente) e destra berlusconiana ed, anche se non mancavano gli avvisi di garanzia agli uomini del Pd (diversi dei quali sono finiti in cella), non investiva il ceto politico in quanto tale.

Berlusconi e la destra non perdevano occasione di suonare il ritornello delle “toghe rosse” e della “magistratura politicizzata”, minacciando la separazione delle carriere fra inquirente e giudicante e riforma del Csm, mentre il Pds-Ds-Pd difendeva (o faceva mostra di difendere) l’indipendenza della magistratura. Anzi, la sinistra passava per essere il “Partito dei magistrati” eleggendone a decine nelle sue fila.

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lindice

L’Eros dimenticato dell’ora di lezione

Simona De Simone

Massimo Recalcati, L’ora di lezione, pp. 162 , €14, Einaudi, Torino 2014

Che cos’è un maestro?

Se lo chiedeva più di quarant’anni fa Pier Paolo Pasolini, ripensando alla figura di Roberto Longhi, il maestro a cui doveva la sua “fulgurazione artistica”, e se lo chiede oggi Massimo Recalcati, psicanalista di fama internazionale, nel suo ultimo saggio “L’ora di lezione” edito da Einaudi. Diverso, ovviamente, l’orizzonte, identica l’urgenza: Pasolini, “oppresso” eumiliato” da una Scuola-Edipo fondata sull’auctoritas della tradizione, inclinata all’uniformità identitaria, tesa a sorvegliare e punire le viti storte ed il pensiero critico, rivendicava un maestro che non fosse un “alienato” o un modesto “travet” organico al sistema, ma un uomo in cui la cultura si fosse come “incarnata”. Recalcati, invece, segnato dalla Scuola-Edipo ma consapevole dei mali prodotti dall’attuale Scuola-Narciso, rivendica con forza un maestro, che rifiuti di improvvisarsi amico, padre o psicologo e torni a riappropriarsi del suo ruolo.

È, dunque, ai maestri che Recalcati si rivolge, e non da luminare che dispensa presunte pillole di saggezza, ma da uomo, che conserva nitido il ricordo del bambino di un tempo, un bambino considerato “idiota” da una maestra monocorde che “ripeteva il suo sapere morto”, bocciato in seconda elementare “perchè giudicato incapace di apprendere” e costantemente esposto alla tentazione dell’abbandono scolastico.

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gabriella giudici

Breve storia del lavoro in Italia

di Gabriella Giudici

Breve storia delle riforme del lavoro degli ultimi trent’anni, ad usum delphini.

Dagli anni novanta, i governi, tanto di centro destra che di centro sinistra, hanno introdotto diversi cambiamenti al mercato del lavoro, in nome della competitività e della piena occupazione giovanile, ma nei fatti tutte le riforme sono strettamente legate alla visione secondo cui il lavoro è una merce da scambiare sul mercato. Termini come pensione di anzianità e retributiva, liquidazione, CCNL, contratto a tempo indeterminato e reintegro del lavoratore hanno perso progressivamente significato a favore di parole come flessibilità in entrata e uscita, deregolamentazione, precarietà, collocamento privato e libertà di contrattazione fra il datore di lavoro e il lavoratore.

Nel 1995 (legge 355/1995) il passaggio del sistema pensionistico dal metodo retributivo (la pensione è calcolata in proporzione agli ultimi anni di salario) a quello contributivo (la pensione viene calcolata in funzione dei contributi versati durante l’arco della vita lavorativa) e l’istituzione della gestione separata dell’Inps è stato il primo passo verso lo smantellamento del modello di lavoro in essere dagli anni settanta grazie all’approccio bipartisan da parte delle forze politiche. La riforma contributiva su cui era inciampato il governo Berlusconi, viene approvata senza problemi dal suo successore Lamberto Dini, sostenuto da una maggioranza molto ampia di centrodestra e di centrosinistra.

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ilsimplicissimus

Je suis Airbus

di ilsimplicissimus

Peccato che non sia un’attentato dell’Isis: la delusione per questo mancato motivo di paura e di allarme che pioverebbe come manna sui molti redde rationem in arrivo per l’Europa, si percepisce a vista, entra negli umori e colpisce allo stomaco. Tanto che i media e in particolare la Rai marginalizzano in qualche modo l’evidenza di un incidente nella caduta dell’airbus della German Wings  e impostano i loro servizi sul retropensiero dell’attentato puntando molto sul filone “sicurezza”. Se non c’è motivo concreto di allarme, se la vicenda di Tunisi non ha fruttato abbastanza in termini di distrazione, se le cellule jahidiste composte da albanesi possono suscitare qualche dubbio e creare confusione geografica, si può sfruttare ogni luttuoso evento leggendolo alla luce del ” come se” fosse un potenziale attentato.

Del resto è ciò che sta avvenendo in Europa: il fatto che Hollande, Merkel e Rajoy  (perché non anche Renzi, visto che l’impatto è avvenuto a pochi chilometri dal confine italiano ?) si rechino sul luogo della tragedia “come se ” essa non fosse un incidente, la dice lunga sul desiderio di evocare un nemico esterno, unico strumento sfruttabile per simulare un senso di solidarietà introvabile ormai nel continente. E come dimostrazione di una sensibilità altrimenti inesistente, ma simulabile attraverso un pochino di demagogia viaggiante. E’ una vera disdetta non poter farsi una passeggiata con il cartello Je suis Airbus.

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ilsimplicissimus

Francia, il fallimento socialista

di ilsimplicissimus

Alla fine ha vinto la Le Pen, nonostante tutti i tentativi di negarlo e le dinamiche derivanti dalle nuove strategie del sondaggio politico. Non solo perché il suo partito è quello arrivato in testa visto che gli altri si sono presentati in variegati raggruppamenti. Soprattutto il centro destra di Sarkozy, formalmente primo, ma costruito sull’alleanza con l’Udi e soprattutto con una galassia di formazioni locali interessate alla gestione territoriale e prive di senso in elezioni nazionali. Ha vinto anche perché il Front national non ha mai avuto un radicamento locale, è stato sempre assente dalle campagne e dai quartieri popolari. Così il balzo in avanti fino al 25% è ancor più significativo che la vittoria alle europee dove peraltro il Fn aveva ottenuto il 24%. In effetti è difficile trovare un caso più eclatante di mistificazione politica di quello attuato dai media europei.

Di contro c’è la disfatta socialista che viene in parte nascosta e contenuta dagli alleati di lista più radicali, ma non riscattata vista la sostanziale stagnazione (quando non arretramento come nel caso dei Verdi)  delle formazioni di sinistra. Così il partito che esprime il presidente e il governo ha preso una stangata storica ed è addirittura escluso da un quarto dei ballottaggi dopo averne vinto appena una manciata di distretti al primo turno.

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militant

Il trionfo della reazione

di Militant

Davvero non si capisce come possa essere considerata una sconfitta dell’estrema destra la tornata elettorale francese di ieri. A ben vedere, si tratta di un trionfo storico, attenuato solo dal carattere provinciale di un elezione che, se fosse stata nazionale, avrebbe decretato la scomparsa di ogni possibile opzione progressista. Non è tanto il dato generale ad essere indicativo: Ump e Front National aggregano più del 60% dei voti totali, un’enormità; non è neanche il risultato del partito di Marine Le Pen il dato significativo: un 24,5% dei voti che comunque stabilizza la sua formazione come secondo partito del paese (e considerare il 24,5% un risultato inferiore alle attese dimostra meglio di tanti discorsi quanto il partito reazionario francese si sia affermato come soggetto politico credibile e potenzialmente maggioritario). E’ il significato politico del discorso populista ad essersi imposto. L’Ump di Sarkozy ha raggiunto la ragguardevole cifra del 36% rincorrendo la retorica reazionaria del FN, parlando di immigrazione, di euro, di Islam, di identità nazionale. E chi non lo ha fatto, chi non ha (in)seguito il discorso dominante, è stato sonoramente bocciato nelle urne.

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carmilla

Il tunnel alla fine della luce

di Alessandra Daniele

Vi siete accorti dei miliardi di draghi in arrivo?

Non guardate dalla finestra, non sto parlando d’uno stormo di giganteschi rettili alati dal respiro di fuoco giunti ad oscurare il cielo e incendiare la terra. Parlo del Quantitative Easing di Mario Draghi, la pioggia di miliardi stampati per far ”ripartire” l’economia europea. Se non ve ne siete accorti, il motivo è semplice: non sono per noi. Sono per le banche.

È una pioggia sul bagnato.

L’Italia ha però sempre coltivato un’altra particolare forma di Quantitative Easing: la corruzione, che allo stesso modo fa regolarmente piovere miliardi sulla fanghiglia, soprattutto attraverso le opere pubbliche.

Se nel tunnel del CERN si accelerano le particelle, in quello della TAV si accelerano le bustarelle.

A poche settimane dall’apertura dell’Expo, è pronto solo un decimo delle strutture previste. Le altre ancora incompiute saranno nascoste da una felliniana serie di enormi quinte e fondali chiamata Camouflage.

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marx xxi

Fine di una leggenda

di Vladimiro Giacché - da Facebook

A quanto pare la Merkel ha indotto Schäuble (che stava facendo saltare il compromesso raggiunto il 20 febbraio con Atene, già parecchio oneroso per quest'ultima) a più miti consigli riguardo alla Grecia. Questo su pressione di Obama, che ritiene che una uscita della Grecia dall'euro (e contestuale suo accordo con la Russia) indebolirebbe il fronte sud-est della Nato e quindi il suo controllo su quella parte del Mediterraneo.

Le lezioni contenute in questa vicenda sono diverse:

1) Fine della leggenda per cui l'Unione Europea non c'entrerebbe nulla o quasi con la Nato (quante volte ci hanno detto che si tratta di due cose diverse, che il trattato di associazione dell'Ucraina all'Unione Europea non aveva nulla a che fare con la Nato ecc?)

2) Fine della leggenda di un'Europa e di un Euro intesi quali baluardo contro il predominio economico e monetario statunitense Emoticon smile contro l'imperialismo USA). Se lo fossero, perché Obama dovrebbe difendere così strenuamente un'unione monetaria concorrente?

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ilsimplicissimus

Vergogna: non abbiamo ancora una corruzione moderna

di ilsimplicissimus

Lo so che il caso Lupi è irresistibile da qualunque parti lo si guardi: il patetico attaccamento a Incalza per tamponare la propria totale incompetenza, il figlio sistemato nell’ambito dello stesso cortocircuito di potere con tanto di rolex, l’inesistenza etica, la burbanza del non mi dimetto quando ancora pensava che Alfano lo avrebbe difeso anima e corpo e la retorica da scuole elementari con cui ha dato l’addio alla cara poltrona. Insomma Lupi ne esce fuori come un diversamente Gasparri, uno fra innumerevoli casi di opacità nazionale.

Però il caso Lupi oltre a suscitare riso e ribrezzo, ci permette di fare un discorso più serio e di cercare di capire come e in che senso l’Italia è al 72 posto nell’indice di percezione della corruzione di Transparency International. Lo è perché la sua forma di corruzione è più grossolana e grezza rispetto ad altri Paesi paragonabili, più fondata sul familismo amorale e sullo spirito di clan che sullo spirito di mercato, dunque più sfacciata nei suoi strumenti e nelle sue coperture politico -legislative, meno implicita rispetto ad altre forme di corruzione integrate nel sistema di governance, più anomala e banditesca rispetto ai criteri adottati dagli indici che misurano il degrado etico – sociale.

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comidad

Renzi irresponsabile per responso elettorale

di Comidad

Il punto debole delle cosiddette teorie del complotto sta quasi sempre nell'eccesso di dimostrazione, cioè nell'affannosa ricerca di "prove" per demolire le versioni ufficiali e proporne di alternative. In realtà, in uno "Stato di Diritto" (ammesso che possa esistere) il criterio della responsabilità politica funziona - o dovrebbe funzionare - in modo opposto a quello della responsabilità penale, perciò un governo può essere legittimamente considerato colpevole sino a prova contraria.

Prima di vestire i comodi panni della vittima e di indire manifestazioni di piazza, il governo francese avrebbe dovuto anzitutto scaricarsi dai sospetti di essere in qualche modo implicato nell'attentato a "Charlie Hebdo", visto che sino a due anni fa Hollande e l'ISIS combattevano insieme contro lo stesso nemico, cioè il "laicissimo" presidente siriano Assad. In uno "Stato di Diritto", una "stampa indipendente" avrebbe preteso da Hollande di dar conto del grado di commistione del governo, dei servizi segreti e delle forze armate francesi con l'ISIS dopo anni di collaborazione, culminati con il riconoscimento diplomatico della cosiddetta "opposizione siriana", che può vantare una sede ufficiale a Parigi.

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marx xxi

Libia, ritorno di fiamma

di Manlio Dinucci

L’attacco terroristico in Tunisia, che ha mietuto anche vittime italiane, è strettamente collegato alla caotica situazione della Libia, si sottolinea negli ambienti governativi e sui media. Ci si dimentica però del fatto che il caos in Libia è stato provocato dalla guerra Nato che, esattamente quattro anni fa, ha demolito lo Stato libico.

Il 19 marzo 2011 iniziava il bombardamento aeronavale della Libia: in sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 10mila missioni di attacco, con oltre 40mila bombe e missili. Contemporaneamente, venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici fino a pochi mesi prima definiti terroristi. Venivano infiltrate in Libia anche forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani. A questa guerra, sotto comando Usa tramite la Nato, partecipava l’Italia con le sue basi e forze militari.

Molteplici fattori rendevano la Libia importante per gli interessi statunitensi ed europei. Le riserve petrolifere – le maggiori dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione – e quelle di gas naturale, che rimanevano sotto il controllo dello Stato libico che concedeva alle compagnie straniere ristretti margini di guadagno.

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e l

Landini e il sindacato per tutti

Carlo Clericetti

Ridda di interpretazioni e di critiche sull’iniziativa del segretario della Fiom, molte delle quali distorsive. La strategia che ha enunciato è di portare il sindacato a rappresentare tutti i lavoratori, anche gli atipici e i precari, e di combattere per difendere i loro diritti anche attraverso una mobilitazione della società civile che prema sui partiti, come avvenne per il divorzio o il referendum sull’acqua

Basta mezz’ora a far capire quel che si vuol fare? Maurizio Landini, nell’omonima trasmissione su Rai3 condotta da Lucia Annunziata, a spiegarlo ci ha provato e riprovato, ma dalle reazioni che si leggono in giro non sembra che sia riuscito a comunicare un messaggio interpretabile in un solo modo. Sarà forse anche perché più di qualcuno ha interesse ad accreditare l’una o l’altra lettura. E allora proviamo anche noi a mettere giù quello che abbiamo capito.
 
Landini ha ripetuto più volte che la sua Stella Polare è una sola: difendere gli interessi dei lavoratori. Fin qui nessuno dovrebbe stupirsi: il sindacato esiste appunto per questo. Una volta il luogo più appropriato per svolgere questo compito era l’azienda: oggi non è più così. Non solo, almeno. Non solo, perché oggi una parte importante di lavoratori non si reca ogni giorno in un certo luogo fisico, non timbra il cartellino, non è protetto da contratti strutturati, con le aziende ha rapporti spesso precari, a volte indiretti, quasi sempre del tutto privi di potere contrattuale, del tipo “o accetti questa offerta, o vai ad impiccarti altrove”. E’ il nuovo mercato del lavoro, frantumato, individualizzato, sottomesso, anche a causa di una disoccupazione altissima che rende la parte più forte, i datori di lavoro, ancora più forte.