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La schizofrenia di D'Alema, ovvero nostalgia del partito di cui si è stati uno dei grandi liquidatori

di Carlo Formenti

Di Massimo Dalema si può dire tutto il male possibile (la lista dei suoi peccati sarebbe chilometrica) ma certo non si può dire che sia uno stupido. Lo conferma la lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, firmata da Antonio Polito e uscita oggi (sabato 19 dicembre 2020), in cui il nostro sparge lacrime di coccodrillo sul vuoto politico lasciato dalla scomparsa del Pci (il titolo dell'intervista recita "Ora a sinistra serve un partito nuovo. E con un po' del Pci" - ma solo un po', sia ben chiaro...😃 ).

Vediamo alcuni passaggi che confermano quanto sopra affermato in merito al fatto che "Baffino" non è uno stupido. Partiamo dalla seguente riflessione di argomento geopolitico: <<Il mondo non si è affatto tutto occidentalizzato, come pensavamo. Anzi, l'Ovest non è sempre sulla frontiera avanzata dell'innovazione. La democrazia liberale perde fascino perché i nostri sistemi non riescono più né a mitigare le disuguaglianze né a far funzionare l'ascensore sociale. Ciò nonostante l'Occidente sembra in conflitto con tutti, con la Cina sul commercio, con la Russia sulle sanzioni, con l'Iran sul nucleare, con la Turchia sul Medio Oriente>>.

Quindi conclude dicendo che sarebbe invece necessario adottare strategie di convivenza in un mondo irriducibilmente plurale. Quasi tutto giusto. Quasi, perché i primi a pensare che il mondo si sarebbe tutto occidentalizzato erano stati proprio quei dirigenti del Pci - compreso lui - che in nome di una "realistica" presa d'atto che il capitalismo aveva vinto e nessuna alternativa sarebbe più stata possibile, avevano prontamente provveduto a smantellare il più grande partito comunista occidentale per trasformarlo in un partito liberale. E quasi perché l'idea che l'Occidente possa accettare che il mondo evolva verso un contesto irriducibilmente plurale è pateticamente ingenua, per non dire irresponsabile (che sia ingenua è lui stesso a spiegare perché, laddove elenca le cause della perdita di fascino della democrazia liberale: perde fascino perché genera paurose ineguaglianze e le genera perché questo capitalismo finanziarizzato non può fare altro, per cui non può accettare che sullo scenario mondiale appaiano nuove pericolose alternative al suo dominio assoluto).

Dagli scenari geopolitici passiamo alla politica interna. Quando Polito gli chiede perché pensa che per andare avanti alla sinistra occorra costruire un partito nuovo, risponde così: <<Il Pd era nato con la vocazione maggioritaria...ma è anche lontano da quel 30% di italiani che si riconoscono nella sinistra>> e le formazioni che se ne sono staccate, aggiunge, hanno a loro volta fallito l'obiettivo. Quindi, conclude, ci vorrebbe una forza fatta da almeno cento - duecentomila persone portate alla militanza e <<che abbiano il potere di decidere e non deleghino ai meccanismi casuali delle primarie la selezione della classe dirigente. In più dovrebbero avere un'ideologia <<una visione del mondo, un insieme di valori e un'idea di futuro>>. Mi viene da ridere pensando alla faccia che faranno i vecchi militanti del Pci cui capiterà di leggere questo passaggio. Brutto str..., penseranno, non era quello che avevamo, una poderosa struttura organizzativa (ed eravamo milioni, non centomila), una visione del mondo e un'idea di futuro!? Non sei forse tu uno di quelli che si sono dati da fare per liquidare tutto questo, e ora versi lacrime di coccodrillo e ci vieni a dire che ci vorrebbe qualcosa di "nuovo" (anzi d'antico).

Salto alcuni passaggi meno interessanti (questo governo non è entusiasmante ma non ci sono alternative) per arrivare al dunque, dove si capisce che il nostro non è stupido ma certamente non è abbastanza intelligente (ma soprattutto non è abbastanza onesto) per capire che i dati di fatto che lui stesso ha sciorinato dovrebbero indurlo a una feroce autocritica. Infatti, quando Polito gli chiede che cosa metterebbe del "vecchio" Pci in questo nuovo partito, casca l'asino: <<La serietà, il metodo, la responsabilità dei dirigenti, la qualità della loro formazione>>. Fu questo, udite udite, <<a trasformare un partito che era nato per fare la rivoluzione in un pilastro del sistema democratico>>. No caro Dalema, non fu questo, fu l'opportunismo, il cinico "realismo" di cui sopra ad operare questa trasmutazione dell'oro in merda, che viceversa le virtù cui guardi con schizofrenica nostalgia, nel momento in cui avrebbero dovuto alimentare un eroico progetto di resistenza all'apparente irreversibile trionfo del nemico di classe, erano rimaste appannaggio di una esigua minoranza che non ha potuto impedire il disastro. Quindi rassegnati: la tua intuizione per cui nessun futuro è pronosticabile per una forza che voglia costruire un'alternativa a questo mondo orribile se non nascerà un partito nuovo è giustissima, ma a costruirla non saranno uomini come te.

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Comments

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Domenico Testa
Tuesday, 22 December 2020 18:50
Massimo D'Alema è il classico esempio di leader politico trasformista.Ha liquidato-non da solo-il PCI che già nella seconda metà degli anni Settanta ed Ottanta si avviava verso l'implosione,la perdita completa del suo ruolo antagonista.Ricordo solo che al governo ha dimenticato gli stessi principi della Costituzione quando, per primo nella storia repubblicana,ha imbarcato direttamente l'Italia nella guerra del Kosovo. Nell'intervista al Corriere parla della necessità di un nuovo partito "socialista,ecologista".ma quale credibilità può avere chi per ambizione di potere ha "dialogato ed inciuciato" con tutte le forze politiche a partire dalla Lega,da Berlusconi...Non è stato solo lui a portare la sinistra a questi esiti di marginalità da cui sarà molto difficile risalire ....
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Eros Barone
Sunday, 20 December 2020 17:08
"Di Massimo Dalema si può dire tutto il male possibile (la lista dei suoi peccati sarebbe chilometrica) ma certo non si può dire che sia uno stupido." Sbagliato, caro Formenti. Il personaggio in parola ha più alterigia che intelligenza. Quale tipico esponente del "partito operaio borghese" di engelsiana memoria, è stato infatti, dopo Berlinguer e prima di Veltroni, colui che ha fatto più male al PCI (a quanto di positivo, da un punto di vista di classe, vi era nel PCI). Se un 'merito' gli va riconosciuto è semmai quello di aver messo a nudo il carattere
filo-imperialista della 'sinistra'. Solo al "Corriere della Sera" che ama razzolare tra gli avanzi del politicantismo borghese poteva venire in mente di ripescarlo. Lasciamo che si diletti con la nautica da diporto: di danni al paese e alle classi subalterne ne ha già fatti abbastanza.
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