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La scuola ha dimostrato che il contagio si può gestire, ma …

di Sandro Arcais

La scuola ha dimostrato che il contagio si può gestire. Non lo affermo io. Lo afferma implicitamente l’Istituto Superiore di Sanità, e lo afferma anche il sito on-line della rivista Nature. Ma nel mio piccolo lo affermo anch’io, che a scuola ci lavoro.

Ma la scuola induce necessariamente la movimentazione di milioni di ragazzi che questo inizio autunno sono stati uno dei vettori della ripartenza dei contagi. I ragazzi uscivano di casa la mattina, si intruppavano nei mezzi di trasporto, lì qualcuno contagiava qualcun’altro, arrivavano a scuola dove il virus del contagiato si fermava nella mascherina, uscivano da scuola, si intruppavano nei mezzi di trasporto, lì qualcuno contagiava qualcun’altro, arrivavano a casa e lì chi era contagiato contagiava tutti i familiari. E il giorno dopo la giostra cominciava un altro giro.

Ora, da quest’ultima considerazione il ragionamento può dirigersi in due direzioni opposte.

La prima: siccome tutto il resto non ha funzionato e prima e dopo la scuola i ragazzi si contagiano, la scuola deve rimanere chiusa.

La seconda: la scuola ha saputo controllare i contagi, quindi prendiamo esempio da lei e applicchiamolo anche negli altri contesti dove le persone si assembrano e socializzano, trasporti pubblici primi tra tutti.

La prima direzione è quella del virogolo Massimo Galli (il famoso competente esperto virologo secondo il quale l’incubazione del virus dura almeno 6 settimane).

La seconda direzione, decisamente opposta e contraria, è stata presa, per esempio dal gruppo di studenti, insegnanti, genitori, educatori di Priorità alla scuola.

Le due direzioni condividono un presupposto comune: il virus c’è e per la sua velocità di contagio ha la capacità di far saltare il sistema sanitario, e nel momento in cui salta il sistema sanitario non è solo il virus il problema, ma a questo si somma l’incapacità del sistema sanitario di seguire la normale amministrazione.

Qui non ci sono negazionisti, e non ci sono neanche no mask.

La scuola deve riaprire e le lezioni in presenza devono ricominciare. Ma la scuola non è un’isola: potrebbe ripetere l’ottimo lavoro di questo inizio autunno, ma se fuori non si pone rimedio agli errori, sarebbe costretta a chiudere nuovamente, e avremmo ottenuto solamente un’ennesima lista di morti evitabili.

Ne discenderebbe la necessità di fare un passo indietro e ragionare sulle cause delle decine di migliaia di morti da marzo dell’anno appena chiuso a oggi. Uso il condizionale, perché le cause sono il grande assente del dibattito su quello che ci sta succedendo da un anno. Non siamo più capaci di ragionare in termini di cause. Conosciamo solamente soluzioni tecniche ai singoli problemi che volta per volta emergono. Le cause, dunque.

Perché quindi il coronavirus ha fatto in Italia così tante vittime, poche dirette, molte indirette e forse ancora di più collaterali? In veloce sintesi:

  • la totale impreparazione del paese all’impatto di un nuovo virus altamente contagioso: mancava un piano pandemico che non fosse solo e burocraticamente sulla carta, mancavano le scorte dei presidi sanitari necessari ed essenziali, è mancata una tempestiva identificazione della dimensione del pericolo, si è sottovalutata la novità della aumentata interconnessione della Cina anche con il nostro paese avvenuta negli ultimi venti-trent’anni;
  • la mancanza di una visione strategica della nostra classe dirigente, politica e non, di una capacità di lettura dei cambiamenti epocali che stanno avvenendo sotto i nostri occhi a cui il paese deve essere necessariamente e minimamente preparato;
  • la forte concentrazione regionale dei casi;
  • trenta e più anni di tagli alla sanità pubblica e di una politica tesa alla privatizzazione del servizio e quindi allo sbilanciamento verso quei settori sanitari che garantivano maggiori profitti;
  • il progressivo indebolimento del servizio sanitario di base nel territorio, e quindi l’assenza o l’estrema debolezza di uno strumento di intervento tempestivo domiciliare che evitasse di centralizzare la cura negli ospedali, sovraccaricandoli;
  • le visite specialistiche ritardate e ora rimandate;
  • la mancanza, ancora oggi, di un protocollo ufficiale che guidi i medici di base nella cura a casa della malattia (alla bozza di novembre non è seguita la sua pubblicazione ufficiale);
  • dalla causa precedente discendono i ritardi nell’affrontare la malattia sin dal suo primo manifestarsi, in attesa di un tampone che ne ufficializzi l’esistenza, e intanto questa peggiora e ti ritrovi in ospedale;
  • la mancanza di un sistema di tracciamento efficiente;
  • la mancanza di uno screening efficiente: in Italia si insegue il virus invece di anticiparlo;
  • servizi di trasporto pubblico cronicamente carente;
  • una crescente fascia di popolazione in una condizione di povertà assoluta (il covid non è una livella: il suo impatto è direttamente proporzionale alla deprivazione economica).

Perché la scuola non ha riaperto a gennaio e molto probabilmente non riaprirà e se riaprirà sarà costretta a chiudere dopo un mesetto? Perché delle cause elencate, a nessuna è stata messa mano. Sono ancora tutte lì in azione.

L’Italia è in una classica situazione autocatalittica negativa: in un sistema già in crisi è caduto il meteorite del covid-19 per rispondere al quale si sono messi in atto rimedi che hanno velocizzato la crisi stessa. Non si sa come uscirne perché uscirne implicherebbe un’inversione di rotta a U degli indirizzi strategici della politica economica e di quella internazionale, europea prima di tutto, che hanno guidato le classi dirigenti di questo paese sin dalla selezione artificiale operata agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso dalle inchieste giudiziarie di Mani Pulite e dalle stragi e attentati mafiosi.

E mentre il processo di implosione del nostro paese aumenta di velocità (o “cresce in maniera esponenziale”, come piace spesso dire dei contagi a immunologi e virologhi da prima pagina), noi pensiamo che per difenderci dal disastro sia sufficiente chiuderci nel nostro fragile guscio di lumachine speranzose di cavarsela in qualche modo. E nell’arrivo del vaccino.

P.S. – Dal 7 gennaio ho deciso di tornare a lavorare a scuola, perché la mia casa non è un albergo e neanche una scuola. Un piccolo segno di ribellione e di protesta, non contro il covid-19, che, meschinello, fa solo ciò che la sua natura gli impone di fare, ma contro la classe dirigente di questo paese che, diversamente dal virus, ha sempre la possibilità di scegliere una soluzione migliore al problema. Se a qualcuno dei miei colleghi capitasse di leggere queste mie riflessioni e volesse associarsi alla mia protesta silenziosa, mi trova a scuola.

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