
Dalla penna al missile green: Bruxelles cambia stile
di Gianfranco Apuzzo
L’Europa del 2023 sembra intrappolata in un paradosso storico. Mentre annuncia piani di riarmo da 800 miliardi di euro – una cifra superiore al Pil annuo di Paesi come Paesi bassi o Svizzera – ripete meccanicamente gli errori che portarono al collasso del 1914 e del 1939. Prima della Prima Guerra Mondiale, il continente viveva la Belle Époque: un’epoca di fiducia nel progresso, con investimenti in scienza, infrastrutture e cultura. La spesa militare rappresentava appena il 3-4% del Pil delle maggiori potenze (The Economics of World War I, Cambridge University Press), ma bastò un decennio di tensioni (1904-1914) per portarla al 10-15%, accompagnata da una rete di alleanze segrete e nazionalismi esplosivi. L'Europa della Belle Époque era un continente in bilico tra splendore e illusione, un mondo raffinato che sembrava destinato a non finire mai. Dall’ultimo ventennio dell’Ottocento fino al 1914, il Vecchio Continente conobbe un periodo di straordinaria crescita economica, progresso tecnologico e fermento culturale. Le città si trasformavano in metropoli moderne, illuminate dalla luce elettrica e percorse dai primi tram, mentre le classi borghesi godevano di un benessere senza precedenti. Parigi, Londra, Vienna, Berlino erano il cuore pulsante di un'epoca che celebrava l’arte, la moda, il divertimento e l’innovazione. Era il tempo del cancan al Moulin Rouge, delle operette di Offenbach, delle Esposizioni Universali che mostravano al mondo le meraviglie della modernità.
La Tour Eiffel, inizialmente criticata, divenne il simbolo di un progresso sfrontato. La pittura impressionista rompeva le convenzioni accademiche, mentre la letteratura si apriva a nuove sperimentazioni: Proust cercava il tempo perduto, Kafka scriveva di alienazione, Freud decifrava la psiche umana. L’Art Nouveau decorava i palazzi, manifesti e oggetti quotidiani con le sue linee sinuose, mentre le prime automobili iniziavano a concorrere con le carrozze per le strade cittadine. La scienza e la tecnica sembravano promettere un futuro radioso. Le fabbriche producevano a ritmo serrato, la ferrovia univa città lontane in tempi prima iniimmaginabili, il telegrafo accorciava le distanze. La medicina compiva progressi straordinari, le condizioni di vita miglioravano, l’aspettativa di vita aumentava. Si respirava un ottimismo diffuso, una fiducia cieca nella capacità dell’uomo di dominare il mondo. Gli aristocratici frequentavano i caffè letterari e le prime sale da tè, i borghesi si concedevano vacanze nei nascenti stabilimenti balneari, finalmente le classi popolari assaporavano i primi effetti del miglioramento delle condizioni di lavoro. L’Europa era un modello per il mondo. Ma dietro il velo dorato della Belle Époque si nascondeva un’ombra lunga e inquietante. Mentre i salotti brillavano di intellettuali e artisti, le grandi potenze europee si osservavano con crescente sospetto. L’industria militare non smetteva di svilupparsi, le alleanze politiche si irrigidivano, il nazionalismo cresceva. Gli imperi si sfidavano in una corsa agli armamenti e nella conquista di territori coloniali, le tensioni si accumulavano come nuvole cariche di tempesta. La spensieratezza era reale, ma fragile, come un bicchiere di cristallo pronto a frantumarsi. Ursula von der Leyen lo sa questo? Quando nel giugno del 1914 un colpo di pistola a Sarajevo squarciò l’illusione della pace, la Belle Époque finì in un istante. Quel mondo di sogni, di balli e di scoperte fu ingollato dalle trincee della Grande Guerra. L’Europa che si era cullata nella certezza del progresso si risvegliò tra il fango, il fuoco e il sangue. Il sogno si infranse, lasciando il posto al secolo delle guerre, delle rivoluzioni e delle disillusioni. La Belle Époque, così luminosa e fugace, divenne il simbolo di un’innocenza perduta, e forse mai più riconquistata. Quando scoppiò la guerra, l’Europa perse il 40% della sua produzione industriale (Storia Economica della Prima Guerra Mondiale, Oxford Academic), 20 milioni di vite umane (Imperial War Museum) e il ruolo di “centro del mondo”. Vent’anni dopo, la storia si ripeté. Negli anni ’30, mentre la Germania nazista aumentava la spesa militare dal 3% del Pil nel 1933 al 17% nel 1938 (Bank for International Settlements, 1939 Report), l’Europa rispose con politiche di riarmo competitivo. La Francia, ad esempio, destinò il 30% del suo bilancio statale alla difesa nel 1939 (French National Archives). Il risultato? Una corsa agli armamenti che trasformò l’Europa in una polveriera. Nel 1939, le principali potenze europee producevano collettivamente oltre 50.000 aerei militari all’anno, rispetto ai 3.000 del 1933 (World War II Database). Questo non fermò Hitler: al contrario, lo convinse che una guerra lampo fosse l’unica opzione.
Oggi, mentre l’UE discute di stanziare 800 miliardi per “difendersi da minacce esterne”, io che sono poco intelligente ancora non ho capito quali sono queste minacce esterne. L’unica cosa che mi viene in mente, visto che non abbiamo materie prime in quantità da far gola a qualcuno, sono i consumatori sono l’unica cosa appetibile. 50.000.000 di consumatori, ben addestrati da un capitalismo che sta mangiando se stesso, i numeri rivelano una pericolosa analogia. La spesa militare europea è già salita da 186 miliardi di euro nel 2014 a 289 miliardi nel 2023 (SIPRI Military Expenditure Database), con Germania e Francia che pianificano di superare il 2% del Pil entro il 2025 (NATO Guidelines, 2023). Eppure, l’unico motivo razionale per cui l’Europa potrebbe essere un bersaglio è la sua posizione geografica: crocevia tra Asia, Africa e Americhe, con il 25% del commercio marittimo globale che passa per i suoi porti (UNCTAD, 2023). Ma questa posizione non si difende con i carri armati: si protegge con accordi commerciali, cooperazione regionale e soft power. D I P L O M A Z I A . Il paradosso più grottesco è la contraddizione tra riarmo e transizione verde. Per raggiungere gli obiettivi del Green Deal (neutralità climatica entro 2050), l’UE stima di aver bisogno di 7.000 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2030 (European Green Deal, 2023). Di questi, solo 1.000 miliardi sono attualmente finanziati (Bloomberg NEF, 2023). Gli 800 miliardi del riarmo rischiano di cannibalizzare risorse critiche: ad esempio, l’industria bellica è responsabile del 5-6% delle emissioni globali di CO2 (Conflict and Environment Observatory, 2022), mentre un singolo caccia F-35 consuma 5.600 litri di carburante all’ora, equivalente alle emissioni annuali di 40 automobili (U.S. Department of Defense, 2021). Due guerre mondiali ci hanno insegnato che il riarmo non previene i conflitti: li anticipa. Nel 1939, nonostante la spesa militare di Francia e Regno Unito superasse quella tedesca (The Economics of World War II, Cambridge), Hitler attaccò lo stesso, convinto di poter vincere una guerra lampo. Oggi, un’Europa militarizzata non dissuaderebbe nessuna potenza, anzi le spingerebbe a cercare alleati o a colpire per primi. È un calcolo strategico elementare: se l’avversario percepisce una minaccia, agisce per neutralizzarla. La lezione è chiara. Siamo un continente che sta sfociando nella comicità, come possiamo pensare di avvicinarci alla Cina, alla Russia, agli USA ? Nel 1914 e nel 1939, l’Europa credeva che più cannoni significassero più sicurezza. In entrambi i casi, la guerra fu scatenata da una combinazione di paura, errori di calcolo e arroganza. Oggi, mentre il 60% dei cittadini UE chiede più investimenti in sanità e scuola (Eurobarometro, 2023), i governi scelgono di destinare 800 miliardi a sottomarini e droni. Non è solo miopia: è un tradimento del futuro. Stiamo gettando un occasione unica di dimostrare al mondo intero che non sono le armi a far evolvere l’essere umano. Albert Einstein, fuggito dalla Germania nazista, ammoniva: "La guerra non può essere umanizzata. Può solo essere abolita" (Einstein Archives). L’Europa, che ha inventato sia la guerra totale sia il welfare state, dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro. Invece di scavare trincee finanziarie, dovrebbe usare quei 800 miliardi per costruire ospedali resilienti alla crisi climatica, università gratuite, una rete paneuropea di energie rinnovabili. Perché, come dimostrano i numeri, l’unica difesa efficace è rendere il continente così prospero, connesso e avanzato che nessuno avrebbe interesse ad attaccarlo. Due volte abbiamo scelto la strada sbagliata. La terza sarebbe la definitiva resa alla stupidità umana. Forse l’esperimento di John B. Calhoun “universo 25” andrebbe replicato con gli umani e non con i topi, aimè il risultato non cambierebbe, ci estingueremmo lo stesso.








































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