Mal d’Europa
di Antonio Cantaro
Anticipiamo l’intervento di Antonio Cantaro al seminario del prossimo 20 febbraio che si terrà presso il Senato della Repubblica (Sala ISMA, Piazza Capranica n. 72, ore 17,30) e in cui verrà discusso il volume curato da Enzo Di Salvatore “L’Europa in transizione. Gli Stati membri, le sfide della globalizzazione e la crisi dell’ordine internazionale” (Giuffrè, 2025).
Il titolo del volume che discutiamo oggi pomeriggio ha un titolo – L’Europa in transizione -politicamente e accademicamente corretto. Cioè, noioso e respingente per i comuni mortali. Ma sin dalla densa introduzione di Enzo Di Salvatore si capisce che si tratta, al contrario, di un libro mosso, tormentato, pieno di contributi inquieti. L’Europa in transizione di cui parlano i saggi che compongono il volume è chiaramente una Europa e un Occidente che hanno da tempo oltrepassato la soglia della transizione e navigano nelle acque del male. La martoriata Ucraina, l’etnocidio dei gazawi e, in queste settimane, l’orrore di un sistema, il sistema Epstein, che sarebbe un errore pensare destinato soltanto a sfiorare le classi dirigenti del Vecchio continente. Il male, il male assoluto, c’è e questo non è il tempo delle “anime belle”. È – deve essere – il tempo del politicamente e accademicamente scorretto, il tempo del coraggio, se non vogliamo ipocritamente consolarci con la cattiva retorica della responsabilità verso le generazioni future. Abbiamo il gramsciano dovere etico-politico di essere controcorrente: urticanti dice il filosofo. E urticante è Luigi Ferrajoli quando parla senza mezzi termini di “disfatta dell’Unione europea” e della necessità di una sua “rifondazione”.
E urticanti sono le “rotture nel processo di integrazione” esaminate, a diverso titolo, da Guido Corso e Francisco Balaguer Calleion. Così come urticanti sono le lucide considerazioni di Maria Luisa Ferrarese sulla “strategia antioccidentale” di Trump.
Roberta Monticelli, sin dal titolo del suo saggio – L’Europa che ha perduto la ragione e il suo Oriente – non fa, da intellettuale autentica, sconti a niente e a nessuno. Non escludo che Roberta Monticelli non condivida tutte le cose che sostengo nel mio contributo e nemmeno quelle che sosterrò oggi. E, tuttavia, c’è un punto essenziale che certamente condividiamo. L’Europa che ha perduto la ragione è l’Europa che ha perduto il suo Oriente. E l’Europa che ha perduto l’Oriente (è capitato anche a me di parlarne in un libretto di pochi anni fa, L’orologio della guerra. Chi ha spento le luci della pace, NTSMEDIA, 2023), è l’Europa che ha sciaguratamente non compreso e tradito il progetto di casa comune europea di quel russo che va sotto il nome di Michael Gorbaciov. Un’Europa di cui la Russia poteva solo essere non solo parte geografica, non solo un’anima grande e profonda, ma che poteva anche divenire parte costitutiva, attraverso il ponte di tutte le repubbliche nord-occidentali (Ucraina, Bielorussia, Repubbliche baltiche), della rinnovata Federazione di Stati Indipendenti in cui l’Unione Sovietica avrebbe dovuto e potuto pacificamente trasformarsi. Archeologia? Certamente, ma si tratta di una archeologia di cui siamo irresponsabilmente complici e, soprattutto, di una genealogia dell’abisso in cui rischiamo oggi giorno di più di precipitare.
Reykiavik , 1986. Appena installato al vertice, Gorbaciov persuade Reagan a riprendere il negoziato lanciato l’anno primo per il disarmo nucleare bilaterale. E dopo un anno, in effetti, viene siglato l’accordo USA- URSS sull’eliminazione dei missili a corto e medio raggio. Pochi però – ci ricorda Roberta Monticelli - capiscono che questo era per il nuovo leader russo l’aspetto «esterno» della perestrojka, di quella «rivoluzione democratica delle menti» e delle istituzioni che produsse, insieme a una fioritura di vita culturale e civile mai più veduta in Russia dopo gli anni ’20, la prima elezione veramente democratica: quella che nel ’90 portò Eltsin alla Presidenza della Repubblica Russa. La prima ma anche l’ultima perché Eltsin non solo si guarda bene dal concederne mai un’altra, ma nell’ottobre 1993 prende a cannonate il suo Parlamento. Quello che segue è il colpo di mano con cui Eltsin porta a compimento la dissoluzione dell’Unione Sovieticae a intraprendere di lì a poco la sciagurata guerra cecena. L’occidente non solo non capisce, ma sostiene Eltsin.
5 febbraio 2026. L’ultimo accordo di controllo nucleare tra Russia e Stati Uniti, il trattato New START, siglato nel 2010 e destinato a regolare e contenere i rispettivi arsenali strategici non viene rinnovato. Quasi nessuno ne parla. I media ormai si occupano solo dell’iperrealtà, dei simulacri, la realtà non fa audience. Il piccolo web magazine, fuoricollana.it, che dirigo insieme a Federico Losurdo, pubblica un articolo di quello che la nostra redazione chiama scherzosamente il nostro inviato a Mosca, Vincent Ligorio, Direttore del dipartimento di Geopolitica presso Analytica for Intelligence. Perché lo pubblichiamo, correndo anche qualche rischio? Perché, come spiega, Vincent Ligorio, il mancato rinnovo del New START è comunque destinato a restare nella storia come l’ultimo pilastro di un’architettura di controllo nucleare. Dal 6 febbraio di quest’anno non esistono più controlli e limitazioni, non vi è più nemmeno quel pur fragile ordine che almeno regolamentava le regole di ingaggio per l’uso delle armi nucleari. Si è aperto un “mercato” strategico libero, uno spazio dove potenziali potenze “medio-grandi” sono spinte a sviluppare programmi nucleari propri senza la rete di “controlli incrociati” che fino a ieri mitigavano la corsa al nucleare.
Altro che rearm Europe, altro che le “chiacchiere e distintivo” dell’ineffabile Signora Von Der Lyen. Siamo di fronte non solo ad una proliferazione incontrollata di armi atomiche in tutto il mondo ma a una balcanizzazione della deterrenza nucleare in cui gli Stati non sono più ancorati a un regime comune di controllo ma spinti a creare i propri meccanismi di sicurezza, ciascuno con la propria logica strategica e le proprie soglie di allarme. E non si tratta di una speculazione astratta: la crisi russo-ucraina stessa assume un’altra prospettiva strategica in mancanza di un quadro di equilibrio nucleare chiaro. Una deterrenza liquida, molteplice, frammentata. Una dialettica fra potenze che non è più solo questione di “due super-potenze” ma di un mosaico di attori, con capacità atomiche disparate, che percepiscono incentivi diversi a costruire arsenali o a rafforzarli (https://fuoricollana.it/cera-una-volta-la-deterrenza-nucleare-e-ora/).
La gorbaciana profezia secondo cui nel tempo delle armi nucleari «l’umanità ha smesso di essere immortale» si arricchisce, si fa per dire, di nuovi inquietanti motivi. Non ci resta che «pregare»? O è ancora possibile «agire affinché la profezia gorbaciana non si avveri»? Essendo un ateo devoto non disdegno né la preghiera né l’azione. In quanto “intellettuale sano” mi auguro poi che questa Unione europea chiuda per sempre i battenti e sorga un’altra Europa. Prima, infatti, delle più o meno velleitarie “cooperazioni rafforzate”, prima della falsamente salvifica cancellazione del diritto di veto, abbiamo un gigantesco problema di orientamento. Orientamento nel senso etimologico e storico della parola: la pratica di costruire edifici, in particolare i templi greci e romani, con la facciata volta verso oriente.
Il mancato sguardo a Oriente è un tema presente nel mio contributo il Male oscuro dell’Europa e, ancor più, nel contributo di Roberta Monticelli. A questo si sono più di recente aggiunte le considerazioni contenute nel libro di Luigi Zoja Il nostro tempo. Narrare un’Europa (Bollati Boringhieri, 2025). Il confitto russo-ucraino ha riaperto – osserva l’autorevole psicanalista e saggista – antiche ferite, ma anche vecchie attrazioni: la Russia è percepita non solo come minaccia ma anche come enigma, come richiamo. Non tanto per ciò che è oggi, quanto per ciò che ancora rappresenta nell’immaginario europeo, uno spazio di lentezza, profondità, silenzio, qualità perdute in un Occidente accelerato e nervoso. Poi dietro la Russia, c’è un altro specchio; quello dell’ebraismo. Inteso non soltanto come identità religiosa, ma come componente rimossa, eppure fondante, della cultura occidentale. Se l’Europa è figlia del monoteismo, lo è anche – forse soprattutto – della sua matrice ebraica: una parte che resta viva anche in chi non è ebreo per nascita, ma in qualche modo lo è culturalmente, simbolicamente, affettivamente. L’identità ebraica diventa così un luogo denso del pensiero europeo, la chiave della sua profondità e anche della sua nevrosi: ciò che genera amore e rifiuti, identificazione e paranoia. Infine, c’è l’Europa ricca, fragile, disabituata al sacrificio e forse anche alla vita comune.
‘Traduco’, per chi considererà le mie considerazioni ancora troppo metaforiche. L’Europa che da Maastricht in poi è solo calcoli e convenienze (economiche, geo-economiche, geopolitiche) non ha passato, non ha presente, non ha futuro. È tempo di una nuova Europa, di una Europa multilaterale perché multinazionale, di una Europa sovrana perché pacifica e pacificatrice, di un’Europa non populista ma dei popoli. Lo sappiamo: questa Europa è l’incubo di The Donald. Se l’è cercata, se la merita. Ma per questo è, innanzitutto, necessario che noi tutti ci lasciamo alle spalle l’ethos perbenista, “democratico” e “progressista”, delle inconsolabili vedove mediatico-politiche di “questa non è la mia America” (https://fuoricollana.it/loro-di-hitler-e-tempo-di-europa/?print=print). Anche l’America trumpiana è, non da oggi, America. Il trumpismo è la malattia senile dell’americanismo, ha scritto recentemente in uno splendido saggio Luigi Alfieri (https://fuoricollana.it/il-trumpismo-malattia-senile-dellamericanismo/). Chi non può proprio fare a meno dell’etica melensa dei buoni sentimenti non ha nell’infinita produzione hollywoodiana che l’imbarazzo della scelta. Buona visione. Lasciate che a curarsi di cose serie – a curarsi del Mal d’Europa – siano persone serie.









































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