
Sventurata la terra che ha bisogno di eroi
di Mauro Armanino
Voce del banditore- « Io, Galileo Galilei, lettore di matematiche nell'Università di Firenze, pubblicamente abiuro la mia dottrina che il sole è il centro del mondo e non si muove e che la terra non è il centro del mondo e si muove»
Andrea- (forte) Sventurata la terra che non ha eroi!
Galileo- No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.
Questa nota citazione è tratta dall’opera ‘ Vita di Galileo’ di Bertold Brecht, drammaturgo, poeta e regista teatrale tedesco del ‘900, il secolo breve o meglio l’Età degli Estremi dello storico britannico Eric Hobsbawm. O allora, l’età della ‘Cecità’, secondo il titolo in italiano del romanzo distopico e profetico del premio nobel per la letteratura José Saramago. L’improvviva epidemia di cecità ‘bianca’ che, nel romanzo, colpisce la società è forse una delle metafore più acute e drammatiche del nostro tempo. Nel romanzo citato gli eroi, orientati dall’unica persona che ancora vede, sono coloro che sopravvivono con brandelli di umanità che scopre, proprio nella cecità, il dramma della vita. Dopo aver toccato il fondo dell’impotenza e la disperazione, cominceranno a ritrovare la vista.
Chi ‘protegge e difende’, secondo il senso etimologico della parola, è definito un eroe. Lo scrivente ha avuto il privilegio di conoscere e fare amicizia con molti eroi. Dal padre partigiano che ha lavorato nella fornace dei mattoni, alla madre contadina che da bimba ha fatto la serva.
Le tante madri che hanno dato vita e fatto crescere dal nulla i figli concepiti e nati senza saperlo o volerlo. Coloro che hanno rifondato la vita dopo la guerra che ha loro distrutto casa, passato e identità. Padri che escono la mattina e sperano di trovare un lavoro o quanto meno qualcosa perchè in famiglia si possa mangiare qualcosa. Donne che si inventano quotidiani miracoli da fare, da produrre e da vendere. Eroi coloro che sanno che dai diamanti non nasce niente mentre solo dal letame nascono i fiori.
Si è appena celebrato nella città di Genova il venticinquesimo anniversario del noto G8 e soprattutto del ‘Genoa Social Forum’. Migliaia di giovani che per qualche giorno hanno denunciato e resa più evidente la ‘cecità’ che la globalizzazione neoliberista aveva orchestrato. Hanno messo in comune fragili e possibili pratiche di libertà. Sappiamo che ai potentati del tempo e di quelli attuali ciò risulta oltremodo sospetto. Le occasioni per frenarne la novità non mancarono. La scusa della violenza programmata, facilitata, provocata e infine applicata ne è stato il tentativo più evidente. Menzogne, manipolazioni, interessi di parte e odio hanno complicato la verità dei fatti. Le sofferenze di tanta gente è stata tradita. L’uccisione di Carlo Giuliani si conferma come una memoria ferita da sanare.
Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, ricorda il citato Galileo. Se per eroi intendiamo i valorosi avventurieri (armati ?) che, soli e contro tutti, sono i salvatori della patria, allora Brecht ha ragione. ‘Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: ci si libera insieme’, lo ricordava il pedagogista brasiliano Paulo Freire nel suo testo, forse dimenticato, ‘La pedagogia degli oppressi’. Sventurato chi avesse bisogno di questo tipo di condottieri, uomini o donne forti che diano sicurezza ad impauriti e sperduti cittadini. Eroi sono, piuttosto, coloro che accortisi della propria cecità, operano un’azione di riconquista dei propri ‘territori’ interiori ed esteriori. Territori mentali e sociali colonizzati da decenni di capitalismo ormai ‘naturalizzato’, assimilato e reso spesso compatibile con la politica e le religioni.
Scacciano gli idoli del potere che li opprime. Insorgono contro l’usurpazione dell’immaginario del dio denaro che tutto ha trasformato in merce. Liberarano i sogni da troppo tempo imprigionati dalla paura di vivere e scrivono la pace a mani nude. Solo a costoro, eroi feriali, apparterrà il futuro.












































Comments
mi hai fatto venire in mente che Eco, mezzo secolo fa (apocalittici e integrati? vado a memoria...) aveva strutturato l'intuizione brechtiana, le aveva dato la profondità analitica che meritava, parlando dei supereroi dei fumetti a stelle e strisce. Che ancora oggi impestano, secondo gli stessi stilemi di allora, l'etere con le loro "riduzioni cinematografiche" o, sempre per restare in tema eroico, "saghe".
Qualcuno poi aveva anche polemizzato, sulla fine del secolo scorso, su altri eroi nostrani: commissari e commissarie, dottori e dottoresse, avvocati e avvocatesse, preti e suore...
Poi citi eroi veri, gli stessi che ho avuto la fortuna di conoscere anch'io. Come nonni, più che come padri. E senza nulla togliere ai padri, a cui voglio bene anche perché, ora che padre sono anch'io, mi rendo conto essere stati molto meglio di me. Ma ai nonni, non solo per legami di sangue, ma proprio anagrafici, io che ho avuto la fortuna di nascere e crescere in un quartiere di palazzoni da tremila famiglie, e che di quei nonni ne ho conosciuti a decine, è sempre andata la mia ammirazione: emigrati in Germania e rientrati, braccianti protagonisti di lotte contadine per la terra, peraltro paludosa (l'Arneo), analfabeti che fuori dall'orario di lavoro studiavano, mezzadri con la quinta elementare che però facevano sempre trovare un giornale in casa e, anche qui, dopo l'orario di lavoro, tenevano aperto per decenni ogni sera un circolo ricreativo, eccetera, eccetera. Freire che facevano loro senza sapere neanche chi fosse, perché era giusto così.
Ciascuno di loro, con una statura morale gigantesca, da starosta del villaggio di tolstojana memoria, pur non essendo capovillaggio ma, al massimo, capofamiglia. Ci torna peraltro Gor'kij, quando parla del minatore Nikita Izotov, da lui chiamato bogatyr' (mitico eroe a cavallo della mitologia slava). Eroe - chiedo scusa se mi ricito, ma certe cose mi piacerebbe averle trovate già tradotte, e non essermi ridotto io a tradurle... anch'o fuori dall'orario di lavoro - per aver "aver elevato il proprio lavoro alle vette dell'arte" (“он возвысил труд свой до высоты искусства”).
E qui abbiamo, forse, l'evoluzione dell'eroe da noi conosciuto. Quello che per necessità e convinzione diventava fiore nel letamaio e aiutava altri fiori a nascere, crescere, fiorire, divenire anch'essi eroi, in questo senso e aiutare altri fiori, a loro volta, a nascere, crescere, fiorire.
Fiori che avrebbero dato, a questo punto, i loro frutti. Continua Gor'kij:
“Nel nostro Paese ogni lavoro deve proprio trasformarsi in arte: l’arte di trasformare il mondo, l’arte di cambiare il Paese, abbellendolo con le parole, coi fatti, con le cose. Le cose belle generano nelle persone immaginazione creativa, oltre che rispetto per il lavoro.”
В нашей стране всякий труд должен превращаться именно в искусство преображать мир, в искусство изменения страны, украшения её словом, делом, вещами. Красивые вещи воспитывают творческое воображение людей и уважение их к труду. (questo e altro qui... altrimenti non potrei scriverlo in una pausa sigaretta)
https://sinistrainrete.info/storia/18411-paolo-selmi-2-2-5-l-emulazione-socialista-in-urss-parte-iii.html
Eroe in un lavoro non alienato, dove il "lavorare per sé" di leniniana memoria è, naturalmente, direttamente, "lavorare per tutti". "Da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni" come ideale che, come recita la canzone più bella del mondo, "nostro alfine sarà"...
L'emulazione socialista nasceva così. Fine pausa sigaretta...
grazie di tutto
Paolo Selmi