Fra liberal e rosso-bruni. “Certe sere Pablo” di Gabriele Pedullà
di Mimmo Cangiano
Sin dall’epigrafe da Victor Marouck (militante socialista e comunardo), si sottolinea il tema della memoria come fil rouge dei racconti in questione. Il motivo – la sinistra che riflette sulla propria storia e sulla progressiva scomparsa di un mondo in cui “tutto era politica” – attraverserà infatti l’intero volume, ma sarà trattato in modo diverso a seconda del differente contesto temporale (e della differente età dei protagonisti) concernente i tre racconti.
Il primo, Portolano degli anni bisestili, è legato a un giovane cresciuto in un contesto di estrazione borghese e di intellighèntsia di sinistra. Qua il meccanismo mnemonico assume il compito di trasportarci in anni, pre-riflusso, in cui la politica risulta immanente fin nelle confuse visioni ideologiche del protagonista rappresentato bambino nelle prime pagine: “I fascisti sono i cattivi, almeno questo è chiaro”. Ma pure, e sarà un tratto costante dell’intero volume, si intravedono costantemente segni premonitori del riflusso incipiente, tanto nelle attitudini psicologiche – già tardo capitaliste – che attanagliano da presso i personaggi (riflessioni strumentali con la felicità personale al primo posto, individualismo montante, ecc.), quanto nelle indicazioni di contesto fornite dal narratore medesimo: i tre, quattro compagni di scuola (comunque ancora una minoranza) che scioperano al fine di andare a giocare a biliardino.
Risalta, ad esempio, la figura dell’amico che dà al protagonista la prima lezione di socialismo, e che è però, in realtà, già un’introduzione al mondo post-fordista, dove il compito della politica non è più la creazione di un’uguaglianza generalizzata e di un mondo estrano a una competitività di tipo darwinista, ma è quello di creare le condizioni all’interno delle quali gli individui possano partecipare ad armi pari a una gara sociale la cui iper-competitività comincia a risultare un dato ineliminabile.
Il filtro mnemonico, questo il punto, trova così sempre la presentificazione postmoderna come suo corrispettivo, sia come prefigurazione di ciò che accadrà qualche anno dopo, sia in taluni inserti narrativi finalizzati a mostrare gli sviluppi futuri di quanto raccontato: il farsi pop della sinistra, la perdita della tensione dissenziente, il ripiegamento nel privato, ecc.
In tal senso uno degli elementi più interessanti è la precoce mercificazione degli stessi stilemi ideologici, vale a dire la riflessione narrativa sulla capacità del mercato di appropriarsi, a fini di profitto, delle stesse ideologie contestative. L’assorbimento dei militanti all’interno della società dei consumi è infatti costantemente giustapposta, già nel primo racconto, alla bovaristica (e talvolta para-dannunziana) immagine di sé e del proprio ruolo politico, secondo un procedimento che rende ambigua la stessa narrazione, pur chiaramente simpatetica, delle loro vicende e riflessioni.
Però, diversamente da molta narrativa sul tema, non si trova qui quel godimento un po’ peloso verso l’inevitabile conclusione di tale attivismo e di tali ideologie, ma anzi la coscienza della sconfitta futura pare talvolta attanagliare, in un surplus di consapevolezza teorica, gli stessi personaggi, e spesso a causa della coscienza che questi mostrano rispetto alla loro estrazione sociale (in gran parte middle-class). Per citare insomma una battura famosa di un film famoso (e sul tema) “avevo avuto la sensazione che per noi, figli della borghesia, non ci fosse scampo”.
Anche su motivi particolarmente complessi, come il rapporto fra ideologia comunista e omosessualità, il discorso infatti mantiene un elevato grado di ambiguità. Da un lato la vecchia chiusura comunista (l’omosessualità come perversione borghese) è trascinata giustamente nel ridicolo, dall’altro la prospettiva inclusivista (già declinata dai personaggi in ottica liberale e non rivoluzionaria: “che in certi campi ognuno abbia il diritto di fare come gli va a genio”) mostra un certo legame con le nuove prospettive liberal (e sarebbe fin troppo facile citare Pasolini) che si vanno diffondendo.
Del resto un tratto ricorrente, soprattutto nel primo racconto, è proprio quello di delineare un legame fra vicende private e posizionamento ideologico, legame doppiamente sottolineato – al livello della narrazione – da certe riflessioni di tipo psicanalitico. Questo è un tratto appunto ricorsivo della letteratura sul tema, un tratto che però a me sembra ridurre sempre il concetto di ideologia al concetto di “derivazione” per come lo intendeva Pareto (l’ideologia come incanalamento concettuale del vissuto e degli interessi personali). E si tratta insomma di capire se tale meccanismo narrativo non rischi poi di mostrarsi a sua volta come uno degli assi portanti del “presentismo” attuale, magari proiettando all’indietro (e rischiando così di “naturalizzare” la storia) certi meccanismi mentali che sono certo parte del nostro presente: si pensi semplicemente ai meccanismi brandizzanti legati oggi all’attivismo contemporaneo. Ma va aggiunto che il primo racconto è ambientato comunque ai tempi della Pantera, quindi in anni effettivamente contigui al nostro orizzonte ideologico neoliberale che ha individualizzato (e mercificato) anche le lotte.
Pedullà del resto si smarca dal rischio della naturalizzazione mediante un altro asse tematico del racconto, quello riguardante la relazione fra il protagonista (intellettuale) e le masse, o più correttamente i lavoratori manuali. Nella trattazione di questi ultimi, infatti, gli elementi ideologici più deteriori paiono quasi assenti, e la loro emancipazione – grazie all’ideologia – diventa un elemento concreto del discorso e quasi una prefigurazione di una vittoria certo mancata, ma non impossibile. Tale soluzione mi è piaciuta molto perché, credo, la critica sottesa ad alcuni aspetti della lotta avrebbe altresì rischiato appunto di ridurre la storicità delle vicende narrate. In tal modo, voglio dire, gli elementi “negativi” e quasi di auto-fustigazione dell’intellighèntsia borghese e socialista (il bovarismo, il narcisismo, l’auto-brandizzazione, ecc.) emergono come elementi situati, di carattere storico-sociale, collegandosi così a precise trasformazioni della società, avvenute o in corso d’opera.
Certe sere Pablo, il racconto centrale, si apre ripresentando alcuni temi già comparsi, ma inserendoli con maggiore esplicitazione teorica all’interno delle dinamiche della società dello spettacolo: “sceglievano solo i più fotogenici […], si è scoperto […] che persino la ragazza simbolo del maggio francese era una mannequin professionista”. È una macro-tematica che da un lato ribadisce la capacità fagocitante della ragione liberal-capitalistica, dall’altro apre anche una riflessione, direi, su complesso rapporto fra ’68 e sviluppo del neoliberismo, cioè di una società interamente fondata sulle dinamiche desideranti del mercato. Quella rivolta, che qualcuno ha chiamato “liberal-libertaria”, è stata ormai del resto ripetutamente analizzata (a torto o a ragione) come in connessione col decadimento di quelle strutture di controllo sociale (“vietato vietare”) che, certo repressive, rappresentavano però anche un freno alla propagazione incontrollata di un capitale dominato dall’aspetto di valorizzazione legato più al consumo (appunto al desiderio) che non alla produzione, anche con lo sviluppo di super-ego cinico, alieno ai moralismi bacchettoni della generazione precedente. Le stesse aziende, in effetti, si sarebbero di lì a breve riformulate su assunti (delocalizzazione, nomadismo, transnazionalità, performatività lavorativa, strutture a rete, ecc.) che – sintomaticamente parlando – qualcosa a che fare con quelle proteste ce l’hanno.
Tali dinamiche trovano infatti raddoppiamento nel destino dei protagonisti. Dal narratore che se ne va negli States a far fortuna, alla scelta hippy di Clara, in fuga verso la spiritualità indiana (oggi l’ennesima merce) nell’idea che possano esistere spazi liberati all’interno di un mondo non libero.
L’intero racconto ruota attorno all’assenza di Pablo, il quale, apparso quasi come il leader che risolverà le cose (talmente uomo superiore che nelle pagine iniziali a me ha ricordato il Nebbia de Le voci della sera di Natalia Ginzburg), si rivela invece progressivamente un coacervo di menzogne, emblema del progressivo esaurimento delle grandi (o più correttamente delle meta) narrazioni.
Già il suo discorso in assemblea, accolto con crescente entusiasmo, era del resto non certo un’incarnazione di ortodossia marxista, ma di un modo anzi eminentemente postmodernista di intendere politica e realtà: “La politica, come la vita, è flusso”. La sua stessa idea secondo cui per cambiare la società sia necessario in primo luogo cambiare se stessi, è in realtà – con lo Schmitt analista di Hobbes – già il segno di una sconfitta politica, oltreché spia di quella sopraggiunta incapacità dialettica di leggere gli effetti che dalla società si riversano nelle nostre strutture psicologiche. Quando insomma il mondo comincia a sembrare immodificabile, guarda caso è proprio allora che cominciamo a dire – come in una sorta di sindrome di Stoccolma – che per cambiare le cose bisogna cambiare in realtà noi stessi, operare cioè sull’unico punto che – ingenuamente – ancora appare modificabile, rivoluzionabile. Non è un caso che questa idea, profondamente anti-materialista, inizi a socializzarsi a sinistra proprio quando, per citare una battuta celeberrima, la fine del mondo comincia a sembrare più immaginabile che la fine del capitalismo.
In Certe sere Pablo la rivolta contro il vecchio mondo, la rivolta contro il mondo dei genitori, avrà l’effetto di lasciare progressivamente i protagonisti senza punti di riferimento, in un movimento che sarà raddoppiato dalle menzogne del riferimento a cui anche il lettore progressivamente si affida: Pablo. E io non credo che il loro progressivo venire a patti con l’ordine borghese sia identificabile con un rientrare nel “discorso” dei padri, perché se è sicuramente un riaggiustarsi all’interno della borghesia, è un riaggiustarsi all’interno di una borghesia che, grazie anche a quella rivolta, ha modificato i suoi connotati. In tal senso la tesi di laurea di Clara, sulla fenice nell’arte medievale, è sia una verità che una bugia: una trasvalutazione dei valori e una rinascita ideologica, ma senza che il funzionamento sociale sia davvero stato modificato nei suoi assunti.
Osservando tutto ciò dal 2025, viene allora quasi da chiedersi se il canonico tema della fine della militanza qui raccontato, non sia invece il suo inveramento. Il protagonista, spiegando a un certo punto la sua visione del tempo passato, dice: “Eravamo nomadi, disponibili al futuro, perennemente in moto”; parole in linea col suo “vangelo rivoluzionario”, ma altrettanto in linea con le nuove modalità di vita (e soprattutto di lavoro!) che di lì a qualche anno si imporranno a tutto il mondo occidentale, e anche al mondo del general intellect e della “classe disagiata”.
Anche il luogo dove il protagonista abita in America – le villette a schiera ben protette – aprono già al nostro presente e alla sua distopia gated community, ben più che alle distopie ordinative, ma di massa, del paleo-capitalismo.
E l’Italia non fa eccezione: rientrato in patria nel 1983, cioè nel pieno del riflusso (la neve che chiude i personaggi nelle loro case), il protagonista trova una società dominata dalla logica dei consumi e del mercato. Lui in realtà parla di ritorno all’ovile, di mettere su le tende, di fermarsi nelle logiche borghese, continuando così a legare nomadismo/movimento ed esperienza rivoluzionaria passata, ma in realtà – come dicevamo – il nomadismo è a sua volta integrato alle società degli anni ’80: fine delle comunità di lavoro, fine della centralizzazione del lavoro, ecc., e di lì a pochi anni, fine anche del posto fisso, cioè del posto che ti definisce per la vita.
Non a caso tutto ciò viene sintomatizzato (e anche qui mi pare di leggere un’influenza ginzburghiana) mediante una perdita della memoria da parte del protagonista. E anche qui io non credo si tratta semplicemente di un procedimento di censura che il personaggio applica al proprio passato “rivoluzionario”, quanto di una crisi storica, quella appunto del tempo dove tutto è presentificato. E il progressivo svelamento delle menzogne di Pablo si fa infatti corrispettivo della perdita di orientamento storico (orientamento per cui la memoria è ovviamente fondamentale); getta un’ombra sulla militanza passata e la rende contigua (Pablo vuole fare una casa editrice con il logo della cagnetta Laika) a materiale pubblicitario, cioè ne fa ideologia ma in forma di merce. E forse non è un caso che, in occidente, a parlare di rivoluzione siano rimasti solamente i pubblicitari.
Ma anche, si può dire che il totale rifiuto da parte di Pablo di ogni forma di verosimiglianza, di ogni principio di realtà, ne fa il perfetto figlio del tempo nuovo. Sintomo di una fluidificazione e di una baumaniana liquefazione dell’intera società. E non è un caso che muoia in acqua.
Anche il terzo racconto, È stato un soffio, è dedicato alla perdita di orientamento esistenziale e ideologico. Una perdita di orientamento che, nel professore universitario comunista Carlo, è anche una progressiva sottrazione alla propria identità (è del resto un personaggio che ricorda molto certe figure pirandelliane). Quando un giovanissimo fascista gli salva la vita, Carlo comincia progressivamente a rimettere in discussione i suoi assunti ideologici, o, più esattamente, li approfondisce in un’evidente torsione rosso-bruna. Se nei primi due racconti al centro è la progressiva svolta liberal della vecchia sinistra socialista, qui – a rovescio – è portata ad analisi (e implicitamente a critica) appunto l’opzione rosso-bruna. Carlo si libera progressivamente dagli stilemi più liberali connessi alle ideologie di sinistra (quelli che invece dominano la moglie e il mondo intellettuale che li circonda: considerano infatti il giovane razzista, sessista e patriarcale) e accetta progressivamente stilemi ideologici destrorsi come possibile risposta all’onnipotenza del capitale. Ciò naturalmente viene presentata come tutt’altro che una soluzione, ma anzi come un elemento che corrisponde a una perdita di orientamento ancora più marcata, connessa infatti esplicitamente a sviluppi di tipo patologico, che racchiudono poi il tracollo progressivo della diade identità (ideologica si intende) e memoria.









































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