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Quale crescita nella crisi ecologica
Carla Ravaioli intervista Luciano Gallino
Luciano Gallino, come giudica le politiche seguite da quanti hanno responsabilità pubbliche (industriali, economisti, politici) al fine di superare la crisi. Politiche che di fatto si riassumono in rilancio di produzione e consumi, aumento del Pil, insomma crescita... Una linea che nessuno mette in discussione.
Gli interventi postcrisi sono l'esito di un processo di ristrutturazione dell'economia cominciato con Reagan e Thatcher nei primi anni anni 80, cui hanno contribuito anche governi europei guidati da socialisti: dopo aver fabbricato la crisi, tentano ora di porvi rimedio con metodi tipicamente neoliberali. Ma bisogna fare qualche distinzione. Gli Stati Uniti, motore primo del capitalismo finanziario, da cui è partita la crisi, stanno facendo una politica un po' più progressista dell' Europa: salvando le banche, ma anche contenendo la disoccupazione con forti interventi di stimolo, e destinando decine di miliardi a una politica ecologica. Con tutti i suoi limiti, si tratta pur sempre del primo segno di vita della politica nei confronti della finanza. Mentre la Ue, fedele alla strategia di Lisbona, sta andando in tutt'altra direzione.
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Una proposta alla Fiom
di Guido Viale
La riconversione ecologica del sistema produttivo e del modello di consumo dominanti è un'utopia, come sostiene Asor Rosa sul manifesto del 14.10? Sì, è un'utopia concreta, nel senso che aveva dato a questo termine Alex Langer: un progetto radicalmente alternativo allo stato di cose esistente, ma praticabile. Lo è perché prima o poi - più prima che poi, pochi decenni o pochi anni - il pianeta Terra entrerà in uno stato di sofferenza irreversibile e continuare con l'attuale regime produttivo sarà impossibile. Per la prima volta la questione ambientale si combina in modo incontestabile con quelle dell'occupazione; e con essa del reddito, dei consumi e dell'equità sociale. La vicenda della Fiat di Pomigliano e Termini Imerese rende tutto ciò evidente.
Il prodotto auto è inquinante, sia nell'utilizzo (contribuisce ad almeno il 14% delle emissioni climalteranti), sia nella produzione (dall'estrazione, trasporto e lavorazione di materie prime e risorse energetiche alla produzione e al montaggio di componenti: un impatto almeno equivalente), sia nell'infrastrutturazione (strade, viadotti, gallerie, svincoli, parcheggi, ma soprattutto assetti urbani impraticabili senza automobile: insieme si arriva vicino al 50% delle emissioni).
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Rifiuti e differenziata, i perché del disastro
Guido Viale
«Se teniamo al 40 per cento la soglia da raggiungere per la differenziata, la termovalorizzazione non la faremo mai... Quindi se è vostra intenzione, maggioranza e opposizione, dovete abbassare la quota della differenziata». Così, secondo Repubblica del 23 settembre, l'intercettazione di una telefonata tra il ras dei rifiuti dell'Abruzzo Rodolfo Di Zio e l'Assessore regionale all'ambiente, entrambi arrestati ed entrambi in combutta tanto con maggioranza che con l'opposizione della Regione, nonché con la società lombarda Ecodeco - ma anche con il comitato anti-discariche - per costruire nella regione uno o due inceneritori e garantirsi un quantitativo di rifiuti da bruciare sufficiente ad alimentarli. Da notare che il 40 per cento di raccolta differenziata è una prescrizione di legge valida su tutto il territorio nazionale da raggiungere entro l'anno in corso, mentre al 2012 questa percentuale dovrà salire al 65 per cento; anche se per chiedere l'abbassamento della soglia si è già mosso persino l'Anci, l'associazione dei Comuni italiani: anch'esso preoccupato, evidentemente, che gli inceneritori attivi o in programma nei rispettivi territori di riferimento restino "all'asciutto".
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Manuale per vivere meglio
Guido Viale
Nel corso degli ultimi decenni, in quasi tutto il mondo «sviluppato», i redditi da lavoro dipendente hanno subito una riduzione di circa dieci punti percentuali di Pil a favore dei redditi da capitale e dei compensi professionali.
L'aumento delle differenziazioni salariali e la diffusione del precariato ha reso questa redistribuzione ancora più iniqua, moltiplicando la schiera dei senza salario e dei working poor, cioè di coloro che pur lavorando non riescono a raggiungere un reddito sufficiente per vivere decentemente. La crisi ha messo in luce - e continuerà a farlo per anni - la profondità di questa trasformazione.
Una parte dell'impoverimento delle classi lavoratrici era stato a lungo occultato con l'indebitamento (mutui, acquisti a rate, carte di credito, «prestiti d'onore», usura) sul cui traffico è ingrassata la finanza internazionale con i suoi beneficiari, poi messi in salvo dalle misure anticrisi degli Stati.
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Una catastrofe "artificiale"
di Marcello Cini
[seguito dal commento Catastrofe scientifica di A.Baracca ed E.Burgio e dalla replica di Cini]
Quel «maledetto buco» continua a sputare petrolio. Nessuno riesce a tapparlo. Ma il mondo rischia di cominciare ad abituarcisi, anche se Obama fa il possibile per tenerci i riflettori puntati sopra, e per riuscire a conciliare la fame di petrolio dei suoi concittadini con l'occasione, offertagli dal disastro provocato dall'avidità della Bp e dei suoi soci, per rilanciare la riduzione degli sprechi energetici e la crescita delle fonti di energia pulita (punti qualificanti del suo programma presidenziale).
Ma la maggior parte dell'opinione pubblica mondiale, tuttavia, non vede il disastro del Golfo del Messico per quello che è: un evento epocale che segna una tappa irreversibile della corsa verso catastrofi sempre più gravi.
Non è infatti soltanto una questione quantitativa, anche se indubbiamente da questo punto di vista il buco segna un record pazzesco. La Bp aveva annunciato agli inizi una fuoriuscita di 5.000 barili al giorno.
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Morire di Caldo
Ugo Bardi

Questa immagine (da ScienceDaily) riassume i risultati di uno studio recente pubblicato sul PNAS. Sono le temperature che potrebbe raggiungere il pianeta in certe ipotesi - estreme ma non impossibili - se il riscaldamento globale continua. Le temperature sono "wet bulb", "a bulbo umido." Per un essere umano, è impossibile vivere a lungo a temperature a bulbo umido superiori a circa 36 °C. In questo scenario la maggior parte del pianeta diventerebbe inabitabile.
La cosiddetta "temperatura di bulbo umido" si misura con un termometro avvolto in una garza bagnata e sottoposto a un flusso d'aria. E' una indicazione di quanto una condizione di calore e umidità è accettabile per gli esseri umani. Il corpo umano ha una temperatura interna di circa 37 °C, quella della pelle è un paio di gradi inferiore. Sudando, si possono sopportare temperature anche alcuni gradi più alte di 36 °C, ma solo se l'aria è secca. Ma se la temperatura di bulbo umido è di 36 °C - o più alta - sudare non serve. E' una questione di termodinamica: non è possibile raffreddare un corpo per evaporazione al di sotto della temperatura di bulbo umido. Più di qualche ora in quelle condizioni e non c'è scampo. E' la morte per ipertermia.
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Il peggior inquinatore del Pianeta
di Sara Flounders
Il ruolo del Pentagono nella catastrofe globale: aggiungere la devastazione climatica ai crimini di guerra
Tirando le somme della Conferenza di Copenhagen dell’ONU sul cambiamento climatico – con più di 15.000 partecipanti da 192 Paesi, compresi oltre 100 Capi di Stato, così come 100.000 manifestanti in piazza – è importante chiedersi: com’è possibile che il peggior inquinatore del Pianeta riguardo l’anidride carbonica ed altre emissioni tossiche non sia al centro di alcuna discussione della conferenza o proposta di restrizioni?
Sotto ogni rilevamento, il Pentagono è il maggiore fruitore istituzionale di prodotti petroliferi e di energia in generale. Eppure il Pentagono ha un esonero totale in tutti gli accordi internazionali sul clima.
Le guerre del Pentagono in Iraq ed Afghanistan; le sue operazioni segrete in Pakistan; il suo dislocamento su più di mille basi statunitensi nel mondo; le sue 6.000 infrastrutture negli USA; tutte le operazioni NATO; i suoi trasporti aerei, i jet, i test, l’addestramento e le vendite di armamenti non saranno calcolati nei limiti statunitensi riguardanti i gas serra o inclusi in alcun conteggio.
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Il governo del comune
Ugo Mattei
Rimanere ancorati all'opposizione tra pubblico e privato impedisce lo sviluppo di una gestione cooperativa e condivisa dell'acqua, del sapere, della salute, dell'energia e del patrimonio culturale. Da qui la necessità di elaborare un'alternativa credibile al paradigma basato sull'individualismo metodologico dominante nel diritto, nella filosofia e nelle scienze sociali
Soltanto la rozza applicazione del modello dell'homo oeconomicus, massimizzatore individualista delle utilità di breve periodo, spiega gli esiti (ed anche il successo accademico) della cosiddetta tragedia dei comuni. In effetti la nota parabola del biologo Garret Harding, presentata al pubblico in un celebre saggio nel 1968, pur oggi autorevolmente confutata perfino dal premio Nobel per l'economia nel 2009 Elinor Olstrom, ha portato il mainstream accademico a vedere il comune come luogo del non diritto. Secondo questa idea, una risorsa in comune in quanto liberamente appropriabile, stimola comportamenti di accumulo opportunistici che ne determinano la consunzione definitiva. Così ragionando si considera realistica l'immagine di una persona, invitata ad un buffet in cui molto cibo è liberamente accessibile, avventarsi sullo stesso cercando di massimizzare l'ammontare di calorie che riesce a immagazzinare a spese di tutti gli altri, consumando perciò la massima quantità possibile di cibo nel minor tempo possibile secondo il criterio dell'efficienza. Il senso del limite, creato dal rispetto nei confronti dell'altro e della natura, viene così escluso a priori da tale modello antropologico irrealistico fondato su una visione scientifica puramente quantitativa.
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Il mare, la frontiera, il rifiuto: drill, baby, drill
di Cesare Del Frate
Costruita nel 2001 dalla coreana Hyundai e battente bandiera delle isole Marshall, la piattaforma della British Petroleum Deepwater Horizon era un titano tecnologico partorito dal connubio fra economia del petrolio, deregolamentazione dei mercati, ricerca scientifica privatizzata, neoliberismo selvaggio e rifugio nei paradisi fiscali. Il suo collasso ha provocato la morte di 11 operai e ha fatto esplodere uno dei disastri ecologici più gravi degli ultimi decenni, 5.000 barili di greggio ogni giorno eruttano dal pozzo alimentando la marea nera nel Golfo del Messico: cosa ci dice tale catastrofe sull’anarchia di mercato contemporanea?
Niente rivoluzione verde, almeno per ora, nonostante Obama l’avesse annunciata con toni profetici: proprio il Presidente ha deciso di rilanciare il nucleare e le trivellazioni negli oceani, annullando la moratoria che impediva le seconde sulle coste dell’Alaska e del Golfo del Messico, per l’appunto. Il bello è che Obama ha dato pubblicamente l’annuncio della scelta infausta nell’hangar della base militare di Andrews, nel Maryland, con sullo sfondo un caccia F18 (però alimentato a biocarburante, specchietto per le allodole ecologiste). Tipico trucchetto della nuova amministrazione, che cerca di convincere i movimenti dal basso e la società civile di politiche che fino all’altro ieri erano esattamente ciò contro cui Obama avrebbe dovuto combattere una volta eletto.
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L'acqua non si vende
di Tiziano Bagarolo
Partono i referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni.
Una battaglia di civiltà, una battaglia contro il capitalismo
Una posta in gioco molto alta
Negli ultimi decenni l'offensiva ideologica neoliberista, tanto insidiosa quanto menzognera, ha cercato di convincere l'opinione pubblica che privato è sinonimo di efficienza e libertà di scelta mentre pubblico è sinonimo di inefficienza e clientele. Questa offensiva ideologica aveva fondamentalmente due scopi:
1) indebolire i diritti collettivi e in particolare le conquiste realizzate dal mondo del lavoro nei decenni precedenti;
2) consentire al capitale di mettere le mani sui beni comuni (acqua, territorio, risorse ambientali, cultura...) e sui servizi e le imprese gestite dal settore pubblico (istruzione, sanità, pensioni, assicurazioni, banche, energia, reti telefoniche ecc.) per consentire un rilancio dei profitti, in una fase di tendenziale sovrapproduzione nei settori tradizionali, puntando su nuovi settori garantiti dalla protezione statale.
La realtà si è incaricata di smentire la propaganda. Ovunque sono peggiorate le condizioni dei lavoratori (precarizzazione, meno diritti, meno salario...); i cittadini ridotti a “clienti” hanno sempre meno diritti e meno potere; ovunque il ricchi sono diventati più ricchi mentre i redditi di chi lavora si sono ridotti in modo sensibile; il capitalismo “liberalizzato” è precipitato nella più grave crisi dal crollo degli anni trenta; la riduzione dei diritti e delle prestazioni sociali e la crisi hanno portato a un generale impoverimento e prodotto nuove ingenti sacche di miseria anche nei paesi dell'Occidente ricco, come non si vedeva dalla fine del secondo conflitto mondiale.
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De rerum natura (europea)
di Carlo Bertani
E’ un qualsiasi giorno di Primavera di un anno molto lontano – fra il 1978 ed il 1981 – quando attraverso il parcheggio, a Savona, per salire sulla mia auto: il vento è ancora fresco ma già s’avverte, inarrestabile, la bella stagione in arrivo.
La giornata è così luminosa che obbliga a strizzare gli occhi per non farsi abbagliare – chissà dove sono finiti gli occhiali da sole… – e quasi non li vedo arrivare. Sono oramai di fronte e non me ne sono accorto: concludo che mi sono comportato proprio da pessimo samurai.
Sono un ragazzo ed una ragazza sulla ventina o poco più, con un mazzo di fogli in mano. Senza chiedermi chi sono, nemmeno come mi chiamo né presentarsi mi spiattellano la richiesta: «Vuole mettere una firma per l’Unione Europea?»
Li osservo meglio; sono vestiti in modo sobrio ma con capi eleganti: lui ha i capelli corti e la faccina da bravo ragazzo, mentre lei ha i capelli biondi, sciolti, che il vento un po’ scompiglia. Entrambi hanno un’aria “acqua e sapone” o, se preferite, un po’ naif.
Mi chiedo da dove siano saltati fuori, perché vadano in giro a chiedere firme per una cosa di là da venire – all’epoca, esisteva solo la CEE, la Comunità Economica Europea – insomma, tutto ha un che di strano…
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Il fiasco di Copenhagen
Leonardo Mazzei
L’impossibile patto tra ambiente e capitalismo
Per non decidere nulla, decidendo in realtà che il disastro ambientale può tranquillamente proseguire, si sono riuniti a Copenaghen in 15.000 (quindicimila). Per raggiungere la capitale danese in aereo (alcuni, come Obama e Sarkozy, con i rispettivi jet presidenziali) e per spostarsi con le loro auto di lusso (secondo il Telegraph erano presenti 1.200 «limousine»), hanno prodotto l’emissione di 40.500 tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente delle emissioni annue di 660mila etiopi.
Non è uno scherzo, sono dati ufficiali dell’ONU, forse resi noti per dare ancora un qualche senso alla propria attività sul fronte climatico dopo il fallimento consumatosi nella città della Sirenetta.
Un fallimento annunciato, ma che ha superato al ribasso la più pessimistica delle previsioni.
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Lo sporco segreto di “Hopenhagen”
Pepe ESCOBAR
PECHINO – Il 21 novembre sul China Daily è apparsa questa didascalia: “Tre donne fanno sembrare più piccolo il Nido d'Uccello [lo Stadio Nazionale] mentre si godono il cielo azzurro e il sole invernale, venerdì. Venerdì Pechino ha sperimentato il suo 260° giorno sereno del 2009, raggiungendo il proprio obiettivo 41 giorni prima della fine dell'anno”.
Si potrebbe pensare che il segreto del controllo climatico cinese e il raggiungimento degli “obiettivi” sia che Dio ha la tessera del Partito Comunista, e che i suoi obiettivi sono i piani quinquennali, come per chiunque altro (eccetto gli “scissionisti”). Dio, ovviamente, non si sognerebbe mai di diventare uno scissionista.
Solo nell'ultimo mese in Cina sono stati venduti 1,34 milioni di automobili. Sono una gran bella fonte di gas serra. Confrontateli con il nuovo obiettivo di Pechino, quello di ridurre l’intensità di carbonio – emissioni di anidride carbonica per unità di prodotto interno lordo – dal 40 al 45% entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005. Cosa se ne faranno di tutte queste auto, le esilieranno in Corea del Nord?
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Copenaghen: un vertice che nasce già morto
Infoaut
Unica nota degna d'interesse: proposte e forza dei movimenti!
Parte oggi la Conferenza Mondiale sul Clima Cop15 che si propone "l'ambizioso" obiettivo di diminuire la concentrazione di gas di serra nell'atmosfera alfine di contenere l'ormai inevitabile aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi, soglia del disastro ambientale planetario. Nelle dichiarazioni ufficiali del Cop 15, si tratta di "stabilizzare l’ammontare di gas serra emessi nell’atmosfera a livelli che impediscano pericolosi cambiamenti climatici per causa umana". Il summit, il 15° organizzato annualmente dalle Nazioni Unite, proverà - nell'intento ufficiale - a trovare le condizioni per un accordo condiviso tra le 192 nazioni partecipanti all'incontro.
Aldilà dei grossi numeri, la partita si giocherà soprattutto tra le (in)disponibilità delle principali potenze economiche e geo-politiche mondiali a ri-negoziare quote (sic) della propria capacità inquinante.
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La "bomba" del Guardian: il peak oil fa paura
Debora Billi
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Non si parla di altro, nel mondo petrolifero. Mi riferisco alle rivelazioni del principale quotidiano inglese, il Guardian, che verso le questioni energetiche ha sempre avuto un occhio di riguardo.
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