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Capitalismo catastrofico
di Laura Cantelmo
Il capitalismo che accumula catastrofi nell'analisi di John Bellamy Foster: nel corso delle due ultime generazioni l'equilibrio biochimico del pianeta è stato stravolto
Nella critica al capitalismo una delle tematiche che si è andata sviluppando con toni allarmati riguarda sempre più l'impatto sull'ambiente causato da quello che orgogliosamente è stato rivendicato come controllo dell'uomo sulla natura. La sua importanza diventa ineludibile in tempi di 'global heating' e di sconvolgenti variazioni climatiche. Il capitalismo e l'accumulazione delle catastrofi è il titolo di un articolo di John Bellamy Foster (Monthly Review, dicembre 2011) che comprende una disamina del tema fornendo un interessante excursus storico della percezione della catastrofe provocata dalla”vendetta della natura” che dal secolo XIX i filosofi e gli scienziati di indirizzo marxiano hanno avvertito.
Foster non esita ad affrontare senza mezzi termini la drammaticità del problema con dovizia di documenti di carattere scientifico elaborati da illustri climatologi che danno conto dell'estrema gravità della situazione in cui versa il pianeta e dell'ultima chance di salvezza che viene offerta ai suoi abitanti.
Interessante notare come gli esperti valutino la fragilità del pianeta in stretta relazione con l'atteggiamento predatorio nei confronti della natura, speculare a quello che l'attuale sistema tiene nei rapporti con gli esseri umani.
Il tema non è nuovo a chi si occupa di marxismo, a chi è convinto che quella di Marx sia prima di tutto un'indicazione di metodo nell'individuare le possibilità di sopravvivenza dell'intero pianeta, dell'umanità e di una vita non ridotta a merce, ma rispettosa della dignità di ciascuno.
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La sostenibile leggerezza della riconversione
di Guido Viale
L’orizzonte esistenziale delle nostre vite è dominato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, che rappresentano ovviamente la minaccia maggiore; ma anche dalla scarsità di acqua e suolo fertile (non a causa della loro limitatezza naturale, ma dell’inquinamento e della devastazione a cui sono sottoposti); dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall’esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi (che sono anch’essi “risorse naturali”, anche se utilizzate prevalentemente per devastare la natura); dall’esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che biologiche e alimentari (il nostro “pane quotidiano”); dall’inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali. A molte di queste minacce c’è chi pensa di poter fare argine con l’innovazione: nuovi materiali; nuovi processi; nuove tecnologie. È un’illusione: anche se fosse possibile affrontare così una o alcune delle grandi questioni ambientali, è la loro interconnessione in un sistema unico e complesso a imporre un approccio globale. Parlare di crescita economica, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione, senza fare riferimento a questo quadro, è un discorso vuoto.
Scienziati di tutto il mondo, riuniti nell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) insistono nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma nelle recenti riunioni COP, Durban (2011), Cancun (2010) Copenhagen (2009) non è successo praticamente niente.
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Decrescita, fuga verso il passato
Giovanni Mazzetti
L'abbondanza felice dei nostri antenati, come la descrive Latouche, non esiste. E non ci sono limiti ai bisogni dell'uomo
Sarà capitato a molti di coloro che si sono presi o si prendono cura di parenti anziani di sentirli ripetere che i tempi in cui sono stati giovani erano «altri tempi». Poiché questa evocazione è, in genere, un segno del sopravvenire di una loro fragilità progettuale, sollecita nell'interlocutore soprattutto un sentimento di comprensione e di tenerezza. Il quadro è ben diverso se, invece di un'evocazione nostalgica di un passato ormai tramontato, ci troviamo di fronte ad un tentativo di riportarci effettivamente indietro a quei tempi, con l'affermazione di una reale superiorità della forma di vita dell'epoca e la sollecitazione ad agire sulla base delle sue regole. Non solo in questo caso non c'è alcuna tenerezza, ma è quasi inevitabile che si instauri una polemica.
1) Si può comprendere perché il quadro sia ben peggiore quando ci si trova di fronte ad una persona un(a) giovane saputello(a), che pontifica su come instaurare una situazione virtuosa. Non sto parlando di un evento eccezionale. Non c'è seminario universitario, iniziativa culturale o politica che non veda prima o poi sbucare dal mucchio i membri di una strana congrega, i quali ripetono ossessivamente e con forza che la soluzione dei nostri problemi sarebbe garantita dall'adesione a un progetto salvifico: quello della decrescita. E' senz'altro comprensibile che, essendo immersi in una società nella quale sentono ripetere da anni che tutti dovremmo adoperarci per la crescita, e percependo la malafede di chi addita questo obiettivo, rovescino la prospettiva nel suo opposto. Ma, in contrasto con il tono con cui viene proferita, si tratta di una reazione di impotenza, analoga a quella degli anziani che rivanno col ricordo ai loro anni giovanili. E dunque è destinata a non incidere in alcun modo sulla dinamica in corso, nonostante il fervore col quale viene brandita.
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La Tav in Val di Susa e le new town dell’Aquila
di Salvatore Settis
Che cos'hanno in comune la Tav in Val di Susa e le new towns berlusconiane che assediano L'Aquila dopo il terremoto? Che cosa unisce l'autostrada tirrenica e il "piano casa" che devasta le città? Finanziatori e appaltatori, banche e imprese sono spesso gli stessi, anche se amano cambiare etichetta creando raggruppamenti di imprese, controllate, partecipate, banche d'affari e d'investimento. E sempre gli stessi, non cessa di ricordarcelo Roberto Saviano, sono i canali per il riciclaggio del denaro sporco delle mafie. Ma queste lobbies, che senza tregua promuovono i propri affari, non mieterebbero tante vittorie senza la connivenza della politica e il silenzio dell'opinione pubblica. Espulso dall'orizzonte del discorso è invece il terzo incomodo: il pubblico interesse, i valori della legalità.
Se questo è il gorgo che ci sta ingoiando, è perché l'Italia da decenni è vittima e ostaggio di un pensiero unico, spacciato per ineluttabile. Un unico modello di sviluppo, una stessa retorica della crescita senza fine governano le "grandi opere", la nuova urbanizzazione e la speculazione edilizia che spalma di cemento l'intero Paese. Ma su questa idea di crescita grava un gigantesco malinteso. Dovremmo perseguire solo lo sviluppo che coincida col bene comune, generando stabili benefici ai cittadini. E' invalsa invece la pessima abitudine di chiamare "sviluppo" ogni opera, pubblica o privata, che produca profitti delle imprese, anche a costo di devastare il territorio. Si scambia in tal modo il mezzo per il fine, e in nome della "crescita" si sdogana qualsiasi progetto, anche i peggiori, senza nemmeno degnarsi di mostrarne la pubblica utilità.
A giustificare questa deriva si adducono due argomenti. Il primo è che la redditività delle "grandi opere" è provata dall'impegno finanziario dei privati; ma si è ben visto (Corte dei conti sulla Tav) che il project financing è uno specchietto per le allodole. Una volta approvato il progetto, i finanziatori spariscono e subentrano fondi statali, accrescendo il debito pubblico.
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Keynes non basta più
di Guido Viale
Non è possibile prospettare una via d'uscita in un quadro nazionale o continentale privo dei riferimenti ai vincoli e alle opportunità offerte dalla crisi ambientale
L'orizzonte esistenziale delle nostre vite è dominato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, che rappresentano ovviamente la minaccia maggiore; ma anche dalla scarsità di acqua e suolo fertile (non a causa della loro limitatezza naturale, ma dell'inquinamento e della devastazione a cui sono sottoposti); dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall'esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi (che sono anch'essi "risorse naturali", anche se utilizzate per devastare la natura); dall'esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che alimentari (il nostro "pane quotidiano"); dall'inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali. A molte di queste minacce c'è chi pensa di poter fare argine con l'innovazione: nuovi materiali; nuovi processi; nuove tecnologie. È in gran parte un'illusione, ma anche se fosse possibile farlo su una o alcune delle grandi questioni ambientali, è la loro interconnessione in un sistema unico e complesso a imporre un approccio globale. Parlare di crescita economica, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione, senza fare riferimento a questo quadro, è un discorso vuoto.La crisi ambientale offre all'economia delle opportunità e impone dei vincoli: le opportunità sono note (a chi ha interesse per la questione): sono le potenzialità di una conversione ecologica di produzioni e consumi verso beni e servizi meno dipendenti dai combustibili fossili, meno devastanti per la biodiversità, e verso la qualità e la disponibilità di risorse primarie; le potenzialità di una occupazione maggiore e diversa, caratterizzata a una più estesa valorizzazione delle facoltà personali e della cooperazione; le potenzialità legate alle caratteristiche fisiche, storiche e sociali di ogni territorio; i territori sono diversi uno dall'altro e la loro ricchezza dipende dalla conservazione di questa diversità.
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I sei pilastri della conversione ecologica dell’economia
di Guido Viale
Misurarsi con il governo Monti sul suo terreno non è saggio. Monti comanda ma non governa. Comanda perché i partiti che lo sostengono (sempre più infelici) glielo lasciano fare e gli elettori che essi pretendono di rappresentare non hanno forze né strumenti per fermarlo. Per tutti il movente è unico: la paura di un disastro che non si sa valutare. Ma a governare non è né Monti né l'Europa, ma la finanza internazionale che decide per entrambi. Le misure adottate - "salvaitalia" e "crescitalia" - non avranno alcun effetto di stabilità, come non lo avrà il nuovo pacchetto ammazza-lavoro cucinato dalla prof. Fornero. Le cifre sparate sui futuri effetti di quei decreti (Pil +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti + 18) ricordano più la tombola che le discipline accademiche di cui la compagine governativa mena vanto. Se oggi la speculazione sul debito italiano sembra placarsi è perché Monti le ha dato un altro po' di succo da spremere, esattamente come era successo in Grecia, fino a nuovo ordine. D'altronde Draghi ha spiegato che lo spread serve proprio a questo: rendere possibile quella spremitura che il lessico economico-politico chiama "riforme" e "modernizzazione". Ma con un debito di 1900 miliardi e un patto di stabilità che pretende di dimezzarlo a nostre spese, gli agguati della finanza continueranno a restare alle porte. E finché la finanza internazionale potrà contare su risorse che valgono 10-15 volte più del prodotto lordo del mondo non c'è governo che ne sia al sicuro; nemmeno erigendo una muraglia cinese contro i suoi assalti.
Il confronto con il governo Monti, con questa Europa e con il potere della finanza internazionale va quindi condotto su un diverso piano, che è quello della vita e delle condizioni di esistenza della maggioranza della popolazione, dei rapporti che ci legano all'ambiente fisico e sociale in cui viviamo, dei diritti inalienabili di cittadinanza che ne discendono in quanto abitanti di questo pianeta (tutte materie totalmente estranee alla cultura del governo, ma dimenticate anche da molti dei suoi commentatori e dei suoi critici).
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La decrescita secondo i banchieri
di Mario Pezzella
Dovremo subire una nuova rivoluzione passiva, dopo quella che ha colpito il termine federalismo, e sentiremo parlare di decrescita da parte dei nuovi poteri? Una decrescita ridotta alla miseria condivisa da quasi tutti e all’arricchimento folgorante di pochissimi?
Nel suo significato originario, decrescita non significava pauperismo, austerità e regressione, ma una diversa qualità della produzione e dei consumi, capace di rispettare le risorse naturali e di impedirne la distruzione. Il termine sta ora subendo una vera e propria “rivoluzione passiva”, ed è diventato un sinonimo della depressione che le manovre finanziarie stanno imponendo ai paesi deboli dell’Europa del Sud. In una possibile spartizione coloniale, la “decrescita” è riservata alla maggioranza dei popoli del Mediterraneo, mentre la “crescita” è l’ossessivo mantra dei padroni dell’Europa del Nord e delle élites loro complici. I due termini, invece di opporsi, come sembrava fino a qualche tempo fa, vengono a coesistere nella composizione di una nuova forma di società autoritaria. La depressione alla base della piramide è necessaria, perché lo sviluppo dei profitti continui al suo vertice.
In questo contesto, della parola decrescita si sta accentuando il senso negativo e privativo, invece che quello positivo e trasformativo: è comunque importante ricordare, al di là del termine, il suo significato: che – almeno per me – si identificava con l’ “arresto” di un modo di produzione distruttivo e la “svolta” verso una qualità intensiva della vita.
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Fronte dei porci
di Guido Viale
E l'ambiente? È scomparso dai radar, soffocato dalla paura dello spread, della crisi, del default. Non solo in Italia ma in tutta Europa; e in tutto il mondo. Non solo a livello locale, ma anche a quello globale.
Tra il 28 novembre e il 10 dicembre si terrà a Durban (Sudafrica) la Cop 17, l'ultima conferenza sul rinnovo degli accordi di Kyoto per il contenimento delle emissioni che sono all'origine dei cambiamenti climatici. Scienziati di tutto il mondo, riuniti nell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) insistono nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma a Durban, come a Cancun (2010) o a Copenhagen (2009) non succederà niente. La delegazione europea, che aveva le posizioni più avanzate, ha ormai rinunciato - a causa della "crisi" - a proporre agli altri governi vincoli più stretti (e quella italiana non ha mai avuto qualcosa da dire). Se stampa e media avessero dedicato alla minaccia di questa catastrofe imminente anche solo la metà dell'attenzione dedicata allo spread, il 99 per cento della popolazione mondiale sarebbe scesa in piazza con i forconi per costringere i rispettivi governanti a prendere provvedimenti immediati.
A livello locale il nostro paese - ma anche il resto d'Europa - viene sconvolto sempre più spesso dal dissesto di interi territori, con morti e danni incalcolabili.
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Città e territori come beni comuni. Nove proposte per salvare il Belpaese
di Paolo Berdini
Dopo Tangentopoli la legislazione urbanistica è stata smantellata. Le metropoli sono diventate terreno di conquista degli speculatori. Fiumi di cemento hanno inondato i nostri territori. Ripristinare la legalità, bloccare le espansioni urbane, riqualificare le periferie, recuperare il costruito abbandonato: ecco tutto ciò che andrebbe fatto per fermare il saccheggio del territorio e delle città
Regole e legalità cancellateIl 1993 segna lo spartiacque per comprendere cosa è avvenuto nel territorio e nelle città. Tangentopoli aveva mostrato lo stretto intreccio tra l’urbanistica e la corruzione: a Roma e Milano, solo per fermarci alle due maggiori città, le regole venivano sistematicamente cambiate dalla politica collusa con la proprietà fondiaria e con l’affarismo.
Nulla di nuovo. Una storia iniziata nell’immediato dopoguerra: la Roma dominata dalla Società generale immobiliare, la Napoli dei tempi di Lauro, lo scandalo di Agrigento, il sacco di Palermo avevano dimostrato l’arretratezza del sistema economico che dominava le città. È stata la speculazione parassitaria a imporre il proprio dominio: dappertutto erano sorte periferie sfigurate e incivili.
Eppure in quel periodo il legislatore aveva risposto agli scandali con una serie di riforme che avevano collocato l’Italia nel panorama dei paesi virtuosi. Regole e strumenti pubblici chiari e efficaci: la legge sull’edilizia pubblica del 1962, la legge ponte del 1967, la Bucalossi del 1977, la Galasso del 1985, la legge sulle aree protette del 1991. Era stato mancato l’obiettivo di scindere in maniera definitiva il diritto di proprietà dal diritto di edificare analogamente agli altri paesi europei poiché il tentativo di riforma di Fiorentino-Sullo fallì nel 1963 per la violentissima reazione del blocco immobiliare. Cionostante, la risposta agli scempi urbanistici portò a una profonda evoluzione della legislazione.
La risposta allo scandalo di Tangentopoli è stata di segno opposto: la legislazione urbanistica è stata infatti smantellata.
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Il perché di tanto spreco
Di Antonio Turiel
Cari lettori,
c'è un argomento ricorrente nelle ultime discussioni ed ha a che fare con la possibilità di mantenere una società stabile e vivibile diminuendo volontariamente i consumi. Una tale affermazione è innegabilmente certa: dico sempre che è ridicolo parlare di scarsità di energia mentre nel mondo si consumano 85 milioni di barili al giorno di petrolio da 159 litri ciascuno; pensateci, sono più di 156.000 litri al secondo in tutto il pianeta e ciascun litro di questo magico elisir contiene la stessa energia che un uomo sano e forte (circa 100 watt di potenza media) potrebbe produrre lavorando senza sosta per quasi 4 giorni e mezzo (per circa 106 ore).
Insomma, il mostruoso flusso di energia che arriva solo dal petrolio nel pianeta equivale al lavoro quotidiano di 60 miliardi di nerboruti schiavi energetici di quelli da 100 watt per unità: 8 e mezzo per ogni abitante di questo pianeta e questo solo di petrolio (dato che il consumo globale di energia primaria è di 14 Tw di media mondiale, contando tutte le fonti è di 20 schiavi energetici a persona; la media europea arriva a 45 schiavi energetici a testa, mentre negli Stati Uniti la media fa 120). Giudicate Voi, ora, se si può parlare di scarsità di energia con questi numeri, soprattutto tenendo conto di come si spreca l'energia.
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Benessere senza crescita
Pierluigi Sullo
Vorrei fare a Guido Viale un paio di domande. Siccome leggo con grande interesse quel che scrive sul manifesto, e trovo che i suoi articoli hanno l’inestimabile pregio – in questa situazione confusa e ansiosa – di mostrare come una alternativa alla «crescita senza benessere» (il titolo del suo ultimo articolo, sul manifesto del 25 settembre) sia non solo desiderabile, ma una autentica politica economica concretamente realizzabile, vorrei chiedergli se non pensi che, su un paio di questioni appunto, non si possa proseguire nel ragionamento.
La prima domanda riguarda un tema solo in apparenza secondario: un problema di parole e non di fatti. Quell’ultimo articolo di Viale si conclude così: «L’alternativa non è dunque tra crescita e decrescita, ma tra cose da fare e cose da non fare più». Ora, per quel che vale io sono un amante del pragmatismo: credo che in un periodo di transizione, e di crisi complessiva (incluso il senso delle parole), non ci debba impuntare su definizioni o etichette. Però i simboli hanno un loro peso. Specialmente se forniscono un nome alle cose nuove e sconosciute, e contraddicono la deriva delle cose. All’inizio di questo secolo, la formula del Forum sociale mondiale, «Un altro mondo è possibile», ha utilmente pettinato contropelo il «pensiero unico», ossia quell’acronimo Tina («There is no alternative») che lo stesso Viale ha ampiamente smontato, da ultimo nel libro collettivo «Calendario della fine del mondo». Dire «comunismo» nel secolo in cui il capitale trovava la sua forma moderna, voleva dire indicare un altro orizzonte. Lo stesso è accaduto per la parola «nonviolenza» nel secolo successivo, che si è costruito sulle fondamenta delle guerre: civili, di classe, mondiali, di religione. In questo secolo, dominato – come Viale sa meglio di me – dall’impossibilità di oltrepassare il limite naturale e sociale della «crescita», la parola «decrescita» ha la capacità di simboleggiare un altro genere di civilizzazione.
In un recente sondaggio di Ilvo Diamanti, sulla Repubblica, in cui si cercavano le parole – secondo gli intervistati – del futuro o del passato, si vide a sorpresa che non solo a prevalere erano in generale le parole che hanno a che fare con gli interessi e i beni comuni, dopo decenni di incantamento del «privato», ma che tra queste compariva anche la parola più ostracizzata e vilipesa dalla politica, dai sindacati, dai media e dagli intellettuali: «decrescita», appunto.
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La doppia impostura della «ripresa»
Serge Latouche*
Introduzione
Che cosa è la «ripresa»? E’ in sostanza quel che è stato proposto al vertice (G8 / G20) di Toronto, un programma che contiene allo stesso tempo sia la ripresa che l’austerità. La cancelliera tedesca Angela Merkel chiedeva una politica vigorosa di rigore e di austerità. Il presidente degli Usa Barak Obama, temendo di colpire la timida ripresa dell’economia mondiale e di quella statunitense con una politica deflazionista, chiedeva un rilancio ragionevole. L’accordo finale è stato raggiunto su una sintesi zoppicante: la ripresa controllata nel rigore e l’austerità moderata dal rilancio. Il ministro dell’economia francese Christine Lagarde, che non era ancora presidente del Fondo monetario internazionale, ha allora azzardato il neologismo «rilance» (contrazione di «rigueur e «rilance»). Con ciò sincronizzando il passo con il consigliere del presidente Sarkozy, Alain Minc, che, interrogato su quel che bisognava fare nella situazione critica provocata dalla destabilizzazione degli Stati da parte di mercati finanziari che i medesimi Stati avevano appena salvato dalla rovina, si è prodotto in questa ammirevole formula: bisogna schiacciare allo stesso tempo il freno e l’acceleratore.
In ogni modo, denunciare la doppia impostura di questo programma costituisce per me una tripla sfida.
Prima di tutto, si tratta parlare in questo luogo, nell’ambito del parlamento europeo a Bruxelles – tempio della religione della crescita – a partire da una posizione iconoclasta, la decrescita, per di più a proposito di una materia di cui non sono uno specialista, la Grecia e la crisi del debito sovrano.
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#Notav on the battleground
Sono le prime luci dell’alba quando i lampi dei fuochi d’artificio squarciano il cielo terso delle Alpi Cozie. È il segnale che da settimane tutti attendevano. I mostri meccanici ed i legionari inviati dal ministro Maroni stanno entrando in azione. La popolazione locale, messa in stato d’allerta, sale sulle barricate. Freelance, inviati, hacktivisti, cameraman, redazioni di quotidiani, portali d’informazione, radio e televisioni si preparano ai posti di combattimento.
Comincia così la battaglia del 27 giugno contro l’apertura del cantiere per l’alta velocità. Il terreno di scontro non è solo quello che si inerpica ripido fra i vigneti ed i boschi della Maddalena di Chiomonte. È anche quello scosceso ed impervio della comunicazione.
In prima linea tra i lacrimogeni, come mai era successo in precedenza, smartphone, telecamere, pagine Facebook ed account Twitter. Ma anche SMS, telefonate e libere frequenze radiofoniche fanno il loro sporco lavoro nel documentare in tempo reale quanto accade sui prati della Libera Repubblica della Maddalena.
Un alveo di servizi internet “2.0” comincia a raccontare, con fotografie, filmati ed articoli, l’assedio delle forze dell’ordine alla popolazione della Val Susa. Catalizzano l’indignazione vibrante, che si leva dal Piemonte fino a Palermo, per quanto sta accadendo in valle: indignazione a cui nessuno che attraversi le piazze della rete lunedì mattina può rimanere immune, favorevole o contrario che sia alla TAV. I social network diventano anche strumenti collaborativi.
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La grande rapina della privatizzazione dell’acqua. Che cosa insegna all’Italia il caso inglese
di Tommaso Fattori
Anticipiamo il testo dell'introduzione all'edizione italiana dello studio di David Hall ed Emanuele Lobina – ricercatori del PSIRU (Public Services International Research Unit) dell'Università di Greenwich – "Da un passato privato ad un futuro pubblico. La privatizzazione del servizio idrico in Inghilterra e nel Galles", edizioni Aracne (di prossima uscita).
Questo rigoroso studio sugli effetti della “più grande rapina legalizzata” della storia britannica – definizione del quotidiano conservatore Daily Mail – contiene elementi importanti per il dibattito sulla privatizzazione del servizio idrico che sta attraversando il nostro paese, grazie all’iniziativa referendaria "2 sì per l’acqua bene comune" promossa da una vastissima coalizione sociale.
Un dibattito nel quale colpisce l’astrattezza ideologica delle tesi dei privatizzatori, aggrappati a modelli economici irreali, talvolta per l’ingenuità tipica di chi vive asserragliato nell’accademia senza contatto con il mondo esterno, più frequentemente per i forti interessi materiali connessi ai processi di privatizzazione. L’astrattezza di queste argomentazioni, spesso comicamente ammantate di pragmatismo, rifiuta con ostinazione di confrontarsi con i dati di fatto e con l’esperienza empirica, là dove i processi di privatizzazione del servizio idrico integrato siano avanzati e consolidati da anni. Anzi, sono proprio alcune esperienze di privatizzazione “riuscita”, come quella inglese o gallese, ad essere portate ad esempio da chi evidentemente non ha idea di ciò di cui sta discettando o confida nell’ignoranza di chi ascolta.
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Res Publica e beni comuni
Riccardo Petrella
A pochi giorni dai referendum mi sembra utile socializzare la prefazione di Riccardo Petrella al suo libro RES PUBLICA E BENI COMUNI, pensare le rivoluzioni del XXI secolo. Credo che possa aiutare a chiarire il contesto e le ragioni della nostra battaglia per l’acqua bene comune. Buona lettura!
I beni comuni. Le due questioni di fondo.
Al centro del dibattito teorico e politico sui beni comuni nei paesi occidentali vi sono due questioni fondamentali.
La prima riguarda il principio/ruolo dello Stato (più precisamente, di governo e, quindi, di sovranità e di sicurezza). La seconda è relativa al principio di gratuità (della vita). I gruppi sociali dominanti hanno imposto il principio di “governance” ed hanno monetizzato la vita.
La “Governance” al posto del governo
L’uso del concetto di “governance” risale alla seconda metà degli anni ’70 allorché l’economia occidentale si trovava alle prese con la rincollatura dei cocci del sistema finanziario andato in frantumi nel periodo 1971-73 (fine della convertibilità del dollaro in oro e dei tassi di cambio fissi, fine dei controlli sui movimenti di capitale, esplosione del mercato delle divise, liberalizzazione dei mercati, deregolamentazione e privatizzazione del settore…).
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