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eff.risorse

Il Picco del sapere?

di Jacopo Simonetta

Ring brogdar tramonto“L’entropia è il prezzo della struttura”, questa famosa frase di Ilya Prigogine  schiude come un vaso di Pandora l’origine di gran parte dei mali che si stanno abbattendo su di un’umanità che credeva di aver oramai acquisito il controllo del Pianeta.  

Perché?   Perché tutte le grandi conquiste di cui andiamo (in molti casi giustamente) orgogliosi sono il prodotto di processi fisici: abbiamo dissipato dell’energia per ottenere un incremento del nostro capitale complessivo.   Che si tratti del numero di persone (popolazione), di infrastrutture ed oggetti materiali di ogni genere (capitale materiale), di denaro (capitale finanziario) di conoscenze (capitale culturale) e quant'altro, la fisica del sistema non cambia: si dissipa energia per aumentare la quantità di informazione contenuta in una parte del meta-sistema, scaricando l’entropia corrispondente su altri sotto sistemi.   Da quando Claude. Shannon  dimostrò  la corrispondenza inversa fra informazione ed entropia, sappiamo che qualcuno o qualcosa deve pagare affinché qualcun altro possa acquisire conoscenze supplementari, così come qualcuno o qualcosa deve pagare perché altri possano realizzare strumenti, case, oggetti e quant'altro.

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manifesto

I limiti del pianeta e della crescita

Elmar Altvater

IMMAGINI TERRE SICANE 038La logica dell’accumulazione capi­ta­li­stica con­tra­sta con l’etica kan­tiana di un sistema di regole fon­dato sui limiti impo­sti all’uomo dal pia­neta Terra.

« Anche oggi», notava intorno alla metà degli anni ’60 Ken­neth Boul­ding, «siamo molto lon­tani dall’aver effet­tuato quei cam­bia­menti morali, poli­tici e psi­co­lo­gici che dovreb­bero essere impli­citi nella tran­si­zione dalla pro­spet­tiva del piano illi­mi­tato a quella della sfera chiusa».

Eppure, c’è chi fa finta di niente e nega che il pia­neta Terra abbia alcun limite (…). Dieci anni prima del col­lasso del sistema finan­zia­rio glo­bale, l’economista sta­tu­ni­tense Richard A. Easter­lin glo­ri­fi­cava nel suo libro la Cre­scita trion­fante. Anche oggi, cin­que anni dopo l’inizio della crisi finan­zia­ria glo­bale, le prin­ci­pali pub­bli­ca­zioni di tutte le mag­giori isti­tu­zioni inter­na­zio­nali come la Banca Mon­diale (Bm), Il Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale (Fmi), l’Unione Euro­pea (Ue) o l’Ocse indi­vi­duano la cre­scita come pana­cea uni­ver­sale di tutti i pro­blemi eco­no­mici. In paesi come la Ger­ma­nia o il Bra­sile l’accelerazione della cre­scita eco­no­mica è pre­vi­sta per legge. Non sono pre­vi­sti né limiti né alcuna gra­dua­lità nella crescita.

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pierluigifagan

La decrescita non è un'alternativa

di Pierluigi Fagan

Tis the time’s plague when madmen lead the blind”.
W. Shakespeare King Lear (Atto IV°, scena prima)

dollLe opinioni ed il dibattito su quel composito mondo di stimoli ed idee che cade sotto il termine -decrescita-, partono da un assunto. Questo assunto risale al momento nel quale questo termine, ed il successivo movimento di idee che lo seguì, nacque.

Eravamo ai primi degli anni ’70 e a cominciare dall’economista franco-rumeno N. Georgescu Roegen, ma in contemporanea nel movimento dell’ecologismo scientifico e nelle analisi del Club of Rome, nonché in certa cultura sistemica, si prese coscienza del semplice fatto che una crescita infinita (modello economico dominante) in un ambito finito (pianeta), era impossibile. Prima che impossibile era assai dannoso per le retroazioni che si sarebbero innescate sia in termini ecologici, sia negli stessi termini economici termini che avrebbero portato con loro, pesanti conseguenze sociali, alimentari, sanitarie, culturali, geopolitiche, paventando la formazione di chiari presupposti catastrofici. L’intuizione della decrescita, una sorta di cassandrismo destinato come tutti i cassandrismi a risultare antipatico e sospetto di eccesso paranoide, nasceva quindi da uno sguardo in prospettiva e nasceva proprio nel momento in cui la società della crescita era al culmine dei suoi gloriosi trenta anni di galoppata.

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mainstream

Su decrescita e marxismo

La decrescita è rivoluzionaria ma i marxisti non lo sanno

Marino Badiale

----------------------0marxVi è qualcosa di paradossale nel modo in cui il variegato mondo dell'estrema sinistra più o meno marxista ha finora discusso e criticato la proposta della decrescita. Vi è infatti un consenso abbastanza diffuso, fra i marxisti, su due questioni: in primo luogo lo sviluppo storico degli ultimi due secoli ha portato ad una situazione nella quale il rapporto sociale capitalistico non implica solamente, come in passato, sfruttamento e disumanità nei rapporti sociali, ma sta ormai minacciando la distruzione degli equilibri naturali e, quindi, delle stesse condizioni fisiche di una vita umana sensata, se non di una vita umana tout court. In secondo luogo, tale rapporto sociale, nella forma attuale, ha come elemento necessario la crescita della mercificazione di ogni ambito dell'esistenza, cioè la riduzione a merce di sempre maggiori settori dell'attività produttiva umana, e quindi la correlativa crescita del consumo di merci, perché beni e servizi prodotti sempre più nella forma di merci devono ovviamente trovare degli acquirenti.


Il pensiero della decrescita parte da una analisi che ha forti assonanze con quanto appena detto, e propone come risultato di tale analisi la riduzione della sfera dell'attività sociale organizzata secondo la logica del rapporto sociale capitalistico. Per capire questa proposta occorre naturalmente distinguere fra beni e merci: i beni (beni materiali o servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano a qualche tipo di bisogno, le merci sono i beni prodotti per il mercato e dotati di un prezzo. La decrescita di cui si parla è quella delle merci, non dei beni. Ci si propone cioè di ridurre la sfera dell'attività umana che si esprime nella produzione di merci per il mercato. Le proposte sono di molti tipi diversi, perché è un'intera forma di organizzazione della produzione umana che deve essere ripensata.

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contropiano2

L’errore filosofico della decrescita

Antonio Allegra

Sostenere la «qualità» contro la quantità significa proprio solo questo: mantenere intatte determinate condizioni di vita sociale in cui alcuni sono pura quantità, altri qualità.
(Antonio Gramsci, Quaderno 10)

DecrescitaIl libro di Giovanni Mazzetti, dal titolo Critica della decrescita, Edizioni Punto Rosso 2014, benché sia stato scritto da un economista, porta a segno una critica al progetto politico della decrescita che non ricorre ad argomentazioni economiche ma filosofiche. Per essere più precisi, quella di Mazzetti si presenta come una «critica alla prospettiva culturale» dei sostenitori della decrescita (Latouche, Pallante), mettendone in evidenza contraddizioni oggettive e soggettive (intendendo con le prime quelle che sorgono dal confronto con la realtà storica, con le seconde quelle che sorgono dall’interno delle tesi di tale prospettiva). A nostro avviso le prime sono più importanti delle seconde, anche perché sono quelle quantitativamente e qualitativamente più consistenti.

La prima osservazione è di natura metodologica. Poiché, secondo la definizione datane dai suoi sostenitori, la decrescita non è una teoria ma un progetto politico che intende modificare una realtà, Mazzetti sostiene che, per capire cosa sia necessario fare e come cambiare tale realtà, occorre «verificare se, grazie al proprio sistema di orientamento, si è realmente in grado di individuare correttamente dove ci si trova e come [vi] si è giunti». Insomma, siamo sicuri di capire con le nostre categorie interpretative la realtà su cui si vuole intervenire politicamente?

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La soggettività critica alla prova di un nuovo ciclo storico

Il ritratto politico della crisi e l’interpretazione scientifica del mondo

Mario Agostinelli

moebius grandeProvo ad esprimermi sulla portata e sulla profondità di un “nuovo ciclo storico”, che, per la densità delle parole usate, supera evidentemente le dimensioni della globalizzazione, dello strapotere della finanza o della riduzione degli spazi democratici fin qui considerati, mi concedo l’occasione per un intervento “irrituale”. Con una modalità inconsueta di esposizione, quasi provocatoria, provo a svolgere una riflessione su un aspetto forse sorprendente per alcuni, ma che a me sembra sottostare ad ogni approccio alla crisi in corso: la scienza moderna sta ridefinendo la rappresentazione della realtà che ci circonda, in base a concetti che si discostano totalmente dall’assolutezza e dal determinismo che la cultura tradizionale ha ereditato dai tre secoli che hanno percorso lo sviluppo industriale dell’Europa. Così, l’economia politica e l’ideologia del progresso illimitato sono andate in affanno quando – ad esempio – si è considerato che energia e materia sono sottoposte alle leggi della termodinamica e quindi riportate al tempo fisico.

L’ecologia diventa politica già a fine Novecento
o, almeno, sarebbe dovuta essere riconosciuta tale, Ma c’è dell’altro in emersione, che è stato fin qui trascurato.

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L'alluvione sarda e i fantocci impiccati

di Pino Cabras

Gli hanno dato molti nomi: ciclone, Cleopatra, uragano, bomba d'acqua. La mia terra gli ha dato un tributo di vite umane. Il presidente della regione Ugo Cappellacci, pronto ad aggiornare l'elenco di piaghe descritte nel Libro dell'Esodo, gli ha dato la definizione di "piena millenaria". La tempesta che ha rovesciato sui suoli sardi sei mesi d'acqua in appena mezza giornata ha saputo guadagnarsi così il primo posto nella borsa mediatica delle catastrofi, in Italia e nel mondo, prima di essere inevitabilmente sostituita da altre notizie.

I lutti e i danni, tuttavia, non sono tutti dovuti al meteo cinico e baro. Questa devastazione deriva da un equivoco di fondo che la Sardegna di oggi e l'Italia sin dai tempi del Vajont si portano dietro: avere un suolo prevalentemente montagnoso e collinare, ma percepirsi come un paese di pianura, dove la pianura ha dimenticato per sempre tutta quella inutile materia fangosa e "prevalente" che sta a monte.

È uno spazio addomesticato, quella pianura ideale, segnato da linee d'asfalto, case, scantinati, capannoni, e mille altri segni di "sviluppo" che la separano dal passato rurale e la proiettano in un mondo magico e progressivo che fa a meno della geologia.

Olbia alla fine della seconda guerra mondiale era un borgo di diecimila abitanti, oggi ne ha sei volte di più. E dove ha fatto il nido tutta questa gente nuova?

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Il problema dei rendimenti decrescenti

di Marino Badiale

Mauro Bonaiuti, La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita, Bollati Boringhieri 2013.

Mauro Bonaiuti ha scritto un testo di grande interesse, che dovrebbe essere letto da tutti coloro che hanno preso coscienza di come l'attuale organizzazione economica e sociale sia sempre più incapace di affrontare i problemi da essa stessa creati, e si stanno interrogando sulle possibili vie d'uscita al vicolo cieco in cui sembra essersi cacciata la nostra società. Il libro offre una grande ricchezza di riferimenti. In questo rispecchia la formazione dell'autore, che ha conseguito un dottorato in Storia delle Dottrine Economiche studiando l'opera di Nicholas Georgescu-Roegen, e ha tenuto corsi di tipo economico in varie Università italiane, ma ha anche studiato autori come Weber, Simmel, Marx, Polanyi, Malinowski, Mauss, che il pensiero economico mainstream non degna di grande attenzione.

Il libro è strutturato in una introduzione e quattro densi capitoli, ed è arricchito dalla prefazione di Serge Latouche. Il primo capitolo esplicita l'approccio generale seguito nel libro, che è quello del “pensiero della complessità”. Il secondo delinea gli aspetti fondamentali della moderna società industriale vista come “età della crescita”, e gli ostacoli contro i quali sembra infrangersi oggi il tentativo di proseguire nella stessa direzione. Il terzo capitolo, probabilmente il più importante sul piano teorico, introduce l'ipotesi che la nostra società sia entrata in una fase di rendimenti decrescenti (ne parleremo meglio nel seguito).

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Un intervento di Giovanni Mazzetti

Avevo discusso alcuni scritti di Giovanni Mazzetti nel mio intervento su "decrescita ed economia". Il prof. Mazzetti, al quale ho segnalato il mio articolo, mi ha inviato alcune note critiche, che pubblico qui di seguito. Lo ringrazio sia per aver voluto scrivere un intervento denso e argomentato, nonostante i suoi numerosi impegni, sia per aver acconsentito alla pubblicazione. Ritengo importante che questo dialogo possa proseguire, e spero di poter rispondere all'intervento del prof. Mazzetti in tempi non troppo lunghi.
(M.B.)

+o+o+


Caro Marino Badiale,

vorrei innanzi tutto sottolineare che personalmente non sono affatto diffidente nei confronti della “teoria della decrescita”;  molto più semplicemente sono in dissenso con i suoi sostenitori.  Vale a dire che la mia esperienza e le mie conoscenze mi impediscono di accettare in tutto o in parte le argomentazioni con le quali quella “teoria” viene proposta.

Ho molto apprezzato il suo garbato invito a confrontarsi, per il tono equilibrato e argomentato col quale è stato formulato, cosa rara tra i seguaci di quella teoria.

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Quanto è abbastanza

Recensione del libro di R. ed E. Skidelsky

di Pierluigi Fagan

Questo è il titolo del libro uscito quest’anno ad opera di Robert ed Edward Skidelsky. Il primo, Robert, è un Lord britannico, professore emerito di economia, politicamente inquieto aderì ai laburisti, uscì per fondare il partito socialdemocratico, poi divenne conservatore ed infine membro del gruppo misto dei Cross Bencher. Il secondo, Edward è il figlio ed insegna filosofia. E’ autore di un rilevante studio su E. Cassirer. Skidelsky padre è meglio conosciuto come il più importate biografo ed esegeta di J. M. Keynes di cui curò una monumentale biografia in tre volumi e di cui esiste anche una utile riduzione (R. Skidelsky, Keynes, Bologna, Il Mulino, 1998).

Il principale merito del libro è portare un ulteriore contributo a quella posizione di pensiero che si muove in critica ed alternativa al pensiero economico dominante, in particolare per quanto attiene al dogma della crescita infinita. Dalla decrescita, all’economia della felicità, agli ecologisti, agli economisti dello stato stazionario, la pattuglia degli “obiettori della crescita”, include oggi anche un punto di vista keynesiano. E’ questo un segnale importante per il formarsi di una consistenza a favore di nuovi paradigmi ed è rilevante anche che questo contributo provenga dall’ambito anglosassone che è altresì l’Urheimat del dogma crescista, mercatista, liberale ed econocratico.

La tesi è doppiamente fondata. Da una parte sul concetto di “abbastanza”, cioè su una limitazione quantitativa che Skidelsky sr deriva da Keynes ed in particolare da un testo (da noi più volte citato) scritto nel 1931 “Possibilità economiche per i nostri nipoti” (in J.M.Keynes, Sono un liberale? Milano, Adelphi, 2010, p. 233).

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Superare la crisi, creare occupazione utile, dare un futuro ai giovani*

Proposta di confronto su un progetto

Movimento per la decrescita felice

La crescita è la causa della crisi (potrebbe esserne la soluzione?)

In un sistema economico fondato sulla crescita della produzione di merci la concorrenza costringe le aziende ad aumentare la produttività adottando tecnologie sempre più performanti, che consentono di produrre in una unità di tempo quantità sempre maggiori di merci con un numero sempre minore di addetti. L’effetto congiunto degli aumenti di produttività e della riduzione dell’incidenza del lavoro sul valore aggiunto comporta un progressivo aumento dell’offerta e una progressiva diminuzione della domanda di merci. Nei paesi di più antica industrializzazione questo squilibrio è stato accentuato dalla globalizzazione, che ha permesso alle aziende di delocalizzare le loro produzioni nei paesi dove il costo della mano d’opera è minore, per cui il numero degli occupati in questi paesi è diminuito e nei paesi in cui le delocalizzazioni lo hanno fatto crescere le retribuzioni sono così basse che non compensano la perdita complessiva del potere d’acquisto.


Il debito è l’altra faccia della medaglia della crescita

Lo strumento per compensare lo squilibrio tra incremento dell’offerta e riduzione della domanda insito nelle economie finalizzate alla crescita è stato il ricorso al debito, pubblico e privato, dello Stato e delle sue articolazioni periferiche, delle famiglie e delle aziende.

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Ripoliticizzare la decrescita*

Considerazioni a partire dalla Conferenza di Venezia

Marino Badiale, Fabrizio Tringali

Quest'anno la Conferenza Internazionale sulla Decrescita, ormai giunta alla terza edizione, si è tenuta in Italia, a Venezia, dal 19 al 23 settembre. Senza dubbio l'iniziativa è stata un successo: circa 700 partecipanti provenienti da 47 paesi diversi, età media piuttosto bassa (più di un terzo degli iscritti aveva meno di 30 anni), grande partecipazione sia alle assemblee plenarie sia ai workshop (più di 80 in tre giorni), circa 180 papers discussi. Tutto ciò, unito alla capacità dimostrata dagli organizzatori, prova che anche in Italia il movimento della decrescita, nelle sue varie componenti, è ormai una realtà ben consolidata. Un risultato di questa portata comporta anche, come è ovvio, una grande responsabilità: quella di far crescere e fruttificare le potenzialità che il movimento ha dimostrato di avere, riuscendo ad incidere effettivamente sulla realtà politica, a livello sia nazionale sia internazionale.

Il pensiero della decrescita ha certamente la possibilità di sparigliare le carte della lotta politica tradizionale, imponendo un'agenda non riducibile agli schemi concettuali che hanno segnato gli antagonismi del Novecento, in particolare quello fra destra e sinistra. Ma affinché la decrescita possa sviluppare le sue grandi potenzialità, è probabilmente necessario un ulteriore sforzo di focalizzazione di alcuni nodi concettuali.

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Keynesismo o decrescita*

di Paolo Cacciari

Le macchine automatiche (…) danno origine alla tentazione di produrre molto di più di quanto non sia necessario per soddisfare i bisogni reali, il che conduce a spendere senza profitto tesori di forza umana e di materie prime”.
Così il più funesto dei circoli viziosi trascina la società intera al seguito dei suoi padroni in un girotondo insensato”.
Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione, 1934

La natura di una crisi che viene da lontano

Vissuta in Europa la crisi economica in corso da cinque anni assume caratteristiche strutturali ed epocali. Di fronte all’Europa si prospetta un futuro di decadenza e di emarginazione. La sensazione diffusa è che un lungo ciclo storico si sia irrimediabilmente concluso.

Da 70 anni l’Europa è stata al traino degli Stati Uniti. I governi europei sono stati i loro servitori/imitatori ben ricompensati (un’ “area sub-imperiale”, come giustamente ricorda Alternativa).

Per un quarto di secolo (la “golden age” postbellica) l’Europa, all’ombra del dollaro, ha potuto beneficiare di aiuti diretti e di ragioni di scambio favorevoli sui mercati internazionali per approvvigionare di petrolio e di materie prime a basso prezzo i propri apparati produttivi industriali.

Inoltre, quando si ricordano con nostalgia quegli anni  (come ora fanno in molti, tra tutti Gabriele Pastorello e Joseph Halevi su “il manifesto” del 20.9.12: “La decrescita è in atto, Si chiama povertà”, che scrivono: “Combattere il capitalismo è un conto, ma disprezzare l’unico periodo – quello keynesiano – in cui fu costretto a dividere maggiormente i frutti con i lavoratori, è insensato.”), bisognerebbe anche ricordare il veleno contenuto in quei frutti: urbanizzazione dissennata, inquinamenti irreversibili, salute compromessa per non poche categorie di operai, spoliazione di risorse naturali non rinnovabili in giro per il mondo.

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Superstorm Sandy - Una scossa alla gente?

di Naomi Klein

Basterà una crisi climatica per chiedere una agenda veramente populista ?

Meno di tre giorni dopo i danni di Sandy fatti sulla costa orientale degli Stati Uniti, Iain Murray del Competitive Enterprise Institute ha detto che a causare la miseria che sta per arrivare, è la resistenza dei newyorkesi a comprare negli ipermercati.

Su Forbes.com ( Nota 1) ha spiegato che il rifiuto della città di restare vicina a Walmart probabilmente renderà il recupero molto più difficile: "I negozi mom-and-pop non ce la faranno a dare tutto quello che i grandi magazzini possono dare in queste circostanze".

E non si è fermato lì, perché poi ha ricordato che se la ricostruzione andrà a rilento (come spesso avviene) sarà solo colpa delle leggi "a favore dei sindacati" come il Davis-Bacon Act,  che tra l'altro prevede che i lavoratori occupati in progetti di opere pubbliche non devono essere pagati con il salario minimo, ma con il salario prevalente nella regione.

Lo stesso giorno, a Frank Rapoport, un avvocato che rappresenta imprenditori immobiliari e costruttori da diversi miliardi di dollari, è saltato in mente di suggerire che molti dei progetti di lavori pubblici non dovrebbero essere assolutamente pubblici. Invece, visto che il governo è a corto di liquidi dovrebbe rivolgersi a "partenariati pubblico-privato", conosciuti come “P3".

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I beni comuni non sono il bene comune

Guido Viale

C’era una volta

C’erano una volta i beni comuni: l’aria, l’acqua, il bosco, il fiume, la spiaggia, i pascoli, e persino i campi, che venivano dissodati e arati congiuntamente dalle comunità di villaggio. Nell’era moderna, il processo della loro appropriazione – e della esclusione di chi ne traeva il proprio sostentamento – è cominciato molto presto con le recinzioni (enclosure) dei pascoli in Inghilterra, che Marx pone a fondamento del meccanismo di accumulazione primitiva del capitale. Ed è proseguito nel tempo: molte delle rivoluzioni borghesi in Europa hanno messo capo a un processo analogo, per non parlare della conquista del West in Nordamerica, a spese delle popolazioni indigene, o del colonialismo, che ha globalizzato questa pratica.

Gli ultimi decenni, con il trionfo del liberismo e del cosiddetto “pensiero unico”, si sono svolti all’insegna della privatizzazione di tutto l’esistente – persino dell’aria, con le quote di emissione – e della stigmatizzazione di tutto quanto è comune o condiviso. Ma la musica sta cambiando e deve cambiare. In ogni caso la difesa dei beni comuni, che oggi è il denominatore comune di tanti conflitti sociali, non si configura come un ritorno al passato, quando non tutto era ancora mercificato, e per questo “privatizzato” in nome di un progresso che identifica efficienza e profitto.