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Negazionismo, scetticismo o resistenze: dove va l’ecologia politica?
di Turi Palidda
Questo documento, a cura di Salvatore Palidda, è condiviso con alcuni ricercatori del progetto CREMED – Collective Resilience Experiences facing risks of sanitary, environmental and economic disasters in the MEDiterranean
È indiscutibile che la posta in gioco maggiore del XXI secolo riguardi la previsione o la negazione dei rischi per il futuro dell’umanità e del pianeta, rischi certamente percepiti come ben più seri della fine del mondo profetizzata da diversi ciarlatani del passato. Nel corso di questi ultimi anni la maggioranza dell’opinione pubblica mondiale sembra seguire i diversi punti di vista riguardanti tali rischi. Ma i popoli del mondo sono consapevoli di tali rischi o al contrario sono piuttosto dalla parte dei negazionisti e ancor di più degli scettici?
Per cercare di capire la portata della posta in gioco è utile passare in rassegna i diversi punti di vista o prospettive interpretative o riflessioni critiche nel campo dell’ecologia politica così come si sono espressi dagli anni Settanta e soprattutto dal 2010. A questi punti di vista corrispondono diverse pratiche che sono determinanti se non decisive rispetto al futuro.
Proveremo quindi a mostrare che le reazioni dei dominanti e dei dominati di fronte all’allarme sul destino dell’umanità e del pianeta Terra si configurino come IL fatto politico totale[1] per eccellenza. Che lo si neghi o che si pretenda controllarlo o trovarvi rimedio o che si dica che «non c’è nulla da fare», intellettuali, esperti, autorità internazionali e nazionali, lobby e buona parte della popolazione mondiale, tutti sono costretti a confrontarvisi, ancor di più di quanto avvenne rispetto alle due guerre mondiali del XX s. e rispetto al rischio di guerra nucleare (che di fatto si pensava poco probabile ma assai utile alla competizione tra le due superpotenze dopo il 1945). Fatto politico totale perché vi si intrecciano aspetti riguardanti tutti e tutto: i mondi animale, vegetale, minerale e l’atmosfera, quindi gli aspetti economici, sociali, culturali e politici (secondo alcuni in particolare religiosi). Ne consegue che le reazioni a tale fatto siano disparate e rivelatrici dell’attuale geografia politica, e dunque del rapporto tra dominanti e dominati, tra le loro culture e i loro comportamenti.
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Il Clima e la via dei soldi
di F. William Engdahl*
Clima. Ora cosa dovremmo pensare? Le mega-multinazionali e i megamiliardari dietro la globalizzazione dell'economia mondiale negli ultimi decenni, la cui ricerca del valore azionario e della riduzione dei costi ha arrecato così tanti danni al nostro ambiente sia nel mondo industriale che nelle economie sottosviluppate dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina, sono i principali sostenitori della movimento di decarbonizzazione dalla Svezia alla Germania agli Stati Uniti e oltre. È una crisi di coscienza, o potrebbe essere un'agenda più nascosta per la finanziarizzazione dell'aria che respiriamo e oltre?
Qualunque cosa si possa credere circa i pericoli della CO2 e circa i rischi di riscaldamento globale che sta creando una catastrofe globale con un aumento della temperatura media da 1,5 a 2 gradi Celsius nei prossimi 12 anni, vale comunque la pena di verificare chi sta promuovendo l'attuale ondata di propaganda e attivismo climatico. La finanza cosiddetta "green".
La finanza "green"
Diversi anni fa, quando Al Gore e altri hanno deciso di utilizzare una giovane studentessa svedese come bambina-immagine testimonial di un'azione di urgenza a favore del clima, o in Usa, per l'appello di Alexandria Ocasio Cortez volto ad una completa riorganizzazione dell'economia intorno a un New Deal verde, i giganti della finanza hanno iniziato a concepire schemi per guidare centinaia di miliardi di fondi futuri verso investimenti in aziende climate-fiendly prive di valore.
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Il Green New Deal e l’ecologismo di Stato
La trappola della sostenibilità
di Costantino Ragusa*
Negli ultimi anni abbiamo visto un cambiamento e una trasformazione radicale all’interno dei sistemi economici più avanzati, non solo al Nord, ma anche in tanti paesi del “Sud del mondo”. Questo cambiamento non è stato solo nel loro modo di procedere ma piuttosto in un continuo livellamento e aggiustamento della loro propaganda per giustificare lo sfruttamento e la depredazione continua del pianeta.
Da una parte l’industria, anche quella tra le più inquinanti al mondo, si è rifatta un’immagine sostenibile con politiche verdi. Un esempio tra i più significativi è stato il proporre di contrastare il cambiamento climatico con lo scambio e la compravendita di emissioni di CO2. Dall’altra parte proliferano nuovi ambientalismi impegnati a cogestire con i poteri dello stato il mantenimento degli stessi livelli di sfruttamento della natura: siano questi di natura chimica, genetica o altro.
Più recentemente si sta diffondendo un ambientalismo internazionale, come quello ispirato alla giovane svedese Greta Thunberg con il nome di Friday for Future accolto e cullato favorevolmente in ogni dove: dalle piazze al Vaticano, per arrivare fino a Davos. Un ambientalismo senza contenuto e soprattutto senza più nessuna conflittualità, senza una controparte con delle responsabilità precise: soltanto la denuncia di gravi problemi ambientali che si trasformano in emozioni collettive, come se bastasse prendere coscienza di un qualcosa per far sì che questo cambi.
Se fino a qualche anno fa la propaganda in difesa della natura portata avanti dal sistema industriale era quasi solo una retorica traballante, in tempi recenti siamo di fronte alla nascita di una vera e propria impresa: tutte le industrie, soprattutto quelle più inquinanti e nocive, hanno al proprio interno dipartimenti specifici su tematiche ambientali.
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I cavalli di Troia dello 0,01%
di Fulvio Grimaldi
Da Gesù, passando per T.I.N.A, a Greta: segui i soldi e trovi Goldman Sachs
“Noi non dovremmo mai accettare il linguaggio dei nostri nemici” (P.P.Pasolini “Petrolio”)
Giovanni Falcone: “Segui i soldi e troverai la mafia”.
Qui, seguendo i soldi che sostengono, propagano e pubblicizzano l’ondata ecogretista, troveremo Soros, NED, Amnesty, Goldman Sachs & Co. Ma di questo dopo, al capitolo “Segui Greta e trovi Paperone”.
Torno in pista dopo quasi un mese di assenza impostami dalla rottura del hard disk del mio computer con relativa perdita di tutti i dati. Rimedio alla bell’e meglio perché il recupero dati per ora non è ancora riuscito. Comunque, ben trovati!
Giuramento ecologista
Metto subito le mani avanti rispetto a chi, e sono turbe smisurate, mi salterebbe addosso non appena mettessi in dubbio – e lo farò, ah, se lo farò! – il verbo del culto di Greta e dei suoi seguaci. Follower, come dicono gli aggiornati (che non distinguono il singolare inglese dal plurale), che si contano a milioni e sono tutti belli, forti, fichi, biondi, con gli occhi azzurri e popolano quartieri perbene, parlamenti, governi, consigli d’amministrazione e redazioni affiliate. E ricordo a tutti che da decenni mi occupo di ambiente, nel senso che combatto chi lo invade, disturba, sconvolge, sporca, avvelena e ne massacra gli abitanti (allora, secolo scorso, si poteva). Tanto che, tra l’altro, per tre lustri, prima al TG1 e poi al TG3, ero il riferimento mediatico delle migliori associazioni ambientaliste italiane e perfino del, dai devastatori oggi tolto di mezzo, Corpo Nazionale della Guardia Forestale. E anche da inviato di guerra mi sono premurato – cosa del tutto anomala per i colleghi del settore – di evidenziare come bruciare petrolio e spargere chimica bombarola per distruggere popoli e paesi costituisca un’impronta ecologica più disastrosa di quella di ciminiere, marmitte, caldaie e allevamenti. Ma di questo né Greta, né i suoi infervorati chierici parlano.
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Una nuova economia a emissioni zero
di Andrea Roventini
Vietare le attività inquinanti, incentivare politiche pubbliche ambientali, predisporre strumenti finanziari per l'innovazione ecologica. Tre passi per cambiare paradigma
Quest’estate le conseguenze del riscaldamento climatico hanno spesso occupato le prime pagine dei giornali e le discussioni sui social network. Non solo per gli incendi che hanno piagato la foresta Amazzonica, ma anche per quelli che hanno bruciato la Siberia, le eccezionali ondate di caldo che si sono registrate in città come Parigi, con punte vicine ai 45° C, o in Australia e India con temperature sopra i 50° C, e per finire l’uragano Dorian che ha portato distruzioni nei Caraibi e negli Stati uniti sudorientali.
Tuttavia, l’impatto del cambiamento climatico non porta solo a un aumento delle temperature e a un’intensificazione degli eventi estremi (ondate di calore, tropicalizzazione dei temporali), ma aumenta anche la variabilità climatica. L’instabilità climatica implica, come nel Trono di Spade, che l’inverno può arrivare inaspettatamente, con conseguenze devastanti per la produzione agricola. Di fronte a questi fenomeni, è farsesco che certi giornalisti o politici minimizzino i rischi del cambiamento climatico per le temperature rigide che si registrano in alcuni giorno dell’inverno in Italia o negli Stati uniti. Le proiezioni all’anno 2100 dell’Agenzia Europea dell’Ambiente indicano che se non combatteremo efficacemente il riscaldamento climatico, tutta l’Europa sperimenterà forti aumenti delle temperature, ma l’area mediterranea sarà colpita da periodi estremi di siccità, mentre le precipitazioni si intensificheranno nelle regioni centrali e orientali.
Purtroppo, in mancanza di interventi tempestivi, il peggio deve ancora avvenire. Lo scorso anno, un articolo pubblicato su Pnas, uno tra i più influenti giornali scientifici insieme a Science e Nature, ha avuto un forte impatto mediatico avvertendo che siamo vicini a un punto di non ritorno per il nostro Pianeta.
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Il clima sta cambiando, i rapporti di sfruttamento no
di Enzo Pellegrin
Se mai ce ne fosse bisogno, le manifestazioni "istituzionali" di venerdì scorso hanno confermato un dato ambientale, sul quale gran parte del mainstream mediatico investe risorse di controllo dell'opinione da almeno venti anni. Il clima della Terra sta cambiando.
Lo confermano, in ordine di importanza: i governi più potenti del mondo, le organizzazioni governative, le cosiddette organizzazioni non governative, i governi allineati ai governi più potenti del mondo. Nel mazzo entra pure il governo italiano, il quale ha "istituzionalizzato" le manifestazioni per il clima con una circolare del Ministero della Pubblica Istruzione, la quale invitava i docenti ad accettare la giustificazione di assenza per la partecipazione al "Friday for Future". Ultime ma non meno importanti, le organizzazioni dei partiti governativi e filogovernativi, le quali hanno tentato di dirigere, attraverso le loro organizzazioni giovanili, le manifestazioni di venerdì.
Che il clima, ma non solo il clima, stia andando incontro a mutamenti derivanti dall'inquinamento dei metodi di produzione e di sviluppo economico, lo avevano in precedenza detto sia la comunità scientifica internazionale, sia una serie di personaggi che alle nazioni Unite avevano più volte parlato, senza che il mainstream mediatico avesse mai dato loro la dovuta eco.
Fidel Castro Ruz, nel 2007, nella piena esplosione di quello pseudoecologismo peloso che lodava la ricerca di carburanti alternativi al petrolio derivati da vegetali e mais, ricordava che
"L'energia è concepita come qualsiasi merce…La terra e i suoi prodotti, i fiumi, le montagne, le foreste ed i boschi sono vittime di una incontenibile rapina. I beni alimentari, ovvia - mente, non sono sfuggiti a questa infernale dinamica.
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Due o tre cose sul clima e i Fridays for Future
di Piero Pagliani
«Your ancestors did not end slavery by declaring an emergency … I vostri antenati non hanno posto fine alla schiavitù dichiarando un'emergenza e sognando soglie artificiali per il numero “tollerabile” di schiavi. Ma l'hanno chiamata per quello che era: un'industria incredibilmente profittevole, la base di buona parte della prosperità dell'epoca, fondata su una fondamentale ingiustizia. E' tempo di fare la stessa cosa per il cambiamento climatico.»
(Myles Allen: Why protesters should be wary of ‘12 years to climate breakdown’ rhetoric. Myles Allen è docente di Scienze Geosistemiche, Leader dell'ECI Climate Research Programme, Università di Oxford, autore del capitolo riguardante le previsioni sul cambiamento climatico globale dell'IPCC Fourth Assessment Report e coautore dello Special Report on Global Warming of 1.5ºC dello stesso IPCC)
Nutro non solo sospetti, ma ho una reale paura dei movimenti suscitati dall'alto. Perché in alto ci sono le élite e spesso, come ci ricordava con chiarezza Antonio Gramsci, queste élite sono abilissime a mimare le forme di mobilitazione popolari (“del proletariato”), e lo fanno esclusivamente per i propri interessi e, in subordine, dei ceti sociali ad esse afferenti.
Ho quindi paura del “fenomeno Greta Thunberg” (non della giovane Greta), proprio perché per me il fenomeno Greta Thunberg, cioè il bandwagon che si è costruito in tempi record sulla base delle sue primitive - e io penso genuine - intenzioni e azioni, è un prodotto progettato e impacchettato a freddo (si veda di Cory Morningstar, giornalista investigativa e ambientalista, The Manufacturing of Greta); un prodotto immediatamente utilizzato da alcuni settori delle élite che infatti sin da subito hanno richiesto e ottenuto che la giovane Pasionaria del clima fosse accolta laddove si celebrano alcuni dei loro riti più appariscenti: i media mainstream, parlamenti e capi di stato vari, il World Economic Forum di Davos, il papa, l'Onu.
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Territori estrattivi e politica dei morti viventi
Lo sviluppo capitalista nell'era della crisi ecologica
di Maura Benegiamo
[Anche in Italia, come nel resto d’Europa e del mondo, gli ultimi mesi hanno visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza contro il cambiamento climatico. Importanti sono state le piazze oceaniche di Fridays For Future il 15 marzo e quella dei comitati a Roma, il 23 dello stesso mese. Dopo il secondo Climate Strike del 24 maggio, oggi va in scena il terzo atto. Per comprendere le sfide che attendono il movimento globale per la giustizia climatica proponiamo il seguente testo di Maura Benegiamo, che parte da una riflessione presentata al convegno Ambientalismo Operaio e Giustizia Climatica tenutosi presso il Centro Studi Movimenti di Parma il 14 giugno 2019. (el)]
1. L’astrazione è sempre estrazione
La connessione tra crisi ambientale e crisi economica che ha caratterizzato il panorama globale negli ultimi anni si è tradotta in un’intensificazione dei processi di mercificazione e sfruttamento applicati al mondo naturale. L’epoca post-fordista è stata caratterizzata da intense trasformazioni del lavoro e dei processi di sussunzione. Le logiche che hanno sotteso tali trasformazioni si sono estese al di là della produzione umana, implicando anche una trasformazione delle relazioni tra capitale e natura. In particolare, il crescente trasferimento sull’ambiente dei costi e delle funzioni della riproduzione sociale ha reso le funzioni riproduttive dell’universo non-umano – e la conseguente codificazione dei processi biologici – un elemento centrale nello sviluppo del capitalismo. In questo modo, le più recenti forme di captazione del valore, incentrate sulle dimensioni apparentemente più immateriali o cognitive della produzione ed attente a processi di cattura e monetarizzazione dei flussi di informazioni e di conoscenza, sono state applicate all’ampliamento delle dinamiche di estrazione e sfruttamento della natura (e dei corpi). Le stesse enclosures e la mercificazione della natura sono venute così ad articolarsi con i nuovi processi di accumulazione.
In questo contesto, le derive ecologiche che hanno contribuito alla crisi del modello fordista possono essere riviste alla luce dei nuovi saperi ambientali e del progresso tecno-scientifico, che però a loro volta sono serviti a costituire una specifica grammatica ad uso della governance neoliberista. Tutti questi processi si accompagnano infatti a politiche di sfruttamento intensivo dei territori ed estrazione delle risorse che sostengono traiettorie differenziali di inclusione ed esclusione.
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Where’s the Revolution? Who’s making your decisions?
di Francesco Cappello
Il rituale del venerdì e dello “sciopero globale” va riempito di tutti quei contenuti che risultano, non a caso, generalmente rimossi. Tutto è connesso a tutto
Bisogna aiutare i nostri figli/studenti a vedere ciò che è loro sistematicamente celato.
Non hanno gli strumenti per farlo autonomamente. Materie essenziali allo scopo sono state rimosse dai loro piani di studio. La didattica per “competenze“ tenta ormai di sostituirsi a quella per contenuti.
Nella scuola che frequentano anche il linguaggio convoglia l’ideologia aziendalistica. Non si danno più voti ma “debiti” e “crediti” mentre le micro e piccole imprese reali vengono lasciate al loro destino soffocate da un’enorme imposizione fiscale.
Vi si pretende di dare valutazioni e giudizi indiscutibili (digitali) che deresponsabilizzano i docenti. Anche una macchina può “correggere” una verifica nel formato “quiz invalsi“ e dare una valutazione scaturente dalla applicazione di insindacabili criteri, codificati in una “griglia“ (algoritmo valutativo) preventivamente predisposta. Allo studente è chiesto di mettere una crocetta (la stessa con cui si firmano gli analfabeti) nella casella giusta. La tendenza è quella di rendere maggioritarie questo genere di verifiche a discapito delle prove orali e di quelle scritte tradizionali.
Le prove invalsi ci “suggeriranno” quali argomenti trattare, con quali modalità e quali trascurare. Le interrogazioni orali e scritte saranno sempre più sostituite da idiote quanto mortificanti gare a quiz già candidate all’utilizzo per l’ammissione a esami di Stato, peraltro continuamente cangianti anche nel corso dell’anno scolastico, come accadde l’anno scorso.
Non più il/la preside ma un dirigente (d’azienda), scolastico amministratore delegato con sempre più responsabilità, all’interno di una organizzazione in cui sono in pochi (il Consiglio di Istituto) ad avere l’ultima parola. Il Collegio Docenti, per molti aspetti importanti, ha ormai solo potere propositivo; d’altronde, la propaganda propone che anche il Parlamento nazionale sia da considerare uno “strumento desueto».
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Questione ambientale e movimenti studenteschi
di OSA - Opposizione Studentesca D'Alternativa
Il clima della Terra con l’aumentare della temperatura globale sta cambiando ad una velocità spaventosa, portando alla scomparsa di alcuni ecosistemi, allo scioglimento dei ghiacci e all’innalzamento dei mari, che rischia addirittura di sommergere (ad esempio in Polinesia) interi stati nel giro di 50/100 anni. Il riscaldamento globale è incrementato consistentemente dagli effetti delle attività umane, e in particolare della deforestazione, del consumo di acqua e dell’inquinamento.
Tutte queste sono attività che l’uomo svolge da 13.000 anni, ma che hanno assunto proporzione così rilevante dalla nascita dell’industria alla fine del XVIII secolo. Da allora la popolazione mondiale è cresciuta di 8 volte e si è moltiplicata la produzione di qualunque bene di consumo. L’industria produce però scorie; per fare l’esempio più noto e lampante è ancora oggi fondata sulla combustione di fossili, che libera nell’aria anidride carbonica, uno dei cosiddetti “gas serra” alla base del riscaldamento globale, che catturano i raggi solari limitandone la riflessione.
Inoltre l’industria richiede un’enorme quantità di materie prime, inclusa l’acqua dolce che ricordiamo essere presente in quantità limitata sul pianeta. I nuovi materiali plastici e gli agenti chimici utilizzati in agricoltura creano un ulteriore problema di inquinamento duraturo causato tanto dalla loro dispersione quanto dalla produzione, e uniti all’inquinamento atmosferico dovuto alle polveri sottili causano la morte in massa e la malattia di numerose specie animali, tra cui l’uomo.
Nel suo continuo bisogno di incrementare la produzione di merci, il capitale è spinto alla ricerca perenne di nuove risorse, talvolta distruggendo ecosistemi unici.
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The Great Green Capitalism Swindle
di Sandro Moiso
Julien Temple nel 1980, con il film The Great Rock’n’Roll Swindle, ci aveva informati, in maniera irriverente e trascinante, del fatto che non solo la musica pop con tutto il suo circo mediatico e mercantile, ma anche il fenomeno punk, apparentemente così trasgressivo e diverso come nel caso degli iconici Sex Pistols, altro non fosse che una ben congegnata truffa ai danni dei giovani consumatori. Anche di quelli più radicali nei gusti e nei comportamenti.
Oggi la grande truffa è diventata green, verde come quel capitalismo che in nome della propria sopravvivenza finge di rinnovarsi affinché nulla realmente cambi, sia nel suo devastante rapporto con l’ambiente che nei rapporti di classe, dominio e sottomissione che le sue regole economiche da sempre sottendono.
Greta Thunberg è sicuramente un personaggio ispiratore di grande simpatia e i giovani che si sono mossi dietro di lei e con lei sicuramente hanno molto a cuore il destino di questo pianeta e della nostra specie. Ma il discorso sulla casa comune, come ho già affermato la settimana scorsa proprio su Carmilla (qui), rimane profondamente inficiato dal fatto che in una società divisa in classi c’è ben poco in comune tra chi sta in alto (pochi) e chi sta in basso (la maggioranza, soprattutto nelle aree esterne all’Occidente o ai paesi del G dai vari numeri che lo accompagnano a seconda delle occasioni). Molto spesso, infatti, mentre le case di molti bruciano o vengono travolte dal fango o da altri disastri naturali (dall’Amazzonia a New Orleans fino ai nostri Appennini), in altre case si festeggia: non lo scampato pericolo come sarebbe lecito supporre, ma il guadagno che tali disgrazie altrui possono portare nelle tasche di pochi fortunati.
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Non è una festa
di Andrea Zhok
Ieri vaste manifestazioni di matrice ecologista, in Italia e nel mondo, hanno suscitato impressione e grandi entusiasmi. Vedere tante persone, soprattutto giovani, mobilitarsi in massa per qualcosa di importante, qualcosa che va al di là delle immediatezze e superficialità di cui siamo prigionieri, è uno spettacolo confortante.
Francamente delle nuove generazioni è giusto temere chi si rimbecillisce davanti a uno schermo, chi fa a gara di selfie o chi si perde dietro a gadget e capetti firmati, ma non quelli che alzano la testa per guardare al di là del proprio presente individuale.
Dunque credo che l’attuale movimento vada accolto con apprezzamento, e anche se non mancano espressioni ingenue e talvolta semplicemente sciocche, bisogna ricordare che questo è fatale in ogni movimento di massa, e lo è sempre stato.
Ciò che però è importante capire, davanti alle usuali espressioni festose e ridenti, da scampagnata inattesa, è che il problema in oggetto è assai lontano dall'essere l'occasione per una festa.
1. I dubbi
I dubbi degli scettici verso questo movimento non sono privi di senso, per quanto spesso si appuntino su questioni irrilevanti (come le vicende biografiche della nota ragazzina svedese).
Il primo, fondato, dubbio nei confronti di questo movimento sta nel fatto di essere apparentemente sostenuto da quello stesso apparato capitalistico che è all’origine dei problemi ecologici. I sorrisi di capi di stato che invocano ulteriore crescita come unica soluzione, e il plauso di industrie private la cui moralità si risolve nel distribuire cedole corpose ai propri azionisti, sono indici assai sospetti.
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Metropoli e rapporto uomo-ambiente nella transizione al comunismo
di Mario Lupoli
Nella teoria e nella prospettiva attuale della transizione dal capitalismo contemporaneo al comunismo possibile, è essenziale oggi riprendere criticamente la riflessione attorno a quelle coordinate produttivistiche, tecno-idolatriche e antropocentriche che hanno caratterizzato ampia parte della teorica comunista tra fine Ottocento e Novecento. L’esigenza che emerge oggi è muoversi in orizzonti nuovi che più radicalmente affrontino la necessaria coniugazione di umano e naturale. L’articolo che segue vuole essere uno spunto per avviare un confronto su questi temi, ed è a sua volta il primo prodotto di un dibattito in corso
Nella sua riflessione sulla transizione dal capitalismo al comunismo, Trotsky[1] affronta la questione di una riprogettazione di massa di uno spazio di vita integrato umano-naturale sulla terra.
Trotsky prospetta infatti un coinvolgimento di massa – e non solo di architetti e ingegneri - nella progettazione di città-giardino, in una dinamica sociale che tende all’estinzione della divisione del lavoro.
Significativamente è in gioco la ricomposizione dell’uomo, che il capitalismo scinde al massimo grado (a livello individuale e di specie) fino a svuotarlo completamente della stessa capacità di dotare di senso la propria vita, le proprie relazioni e la propria prassi.
Questa ricomposizione si coniuga in un orizzonte nel quale la partecipazione crescente – anche alla riprogettazione urbanistica e quindi degli spazi e dei tempi di vita – consiste, da una parte, nell’esito del passaggio dal modo di produzione capitalistico alla società comunista, che, appunto, supera la divisione sociale del lavoro, l’alienazione e il feticismo delle merci, fenomeni tra loro fortemente correlati e co-determinati; dall’altra si identifica nella condizione e, insieme, nel progressivo radicale ampiamento della democrazia consiliare, fino a determinarne la perdita dei caratteri politici, giacché la scomparsa delle classi sociali renderà superflua la politica (ovvero, comunque sia, qualunque forma di potere, nelle sue varie articolazioni e configurazioni, di una classe su un’altra). Una volta persi tali caratteri, sarà necessaria esclusivamente una funzione amministrativa delle forme di coordinamento dell’associazione di liberi individui del comunismo. I due aspetti insieme lasciano scorgere che cosa possa implicare in termini di coinvolgimento di donne e uomini, a livello locale e internazionale, una riprogettazione degli spazi di vita.
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Ecologia e vita. Critica del valore e critica della natura
di Alice Dal Gobbo
[Anche in Italia, come nel resto d’Europa e del mondo, gli ultimi mesi hanno visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza contro il cambiamento climatico. Importanti sono state le piazze oceaniche di Fridays For Future il 15 marzo e quella dei comitati a Roma, il 23 dello stesso mese. In attesa del terzo Climate Strike del 27 settembre, i movimenti europei si incontrano al Venice Climate Camp dal 4 all’8 settembre (https://www.veniceclimatecamp.com/it/). Sarà l’occasione per condividere percorsi di riflessione e pratiche. Il testo di Alice Dal Gobbo che segue parte da una riflessione presentata al convegno Ambientalismo Operaio e Giustizia Climatica tenutosi presso il Centro Studi Movimenti di Parma il 14 giugno 2019. (el)]
Valore, Natura
Le categorie di Valore e Natura stanno emergendo prepotentemente nel dibattito dell’ecologia politica, nel dialogo che cerca di politicizzare il discorso e le pratiche legate alla crisi ecologica. Le due categorie sono caratterizzate da un certo grado di ambiguità, sono sdrucciolevoli e quasi paradossali. Da un lato, esse – ma soprattutto il loro nesso – sono un nodo centrale di una riflessione che, partendo dall’eredità del dibattito marxista sull’ecologia e dell’operaismo italiano, vuole prefigurare delle società future. Dall’altro, tuttavia, il rinnovamento delle nostre relazioni socio-ecologiche[1] richiede di ripensare profondamente, forse superare, il valore e la Natura.
Interrogare il nesso valore-natura all’interno della crisi ecologica (che però è anche economica, sociale, psico-sociale) ci porta a scavare fino al cuore della costituzione materiale delle società contemporanee. È infatti ragionevole sostenere che il valore sia uno degli elementi chiave nella configurazione ecologica globale del capitalismo, poiché l’accumulazione e la ricerca del profitto che caratterizzano il sistema necessitano processi di valorizzazione, di trasformazione del mondo in valore. Questi processi sono, per altro, sempre più pervasivi dato che il capitale cerca di abbracciare più e più ambiti di vita sia in senso “estensivo” (il capitale globale che non lascia scoperto più un angolo di terra), sia in senso “intensivo” (il suo infiltrarsi sempre più a fondo nelle radici della vita e del vivente, come per esempio nel caso della mappatura del genoma umano).
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In ricordo di Giorgio Nebbia. Tra passato e futuro
di Sergio Messina
L’amore per la conoscenza, la condivisione della stessa attraverso una comunicazione genuina e diretta, l’instancabile spinta nel servirsi della ‘memoria storica’ avanzando al contempo ‘messaggi di verità’ sempre ‘attuali’ e coraggiosi, sono solo alcune tra le tante caratteristiche inerenti sia lo stile, sia la stessa personalità, versatile e insieme coerente, di uno studioso del calibro di Giorgio Nebbia.
L’’emerito’, il movimentista e il ‘cronista’ lascia in eredità oltre al ricordo di un’umanità senza pari, uno straordinario patrimonio di idee, racconti, lezioni e stimoli per le generazioni future di studenti, studiosi, attivisti, politici ed educatori affinché gli stessi possano evitare di rimanere sprovvisti di adeguati strumenti per poter affrontare tempi sempre più complessi e privi di punti di riferimento. Ed eventualmente continuare (con la stessa chiarezza, determinazione e passione) un enorme lavoro di ‘divulgazione’[1] che necessiterebbe (così come lo stesso autore aveva auspicato in alcuni dei suoi numerosi scritti) di essere completato e/o ulteriormente approfondito.
Come è a molti noto Nebbia riassume in sé diverse ‘personalità’ (Professore universitario, politico, attivista, giornalista, saggista ecc.) che non consentono di incasellarlo in nessuna delle ‘categorie’ che lo stesso ha rappresentato nel corso della sua lunga e intensa ‘carriera’ (termine alquanto riduttivo se si vuole fedelmente descrivere le sfaccettature della sua attività tanto scientifica, quanto ‘divulgativa’) [2]. Ciò che per i più salta subito all’occhio è giustamente l’associazione con i ‘padri’ dell’ambientalismo italiano, relegando però in questo modo (magari inconsapevolmente) il contributo dello stesso a un ‘passato glorioso’ che non tornerà mai più e che ci indurrebbe a fare i conti con una realtà (come quella attuale) spesso povera di contenuti attraverso la consolatoria nostalgia dei ‘bei tempi andati’. Nulla di tutto questo.
Nella presente nota si cercherà di evidenziare (attraverso una breve ricognizione delle varie fasi del suo pensiero e delle principali vicende biografiche) il contributo del Professor Nebbia non solo alla ‘memoria storica’ inerente l’ecologia e la ‘contestazione ecologica’ ma anche all’ambientalismo contemporaneo oggi rappresentato in larga parte dai movimenti transnazionali sulla ‘giustizia ambientale’ e sui ‘beni comuni’.
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