Ci sono due modi con cui usualmente si parla dell’integrazione europea, delle sue finalità, del suo presente, del suo futuro. Un primo modo è quello di demonizzare eventi e vicende che ne sono all’origine. Un secondo è quello di monumentalizzare quegli eventi e quelle vicende. Approcci entrambi sbagliati, forieri di scelte improvvide. Dovrò per forza di cose confrontarmi con entrambi questi due approcci ideologici, ma mi sforzerò di farne venire alla luce un terzo: storicizzare sempre il discorso, parlare dell’Europa reale, dei suoi lati oscuri non meno che dei suoi lati luminosi.
Grande è la confusione sotto il cielo
Oggi questo approccio non è di moda. Grande è la confusione sotto il cielo. E, con buona pace del compagno Mao, la situazione non è affatto eccellente. A noi tocca fare opera di pulizia nell’oceano di propaganda, di bugie e veleni che vengono quotidianamente sparsi. Ci tocca, se desideriamo realmente costruire un’Unione che i popoli europei possano sentire come loro.
Mettetevi comodi, siate pazienti. Alcuni resteranno delusi. Parlerò male della destra, ma sarò critico e sferzante anche con la sinistra. Con la sinistra che flirta con l’Europa retorica, con l’Europa delle anime belle al centro delle fintamente letterarie rappresentazioni di queste settimane. L’Europa da talk show, da cabaret. L’Europa che si pone la domanda sbagliata – perché non siamo stati invitati da Trump al tavolo delle trattative tra Russi e Ucraini? – invece di chiedersi perché non siamo stati noi a convocare quel tavolo il giorno dopo l’inizio della sciagurata operazione militare speciale di Vladimir Putin.



1. Dalle crisi alle minacce. Il governo del terrore e la minaccia delle parole
Per chi è esterno, la politica europea può essere difficile da decifrare oggigiorno, e questo è più evidente che mai nella risposta del continente all’evolversi della situazione in Ucraina. Dalla rinascita politica di Donald Trump e dalla sua iniziativa di negoziare la fine del conflitto russo-ucraino, i leader europei hanno agito in modi che sembrano sfidare la logica fondamentale delle relazioni internazionali, in particolare il realismo, secondo cui gli Stati agiscono principalmente per promuovere i propri interessi strategici.
Il coinvolgimento dell’Unione europea nel conflitto con l’Ucraina è stato il frutto di un rapporto tra Washington e Bruxelles almeno formalmente diverso da quello sviluppatosi negli ultimi tempi. Se l’Amministrazione Biden rimarcava la presenza di solidi legami tra Stati Uniti e Unione europea, Donald Trump discute apertamente di un disimpegno militare degli Stati Uniti nel Vecchio continente.
Re(h)Arm Europe è il nuovo brillante piano da 800 miliari di Ursula von der Leyen & friends per consolidare e accelerare il suicidio dell’Europa che conta (i debiti). Dopo i successi ottenuti dalle politiche green e pandemiche appare saggio riproporre il medesimo schema incentrato sull’emergenza di turno, vale a dire la conquista del Vecchio Continente da parte della Russia; non subito però, niente allarmismi, bensì a partire dal 2030: godetevi quindi i prossimi 5 anni come se fossero gli ultimi.
Oggi l’Unione Europea e i paesi che ne fanno parte si trovano nella scomoda posizione di combattere contemporaneamente su tre fronti e tutti rilevanti: contro gli Stati Uniti e il suo Presidente, che d’altro canto non fa mistero del suo disprezzo per il nostro continente; ovviamente contro la Russia nostro nemico giurato (è da poco che Bruxelles ha ribadito che le sanzioni alla Russia non saranno tolte se non dopo che il paese avrà ritirato e senza condizioni tutte le sue truppe dal suolo ucraino) e infine contro la Cina, non mancando occasione da parte dei dirigenti dell’UE di cercare di mettere i bastoni tra le ruote a tutte le attività del paese asiatico nel nostro continente.
Polizze, conti deposito, cartolarizzazioni, riduzioni fiscali. Il riarmo europeo finanzia ben poco l'Ue, anche perché oltre la metà si traduce in acquisti di armi prodotte negli Usa. La nuova economia violenterà il Welfare e coltiverà odi nazionalistici destinati a distruggere il senso di convivenza collettiva
Mi capita di incontrare persone del ceto medio, anche molto cortesi e istruite, capaci per certi aspetti di esibire una certa umanità nei confronti dei consimili, che di improvviso mi fanno gelare il sangue nelle vene, pronunciando espressioni relative al genocidio di Gaza di chiara approvazione della carneficina in corso, anche dell’omicidio dei bambini. “Beh poi crescono e divengono terroristi”: questo affermano.
Il raggiungimento di una prospettiva di pace che fermi il massacro in corso da almeno 11 anni in Donbass e da oltre tre nelle regioni sudorientali ucraine, dove va avanti il conflitto voluto dalla passata amministrazione yankee, insieme a UE e NATO, costituirebbe, per definizione, una «pace ingiusta... una pace predatoria, ostentatamente punitiva». Parola di qualcuno che, pur in età ormai matura, “continua” quella “lotta” iniziata in anni giovanili contro ogni percorso che partisse, a quei tempi, a est dell'Elba; una “lotta continua” rinnovata oggi, come sembra essere il caso del signor Paolo Mieli, contro ogni tragitto che inizi a est del Dnepr. Perché è un assioma: oltre quelle longitudini, socialismo o capitalismo che sia, non possono vivere che “aggressori”, i quali, nel caso odierno, non mirano ad altro che a imporre «un trattamento punitivo per l’Ucraina».
Qual è la realtà della reazione “europea” al veloce cambiamento impresso dalla Casa Bianca alle relazioni internazionali?
È ormai chiaro come la luce del giorno. Gli attuali dirigenti europei sono sotto l’effetto di una duplice e devastante sconfitta. Hanno perso la guerra contro la Russia, sostenuta con il sangue ucraino e in appoggio subalterno agli USA. E ora si trovano umiliati da una nuova amministrazione americana, che ha cambiato strategia e li tiene lontani da ogni trattativa indirizzata alla pace.
È tempo di un sano e impietoso esame dei tanti lati oscuri della storia dell’Unione, preludio indispensabile per una azione politica autonoma. Ogni riferimento alla Cina e al nascente universo dei Brics è voluto. Tutto il resto è noia, peggio complicità.
In un’esilarante scena di “Brian di Nazareth” il protagonista del film, fintosi predicatore per sfuggire ai soldati romani che lo considerano un pericoloso militante antimperialista, messosi in salvo, cerca di seminare anche la piccola folla assiepatasi per seguire il suo strampalato sermone. Rincorrendolo questi suoi “adepti” trovano un sandalo perso per strada dal fuggitivo, si convincono che sia un segnale del “maestro” e proseguono in corteo agitando aste e bastoni, in cima ai quali hanno legato i propri sandali, improvvisamente assurti a simbolo di una nuova fede.
Oggi, in tutti i paesi europei, le politiche economiche e sociali e gli stessi meccanismi della democrazia rappresentativa sono ingabbiati dai vincoli dei trattati europei e dall’euro. Dinanzi alla peggiore crisi economica dal 1929, i vincoli europei hanno drasticamente ridotto gli investimenti pubblici, impedendo di compensare il crollo degli investimenti privati, come si faceva nelle crisi precedenti.
Di fronte al delirio bellicista in atto nell’Unione Europea, viene da chiedersi se non siamo ormai di fronte a un caso macroscopico di psicopatologia politica: sono in atto tutti i meccanismi difensivi descritti da Freud. Il primo è la negazione: del reale, del contesto, delle proprie pulsioni distruttive ecc., che ormai si è spinta a un punto tale, psicotico, da divenire denegazione, forclusione (cioè perdita del rapporto con la realtà, tipico della psicosi). Poi la proiezione, lo spostamento, la scissione, la rimozione, l’idealizzazione di sé. Del resto, proprio Freud in Il disagio della civiltà, ma anche nel suo epistolario-dialogo con Einstein, aveva tematizzato lo sfondo psicoanalitico della guerra. A tale sfondo si accompagna anche una robusta dose di infantilismo politico, che contribuisce ad alimentare una deriva fanatica e irrazionale che sacrifica i veri interessi dei popoli europei, e la loro stessa volontà, al mantenimento di un falso Sé europeista. Quindi c’è il cinismo, ci sono gli interessi (anche inconfessabili), ma è in gioco una questione esistenziale, identitaria dalle implicazioni profonde, che toccano il lato oscuro della costruzione europea.



































