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Il paradosso del doppio legame UE
di Nicoletta Forcheri
Funziona così, l’ingiunzione paradossale. Amami, detto con voce di odio. Abbracciami, detto con le braccia incrociate. Oppure: Aumenta il PIL! Detto con l’ordine di ridurre il deficit/pil e la spesa pubblica netta!
L’Italia si trova sotto ingiunzione paradossale, in quello che gli psicologi chiamano il doppio legame. Io lo chiamerei doppio cappio. Doppiamente illegittimo: anticostituzionale e anti trattati UE. Per uscirne basta evidenziarne il paradosso e la contraddizione di chi, dall’UE, ingiunge ordini cinici e schizofrenici.
Premesso che dai Trattati firmati, come Maastricht in primis e MES, che prevedono un rapporto debito/PIL 60% e un deficit/PIL di massimo il 3%, niente si evince della legittimità dell’obbligo di rimanere sotto il 2% del rapporto deficit/PIL.
Non contenti, i nostri politicanti hanno firmato il Fiscal Compact nel 2012, in Italia con un governo NON eletto, Monti dopo il golpe a Berlusconi, anzi illegittimo e dichiarato tale dalla Corte costituzionale. Il Fiscal Compact, è un trattato aggiuntivo NON inserito nel corpo dei trattati UE e TFUE e a cui, ad esempio, la Repubblica ceca e la Gran Bretagna non hanno aderito. Così come è stato sottoscritto, può senza problemi essere rescisso, a differenza dei trattati UE, la cui revoca è più complessa, non per questo non auspicabile né impossibile, almeno da Maastricht in poi.
Noi abbiamo aderito in situazione di scacco, ricatto e golpe politico: il governo Monti che, ripeto, era illegittimo. Sempre con questo governo imposto dall’alto, è stato adottato dal Parlamento, lo sfregio alla Costituzione nell’articolo 81 con l’obbligo di pareggio di bilancio nei conti pubblici. Sempre il Fiscal Compact (1), introduceva l’obbligo, più severo ancora rispetto ai criteri di Maastricht e al Trattato di Stabilità che istituiva il MES nel 1997, di ridurre di 1/20 l’anno il rapporto debito/PIL.
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Fazi e Mitchell, “Sovranità o barbarie”
di Alessandro Visalli
Un libro importante e coraggioso, che affronta alcuni dei nodi fondamentali oggi davanti ai nostri occhi e che bloccano la nostra azione, costruito con un profondo sguardo storico e capace di ripercorrere in poche e dense pagine gli snodi che hanno costituito il presente. Il presente come storia, dunque.
A me pare che una delle chiavi interpretative del testo sia da rintracciare nella dialettica delle durate, proposta da Braudel nel 1949[1], tra increspature superficiali, movimenti lenti dati dalle trasformazioni dei rapporti di produzione e mutamenti del sentire collettivo ed evoluzioni tecnologiche[2], e, al fondo, trasformazioni del sistema naturale, lentissime ma potenti. Quel che compiono gli autori, per gran parte del testo, è quel che Cervantes[3] chiama scrivere di storia, “madre della verità”. Storia, cioè, come verità narrata; non ciò che avvenne, ma ciò che giudichiamo essere avvenuto[4]. Una narrazione nella quale compare il problema del nesso tra la volontà dei singoli, nella loro interazione reciproca, e i fattori determinanti inerenti le ‘durate’ più lente, le strutture nella loro dialettica. Quanto valgono i piani dei capi nello svolgimento di una battaglia? Quanto conta che Kutuzov si addormenti mentre altri fanno complessi piani in “Guerra e pace”[5]?
Ancora più, la storia narrata da Fazi e Mitchell è storia militante; serve, la loro narrazione, a scopi evidenti nel testo. Ma il pathos narrativo che appare evidente in ogni pagina (con la loro partecipazione emotiva e la tensione morale) è esso stesso strettamente parte della storia narrata. Perché, come sostengono gli autori, questa storia, la sua verità, ci riguarda e ci contiene.
Si sta parlando dunque del nostro presente, incorporato nell’imperialismo dell’economico e nella onnipresenza di una dinamica di contrazione (e di espansione per pochi privilegiati) che origina nella ‘crisi’ degli anni settanta. O meglio, come scrivono, “almeno” degli anni settanta.
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Italia: Una questione di tassi di interesse e fiducia
di Sergio Cesaratto
Contrariamente all’immagine usualmente trasmessa nei paesi del nord d’Europa, l’Italia non è un paese fiscalmente dissoluto. In verità, l’Italia ha un record di surplus fiscali primari (i saldi del bilancio pubblico che escludono il pagamento degli interessi) dal 1992; solo la Germania può vantare qualcosa di simile (figura 1). Purtroppo, questa serie ininterrotta di surplus di bilancio è stata accompagnata dal 1995 dalla perdita della competitività esterna nella marcia di avvicinamento e poi con l’adozione dell’euro. Questi due fattori combinati hanno costituito la radice ultima della stagnazione di lungo termine dell’economia italiana, in particolare dell’appiattimento della sua produttività.
Figura 1

Fonte: Cesaratto, Iero (2018)
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Uno sguardo indietro
Cosa ha significato realmente la “condivisione del rischio” nell’Eurozona
di Marcello Minenna
In questo post sul Financial Times Marcello Minenna, Responsabile dell’Ufficio Analisi Quantitativa e Innovazione Finanziaria della Consob, spiega, dati alla mano, che l’Italia ha sempre dato all’Unione Europea molto più di quanto ha ricevuto, e che i nostri soldi sono andati a vantaggio dei paesi “core” dell’UE, in primis Germania e Francia, anziché aiutare i paesi della periferia che versavano in difficoltà finanziarie. Ribadire in modo informato questi fatti diventa particolarmente importante oggi, mentre il nostro paese subisce attacchi quotidiani da chi ci accusa di avere “vissuto al di sopra delle nostre possibilità” e di aver approfittato indebitamente della generosità dell'”Europa”
Uno dei dibattiti ricorrenti dopo l’eurocrisi è stato se gli strumenti di stabilità dovessero servire per condividere il rischio tra gli Stati membri o, al contrario, a isolare il rischio all’interno dei singoli paesi. Mentre nella zona euro si discute – rinviandole – su vere misure di condivisione del rischio, come l’assicurazione europea sui depositi, è importante ricordare cosa è successo quando i rischi sono stati condivisi e chi ne ha effettivamente beneficiato.
Condividere i rischi quando necessario
La narrazione comune è che i programmi di salvataggio avrebbero aiutato paesi in grave difficoltà ad evitare la bancarotta sovrana o fallimenti bancari diffusi. In realtà, nell’evitare tali esiti estremi, questi programmi proteggevano anche le banche dei paesi core – Germania e Francia, in particolare – che avevano accumulato enormi esposizioni verso la periferia prima della crisi. In quel momento, la condivisione del rischio (per quanto sgradevole) era la migliore opzione disponibile per i governi dei paesi core. Li ha salvati dall’intervenire direttamente (a spese dei loro contribuenti) per sostenere i propri sistemi bancari nazionali.
La “condivisione del rischio”, a partire dalla crisi, è sempre stata un “doppio salvataggio”. Un salvataggio per le banche della periferia, che a sua volta offriva un altro piano di salvataggio alle banche del centro.
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Spread, mutui e crisi: come funziona la gabbia dell’Europa
di coniarerivolta
Un recente contributo dell’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard lancia l’allarme: la manovra economica dell’attuale Governo potrebbe rappresentare un caso di espansione fiscale restrittiva. La questione è interessante perché Blanchard, uno dei più autorevoli ed ascoltati economisti mainstream contemporanei è stato, in tempi recenti, sostenitore della necessità di un intervento dello Stato nell’economia, per uscire dalle secche di una recessione come quella nella quale siamo invischiati ormai da dieci anni. Probabilmente tormentato da scrupoli di coscienza e sensi di colpa per avere raccomandato per decenni dosi da cavallo di austerità, Blanchard ha infatti scoperto che i moltiplicatori fiscali possono essere maggiori di 1. Quindi, un euro di spesa pubblica può stimolare la produzione in maniera maggiore dell’euro speso dallo Stato. Volgendo la sua attenzione al corrente dibattito italiano, però, Blanchard mette in guardia il lettore: nonostante il tentativo dei gialloverdi di rilanciare la produzione ricorrendo a spesa finanziata in deficit, la produzione potrebbe addirittura contrarsi. Già questo breve accenno potrebbe farci sospettare che Blanchard sia totalmente fuori strada. Sappiamo, infatti, che la manovra presenterà verosimilmente un 2% del PIL di deficit complessivo. Interpretati correttamente, però, i numeri ci parlano di un avanzo primario (l’ultimo di una lunga serie) di circa l’1.5%: in altri termini, l’ennesima misura di politica fiscale restrittiva e quindi neanche una traccia della politica espansiva di cui Blanchard parla.
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Monti e l’arrivo dell’ “effetto Tsipras”
Il tempio del potere
di Alessandro Visalli
Sul “Corriere della Sera” Federico Fubini ha pubblicato una intervista al senatore a vita ed ex premier Mario Monti nel quale quest’ultimo ha prodotto una serie notevolissima di affermazioni e minacce.
Inizia chiamando “realtà oggettiva” la “realtà internazionale”, con i suoi rapporti di forza e la divisione del lavoro che comporta[1], e quindi apparenza fittizia la condizione materiale nella quale vive la maggioranza del paese, con la quale questo governo, nel bene come nel male, ed in entrambe le sue componenti, è in contatto come non accadeva da decenni, più precisamente ha paragonato lo stato delle forze politiche che dall’opposizione sono giunte nelle stanze dei bottoni (o, meglio, come vedremo, nella sua anticamera) a “l’equivalente politico di una bolla speculativa”.
Leggiamo:
“Vede, credo che le forze che sostengono questo governo non avessero mai avuto veri momenti di confronto con la realtà oggettiva, con la realtà internazionale. Vivevano nell’equivalente politico di una bolla speculativa”.
Cosa succede adesso secondo Monti? Molto semplicemente, che la realtà si è presentata.
“Ora mi pare che l’impatto con la Commissione europea sia stata la prima vera occasione di scoperta della realtà, per politici che avevano in testa solo una propria versione di essa tutta costruita per demonizzare il passato”.
La “realtà” è dunque incarnata nella Commissione Europea, questa ne è il sancta sanctorum.
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La tragedia italiana
di Hans Werner Sinn
Hans Werner Sinn, anche se ormai da qualche anno in pensione, non si fa sfuggire l'occasione per commentare sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung la situazione italiana. Per il brillante economista tedesco gli italiani con i loro ricatti cercheranno di spillare quanti piu' soldi possibili ai "partner europei", ma l'ultimo atto di questa tragedia sarà l'uscita dalla moneta unica. Dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung
Si può discutere dell'attuale disputa fra UE e Italia in chiave moraleggiante e condannare i presunti eccessi italiani. Questo conflitto tuttavia può anche essere interpretato come il risultato di azioni sconsiderate di messa in comune che hanno causato dei gravi danni all'integrazione europea.
Il debito pubblico italiano è da sempre elevato e nelle banche italiane sonnecchiano da tempo delle enormi riserve di crediti deteriorati. La Commissione europea già da molti anni avrebbe dovuto regolare le banche in maniera più' severa e limitare i titoli del debito pubblico, ma non lo ha fatto. Che ora improvvisamente si agiti per un rapporto deficit/pil del 2,4 % è dovuto piu' che altro al fatto che i nuovi partiti euro-scettici in Italia si sono profilati come i concorrenti del vecchio establishment politico. E ora si vuole fare del paese un esempio per educare tutti gli altri. Dopo il rifiuto da parte del governo italiano di ridurre il deficit di bilancio, la Commissione europea potrebbe imporre delle multe pesanti. L'Italia tuttavia non sembra avere alcuna intenzione di pagare per queste sanzioni e cerca invece lo scontro aperto. Non viene piu' nemmeno invocata una soluzione amichevole. Il governo italiano è stato eletto per adottare misure radicali. E dalla popolazione italiana sarà valutato in base alla capacità di essere all'altezza di queste aspettative.
La storia dell'Italia nell'euro è una storia di crediti e garanzie pubbliche, di garanzie messe in comune e di sovvenzioni attraverso le quali il paese è stato tenuto a galla. Tutti questi aiuti hanno agito come farmaci che calmavano i mercati finanziari e la popolazione. Ma non hanno contribuito a risolvere i problemi strutturali del paese. Hanno invece distrutto la competitività dell'Italia e aumentato la dipendenza del paese dal debito.
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L’Europa difende i risparmi delle famiglie (e allora lo spread?)
di Thomasmuntzerblog
In questi giorni, in Francia, alcune decine di migliaia di persone hanno protestato in maniera auto-organizzata in seguito all’aumento dei prezzi del carburante. La protesta coinvolge in larga misura persone che abitano in zone periferiche delle grandi città e non possono fare a meno di spostarsi in macchina per andare a lavorare. Ciò che trovo più ipocrita della misura del governo francese è la giustificazione secondo cui bisogna disincentivare le persone dal prendere o comprare la macchina perché inquina. Credere alla giustificazione verde del provvedimento denota infatti una certa superficialità, per il semplice fatto che chi è obbligato a utilizzare la macchina, continuerà a prenderla se non viene potenziato il trasporto pubblico prima di tassare macchine e/o carburanti. L’unico effetto quindi sarà quello di impoverire queste persone senza alcun beneficio per l’ambiente. Sarà un effetto collaterale o è il vero fine del provvedimento? Per capirlo bisognerebbe tornare ai fondamentali…
Invece di occuparci delle vicissitudini d’oltralpe vorremmo però affrontare tre storielle bizzarre che trovano molto spazio nei media nostrani e che meritano un po’ di attenzione:
1) l’innalzamento dello spread è dovuto alla perdita di fiducia dei mercati;
2) l’Europa garantisce i risparmi delle famiglie italiane;
3) un deficit eccessivo mette a rischio la stabilità dell’intera Eurozona.
Stando a queste storielle, il governo dovrebbe retrocedere sulle cifre della manovra e obbedire a Moscovici. Dovrebbe farlo
1) per riguadagnare la fiducia dei mercati e finanziare la sua spesa;
2) salvaguardare i risparmi;
3) non mettere in pericolo l’Eurozona,
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Cose che si devono sapere sulla bocciatura europea della manovra italiana
di Andrea Fumagalli e Roberto Romano
Mercoledì 21 novembre 2018 la Commissione Europea ha bocciato la manovra economica italiana per il 2019. È la prima volta che succede da quando, nel 1999, si è costituita l’Unione Monetaria Europea. L’accusa è di violare le norme relative al controllo del bilancio pubblico. Non si fa riferimento al rapporto deficit/Pil (il cui livello viene fissato al 2,4% negli obiettivi del Def italiano, quindi al di sotto del livello massimo consentito dal Patto di Stabilità – 3%) ma al mancato rispetto del rapporto debito/Pil (il cui limite massimo del 60% è più che doppio nel caso italiano), con l’argomentazione che proprio per l’elevato debito pubblico, l’Italia deve intraprendere politiche di forte riduzione anche del rapporto deficit/Pil. Se, quando l’euro è nato, 20 anni fa circa, il 30% dei paesi non rispettava quest’ultimo parametro (Italia, Grecia, Belgio…), oggi il loro numero è più che raddoppiato (alla lista si sono aggiunti Spagna, Portogallo, Francia…). Eppure, è l’Italia il primo paese a rischiare la procedura di infrazione. In questo articolo si analizzano le ragioni del pregiudizio europeo sull’Italia – che non debbono fare dimenticare le ombre sulla manovra italiana stessa.
* * * *
In un recente articolo pubblicato su Effimera relativo al “Grande business sul debito italiano” e in un contributo di Giovanni Giovannelli, si era posta la necessità di indagare non solo le cause dell’incremento dello stesso debito e le pretese delle autorità europee di “governare” il debito italiano, ma anche affrontare il secondo punto dello scontro in atto tra governo gialloverde e Commissione europea. Ovvero non solo il target del 2,4% del rapporto deficit/Pil ma le stime della crescita economica italiana del 2019, che tale target dovrebbero garantire.
Lo facciamo ora, limitandoci solo alle previsioni di crescita per il 2019.
Secondo il Def governativo, l’economia italiana dovrebbe crescere nel 2019 all’1,5%. Tale crescita dovrebbe rendere realistico un rapporto deficit/Pil in crescita ma non superiore al 2,4%.
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L’Italia nella crisi dell’eurozona
di Antonio Lettieri
Molte cose potranno accadere dopo l’accelerazione della crisi che ha seguito la svolta politica nel nostro paese. Non è facile prevederne gli esiti. Ma qualcosa è già successo. Una lunga e sfortunata fase politica dell’eurozona è al tramonto. E sarà difficile rimpiangerne la fine, dopo un decennio perduto
Apparentemente, l’attacco della Commissione europea contro il governo italiano non ha senso. L'argomento riguarda il livello del deficit di bilancio per il prossimo anno. Nel corso del confronto col governo italiano sembrava che la Commissione potesse accettare un deficit dell'1,9% del PIL. Non è andata così. Com’è noto, il progetto di bilancio definitivo presentato dal governo italiano prevede un deficit di bilancio per il 2019 del 2,4 per cento.
Il deficit in questione
C'è una spiegazione? Circa un terzo del deficit è finalizzato a scongiurare l'aumento dell’IVA , un vecchio vincolo assunto dai governi passati per non incorrere nelle sanzioni della Commissione europea. Circa un altro terzo del deficit è stato stanziato per finanziare il reddito di cittadinanza a beneficio dei cittadini che vivono in condizioni di estrema povertà - a condizione che accettino una delle tre offerte di lavoro provenienti dai centri per l’impiego adeguatamente rafforzati.
Un’altra parte importante del deficit è destinata alla spesa pensionistica, con l’obiettivo di consentire alle persone di almeno 62 anni e con 38 anni di contributi di poter accedere alla pensione - una disposizione mirante nelle intenzioni anche a creare mezzo milione di posti di lavoro a favore di giovani disoccupati. Una quota minore del disavanzo è destinata a incrementare il capitolo di spesa precedentemente destinato a investimenti pubblici per circa 15 miliardi rimasti inattivati.
Perché, per la prima volta nella storia dell'UE, la Commissione europea ha respinto un progetto di bilancio, minacciando di aprire una procedura di infrazione contro l’Italia?
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La falsa sfida di Lega&Cinquestelle all'Unione europea
E la vera sfida da lanciare al governo, all'Ue e ai "mercati"
di Il cuneo rosso
Ci siamo: la Commissione europea boccia la finanziaria del governo Salvini/Di Maio e i due demagoghi a pettinfuori (o quasi) giurano: non retrocediamo di un millimetro. Su tutto possiamo transigere, sulla difesa dei poveri e dei pensionandi no. Prima i proletari! Salvini-Di Maio/Lega-Cinquestelle in armi contro la perfida UE, dunque. Avanti fino in fondo, sia quel che sia. E boia chi molla.
Che c'è di vero in questa sceneggiata meneghino/napoletana?
Per l'essenziale, nulla.
Perché:
1) il Fiscal Compact, il patto strangolatorio inserito in Costituzione che impone il pareggio di bilancio e il dimezzamento del debito di stato, non viene in alcun modo messo in discussione. Anzi non viene neppure nominato;
2) perché il Def (Documento di economia e finanza) del governo in carica garantisce per i prossimi anni l'avanzo primario; garantisce cioè, al pari dei precedenti governi, che lo stato spenderà meno di quanto incasserà. E lo farà per tutelare al meglio i suoi grandi creditori-piranha (quest'anno incassano 62 miliardi di interessi), cioè proprio i famigerati mercati e/o investitori, quelli di cui i "nemici" Juncker e Moscovici sono portaborse e portavoce;
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Come far crescere l'economia senza scontrarsi con Ue e mercati
Appello al governo Conte
di Enrico Grazzini
Il governo Conte potrebbe - e dovrebbe - cessare lo scontro frontale con la Unione Europea e con gli operatori del mercato finanziario. Senza rinunciare a espandere l'economia, il governo potrebbe – e dovrebbe - ridurre il deficit pubblico nella misura dello 0,8% come vogliono la Commissione UE, l'Eurogruppo, la Banca Centrale Europea e i mercati. Il governo Conte ha il diritto e il dovere di fare crescere l'economia nazionale e di abbandonare la politica di assurda austerità imposta dalla Commissione UE e dall'Eurozona che produce solo disoccupazione e povertà. Ma la dura lotta che si è scatenata sul deficit pubblico italiano tra il governo da una parte, e dall'altra la UE, la BCE, la diarchia franco-tedesca e i mercati finanziari, è assolutamente impari: è meglio evitarla. Difficilmente lo stato italiano può vincere questa battaglia in campo aperto, e comunque questo scontro frontale con la grande finanza e le istituzioni europee è troppo costoso. Per fortuna esiste un'alternativa meno rischiosa e più efficace per imprimere una decisa svolta all'economia e fare ripartire lo sviluppo nel rispetto delle (pur assurde) norme stabilite dai Trattati europei e dall'eurozona.
La soluzione esiste: proponiamo una manovra espansiva molto innovativa ma concretamente praticabile ed efficace, che non potrebbe essere giuridicamente contestabile da parte della UE e che sarebbe con ogni probabilità promossa dalla BCE e dai mercati.
Per finanziare il suo programma economico, e più in generale per rivitalizzare l'economia, il governo italiano potrebbe emettere titoli utilizzabili per avere sostanziosi sconti fiscali (non subito, ma al quarto anno dall'emissione). Il governo dovrebbe assegnare questi Titoli di Sconto Fiscale a imprese, famiglie e enti pubblici.
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Crisi dell’eurozona, competitività e manovra 2019
di Riccardo Realfonzo
Manovra 2019 | Legge di stabilità | Presentiamo di seguito, con alcune note esplicative, le slides della conferenza tenuta da Riccardo Realfonzo al convegno dell’associazione Asimmetrie “Euro, mercati, democrazia 2018”, svoltosi a Montesilvano l’11 novembre 2018
1. La crisi dell’eurozona
L’Unione monetaria europea si presenta oggi come una unione incompleta. Abbiamo una moneta unica ma non una banca centrale che funzioni da prestatore di ultima istanza (garantendo sempre l’acquisto di titoli del debito pubblico e quindi assicurando l’impossibilità del default degli Stati dell’Unione). Inoltre, non abbiamo un bilancio significativo dell’Unione né una politica fiscale unitaria e dotata di strumenti di debito dell’Unione (es.: eurobond) e di meccanismi redistributivi che riparino i Paesi aderenti dagli shock che li colpiscono in modo asimmetrico. Si tratta di scelte politiche che hanno avuto come conseguenza la forte dinamica degli spread tra i rendimenti dei titoli del debito pubblico e che hanno accentuato i processi spontanei di divergenza che portano lo sviluppo a concentrarsi in alcune aree di Europa.
Unione incompleta: La speculazione, La crisi dell’eurozona (SLIDE 1)
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Perché Varoufakis non è la soluzione ma parte del problema
di Paolo Gerbaudo
Dopo aver incontrato Corbyn, il leader di Diem25 si appresta a vedere Sanders per lanciare un'internazionale progressista che si contrapponga ai populismi di destra. L'iniziativa, che a prima vista sembra condivisibile, è velleitaria, senza radici e controproducente. Impossibile riformare l'esistente su base cosmopolita, meglio la proposta di rottura con l'UE teorizzata da Melenchon
Una grande internazionale progressista, dagli Stati Uniti all’India, passando per la Gran Bretagna e l’Italia. Questa la proposta altisonante lanciata nelle ultime settimane dall’ex ministro delle finanze greco durante il governo Tsipras Yanis Varoufakis. Una proposta che vuole controbattere a quell’Internazionale Nazionalista che Steve Bannon, l’ideologo di Donald Trump, ha messo in moto negli ultimi mesi e che si potrebbe concretizzare alle elezioni europee con un trionfo dell’estrema destra: da Marine Le Pen, e Viktor Orban alla Lega di Matteo Salvini. Quella di Varoufakis è un’iniziativa che a prima vista sembra condivisibile, anche visti gli indubbi meriti del carismatico politico greco nel costruirsi una nicchia nel dibattito mediatico, e nello svelare i meccanismi perversi della governance europea in diversi suoi libri di successo. Tuttavia questa proposta è la manifestazione più lampante dei limiti di Varoufakis e della sua avventura politica: un vero e proprio condensato di quello che la sinistra non dovrebbe fare per rispondere all’avanzata dei Trump di tutto il mondo.
L’appello lanciato dalle pagine del quotidiano britannico di area liberal The Guardian e poi diffuso da varie testate internazionali, tra cui il manifesto in Italia, vuol inserirsi in una fase storica che sembra incupirsi giorno dopo giorno, con l’ondata del populismo di destra che sta trionfando in diversi paesi, per ultimo in Brasile, con l’elezione del neofascista Jair Bolsonaro, che promette minacciosamente di “fare pulizia” della sinistra e dei movimenti popolari. Contro questi macabri figuri che approfittano della crisi della globalizzazione per dare linfa ad una agenda smaccatamente reazionaria, l’idea di Varoufakis è chiara: prendere la direzione opposta e rivendicare un internazionalismo cosmopolita, che vada all’attacco della xenofobia e dello sciovinismo che sembrano dominare il discorso politico.
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Brexit, prendere tempo per non perdere spazio?
Giuseppe Molinari intervista Marco Veronese Passarella
Dagli scorsi mesi stiamo prestando particolare attenzione ai processi che stanno determinando un sostanziale cambiamento del quadro politico, economico e sociale internazionale. Sono sempre più evidenti quelle espressioni di rifiuto dello status quo all’interno della composizione sociale che, connesse ad una crisi che sembra infinita e a conflitti intercapitalistici più o meno diretti, ridefiniscono l’ordine mondiale: la globalizzazione è messa in discussione, così come il predominio secolare degli Stati Uniti, mentre l’Unione Europea vive al suo interno sempre maggiori contraddizioni, a partire da quanto sta succedendo in Gran Bretagna.
* * * *
Ne parliamo con Marco Veronese Passarella, a cui chiediamo, alla luce delle trattative tra governo britannico e Commissione europea, com’è orientato, ad oggi, il dibattito interno in Gran Bretagna? L’attesa prolungata e la mancata determinazione di una soluzione definitiva ha portato ad un rafforzamento delle posizioni moderate – nelle scorse settimane, per esempio, ci sono state alcune manifestazioni di piazza a favore dell'indizione di un nuovo referendum - o il sentimento pro-Brexit continua ad essere preponderante?
Nelle scorse settimane sono scesi in piazza i cosiddetti “ceti medi riflessivi”, ovvero coloro che vivono la Brexit con un certo senso di colpa e che sono ancora ottimisti sul possibile risultato di un secondo referendum. Va ricordato, innanzitutto, che il referendum del giugno 2016 fu una scelta fatta dai Tories per cercare di arginare e annullare l’Ukip e riportare quella massa di elettori nel recinto conservatore; da questo punto di vista l’operazione è riuscita, anche se, come abbiamo visto, ha determinato un esito diverso, incontrollabile per gli stessi conservatori.
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