losmemorato

L'Europa non è Leuropa (UE for dummies)

di Luca Fantuzzi

In giro per lEuropa 1Anche se spesso i nostri giornalisti - oltre che piddini vari, preda di auto-razzismo patologico - fanno finta di ignorarlo, l'Unione Europea non è l'Europa (dalla quale, in quanto mera espressione geografica, non usciremo mai fino a quando non lo vorrà la deriva dei continenti) bensì Leuropa. Imperfetta quanto si vuole - dal momento che la vera Leuropa è sempre Laltra, che non esiste - ma (secondo i sullodati scienziati) comunque un successo.

Ma cos'è, davvero, Leuropa? Perché lasciarla porterebbe a crisi economiche e corse agli sportelli (fenomeni notoriamente sconosciuti nei Paesi della Leuropa), piogge di sangue, invasioni di cavallette e, se del caso, morte prematura dei primogeniti, esattamente come sta accadendo nel Regno Unito della Brexit? 

Leuropa (l'unica esistente) si basa su quattro pilastri (art. 26, c. 2, Tfue), il cui fine ultimo (non è la prosperità delle persone, o la coesione sociale, o la protezione dei deboli, o che so io, bensì) è la pura e semplice creazione di un mercato interno fortemente competitivo (artt. 101 e ss., Tfue).

(Certo, la creazione di un mercato interno può lasciare sul campo morti e feriti. La Commissione si può adoperare per ridurre un po' il dolore.

Ma il dolore è salutare. Per cui le eventuali deroghe alle severe ma giuste regole leuropee "debbono avere un carattere temporaneo ed arrecare meno perturbazioni possibili al funzionamento del mercato interno").

 

(1) La libertà di circolazione dei capitali, ai sensi dell'art. 63, Tfue, vero cuore di tutto il Trattato ("nell'ambito delle disposizioni previste dal presente capo sono vietate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri, nonché tra Stati membri e Paesi terzi. Nell'ambito delle disposizioni previste dal presente capo sono vietate tutte le restrizioni sui pagamenti tra Stati membri, nonché tra Stati membri e Paesi terzi").

Libertà di circolazione dei capitali significa, poi, evidentemente, possibilità per le aziende, ai sensi degli artt. 49 e ss. del Tfue, di delocalizzare ovunque entro gli Stati dell'Unione (che, come vedremo sotto, non possono apporre dazi intra-UE). Infatti, i capitali si esportano essenzialmente per investirli in Paesi diversi dal proprio. Ora, in mancanza di uniformità delle norme giuslavoristiche, tributarie, di sicurezza sul lavoro e di rispetto dell'ambiente, il venire meno delle frontiere ha ovviamente portato a una guerra stolida a colpi di dumping fiscale e di deflazione salariale (di recente il nostro governo ha pubblicizzato in apposito opuscolo quanto poco costino gli ingegneri italiani, rispetto al loro valore).

"Eh", direte voi, "ma non si può mica fermare il vento con le mani! Oggi siamo in un'epoca di globalizzazione!". Ma lo vogliamo capire che la globalizzazione non è un dato di natura, come un tornado o un terremoto, ma è un mero termine sintetico per riferirsi a un enorme e complesso sistema giuridico (o unione di sistemi giuridici), di natura pattizia trans-nazionale, che ha addirittura prodotto elefantiaci organismi giuridici (primo fra tutti il WTO)? La globalizzazione passa per il TTIP, per il CETA, cioè per trattati multilaterali di migliaia di pagine, oggetto di negoziati ai più alti livelli politici. La globalizzazione è norma, giurisdizione, normativa (altra cosa è il commercio internazionale. Che c'è sempre stato e sempre ci sarà). Ma se si tratta del prodotto di accordi pattizi, anche la globalizzazione può essere ridotta, controllata, modificata. Vi sono state altri periodi di globalizzazione nella storia: quello iniziato attorno al 1870, per esempio, è terminato bruscamente nel 1914. Può concludersi anche questa (certo più subdola e complessa, soprattutto considerando il ruolo di sostanziale parità rispetto agli Stati nazionali di soggetti genuinamente privati: si pensi all'ICANN), speriamo senza una Guerra Mondiale.

 

(2-3) Le libertà di circolazione dei beni e dei servizi. Se delocalizzo il call center Almaviva in Culonia Citeriore, devo essere certo che non arrivi un Trump de' noartri a piazzarmi qualche normicina che mi vieti di godermi quei meravigliosi appalti pubblici che - proprio delocalizzando (v. sopra) e cioè imbrogliando - riesco ad accaparrarmi nel Bel Paese (da INPS, INAIL, Poste, Telecom e giù giù per li rami). Lo stesso dicasi se voglio importare qui - senza dazi, che (come detto sopra) sono vietati tra i singoli Paesi dell'UE - piumini cuciti in Transnistria Antanica. Le norme di riferimento sono l'art. 28, c. 1, Tfue ("l'Unione comprende un'unione doganale che si estende al complesso degli scambi di merci e comporta il divieto, fra gli Stati membri, dei dazi doganali all'importazione e all'esportazione e di qualsiasi tassa di effetto equivalente, come pure l'adozione di una tariffa doganale comune nei loro rapporti con i Paesi terzi") e l'art. 56, c. 1, Tfue ("le restrizioni alla libera prestazione dei servizi all'interno dell'Unione sono vietate nei confronti dei cittadini degli Stati membri stabiliti in uno Stato membro che non sia quello del destinatario della prestazione").

Tuttavia, esistono anche dazi non monetari. Per questo, tra le norme a tutela della Dea Concorrenza, vi sono anche quelle contro gli Aiuti di Stato. Tra queste, riporto l'art. 107, Tfue, perché aiuta a capire la genetica asimmetricità dell'UE: "salvo deroghe contemplate dai trattati, sono incompatibili con il mercato interno, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza. Sono [invece] compatibili con il mercato interno: a) gli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori, a condizione che siano accordati senza discriminazioni determinate dall'origine dei prodotti; b) gli aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali; c) gli aiuti concessi all'economia di determinate regioni della Repubblica federale di Germania che risentono della divisione della Germania, nella misura in cui sono necessari a compensare gli svantaggi economici provocati da tale divisione. Cinque anni dopo l'entrata in vigore del trattato di Lisbona, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare una decisione che abroga la presente lettera [sì, bau!, N.d.R.]Possono [non devono, N.d.R.] considerarsi compatibili con il mercato interno: a) gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione...; b) gli aiuti destinati a promuovere la realizzazione di un importante progetto di comune interesse europeo oppure a porre rimedio a un grave turbamento dell'economia di uno Stato membro; c) gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse; d) gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio, quando non alterino le condizioni degli scambi e della concorrenza nell'Unione in misura contraria all'interesse comune; e) le altre categorie di aiuti, determinate con decisione del Consiglio, su proposta della Commissione".

Un'ulteriore riflessione. Io, come detto produttore di piumini in Transnistria (come tale molto più attento al benessere delle oche lavorate che degli uomini lavoranti), sono anche importatore dei medesimi piumini in Italia; pertanto, non avere rischi di cambio tra Transnistria e Italia mi potrebbe fare non poco comodo. Magari questo aiuta a capite perché ci sono alcuni che si ostinano a difendere un esperimento morto in culla come l'Euro.

La questione dei dazi in UE è ancora più complessa. I dazi verso l'esterno, infatti, sono stabiliti a livello di Unione (cioè sono leuropei), e possono comportare ulteriori distorsioni a favore di alcuni Stati membri e a danno di altri. Decidere di imporre dazi sull'importazione di aringhe e non su quella di olio, o viceversa, evidentemente ha un riflesso per Paesi del Nord e Paesi del Sud (ovviamente, le cose stanno così e così e così).

(Molto si potrebbe dire, tra l'altro, su queste decisioni che paiono meramente tecniche e invece sono scopertamente politiche: si pensi alla valutazione ai fini del rispetto dei vincoli di bilancio delle spese per la ricostruzione delle zone colpite da terremoto, ove si ponga mente alla diversa sismicità dell'Italia rispetto, per dire, a Germania o Olanda. E questo con buona pace del principio di solidarietà di cui parla l'art. 222 del Trattato).

 

(4) La libertà di circolazione dei lavoratori (art. 45, Tfue).

Se voglio che la libertà di spostare liberamente i capitali sia effettiva (motivo di fondo per cui è nata Leuropa), devo anche poter spostare gli uomini che utilizzano le relative immobilizzazioni (ne hanno saputo qualcosa a Torino, negli anni Sessanta e Settanta; il Tfue non si nasconde le difficoltà connesse a tali spostamenti; le cita all'art. 46, c. 1, lett. d, una delle tante norme di quel testo che rimarranno per sempre lettera morta).

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Però, siccome una cosa è migrare entro un unico Paese, altra da uno Stato (con una lingua, una tradizione, una cultura, una religione, un clima) a un altro (con diversa lingua, diversa tradizione, diversa cultura, diversa religione), ecco che ci si inventano mille strade per eradicare le persone (l'Erasmus) o per distruggere le comunità (l'immigrazione: in questo ha ragione Barbara Tampieri, che sottolinea come il fine di sostituzione etnica sia addirittura più importante rispetto alla volontà politica di creazione di un esercito industriale di riserva in vista di una permanente deflazione salariale).

Dice: "Eh, ma ci sono tante norme nel Tfue a favore del lavoro! Addirittura, l'art. 147 parla di livello di occupazione elevato!". A parte il fatto che, rispetto all'obiettivo costituzionale della "piena occupazione", già si tratta di un passo indietro, mi piace riportare l'art. 145, di cui non serve neanche un commento, per capire l'effettività di quella disposizione: "gli Stati membri e l'Unione... si adoperano per sviluppare una strategia coordinata a favore dell'occupazione, e in particolare a favore della promozione di una forza lavoro competente, qualificata, adattabile e di mercati del lavoro in grado di rispondere ai mutamenti economici...,". Non solo, il massimo si raggiunge con l'art. 151, non a caso posto a incipit delle disposizioni "sociali" del Trattato: "l'Unione e gli Stati membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali..., hanno come obiettivi la promozione dell'occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l'emarginazione. A tal fine, l'Unione e gli Stati membri mettono in atto misure che tengono conto della diversità delle prassi nazionali, in particolare nelle relazioni contrattuali, e della necessità di mantenere la competitività dell'economia dell'Unione. Essi ritengono che una tale evoluzione risulterà sia dal funzionamento del mercato interno, che favorirà l'armonizzarsi dei sistemi sociali, sia dalle procedure previste dai trattati e dal ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative.".

Tutto questo - in realtà e con buona pace degli estensori del testo di cui sopra - genera, per quasi tutti, soltanto maggiore povertà. Il che significa, specularmente, grandissimi guadagni per molto pochi.

Non solo: i molto pochi, in questo modo, hanno i capitali per far comprare ai tanti le loro merci mediante finanziamenti, così da poter godere non soltanto dei ricavi, ma anche degli interessi. Se ci si somma la pressione al ribasso sui salari, nonché la circostanza che la sullodata povertà comporta la trasformazione del diritto di emigrazione in obbligo, eh be', il guadagno è quadruplo.

 

Poi c'è l'Unione Economica e Monetaria.

Il tutto, infatti, non funzionerebbe in modo così perfetto, se le dinamiche volte alla deflazione salariale e alla conseguente finanziarizzazione dell'economia potessero essere obliterate o quanto meno attenuate da politiche anticicliche statali, in termini sia di allentamento fiscale sia di spesa pubblica in deficit.

Per questo è nato l'Euro. Per questo la Banca Centrale Europea è stata resa indipendente.

Ai sensi dell'art. 119, Tfue, "l'azione degli Stati membri e dell'Unione comprende, alle condizioni previste dai trattati, l'adozione di una politica economica che è fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, sul mercato interno e sulla definizione di obiettivi comuni, condotta conformemente al principio di un'economia di mercato aperta e in libera concorrenza. Parallelamente, alle condizioni e secondo le procedure previste dai trattati, questa azione comprende una moneta unica, l'euro, nonché la definizione e la conduzione di una politica monetaria e di una politica del cambio uniche, che abbiano l'obiettivo principale di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo questo obiettivo, di sostenere le politiche economiche generali nell'Unione conformemente al principio di un'economia di mercato aperta e in libera concorrenza. Queste azioni degli Stati membri e dell'Unione implicano il rispetto dei seguenti principi direttivi: prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie sane [chi è interessato può vedere l'art. 126, Tfue, N.d.R.] nonché bilancia dei pagamenti sostenibile".

Ai sensi dell'art. 123, c. 1, invece, "sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri... a istituzioni, organi od organismi dell'Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali".

Chiaro? La politica monetaria la fa la BCE e solo la BCE, e la fa con lo scopo precipuo di mantenere un basso livello di inflazione (art. 127, Tfue); pertanto il "divorzio" tra circuito democratico (elezioni, parlamento, governo) e banca centrale dev'essere completo (art. 130, Tfue), addirittura fino a vietare l'acquisto in asta dei Titoli di Stato.

Questo sistema crea, evidentemente, scarsità di risorse per gli Stati membri, i quali sono strozzati da vincoli di bilancio che non permettono le suddette politiche anti-cicliche, meno che mai il varo di importanti progetti pubblici.

Ma non solo: l'esistenza di un'unica moneta, l'Euro, per vari Stati membri - per di più, come detto, stretti in questa specie di Camicia di Nesso che sono le norme europee (rese ancor più stringenti dalle varie norme che vanno sotto il nome di Fiscal Compact) - non permette neppure gli aggiustamenti di cambio che permetterebbero una mitigazione automatica degli effetti di eventuali shock asimmetrici su alcune economiche rispetto ad altre, o sui differenziali di produttività fra le stesse.

In mancanza di questo meccanismo, shock e differenziali di produttività si scaricano necessariamente sul costo del lavoro, cioè - in pratica - sui salari, che vengono inesorabilmente compressi (a vantaggio, con tutta evidenza, dei profitti).

Questo intende il prof. Bagnai quando dice che la moneta è un'istituzione volta a regolare il conflitto distributivo.

Questa è Leuropa. Non Laltra. Quella che c'è. L'unica che ci può essere. Così è, se vi piace.

Commenti   

#1 Francesco zucconi 2017-03-10 22:49
Come uscire da questa schifosa economia sociale di mercato?
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