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paroleecose

Il mito dell’autonomia intellettuale

di Mimmo Cangiano

Age du papier“L’economia è il metodo. L’obiettivo è cambiare l’anima”
Margaret Thatcher

I.
Una volta Lukács ha scritto che quando tutte le strade per esprimersi sembrano chiuse, quando il contesto nel quale si opera non offre (come la weberiana gabbia d’acciaio) nessuno spazio per la libera azione del soggetto, quando il sistema sociale che abbiamo davanti appare come un Moloch inattaccabile e immodificabile, allora il soggetto muove verso l’unico luogo che gli appare intatto, modificabile, non compromesso: la propria interiorità.

Per Lukács è un trucco. Quell’interiorità è già assolutamente colonizzata dallo spazio esterno, ma la sua presunta autonomia garantisce al sistema sociale un doppio risultato. Da un lato, se tale spazio di libertà persiste, allora il sistema non apparirà così oppressivo; dall’altro il soggetto interiormente autonomo potrà sviluppare una proprio etica, creare nell’isolamento della propria interiorità un sistema di valori, anche in opposizione al sistema medesimo. Questa è la ragione per cui Lukács ce l’ha a morte con l’etica, che chiama, con chiaro intento sarcastico, “la prassi dell’individuo isolato”, vale a dire un sistema ideologico che, non interessato a socializzarsi, rafforza la percezione psicologica di una possibile separazione (autonomia) fra l’interiorità del soggetto e lo spazio esterno della prassi collettiva.

Questa mancata relazione dialettica fra interno e esterno (hegelo-marxismo per tempi bui) affonda le proprie radici in uno dei più spiritosi concetti di Marx, quello che nel 18 Brumaio e ne L’ideologia tedesca viene chiamato “il processo di putrefazione dello spirito assoluto”, vale a dire la richiesta di un cambiamento del reale basata sulla richiesta primaria di una modifica delle coscienze:

Dopo che l’ultima scintilla di vita si spense, i diversi elementi di questo caput mortuum entrarono in decomposizione, dettero origine a nuove combinazioni, e formarono nuove sostanze. Gli industriali della filosofia, che fino a quel momento avevano vissuto dello sfruttamento dello spirito assoluto, si gettarono allora sulle nuove combinazioni. […] più tardi, quando il mercato tedesco fu saturo e la merce non trovò alcun favore, nonostante tutti gli sforzi, sul mercato internazionale, l’affare fu guastato alla solita maniera tedesca con la produzione dozzinale e la contraffazione, il peggioramento della qualità, la sofisticazione della materia prima, la falsificazione delle etichette, le vendite fittizie, il giro delle cambiali e un sistema creditizio privo di ogni base reale. La concorrenza finì in una lotta accanita, che oggi ci viene presentata e decantata come un rivolgimento della storia universale, generatore dei risultati e delle conquiste più grandiosi.

Penso al processo di putrefazione dello spirito assoluto e so perfettamente che rischio di cadere nella banalità e nel più trito populismo. Perché mentre ci penso sono seduto in una sala ad ampie vetrate dell’università, una sala che si affaccia su un campo profughi degli anni ’60 ormai cresciuto oltremisura, con le strade sterrate e qualche cavallo, e qui dentro un intelligente collega canadese ci parla del da farsi: intervento nelle scuole, sui giornali, nei teatri, promuovere idee, empatia, compassione, affetto, radici comuni (quasi mi convince, ma perché nessuno o quasi parla mai del modo apparentemente irrazionale in cui le merci devono muoversi fra Israele e Palestina?). Poi il collega cita i neuroni-specchio e una sua teoria che definisce “mimetic (reverse) empathy” – e il “reverse” è chiaramente fondamentale – e io mi tranquillizzo: un’altra teoria, l’ennesima, se tutto va come al solito ce ne dimenticheremo in tre mesi.

Mentre ascolto e decido di scrivere questo articolo per LPLC sento già le reprimenda politiche dei compagni dall’America (lo so! gli USA non sono tutta l’America) che vogliono boicottarmi, come se boicottare uno sparuto gruppetto di intellettuali di sinistra, già costantemente sotto attacco nel luogo in cui operano, potesse avere qualche affetto. E sento anche le reprimenda teoriche dei compagni dall’Italia (e questi mi sa che hanno ragione) che continuano a scrivermi “Mimmo, ma che cazzo ce ne frega ormai degli intellettuali?”. Idiosincrasie personali: penso ancora che sia necessario operare a partire dalla situazione concreta in cui ci si trova, così come penso che gli intellettuali abbiano ancora un ruolo da giocare. Il problema è capire quale sia questo ruolo.

Questo è certamente sovrastrutturale, ideologico, non potrebbe essere altrimenti, ma l’ideologia non può chiudersi in se stessa, pensare di modificare il reale a partire dall’interno e all’interno dell’ideologia medesima, degli spazi culturali, affettivi, della soggettività, dell’interiorità. Tale posizionamento teorico, oggi a sinistra definitivamente maggioritario (benché ami presentarsi con le stigmate del perseguitato e del ribelle), è in fondo una new age in versione accademica (l’intervento diretto sulle anime), ed è impressionante vedere quanta strada tale narrazione sia riuscita a fare se si pensa che un’insospettabile come Gayatri Spivak sosteneva, a luglio su l’Espresso, e dopo alcune materialisticamente sacrosante affermazioni, l’impossibilità di cambiare il mondo se non a partire da un rivolgimento delle coscienze.

Tentazione drammatica: se si può intervenire sul piano etico-culturale possiamo ancora fare qualcosa (al di là di quello vi è la gabbia d’acciaio); tentazione meschina: se possiamo intervenire sul piano etico-culturale l’intellettuale può porsi alla testa del processo di cambiamento. Ma non ho mai dimenticato che Giaime Pintor ha scritto che le rivoluzioni riescono (ma quanto è ridicolo parlare ora di rivoluzione) a patto che poeti e pittori sappiano qual è il loro posto in esse (e no, non si tratta di “suonare il piffero”).

 

II.
Non piace a nessuno pensarsi non-autonomo, diretto da qualcosa a lui esterno. Siamo storicamente portati a crederci quali soggetti, e non oggetti, dell’azione del reale. Eravamo con molta fatica arrivati a comprenderci quali soggetti e oggetti al tempo stesso (uno era addirittura arrivato a dire che questa capacità perteneva a una specifica classe). Oggi siamo tutti artefici del nostro destino, autonomi, in ogni teoria intellettuale ci rappropriamo sempre – teoricamente – della nostra reale soggettività, per un atto che vorrei chiamare volontaristico. Altre teorie, o anche il modo in cui il reale funziona, ci vogliono non-autonomi, legati ai suoi modi di funzionamento, ai suoi schemi ripetitivi e coercitivi, ma io, con la teoria e anche col mio individualistico modo comportamentale, scavalco queste costrizioni, mi riapproprio di quel me stesso autonomo che vive da qualche parte al di là del sociale, e così facendo, io, svelo e disocculto le stesse costrizioni sociali.

Mito intramontabile (chi ama essere servo? Forse gli altri, non io). Ma mi ricordo pure che Lenin ha scritto che se si perdono le posizioni conquistate difficilmente se ne conquisteranno di nuove.

Questo mito dell’autonomia si è ripresentato al suo meglio nella recente vicenda di Rachel Dolezal. Per chi (come direbbe ZeroCalcare) ha vissuto gli ultimi due anni in fase di ibernazione, Rachel Dolezal è una professoressa statunitense, attivista storica per i diritti della comunità afro-americana e ex-presidentessa del NAACP (National Association for the Advancement of Color People). Dolezal ha finto, per buona parte della sua vita, di essere afro-americana (è una donna bianca del Mid-West) attraverso complesse operazioni di trucco, extension e lampade abbronzanti. Non si tratta di follia ma, come ha giustamente scritto, Paolo Mossetti in un bell’articolo[1], di una complessa operazione di spostamento identitario. Dolezal ha inoltre dedicato gran parte della sua vita alla necessità pratica e teorica dell’auto-affermazione dell’identità black. Svelato l’inganno dai suoi genitori, Dolezal è stato sommersa di critiche, improperi e minacce ed è stata costretta ad abbandonare tutte le sue attività all’interno della comunità afro-americana. Molto giustamente Mossetti fa il parallelo con un caso speculare e opposto, quello di Bruce (ora Caitlyn) Jenner, personaggio conservatore e reazionario quanti altri mai, diventato una sorta di eroe nazionale della sinistra americana in seguito al cambiamento di sesso e alla narrazione di tale passaggio identitario.[2]

Quello che è accaduto (e in ciò almeno in parte dissento da Mossetti) è un corto circuito fra il mito dell’autonomia soggettivistica e la difesa della posizione minoritaria (due elementi che solitamente nelle teorie in questione vanno a braccetto). Entrambi i soggetti sono passati in una posizione minoritaria (trans e black), ma in un caso qualcosa di esterno alla scelta autonomista ha impedito la formazione del consenso e il plauso all’autonomia stessa. Questo qualcosa di esterno è a mio parere proprio quel discorso di classe che Mossetti pare rifiutare equiparando transessualismo e transrazzialismo. Entrambi i protagonisti sono passati in una versione assolutamente privilegiata della posizione minoritaria: Janner è un ricchissimo transessuale con svariate posizioni di potere (almeno a livello rappresentativo); Dolezal è (era?) una donna black della middle-class, peraltro di tipo accademico, operante cioè principalmente in uno dei pochi ambienti estremamente rispettoso verso le posizioni minoritarie.

Mi si dirà: ma se il posizionamento di classe è più o meno il medesimo perché la reazione è stata differente? Non perché, su questo Mossetti ha assolutamente ragione, cambiare sesso è possibile e cambiare razza no, ma perché la tipologia di scelta autonomista non è assolutamente autonoma, e nel caso di Dolezal è entrata in collisione con la percezione, drammaticamente materiale, che l’identità black è un’identità working class (cosa evidentemente non avvertita per l’identità transessuale). Giusta o sbagliata che sia la percezione, le due scelte autonomiste sono state costrette a scontarsi col piano del consenso: tale piano ha decretato coraggiosa la scelta di Jenner, furbetta e profittatrice quella della Dolezal. Ma quello che qui mi interessa è che in entrambi i casi la scelta e il posizionamento teorico che vi è dietro sono stati obbligati a confrontarsi col piano della loro socializzazione (su Twitter, la Jenner usa come bio “I’m so happy after such a long struggle to be living my true self. Welcome to the world Caitlyn. Can’t wait for you to get to know her/me.”).

Ecco che non si riesce ad equiparare, se non teoreticamente (se non nel mito dell’autonomia intellettuale), transessualismo e transrazzialismo, perché è vero, anche su questo Mossetti ha ragione, che conta il fare e non l’essere, ma questo fare non vive nell’iperuranio individualista in cui io, in piena autonomia, scelgo la mia identità, ma nel confronto dialettico dell’io col funzionamento sociale, cioè con la cultura sociale dettata da tale funzionamento. Transessualismo e transrazzialismo non operano dunque, come gli intellettuali sembrano pensare, semplicemente nello scontro con le prospettive di tipo essenzialista, ma più precisamente nello scontro con la controparte socializzata e storicizzata dell’essenzialismo stesso, cioè sul piano del consenso, che è poi il piano in cui la controparte materiale dell’azione ideologica gioca un ruolo assolutamente decisivo. Questo non può semplicemente essere attaccato a colpi di cultura anti-essenzialista: se l’anti-essenzialismo culturale vince (come nel caso di Jenner) vuol dire che al livello dell’incontro dialettico fra piano materiale e piano ideologico si erano già create le premesse che hanno poi consentito la sua vittoria.

 

III.
“Mimetic (reverse) empathy”. Seguiremo questa teoria? Fra un annetto uno studente di dottorato mi si presenterà in ufficio dicendo che vuole scrivere la tesi su Manzoni, Verga e la mimetic (reverse) empathy? Se è intelligente mi dirà pure che la vuole incrociare col brescianesimo gramsciano? Oppure sarà un’altra di quelle cose per cui la futura società comunista ci giudicherà senz’appello?

Mentre il collega parla mi viene in mente l’articolo di Barbara Carnevali Contro la Theory. E mi pare che pure lo sviluppo abnorme e fuori controllo di questa non abbia tanto a che fare con lo scadimento della ricerca filosofica (quello è l’effetto), quanto ancora col mito dell’autonomia intellettuale. Se abbiamo perso interesse alla socializzazione della sfera ideologica, se ci siamo dimenticati (e qui parla proprio Gramsci) che ogni ideologia resta allo stato di falsa coscienza finché si mantiene nella sfera puramente intellettuale, ecco allora che lo spazio allo sviluppo abnorme della theory è aperto, perché questo è permesso dal mancato interesse verso la socializzazione di questa. Il mito dell’autonomia intellettuale risulta così addirittura raddoppiato: teorie che (indirettamente o direttamente) sostengono l’autonomia del soggetto sul piano intellettuale (o etico) si presentano esse stesse autonome dal piano della sfera materiale, che nel caso ideologico-culturale è appunto il piano della socializzazione. È un processo merceologico che ha anche a che fare con lo sviluppo in senso neo-liberista dell’università. Risulta fondamentale produrre continuamente novità, prodotti di consumo originali. Non ha importanza quanto dureranno, non ha importanza il piano della socializzazione, conta esclusivamente il piano della produzione e del consumo veloce: si lancia la teoria – astrusa quanto si vuole – nella piena e tranquilla coscienza che può morire là. Quanta ironia nel fatto che uno sviluppo teorico incentrato sul piano dell’autonomia intellettuale e identitaria sia così strettamente connesso ad una riforma materiale del luogo di lavoro in cui si sviluppa.[3] Questa che un tempo si sarebbe chiamata contraddizione (degli intellettuali o del capitalismo stesso ora non importa) oggi non viene neanche più avvertita, perché il mito dell’autonomia intellettuale ha infranto il proprio nesso con la situazione concreta in cui opera.

Sbaglierò, ma sgrattuggiate la theory e mi pare che in fondo troverete sempre l’ansia di far da sé, di non essere diretti e determinati dal contesto sociale, quell’ansia che Carlo Michelstaedter definiva della “bestia perseguitata”. E sbaglierò di nuovo, ma in quest’ansia feroce di un’intellighenzia che è disposta a tutto pur di non considerarsi gregaria, in questa paura atroce di poter essere profiled, incasellati in un discorso di razza, genere, classe, nazionalità, religione o quant’altro, in questo terrore che gira in questi corridoi di appartenere a un gruppo o di catalogare altri in un gruppo che non sia quello, necessariamente cosmopolita, dell’intellighenzia stessa, mi pare si stia consumando proprio l’inevitabile distacco tra intellettuali e piano della socializzazione, cioè quel rapporto che può permettere i “destini generali”. Ci resta solo la prassi di un’intellighenzia isolata che gioca a far quel che gli pare e si lamenta che nessuno l’ascolta.


Note
[1] http://www.iltascabile.com/societa/transrazzialismo/
[2] http://mashable.com/2015/06/02/caitlyn-jenner-hero/#d1M0v63ouZqE
[3] Leggete lo splendido articolo di Francesca Coin: http://effimera.org/smettere-quitting-francesca-coin/
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