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Sul Trattato del ribelle di Jὒnger

di Salvatore Bravo

norne 300x259Ernest Jὒnger è stato un Ribelle, un non allineato, ha vissuto il lungo secolo che ci ha preceduto “il secolo breve” con il coraggio delle idee che si fanno carne e diventano parole. Ha smascherato la mediocrità conformista degli intellettuali che hanno omaggiato la fine della natura umana e con essa ogni paradigma di verità. Il postmodernismo con la sua razionalità debole, un esempio è il pensiero debole di Vattimo, ha contribuito a spezzare il senso di ribellione, favorendo l’accettazione omologante all’interno del paradigma dell’economia. Ha denunciato la bandiera del “non impegno”, consapevole che non è sufficiente la negazione, ma essa deve trasformarsi in impegno per la libertà. Di intellettuali come Jὒnger sentiamo tutti nostalgia e ne avvertiamo il terribile vuoto: “horror vacui” è la nostra condizione. La sinistra è dialettica, vive del polemos, ogni cultura ed identità necessitano della differenza per misurare in senso qualitativo la propria storia. Il pensiero di Junger ci sollecita a dare risposte a sollecitazioni che benchè formulate da una prospettiva altra, non possono che essere condivise. La forza plastica che ne possiamo trarre è d’ausilio per tollerare le difficoltà della resistenza nel contesto-mondo irrazionale in cui la comunità pensante pare arretrare, per lasciare spazio al deserto dell’ultimo uomo, all’anomia collettiva. E. Junger tratta del tempo anonimo della società dello spettacolo nel quale l’omogeneità e la linearità sono gli attributi di espressione del tempo incardinato nella produzione, e che trasforma gli uomini in consumatori. E’ il regno animale dello spirito secondo la definizione di Hegel.

Jὒnger in il Trattato del Ribelle titolo originale Passare al Bosco- Der Waldgang - del 1951 è stato profetico: la disponibilità totale a concettualizzare posta su un piano superiore all’appartenenza, gli ha fatto capire che i “Totalitarismi” non si riducono alla maniera della Arendt ai fascismi ed allo stalinismo, ma essi diventano tanto più insidiosi tanto più sono travestiti da democrazia. Il totalitarismo di cui nessuno osa pronunciare il nome, pena l’espulsione dal circo mediatico dei liberi pensatori, è l’integralismo economico. Letterato prolifico e creativo utilizzò la metafora della nave, precisamente del Titanic, per descrivere la tracotanza incosciente dell’integralismo economico. Come sul Titanic si danza a ritmo del cattivo infinito del consumo, della mercificazione totale, ogni confine di senso è bandito, ogni κατηχούμενος (katēkhoumenos) limite è giudicato un attentato alla libertà individuale. La tragedia di Edipo si ripete ogni giorno: si uccidono i padri per annichilire la legge e l’argomentare responsabile. Il senso di onnipotenza alimentato dal consumo indiscriminato spinge verso la catastrofe, dunque Jὒnger usa l’immagine del Titanic per rendere immediati, intuitivi i rischi che non si vogliono concettualizzare, verso cui non ci si vuole responsabilizzare:

La nave continuerà la sua rotta anche oltre le catastrofi, che pure comportano immense decimazioni. Quando la nave affonda, cola a picco anche la sua farmacia. Ma in simili frangenti contano di più altre cose, per esempio la capacità di sopravvivere diverse ore nell’acqua ghiacciata. L’equipaggio vaccinato e rivaccinato, depurato dai microbi, aduso alle medicine e di età media assai avanzata ha minori possibilità di sopravvivere di un equipaggio che nulla sa di questo1.”

La società tecno-economica ha fatto della sicurezza il suo fine mediato da una comoda irresponsabilità morale e materiale per cui ogni resistenza, ogni disciplina del pensiero sono inibite dal permissivismo mascherato dal buonismo, dalla cultura dell’inclusione a tutti i costi, dalla riduzione della differenza a scelta mercantile o dei gusti erotici. Quando avverrà la catastrofe ci dice Jὒnger non avremo resistenza psichica e fisica, per cui saremo oggetto di forze oscure e reazionarie. L’incultura dell’economia depotenzia la creatività umana, la capacità di fare domande e trovare soluzioni. L’abitudine al consumo, all’individualismo più crudele ed ebete fa in modo che le catastrofi ambientali, le guerre, gli integralismi indotti dai bombardamenti in nome dei diritti umani non muovano a riflessione, a riconfigurare il sistema, per cui le tragedie si succedono mute, non ci parlano degli effetti delle nostre azioni, ma sono tacitate con logiche manichee violente. Parrebbe che non ci siano alternative, invece l’essere umano con la sua natura sfugge al controllo del Leviatano dai mille occhi pronto a scrutare e normalizzare i non omologati. Improvviso irrompe invece il passaggio al bosco. La differenza con Heidegger si fa stridente, per il filosofo di Essere e Tempo il bosco è la piccola patria, heimat, il radicamento nello spazio geografico di appartenenza, nella Foresta nera, è dunque un luogo concreto e come tale non accessibile a tutti. Si pensi all’opera di Heidegger Perché restiamo in provincia? In cui è reso esplicito il legame tra il filosofare ed il radicamento nella concretezza dello spazio geografico simbolo di un indissolubile relazione con il gruppo etnico, con il sangue.

Per Jὒnger il bosco è un luogo interiore, dunque è ovunque. Il motivo per cui certuni passano al bosco, immagine con cui si stigmatizzava il criminale che si dava alla macchia, è un mistero che trova le sue ragioni nella viva carne dell’umanità. Gli uomini sono tutti fratelli ma sono differenti per cui ogni tentativo di identificare e coniugare cause ed effetti per spiegare il motivo per cui taluni passano al bosco sarà fallace: gli esseri umani non sono oggetti da fabbrica come vorrebbe l’economia alleata della scienza.

L’umana grandezza va conquistata lottando. Essa trionfa quando respinge nel cuore dell’uomo l’assalto dell’abiezione. Qui è rinchiusa la sostanza della storia, nell’incontro dell’uomo con se stesso, o meglio: con la propria divina potenza. Chi vuole insegnare la storia deve saperlo. Socrate chiamava il suo demone questo luogo segreto da dove una voce, che era già al di là delle parole, lo consigliava e lo guidava. Potremmo chiamarlo anche il bosco2.”

Il bosco, l’incontro con se stesso è l’esperienza che disaliena, è il ritorno a se stessi per incontrare l’autenticità dell’essere e dunque svela e rileva il dominio della chiacchiera tecno-economica nel suo squallore quotidiano. Il sistema teme l’incontro con se stessi per cui organizza il tempo secondo ritmi sempre più accelerati, in modo che non si senta il disagio ed il fastidio di vivere. Il passaggio al bosco non avviene che nella lotta, perché si realizzi, si deve rompere con le false sicurezze sociali, e con le proprie paure. Incontrare se stessi, è incontrare la morte, perché si nasce a nuova vita, si mette in atto un impensabile metamorfosi creativa.

Passare al bosco, quindi, vuol dire innanzi tutto andare verso la morte – anzi, se è necessario l’attraversa perfino. Il bosco, come rifugio della vita, dischiude i suoi tesori surreali quando l’uomo è riuscito a oltrepassare la linea. Qui si posa l’eccedenza del mondo3.”

L’eccedenza del mondo è la creatività numinosa, invece si assiste all’avanzare del deserto. Il fatalismo con il quale si subisce l’avanzata del deserto inquieta: la globalizzazione divora culture, lingue, paesaggi, occulta il processo di annichilimento con la propaganda sulla difesa delle differenze, ridotte a puro folklore da vendere a turisti annoiati, ed alla ricerca di facili emozioni. Con la sterilizzazione della vita, il regno della morte è nell’economia che recide la relazione con il proprio sé profondo e dunque con il mondo. L’uomo ridestato a nuova vita è capace di empatia rompendo i confini indotti dall’atomismo delle solitudini. Nell’incontro con se stessi si accede ad una dimensione sovratemporale, all’essere, per il quale non le parole, non i calcoli, ma solo un empatico sentire senza parole svela la potenza critica e formatrice. Il passaggio al bosco mostra che il mondo sulla nave è un palcoscenico di morte, nel quale molti si rifugiano per paura della libertà. Nel bosco invece la densità della vita si fa profonda, quando il pericolo è grande, si è vicini all’annientamento, forze tettoniche salvano: ”Ma se il pericolo aumenta, la salvezza sarà ricercata più in profondità, presso le Madri, al cui contatto si sprigiona l’energia primigenia che le semplici forze del tempo non sono in grado di arginare4.”

Il tempo della nave è il tempo lineare, cronologico, della mobilitazione totale in cui la sedimentazione dei piani temporali sono assenti, pertanto nel pericolo, il soggetto automatizzato non ha energie da cui attingere per potersi salvare, perché non è mai nato, non è mai morto.. Solo il passaggio al bosco fa accedere a stratificazioni temporali in cui ritrovare potenzialità energetiche sconosciute, anticorpi al sistema.

Passare al bosco fa riemergere il senso della comunità: il Ribelle vive nella comunità, per cui nel grigiore del gregge sono presenti i lupi, come lo schiavo liberato della caverna di Platone, il Ribelle ritorna tra le pecore azzoppate dalle false sicurezze per accendere la miccia della ribellione, per portare la buona novella dell’impegno, per mostrare che la mortificazione non è un destino ma una scelta.

Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. E’ questo l’incubo dei potenti5.”

Dunque la storia non è finita, quando il pericolo è profondo si è vicini alla salvezza, si riattivano energie che rimettono in discussione equilibri naturalizzati sotto i quali vi sono le braci che attendono il pensiero per creare il passaggio dalla potenza all’atto. I potenti credono nel visibile, nella quantificazione, negli apparati controlli, mentre la vera ricchezza è nelle persone, nell’invisibile che rigenera e si riconfigura in un modo imprevedibile, è la speranza che diviene prassi trasformatrice:

Le teorie economiche valgono <<nella nave>>, la proprietà invece, quieta e immutabile, riposa nel bosco e costituisce l’humus fecondo da cui nasceranno nuove messi. In questo senso la proprietà è esistenziale, vincolata al suo detentore e indissolubilmente legata al suo essere. Come l’<<armonia invisibile è più importante di quella visibile>>, così anche questa proprietà invisibile è quella autentica. Possesso e beni diventano incerti quando non sono radicati in questo strato6.”

Le pecore possono trasformarsi in lupi, ovunque, in ogni luogo i lupi possono diffondere il pensiero libero, l’impegno a disinnescare la hybris per evitare la collisione del Titanic contro i ghiacci sociali, ambientali, economici, affinché ciò possa essere bisogna imparare a smettere d’aver paura. Il mezzo più incisivo con il quale Il Leviatano inibisce l’impegno è la paura, il terrore globale dell’alterità concettuale. Ogni alternativa è segnata dalla propaganda che accusa in modo indiscriminato di ‘Totalitarismo’ ogni pensiero laterale. Sottrarre la paura dalla morsa dell’integralismo economico è l’unica maniera per fermare gli impatti e le tragedie che stiamo vivendo in un silenzio non privo di contraddizioni.

Se volessimo scegliere una data fatidica, nessuna sarebbe più appropriata del giorno in cui affondò il Titanic. Qui luce e ombra entrano bruscamente in collisione: l’hybris del progresso si scontra con il panico, il massimo comfort con la distruzione, l’automatismo con la catastrofe che prende l’aspetto di un incidente stradale. E’ un fatto che i rapporti tra i progressi dell’automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo è disposto a limitare il proprio potere di decisione7.”

La paura in connubio con la tecnica disabitua a decidere, la vita dell’umanità è offesa dal progresso che manipola i significati della parola – progresso - ed educa con le tecnologie alla pubblica pigrizia. I lupi devono agire per riportare nell’oscurantismo dei nostri giorno, le correnti filosofiche che insegnano a pensare la prassi, nel quotidiano perché il concetto taciti la chiacchiera, senza la mediazione concettuale che vive della motivazione a fare della comunità il proprio orizzonte di vita.


Note
1 E. Junger Trattato del Ribelle, Adelphi, Milano, 2016, pag. 99
2 Ibide. Pag.. 76
3 ibdem pag. 55
4 Ibidem pag.33
5 Ibidem pag. 33
6 Ibidem pag. 123
7 Ibidem pag.45
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