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sinistra

Inclusione e Grande Madre

di Salvatore Bravo

il risveglio della grande madre sonia la marca.jpgIl tema dell’inclusione è uno dei dogmi culturali e pedagogici del liberalismo. La parola inclusione è utilizzata quale mezzo di propaganda per mascherare scelte aziendali e capitalistiche come democratiche e per tacitare i dissenzienti, giacché solo un essere antidemocratico e ostile all’umanità potrebbe essere contrario all’inclusione. Con tale propaganda i dissenzienti sono zittiti e posti ai margini della vita culturale e, nel contempo, coloro che sono per l’inclusione indifferenziata nel “migliore dei mondi possibili e specialmente nell’unico possibile” sono nei fatti discriminati. Si include e si discrimina, tale ritmo censorio non è mai colto, poiché è già il segno della profondità del male. Il risultato di questa campagna inclusiva che passa dalla formazione, in particolare, ma è generalizzato, è il nuovo dogma, anche, della chiesa e giunge nelle aziende fono a fondare un corpo sociale interno al dogma (inclusione) mai pensato e mai problematizzato. Chiunque osi pensare il dogma dell’inclusione è guardato con sospetto e marginalizzato, le sue parole sono niente, poiché sono respinte in modo meccanico e immediato. L’inclusione è il dogma che neutralizza la contestazione, poiché non si può contestare una società inclusiva che consente a ogni differenza di esprimersi sul mercato della diversità, purché si taccia sullo sfruttamento, sulla mercificazione delle vite, sulla precarietà erotica con annesso depopolamento programmato, su un regime pensionistico semplicemente disumano e sull’iniqua e scandalosa distribuzione delle ricchezze. Il pedaggio da pagare per l’espressione, all’interno dei confini del capitalismo, delle differenze è l’accettazione sovrana delle contraddizioni rese fatali e inemendabili. Nella società inclusiva le pulsioni sono “libere” e sono sganciate dall’etica e dalla progettualità, sono materialità primitiva e meccanica da scaricare, la mente è, invece, nella gabbia d’acciaio del pensiero unico. L’alternativa reale al sistema è resa impensabile mediante il terrore orchestrato dello stalinismo e del fascismo sempre alle porte che bussano per privarci della società inclusiva, per cui bisogna solo accettare e ringraziare “il dio mercato-” con i suoi dogmi.

Ma c’è molto di più l’inclusione è tecnica in senso heideggeriano. L’organizzazione della società a misura di mercato è fondata sulle leggi dell’economia liberista e sul connubio tra sorveglianza e persuasione perenne mediante tecnologie e apparati mediatici. Gradualmente l’organizzazione diventa una rete avvolgente e asfissiante che penetra nella psiche conquistandone i pensieri mediante l’immissione del lessico “politicamente corretto” e disciplina il corpo reso mezzo per produrre, consumare e godere rigorosamente in solitudine, poiché l’altro è sempre un mezzo e mai un fine con cui disegnare progettualità etiche. Tale pianificazione mediante l’organizzazione tecnica e ideologica raggiunge il suo completamento e senso nella Grande Madre. L’inclusione è simbiosi, pertanto è accostabile all’archetipo junghiano della Grande Madre, la quale include al fine di impedire l’autonomia del soggetto e l’esplorazione di altre possibilità organizzative. L’attacco alla figura del padre nel suo significato materiale e simbolico è evidente. Il padre libera il figlio dalla simbiosi materna causando dolore al fine di creare il nuovo e di progettare nuove realtà relazionali.

 

La ferita della crescita e la perversione della Grande Madre

L’intero sistema si fonda sull’edonismo e promette di non recare alcuna ferita. La vita come distacco generativo è condannata, essa dev’essere sempre e solo piacere e protezione, per cui l’infantilismo deve regnare. La derealizzazione porta a gesti estremi. Il piacere è regressivo per cui la morte è rimossa, la vecchiaia anche e l’impegno è considerato sempre aleatorio, in quanto connesso esclusivamente al piacere personale. Dalla simbiosi inclusiva si genera solo la morte. Si esclude la possibilità di procreare biologicamente e intellettualmente, poiché ciò reca fatica e, specialmente, la Grande Madre potrebbe intervenire con conseguenze terrorizzanti, o meglio essa non interviene, in quanto l’abitudine al desiderio personale divenuto diritto destabilizza i caratteri e li rende pavidi e vigliacchi. Il sistema, dunque, ha ucciso il padre e il maschio, questi sono tollerati solo se si dedicano a produrre reddito e a imitare la Grande Madre con la sua pedagogia inclusiva. Il padre è stato abbattuto, poiché ha il compito naturale ed etico di infliggere la ferita, come detto, del distacco dalla madre, in modo che il figlio possa cercare nuovi percorsi e progettare da autonomo la sua esistenza mediante la famiglia e nella comunità. L’assassinio del padre coincide con la morte di Dio, pertanto tutto è relativo e tutto è possibile. In tale contesto anche la madre è offesa e mutila, poiché la sua funzione è complementare a quella del padre. La madre nutre, cura e difende la vita, mentre i padre consente di nascere liberamente al mondo. L’abbattimento del padre nella caccia ideologica realizzata ha sostituito la madre con la Grande Madre dell’organizzazione inclusiva. Si tratta di una madre perversa, poiché ha sostituito la cura premurosa della madre con il controllo e il potere assoluto sugli inclusi. Le madri esattamente come i padri in tale contesto sono esseri neutri nel genere, poiché le loro esistenze devono essere finalizzate al produttivismo e all’eterna giovinezza da comprare con attività ginnica infinita, con l’industria cosmetica e con la chirurgia estetica. Nelle città è impossibile non imbattersi nei forzati della salute e le medesime realtà urbane sono un invito all’attività ginnica. Gli spazi versi sono palestre in cui è vietato pensare, ma ci si deve muovere sempre come criceti in gabbia. La vita si muta in morte, poiché la vita come generazione e cura che prepara la propria morte permettendo ai nuovi nati la naturale e umana sostituzione è negata. Il mito dell’immortalità che si fa strada all’ombra della morte della Grande Madre reca con sé la morte di una civiltà millenaria con la sua sterilità voluta e indotta con cui si respinge la morte, in quanto ogni nuovo nato ci rammenta la nostra morte. La Grande Madre con la sua organizzazione tecnocratica potrebbe essere il punto finale della fine della civiltà occidentale. Forse è il primo caso di una civiltà che organizza il proprio suicidio e legalizza la cultura della morte come atto supremo per respingerla non potendola dominare realmente e sostituirla con l’immortalità. Il delirio di onnipotenza abbattuto ogni limite etico, politico e religioso non può che portare a una conflittualità perenne e a una serie di guerre suicide.

 

Guerre e Grande Madre

La rottura dell’equilibrio tra il maschile e il femminile è foriero di violenza, e tale violenza ormai palese è coperta con il Velo di Maya dell’ipocrisia delle parole. La parola prima è “inclusione”, parola ossessiva e compulsiva onnipresente in ogni discorso e scelta, poiché se si include non vi possono essere contestazioni e, dunque, si può procedere senza limiti e confini. Capitalismo e Grande Madre tecnocratica sono un corpo unico, sono il mostro policefalo che la critica radicale deve svelare nella sua verità. Naturalmente l’inclusione non può essere autentica, poiché dove regna la corrente glaciale della morte non vi può essere autentica inclusione. La Grande Madre è una parvenza di madre, è il volto perverso della maternità, poiché infantilizza, spinge alla mortale competizione i suoi figli per tenerli al suo guinzaglio e impedisce loro di crescere e diventare “padri e madri” a livello materiale e simbolico, giacché per essere padre o madre non è necessario generare un figlio, ma è fondamentale “sostenere le vite nel loro percorso di generazione e di autonomia”. Nelle scuole la Grande Madre ha la sua espressione più completa e dunque è l’istituzione in cui essa si mostra pienamente. L’inclusione è ottenuta trasformando la scuola in istituzione erogatrice di promozione e voti sempre attenta a soddisfare il desiderio del cliente. Vedasi in Italia il caso dei cento e lode alla maturità. A scuola mentre si include, si insegna la competizione, la lotta e l’agonismo imprenditoriale. Si include per formare i futuri sudditi a immagine e somiglianza del potere. La Grande Madre non è madre pertanto inganna, in quanto persegue il potere. Il desiderio deregolamentato costantemente utilizzato per strappare un facile e irriflesso consenso è la via che conduce alla chiusura alla vita. Il desiderio senza scambio simbolico chiude in una atomistica dell’indifferenza nella quale il godimento onanistico e decerebrato conduce alla derealizzazione e alla morte della vita politica. Le comunità sono solo aziende dove si comprano desideri e nelle quali si muore in solitudine. La proliferazione delle “case del commiato” è parte di un sistema di negazione della morte e del rifiuto della vita dal concepimento alla sua fine. Nulla è più menzognero che la lettura della crisi demografica causata da “condizioni economiche non ottimali” per generare. La causa reale è il desiderio narcisistico idolatrato, pertanto non c’è spazio per relazioni di dono. L’inclusione nel mondo della Grande Madre esige la rinuncia alla natura sociale e politica dei suoi membri. Il pensiero dev’essere neutralizzato, in modo che la Grande Madre sia eternizzata e astoricizzata. Le famiglie sono ormai quel che resta di una comunità famigliare, in quanto i genitori, quando vi sono, sono ormai adolescenti accecati dal desiderio e pronti a soddisfare senza filtro i capricci dei figli. L’aggressività non è contenuta o sublimata, ma regna sovrana nel sistema della Grande Madre. Le pulsioni sadiche non sono controllate, dato che i padri che avrebbero il compito di insegnare ai figli a contenerle sono scomparsi, la conseguenza è una violenza generalizzata e distruttiva che si propaga in modo angosciante tra patologie e lotte darwiniane.

Claudio Risè legge il tempo del desiderio indifferenziato e immediato nella regressione ad una fase orale generalizzata. L’infantilismo è l’effetto dell’oralità divoratrice. La Grande Madre nutre il desiderio in modo esponenziale e lo sollecita, è il segno diabolico-divisorio della sua potenza, e in tale dinamica onirica e delirante è un’intera civiltà a decadere:

Nella «fase orale» il mondo viene conosciuto mangiandolo e godendone per obbedire al principio del piacere, vissuto nella sua modalità «divorante». In precedenti lavori ho insistito sulle analogie fin troppo evidenti tra l’attuale «società dei consumi», che tratta l’individuo soprattutto come «consumatore» che si appaga ingozzandosi di prodotti e godendo di beni «fabbricati», e l’attività psicologica dell’archetipo (già incontrato nel testo) della Grande Madre nel suo aspetto divorante, che tende appunto a mantenere l’individuo in una posizione «orale», impedendogli di evolversi fino ai più sviluppati livelli della coscienza. Il potere della Grande Madre viene conservato mantenendo l’individuo nella dimensione infantile, dell’immediatezza, ed evitandogli l’esperienza fortificante della privazione. Uno degli effetti della liquidazione dell’imago paterna, personale e collettiva, è dunque quello di farci regredire allo stadio orale, della primissima infanzia, con le sue note caratteristiche. Per esempio: l’incapacità di reggere la tensione dell’attesa o della mediazione (si vive tra immediatezza e onnipotenza, entrambe caratteristiche infantili); la manifestazione plateale del sentimento, che viene subito spettacolarizzato, e diventa superficiale; l’impossibilità di introspezione (il tipo psicologico «introverso» tende anzi a venire considerato «patologico», e viene guardato con sfavore, proprio perché si sottrae istintivamente all’esteriorizzazione infantile dominante). L’oralità di questo modello sociale si manifesta anche nella tendenza a cadere in comportamenti letteralmente divoranti, in cui le difficoltà psicologico-affettive provocate dal non saper reggere la tensione (dell’attesa, della privazione), vengono «compensate» attraverso l’assunzione-ingestione di sostanze: cibi, droghe, alcool1”.

Molte patologie che nelle scuole si riscontrano hanno la loro causa nel vuoto famigliare e nella deregolamentazione pedagogica. Se non vi sono regole ma solo desideri l’attenzione non può che scemare, il disagio relazionale non può che aumentare per il diffuso narcisismo e l’irrequietezza motoria diventa sovrana. Si deve constatare un progressivo decadimento dell’azione paideutica, in quanto genitori, docenti e pedagogisti e, si potrebbe continuare, sono i migliori custodi dell’esercizio della tecnocrazia capitalistica. I punti di trasmissione del “male” devono essere individuati con chiarezza in modo da agire per riportare la politica del bene e della cura nel disordine irrazionale dell’impianto della Grande Madre/capitalismo assoluto. I due punti si toccano la Grande Madre è un assoluto, non conosce limiti e confini, esso vuole solo se stessa, è un idolo che esige il sacrificio perenne dei suoi figli asserviti e alienati. Il nuovo umanesimo comunista non potrà che fondare comunità nelle quali l’equilibrio tra il maschile e il femminile saranno la condizione per la generazione e per un’equa distribuzione delle risorse, in quanto il desiderio deregolamentato sarà sostituito con il logos e con la facoltà, di conseguenza, di pensare la vita e le vite nella loro realtà immanente e negli autentici bisogni. La dismisura è il grande male che ha il volto tutto da decodificare della Grande Madre tecnocratica. Nel frattempo stiamo allevando generazioni dedite all’irrazionalità del desiderio e all’omologazione e ciò potrebbe essere la premessa di nuovi e tragici totalitarismi. Al complesso di Telemaco delle nuove generazioni bisogna rispondere e il dramma è il vuoto abissale di adulti autentici che possano rispondere a tale umano bisogno. Di questo bisogna prendere atto senza cadere nel pessimismo paralizzante frutto tossico della Grande Madre di cui non dobbiamo nutrirci. La Grande Madre nutre se stessa con il godimento del potere sui propri figli, pertanto li vuole eterni infanti corrosi dal desiderio e pronti all’obbedienza e all’omologazione e li ricatta con il terrore dell’esclusione e di consegue li forgia nel conformismo più abietto e li rende incapaci di ascoltare “le stelle che danzano” nel loro essere. Ciò malgrado dinanzi alla catastrofe che avanza non pochi sono insoddisfatti dalle facili risposte che il sistema mediatico pone per spiegare e calmierare le domande e per spiegare i crimini truculenti di una società senza padri, senza maestri e senza madri. In modo carsico l’inquietudine comincia a prendere forma intorno a domande profonde alle quali dobbiamo concorrere a dare risposte in modo da favorire l’esodo dalla violenza della Grande Madre tecnocratica, la quale ha nell’illimitato e nella sola logica acquisitiva i suoi tremendi fondamenti nichilistici. La vita è sempre relazione, e la relazione prima è il rapporto tra “padre e madre” che il capitale ha sostituito con il mercato e con i suoi idoli letali.


Note
1 Claudio Risè, Il Padre l’assente inaccettabile, ed. San Paolo, paragrafo: La perversione «divorante» nella società senza padre
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