Print Friendly, PDF & Email

marxismoggi

Marx e il capitale come rapporto sociale

di Paolo Ciofi*

TYP 465971 4815891 marx gOgni qual volta il capitalismo entra in crisi - e ciò si verifica sempre più frequentemente, fino a diventare uno stato permanente - Carlo Marx, dato per morto e sepolto, regolarmente ricompare e oggi il suo spettro aleggia di nuovo in Europa e nel mondo. Al punto tale che Time, settimanale americano con svariati milioni di lettori, è arrivato a scrivere che «Marx aveva ragione». E l’Economist, caposcuola britannico del pensiero liberale, ha affermato di recente che «la principale ragione per cui Marx continua a suscitare interesse è che le sue idee sono più pertinenti oggi di quanto non lo siano state negli ultimi decenni».

Tuttavia, una reticenza permane proprio sulla questione di fondo, ossia sulla natura del capitale. Giacché, scoprendo l’arcano del capitale, vengono in chiaro le ragioni delle sue crisi e le condizioni del suo superamento. Due aspetti inscindibili che hanno fatto di Marx uno dei pensatori più potenti e al tempo stesso un rivoluzionario instancabile, che concretamente lottava per trasformare la realtà: un esempio di coerenza, di alta moralità. La personificazione dell’unità tra teoria e prassi.

Una «immane raccolta di merci», osserva il pensatore e rivoluzioanrio di Treviri, caratterizza la società dominata dal capitale. Ma cos’è il capitale? Non semplicemente una somma di denaro, che a conclusione della produzione e della circolazione della merce, o dell’impiego nella finanza, si trasforma in una somma maggiore di quella investita; e che ci appare nelle più svariate forme di capitale industriale, bancario, fisso, costante, variabile e così via. Fino al capitale cosiddetto umano, in cui nel nostro tempo, ridotti a cose, si identificano gli esseri umani che producono ricchezza.

Che cos’è allora il capitale? Una cosa? Un’entità materiale o immateriale? Un insieme di macchinari e di materie prime? Di conoscenze scientifiche e tecnologiche? È un algoritmo? Un accumulo di mezzi finanziari ben nascosti nei paradisi fiscali? «Il capitale - risponde Marx - non è una cosa, bensì un determinato rapporto di produzione sociale, appartenente ad una determinata formazione storica». Ed «è costituito - sono sue parole - dai mezzi di produzione monopolizzati da una parte della società» con lo scopo di ottenere un profitto. Mentre un’altra parte della società, che comprende di gran lunga la maggioranza, «è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione», ossia delle proprie soggettive capacità fisiche e intellettuali che chiamiamo forza-lavoro, venduta al mercato in cambio dei mezzi per vivere.

Quindi, secondo Marx, lo sfruttamento di esseri umani da parte di altri esseri umani sulla base di determinati rapporti di proprietà caratterizza il capitale come rapporto sociale. Una contrapposizione tra classi sociali oggettiva, su cui s’innalza l’intero edificio della economia, della società e dello Stato, della cultura e della politica.

Non ci sono, in tale visione, presunte leggi economiche che alla stregua di quelle naturali renderebbero immodificabile lo stato delle cose presente. Risalendo dalle merci e dunque dal rapporto tra cose, e da impersonali entità numeriche e quantitative, Marx porta alla luce le relazioni tra gli esseri umani, che proprio in quanto tali hanno un inizio e una fine. E perciò si possono cambiare edificando una civiltà più avanzata in cui si ridefiniscano i principi di libertà e di uguaglianza. Emerge così la possibilità di un processo rivoluzionario che rovesci l’ordine costituito, e in pari tempo un filo rosso che lega l’intero percorso di una vita, e che potremmo chiamare l’umanesimo integrale di Carlo Marx.

Il capitale, sempre mutevole e proteiforme, nel corso della sua storia e del suo movimento senza fine non ha mai rinunciato allo sfruttamento del lavoro, a sua volta mai uguale a se stesso. Se lo avesse fatto, avrebbe decretato la sua morte. Con l’ascesa della borghesia – è scritto nel Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels - «si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di concetti antichi e venerandi». «All’antica autosufficienza e all’antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale». E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale.

Un processo che ha coinvolto miliardi di esseri umani, liberando e diffondendo ovunque nel mondo la forza-lavoro, ovvero la merce indispensabile per ottenere i profitti. Una merce speciale, di certo non scomparsa nella fase del capitalismo digitale finanziarizzato e anzi oggi massimamente diffusa, il cui uso in cambio di un salario genera per chi la compra un valore superiore al suo costo: un plusvalore determinato dal lavoro non pagato, che misura il grado di sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori, ed è alla base del profitto e dell’accumulazione dei capitali.

Per «forza-lavoro o capacità di lavoro - chiarisce Marx - intendiamo l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali (sottolineo intellettuali) che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente di un uomo (e di una donna, diremmo noi oggi), e che egli mette in movimento ogni volta che produce valori d’uso di qualsiasi genere». E poiché il suo valore è determinato dai mezzi di sussistenza necessari a conservare e riprodurre «l’individuo che lavora nella sua normale vita», ne deriva che il «valore della forza-lavoro, al contrario che per le altre merci, contiene un elemento storico e morale». Una visione che conferma l’umanesimo integrale di Marx.

Il concetto di classe lavoratrice si riferisce quindi non all’applicazione tecnica della forza-lavoro in un determinato procedimento produttivo, ma al fatto che miliardi di individui, tutti diversi tra loro come persone e indipendentemente dal lavoro che svolgono, hanno una caratteristica comune: quella di vendere l’insieme delle proprie capacità fisiche e intellettuali in cambio dei mezzi per vivere. D’altra parte, se l’universalità del lavoro si esprime nella concreta attività e nella vita di ogni persona, ciò significa - nella visione marxiana - che la liberazione della classe oppressa non può risolversi nella soppressione della libertà dei singoli. E infatti per lui il comunismo è una condizione sociale nella quale «il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti».

Nella condizione sociale del capitalismo, invece, la separazione del produttore diretto dai mezzi di produzione e dal prodotto del suo lavoro fa sì che mentre si realizzano nel mercato le merci che incorporano un plusvalore, si riproduce in pari tempo il rapporto di proprietà. Di modo che, annota Marx, dal momento che il processo produttivo crea non solo il prodotto per il consumatore ma anche il consumatore per il prodotto, la distribuzione della ricchezza dipende in ultima analisi dalla distribuzione della proprietà.

Ma, osserva ancora Marx, «il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (…) altrettanto quanto il lavoro». Per questo motivo, il capitalista proprietario dei mezzi di produzione, al fine di ottenere un profitto, deve poter disporre del lavoro e della natura, che vengono coinvolti insieme in un unico meccanismo di sfruttamento.

Diversamente - precisa il nostro interlocutore - «dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo». I beneficiari dei frutti della terra, infatti, sono soltanto «i suoi usufruttuari - conclude - e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive».

Ancora di recente è stato osservato che, essendo «l’incremento indefinito del profitto privato» lo scopo dell’agire capitalistico, ne deriva «inevitabilmente» che il capitalismo «distrugge la terra, la sua ‘base naturale’». Ma già lo stesso Marx, in un’altra epoca storica, aveva notato che il capitale, a un certo grado della sua crescita, mette a rischio le condizioni stesse della riproduzione di se medesimo: «la grande industria e l’agricoltura gestita industrialmente» - scrive - concorrono congiuntamente a dilapidare, da un lato, «la forza-lavoro, e quindi la forza naturale dell’uomo», dall’altro, «la forza naturale della terra».

Qeusto sistema, che sfrutta congiuntamente gli esseri umani e la natura, incalza Marx, è segnato da una insuperabile contraddizione. Infatti, per alzare i profitti, il capitale ha bisogno di contenere i salari, ma i bassi salari comprimono il potere d’acquisto riducendo la domanda, e quindi impediscono la realizzazione dei profitti. Si direbbe che il capitale è vittima delle sue stesse macchinazioni. In questo sistema piuttosto primitivo non vengono riconosciuti i bisogni reali, bensì solo quelli solvibili, espressi in tangibile domanda pagante, l’unica valida per incamerare un profitto. Emerge così in modo clamoroso il paradosso del capitale, per cui, in presenza di crisi da sovrapproduzione per difetto di domanda pagante, si assiste in pari tempo al diffondersi della povertà a causa di bisogni reali insoddisfatti.

«Gli economisti che pretendono di spiegare le periodiche contrazioni di industria e commercio con la speculazione - annota l’autore del Capitale - assomigliano a quella scuola ormai scomparsa di filosofi della natura che considerava la febbre la vera causa di tutte le malattie». La crisi», precisa, «scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione». Perciò agli occhi dell’osservatore superficiale la speculazione appare come causa della crisi.

Nelle mani del capitalista che punta al massimo profitto le innovazioni scientifiche e tecnologiche servono per intensificare il lavoro, ridurre il numero degli addetti, contenere il monte salari. Di conseguenza, secondo Marx, la diminuzione della quota degli investimenti destinati alla forza-lavoro generatrice del plusvalore, rispetto a quella investita in strumenti tecnici, produce tendenzialmente la caduta del saggio del profitto. Nel lungo termine non diminuisce la quantità dei profitti, bensì il livello di remunerazione del capitale rispetto all’ammontare complessivo degli investimenti.

Contro tale tendenza vengono poste in atto le più diverse contromisure, ma il segnale è chiaro: il sistema in sé perde efficienza e ha bisogno di potenti correttivi. E questi vengono dispiegati non solo nel campo dell’economia, ma anche nell’organizzazione della società e dello Stato, in quella che Marx chiama la sovrastruttura, comprendente le istituzioni culturali e politiche attraverso le quali la classe dominante esercita la funzione dell’egemonia, del comando e della violenza, fino alle guerre per la spartizione del mondo. È la storia del capitalismo.

La borghesia - troviamo scritto nel Manifesto - «non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali». Dal che si dovrebbe dedurre che per analizzare le incessanti mutazioni del capitale c’è bisogno di un pensiero critico dinamico, in divenire, aperto alle continue innovazioni della scienza e della tecnica, in grado di decodificare la società capitalistica in continuo movimento. Il contrario delle varie ortodossie che hanno imbalsamato il pensiero dirompente di Carlo Marx in un catalogo senza vita di formule e formulette. Non a caso Marx dichiarava di non essere marxista.

A un certo grado dello sviluppo del sistema - ci dice Max - si determina una condizione nella quale «i rapporti borghesi di proprietà, la moderna società borghese, che ha evocato (…) così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomigliano allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate». In altri termini, i rapporti di proprietà capitalistici si dimostrano troppo angusti per contenere la debordante potenza delle forze produttive. La proprietà sociale dei mezzi di produzione bussa alle porte.

Il punto di massima tensione si raggiunge nella fase in cui è la scienza stessa a configurarsi come forza produttiva e motore dell’innovazione, che impiega la tecnica come strumento di manipolazione e comunicazione. In questa fase il lavoro non scompare, ma assume caratteristiche sempre più qualificate, di ricerca e di controllo. Osserva Marx che quando «l’intero processo di produzione (…) si presenta come applicazione tecnologica della scienza» c’è bisogno di una classe lavoratrice «superiore» con un grado sempre più elevato di conoscenze. Fino a formare l’intelligenza generale dell’intera comunità. In questa fase - sottolinea il Moro di Treviri - «la specializzazione cessa», e «la tendenza verso lo sviluppo integrale dell’individuo comincia a farsi sentire».

Tuttavia il passaggio a una civiltà superiore, in cui il rapporto organico tra lavoro e sapere non sia continuamente spezzato dalla dittatura del capitale, avviene non in modo automatico, per spontanea evoluzione. È noto che Marx non intendeva apparecchiare pietanze per le osterie del futuro, intendendo con ciò che non era nelle sue corde una visione utopica della nuova società. Come era a lui del tutto estranea l’idea schematica e primitiva che il passaggio rivoluzionario a una società superiore possa avvenire seguendo un modello unico, ovunque e indipendentemente dalle condizioni storiche concrete.

Ma al di là di come e per quali vie si possa compiere il rivoluzionamento dell’economia, della società e dello Stato, per Marx resta fermo il principio che la classe lavoratrice debba comunque organizzarsi in partito politico, perché - sono sue parole - «ogni lotta di classe è lotta politica». Senza «organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico», - aggiunge - coloro i quali vivono del proprio lavoro restano nella condizione di una massa dispersa e impotente.

Dunque, perché la classe degli sfruttati si costituisca come tale ha bisogno di riconoscersi come tale, conquistando coscienza di sé e della propria funzione storica. E ciò non si ottiene senza l’organizzazione in partito politico, e senza la visione della politica come strumento di lotta per la liberazione - cito testualmente - della «enorme maggioranza nell’interesse dell’enorme maggioranza».

In conclusione possiamo dire che non vi è nel pensiero di Marx alcun determinismo. Sono gli esseri umani il fattore decisivo. Questo ci insegna Carlo Marx. Ma proprio perciò, una volta portato alla luce il meccanismo di funzionamento del capitale, non basta - come egli ci avverte - interpretare diversamente il mondo. Occorre agire per trasformarlo.


* Introduzione alla giornata di studio in occasione del bicentenario della nascita di Karl Marx, svoltasi il 18 ottobre 2018 presso l’Università Roma Tre Dipartimento di Scienze della formazione, e promossa da Cesme, Futura Umanità, Proteo Fare Sapere
Pin It

Comments   

#58 Paolo Selmi 2018-11-11 11:06
Cari compagni,
scrivo anche su questa frequentata pagina per una comunicazione di servizio, riprendendo per altro il capitolo non scritto di Stato e Rivoluzione richiamato da Eros alla fine del suo ultimo intervento. Avrei un compito, meglio, un tema libero, da proporre a chi, con un po' di buona volontà e competenze in materia, possa/voglia mettersi in gioco su questo argomento.

L'ultimo mio mese di lavoro extra-lavoro è stato dedicato alla traduzione e commento di questo capitolo di Syroezhin, appena pubblicato.
https://www.sinistrainrete.info/teoria/13648-ivan-mikhajlovic-syroezin-pianificabilita-pianificazione-piano-2.html
Il succo di quella trentina di pagine scritte prima che crollasse tutto è che si può, si deve, in un'economia sociale e di piano, continuare ad assegnare un ruolo fondamentale all'idea stessa di "pianificabilità", come UNICO ELEMENTO IN GRADO REALMENTE DI COMPIERE QUEL +1 VERSO L'OBBIETTIVO PREFISSATO, ma non solo, COSTITUENDO INFATTI L'UNICO ELEMENTO IN GRADO DI MISURARE CONCRETAMENTE L'ANDAMENTO DI TALE TRASFORMAZIONE (da lì quello spataffio di dimostrazioni matematiche che sfruttano tutte le potenzialità offerte dal Teorema di Kendall per l'avvicinamento del reale all'ideale). Questo, peraltro, impone un'idea di Stato ben definita e difficilmente equivocabile. Ma non è questo il motivo per cui scrivo. Riporto ora un'appendice a questo capitolo che, a mio avviso, merita la massima attenzione da parte di cervelli più allenati e addentro alla materia del mio.

-------
"Aggiungo [a quanto scritto] quella che, al momento, è una pura suggestione, ma che mi piacerebbe che possa servire come spunto di lavoro a chi ne sa più di me. E che mi è venuta ora in mente in modo del tutto casuale.
Tema: Un'economia socializzata di piano + tecnologia BLOCKCHAIN.
Breve spiegazione: la tecnologia blockchain, nata per le criptovalute, oggi è oggetto di ENORME attenzione da parte del grande capitale. Su questo avevo già scritto verso la fine di quella decina di pagine dedicate al tema dei bitcoin nel mio ultimo lavoro (https://www.academia.edu/37305627/Riportando_tutto_a_casa._Appunti_per_un_nuovo_assalto_al_cielo pp. 143-152). Ai vantaggi riportati aggiungerei, fondamentale in un'economia di piano - ed è lì poi che mi è scattata l'idea - ciò che è alla base dell'idea stessa di blockchain: il "registro" incancellabile di tutte le attività / transazioni / occorse dalla sua creazione sino a quel momento. Uno "storico" immediatamente a disposizione, in grado di tracciare l'intero percorso e misurare Risultanza, Qualità ed Efficienza applicate nel concreto al piano in questione. Ma non solo, blockchain di settore, di area, intersettoriali, interregionali, ciascuno con il compito di misurare, trasmettere, e rappresentare lo storico dell'intero percorso. Un grado di coordinamento possibile solo con un'economia sociale e di piano, uno strumento potentissimo a sua disposizione allora inimmaginabile, e oggi usato solo per speculare sulle criptovalute o, nel massimo dell'immaginario capitalistico-borghese (cinesi compresi), per trasmettere trasferimenti cifrati di denaro e di informazioni.
Chiunque sia in grado di raccogliere ciò che al momento è poco più di un messaggio nella bottiglia, e svilupparlo ulteriormente, è il benvenuto. Io continuerò a lavorare su questo testo, perché oggi più di ieri mi rendo conto dell'enorme potenziale in esso contenuto. Non avessi avuto questo capitolo sotto mano, non avrei mai collegato quanto in esso espresso, ovvero la definizione concreta, plastica, di "pianificabilità" in applicazione a una "legge economica fondamentale" di un modo di produzione completamente diverso e alternativo agli attuali esistenti, con questa nuova tecnologia non a caso oggi sotto la lente di ingrandimento del grande capitale. E qui saremmo di colpo anni luce avanti rispetto a Casaleggio, pienamente dentro gli ultimi ritrovati tecnologici anzi, talmente addentro da determinarne un utilizzo consapevole ed efficace a nostro favore."
-------
Lancio anche qui questa bottiglia. Penso che sia un'ottima idea per rilanciare un'idea di Stato diversa da quella attuale e innovativa, in una nuova battaglia con una nuova cassetta degli attrezzi, in un gioco completamente all'attacco su una terra di studio completamente vergine e, aggiungo, completamente compatibile con un'idea di socialismo a questo punto non più denigrabile da nessuno, neanche dal nostro peggior nemico, come nostalgica o passatistica.

Una buona domenica a tutti.
Paolo
Quote
#57 Eros Barone 2018-11-09 17:12
Il vero centro di gravità di questo dibattito è, sì, il problema dello Stato, ma in rapporto al leninismo (e non invece a partire da altre dottrine sorte all’interno del movimento operaio internazionale). E affermo ciò per tre ragioni di fondo: a) perché sulla base del leninismo è stata fatta l’unica rivoluzione classicamente proletaria del secolo XX; b) perché il pensiero di Lenin si presenta come un blocco compatto e organico,tale quindi da semplificare la discussione politica e da rendere evidenti le implicazioni pratiche da essa ricavabili ad opera del movimento di classe; c) perché le radici essenziali del movimento di classe (se non tutte, quelle principali) vanno ricercate nel leninismo, di volta in volta assunto come matrice che si vuol riconoscere, correggere o distruggere). I problemi sono dunque quelli attinenti allo Stato borghese e allo Stato proletario, nonché al ruolo della classe operaia e del partito rivoluzionario. In questo senso, il problema del metodo non è affatto un problema dottrinario, ma è invece profondamente politico. Gyorgy Lukács lo aveva già riconosciuto quando in “Storia e coscienza di classe” (1923) aveva scritto: «Il marxismo teorico non significa quindi una adesione acritica ai risultati della ricerca di Marx, non significa una ‘fede’ in questa o in quella tesi, o l’esegesi di un libro “sacro”. L’ortodossia in materia di marxismo si riferisce, al contrario, unicamente al ‘metodo’. Essa è la convinzione scientifica che con il marxismo è stato trovato il giusto metodo di ricerca, che questo metodo può essere elaborato, sviluppato e approfondito solo nel senso dei suoi fondatori, e che tutti i tentativi di superarlo o di ‘migliorarlo’ hanno condotto e non potevano condurre ad altro che ad appiattirlo, trivializzarlo e renderlo eclettico» (cfr. R. Luxemburg,”Scritti politici”, a cura di L. Basso, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 25). Ciò premesso, vediamo di chiarire il problema centrale, ossia la concezione leninista dello Stato borghese e di quello proletario, nonché il problema dell’attualità (o non attualità) di tale concezione. Si tratta pertanto della tesi fondamentale di “Stato e rivoluzione” (1917): quella della distruzione dell’apparato statale borghese, laddove l’obiettivo dell’attacco di Lenin non è il Kautsky più o meno apertamente riformista del 1917, ma il Kautsky che vuole ancora la conquista anche violenta del potere, ma non la distruzione dello Stato. Sennonché la prima cosa da osservare a proposito di questo tema, in cui la rottura della macchina statale borghese è il centro del discorso, è che quel modello di Stato proletario era strettamente connesso alla rivoluzione mondiale e fallì già al tempo di Lenin. La domanda è allora: fallì per un insieme di accidenti o per ragioni più profonde? Come è noto, la contraddizione tra immaturità delle condizioni strutturali ed esigenze rivoluzionarie fu risolta da Stalin nell’unico modo possibile, cioè privilegiando il rafforzamento dello Stato socialista e procedendo, sulla scorta della teoria leniniana dello sviluppo ineguale, alla “costruzione del socialismo in un paese singolarmente preso” (questa è la traduzione corretta della formula volgarmente nota come “costruzione del socialismo in un solo paese”). Certo, lo Stato borghese è irrecuperabile; le illusioni della socialdemocrazia sono state smentite dai fatti e tutti i tentativi di governare in modo progressista all’interno del sistema sono falliti; la crisi economica mondiale ha ridotto i margini riformistici; le istituzioni democratiche sono state svuotate (accentramento del potere nell’esecutivo e nella tecnocrazia, gerontomorfosi del parlamentarismo, crisi dei partiti e loro carattere oligarchico, populismo). La conclusione che si ricava da queste premesse è che, pur essendo ormai chiara la contraddizione tra il capitalismo e la stessa democrazia rappresentativa borghese, altrettanto chiara è l’impossibilità di portare avanti una lotta per una democrazia più avanzata nel quadro di questo sistema sociale e dell’assetto istituzionale esistente. Al tempo stesso, a differenza che nel periodo storico in cui operò Lenin, aumentano le basi oggettive del socialismo: infatti, non vi sono più problemi di accumulazione primitiva, vi sono enormi risorse di conoscenza non utilizzate, vi sono grandi riserve di lavoro e di capitale non utilizzate, ma la transizione al socialismo appare più che mai problematica. D’altra parte, Lenin doveva saper bene che Marx stesso aveva partecipato alle lotte dei Cartisti per il suffragio universale e che l’ultimo Engels aveva teorizzato l’uso del parlamentarismo in funzione rivoluzionaria. Dallo sviluppo ineguale del capitalismo, con le sue strozzature e il conseguente sottosviluppo, sorse il rafforzamento dello Stato proletario con Stalin: in questo senso, il contenuto reale del terrorismo staliniano fu la difesa del primo Stato socialista del mondo, la lotta al fascismo, lo sviluppo di una nuova società. In tutto ciò il potere bolscevico ritrovava il suo significato oggettivo e l’URSS il suo collegamento con le masse e con le forze progressive di tutto il mondo. La non-verifica storica di “Stato e rivoluzione”, così come quella, a maggior ragione, della marxiana “Critica del programma di Gotha”, a mio avviso ripropongono con forza, nell’epoca dell’imperialismo e del conflitto tra i blocchi imperialisti, il problema del superamento della democrazia borghese di tipo parlamentare. Ma ciò significa che, sulla base della teoria e del metodo marxista, nonché delle esperienze storiche del proletariato mondiale, si pone il problema di discutere e, quando le condizioni lo consentiranno, di scrivere il capitolo mancante di “Stato e rivoluzione”: il capitolo sulla democrazia proletaria e sui soviet.
Quote
#56 Paolo Selmi 2018-11-09 08:05
Cara Anna,
grazie mille per la tua a ora più che tarda e scusami anzi il disturbo, visto che ti ho chiamato in causa ma potevo fare anche un esempio più astratto, mannaggia a me. Però ho capito bene ora il tuo punto di vista. Ora, mai dire mai, ma penso proprio che la terra promessa non la vedremo mai, finché saranno questi i rapporti di forza. Tuttavia, torniamo al mio esempio... "da ciascuno secondo le sua capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro": ti metterei non solo alle verdure, ma a capo di una squadra di lavaggio e, anzi, se te la sentissi, al controllo degli standard igienici (quelli sociali e lavorativi li darei per scontati in un'economia socialistica... ma forse anche qui sarei troppo ottimista e ti farei dare un occhio) nel processo produttivo e di distribuzione: perché una puntigliosa, rigorosa, e che ci crede, come te, a lavare verdure sarebbe sprecata. Mentre magari al controllo ci sarebbe uno che guarda l'orologio e aspetta le sei, o le cinque. E non lo dico per fare qualche commento gratuito, ma perché questo traspare in ogni tuo scritto, sia che mi trovi d'accordo, sia che non mi trovi d'accordo. E, anzi, avere degli yes-men in una squadra, ovvero circondarsi di leccapiedi, è quando di meglio auguro a un padrone... perché contribuisce ad accelerare la fine del capitalismo! :-)
D'altro canto, una volta al Gosplan, un capo dovrebbe risolvere il problema di ri-localizzare la produzione: e non solo perché è idiota (perché la nave che le porta inquina come 1/15 di tutte le macchine del mondo messe assieme) e criminale (per motivi etici) che le magliette (ovvero, produzioni a basso valore aggiunto) che usi a Viggiù siano fatte in Bangladesh perché lì costano due dollari (2 DOLLARI!) a capo e tu le puoi rivendere a 9 euro e 90.
Ma anche perché è compito del Gosplan trovare una giusta proporzione fra settori economici di modo che l'intera economia sociale (ovvero anche scuole e ospedali, per intenderci) trovi piena soddisfazione ai propri bisogni. In attesa che si arrivi al comunismo e le proporzioni si trovino sempre più "da sole", in una società libera e senza sfruttamento. Vabbeh, vado a timbrare che è ancora venerdì.
Un abbraccio
Quote
#55 Anna 2018-11-09 02:30
Caro Paolo ,
forse è colpa mia che non mi sono spiegata , ma in verità ti risponderei qualcosa del tipo “non accetto imposizioni , ma non essendo più utile a nessuno che continui a fare pagnotte , mi metto a lavare le verdure”. E' un pò diverso . E’ importante non dividere la parola libertà dalla parola uguaglianza regalando la prima al discorso capitalista e la seconda al discorso disciplinare e militarista , entrambi in realtà gerarchici ed escludenti . Il continuo allargamento della democrazia e l’invenzione continua di diritti sociali di cui ho parlato , si risolvono inevitabilmente in un quadro che fa esplodere il paradigma della proprietà privata e dello Stato che ne è gendarme . E in una prospettiva e contesto simili , la pianificazione diventa una conseguenza , è implicita , anche se non cade dall’alto , anche se è libertaria e parte dal basso , anche se è federale e transtatale . D’altro canto classe e nazione stanno in una relazione antinomica , sono inconciliabili ; ci sono Stati di soli borghesi , e facendo dello Stato un feticcio si rischia di confondere la sovrastruttura con la struttura ; Marx , per dire , era per la cancellazione di 38 Stati in un colpo solo , con un tratto di penna , a favore dello Zollverein . Comunque , sto scrivendo da un cellulare , se ho fatto degli errori mi scuso , ma spero di aver chiarito come mi comporterei con le pagnotte e perchè . Ciao
Quote
#54 Paolo Selmi 2018-11-08 22:31
Caro Mario,

Io sono un meticcio, figlio di una conciliazione tra Lombardia ed Emilia, fra città e campagna, fra industria ed agricoltura, fra non avere un soldo in tasca e avere due genitori che non mi hanno mai fatto mancare niente di ciò di cui avevo bisogno. In piena esplosione ormonale non ho fatto una brutta fine solo perché, a parte qualche scappellotto ben assestato, praticavo per 11 ore la settimana il judo, che oltre a costituire un'ottima valvola di sfogo mi insegnava a usare la forza dell'avversario per atterrarlo (via della cedevolezza). Altra conciliazione. Andare a Venezia, vincere i miei pregiudizi, rimettermi di nuovo in discussione, senza mettere in discussione le 400 000 mila lire al mese con cui mi pagavo affitto, vitto e alloggio, e i quattro anni tassativi entro cui dovevo chiudere tutto, è stata anche quella una conciliazione. Andare a Venezia ed entrare in contatto con culture dove il tuo pensiero di origine vale meno di zero, perché ragionano su presupposti completamente diversi, e riuscire a valorizzare entrambe, senza tentare di inglobarne una o denigrarla, che è la stessa cosa, è anche questo uno sforzo di conciliazione. Uscire con 110 e lode e decidere di "servire il popolo", ovvero fare il mediatore culturale (lo dice la parola stessa) senza tentare improbabili, vista la testa che mi ritrovavo, carriere accademiche è stata un'ulteriore conciliazione. E il resto è venuto di conseguenza, per cui Mario non ti sto a tediare con i successivi vent'anni dove ho mantenuto lo stesso atteggiamento. Ho imparato e continuo a imparare da te, da tutti, da gente che la pensa più come me e gente che la pensa meno o completamente diverso da me.

Vuoi sapere invece come la penso veramente? In tutto ciò che scrivo, giusto o sbagliato che sia, in tutti i miei lavori, l'unica cosa che non mi si può rimproverare è di non avere coerenza.

Di una cosa, tuttavia, ti do pienamente ragione. Ed è un mio difetto. Un brutto difetto, che però ho scelto consapevolmente. Usare lo stesso registro sia nel parlato, che nello scritto individuale che, come in questo caso, nello scritto collettivo. Non ce la faccio a essere tre, quattro Paoli Selmi. Quindi, quando mi trovo al telefono un autista che è andato a ritirare a Malpensa senza traspallet e mi chiede cosa deve fare, anche se la prima cosa che mi viene in mente è indicibile, la seconda è chiamare i colleghi perché gli diano una mano. E lo stesso sul lavoro, che non ho scelto io, con colleghi che non ho scelto io, con la vita che non ho scelto io, ma che una volta che timbri entrata devi fare girare come se l'avessi scelta tu, e conciliare, e trovare uno sforzo di sintesi, e fare lavoro di squadra. COME SE, ed è qui il succo del discorso. Come notava Gramsci, il gorilla ammaestrato in queste strutture di comando elementari ha molto spazio per elaborare un proprio pensiero, per analizzare ciò che ha davanti agli occhi e trarne conclusioni... "inaspettate", da un punto di vista padronale. Discorso analogo per quando torno a casa, anche se lì la scelta è tutta mia: dove vuoi andare se non medi, se non concili, se imponi? Stesso discorso per quando intrattengo un confronto, che può essere nel comitato genitori dell'asilo o nella commissione cultura del mio piccolo comune, ma anche in uno scambio epistolare con chi mi scrive sulla mail di casa. E a questo punto, perché no, anche qui, dove sto scrivendo a te ma so che non mi stai leggendo solo te, e lo stesso fai tu, e lo stesso fanno tutti, perché usare un tono diverso da quello che userei se ti trovassi al bar del mio paese davanti a un caffé o a un grappino?

Come la penso è noto, tornando al caso di Anna non è che lei non l'abbia capito. Che senso ha continuare ad alzare i toni? Io credo che socializzare l'economia e pianificare sia impossibile senza realizzare un governo efficace dall'alto, lei probabilmente ama di più un'idea libertaria, dove ci si ferma al consiglio di fabbrica o di paese. La motivazione è più che condivisibile: il potere è violenza. Chi nega il contrario è un ipocrita. Lo stato ha il monopolio dell'uso della forza, in teoria... anche questo, negarlo, è ipocrisia. La mia conciliazione finisce qui. Perché poi io "faccio violenza a me stesso" e mi metto nei panni di chi deve decidere come e quando, in un'economia pienamente socializzata, produrre le impastatrici e i forni con cui produrre un pane a sua volta realizzato da prodotti raffinati che, a loro volta, in un ciclo più ampio, divengono prodotti intermedi. E penso che governare questo con l'anarchia è impossibile. Punto. Ma lei lo sa che la penso così e io idem, so che più di un tot non abbiamo in comune. Ho ragione se domattina finisco in un immaginario Gosplan con un obbiettivo di piano concreto e realizzabile per un panificio che deve servire le mense di scuole e ospedali e mi trovo da un'altra parte un'Anna che mi dice no: faccio quante pagnotte voglio io perché non accetto quote o imposizioni da nessuno. Ma qui non c'è nessun Gosplan, il potere è SOLO violenza di una classe su un'altra e quindi, in questo modo di produzione, con questo schifo di società e di mondo che stiamo lasciando ai nostri figli, che senso è metterci a litigare, a baruffare come i "do gobeti" della canzone su un futuro che, stanti gli attuali rapporti di forza, non arriverà neppure fra 10 vite?

Ti faccio un ultimo esempio: la "leva leninista": in meno di dieci anni, il PCUS (che non si chiamava ancora così) da 200.000 iscritti aumenta di centinaia di migliaia di unità. La pensavano tutti alla stessa maniera? No. L'ingresso è stato fatto dopo aver fatto a ciascuno leggere il Capitale e poi avergli fatto l'esamino? No. Al contrario, la politgramota, l'alfabetizzazione politica, è venuta dopo. La pensavano tutti però allo stesso modo sui bianchi, sui padroni, su quelle sanguisughe che ogni giorno ci ciucciano linfa vitale per il loro profitto. E questo bastava.

Quindi basta che non sei dalla parte dei padroni, che non mi canti "faccetta nera" o mi esci con qualche frase razzista, che non offendi o te la meni, che, pur essendo della mia parte, non fai il furbo e non mi dici che è giusto nella vita "pararsi il culo" (scusami ma io lo sento così da chi mi fa salire il sangue alla testa), anche - soprattutto - alla faccia degli altri, che sfruttare altri popoli, creare biecamente dipendenza economica, è "cooperare", è win-win, specialmente dopo nove ore passate a registrare, sdoganare e mandare via merce, di ogni tipo, con le fatture di prima vendita sott'occhio e i curriculum di espulsi dal ciclo produttivo che arrivano con frequenza maggiore che negli anni passati; basta che non mi prendi in giro, sfruttando magari la mia buona fede per poi trarne vantaggio o, peggio ancora, pugnalarmi alle spalle, cosa che nel mondo del lavoro è molto più frequente di quanto si pensi, specialmente fra colleghi; basta che non accada tutto questo, e io da te ho solo da imparare, e apprezzare quello che vorrai, avrai da insegnarmi. E se sarò d'accordo a 7 e in disaccordo a 3, cercherò di dirti prima che sono con te in accordo a 7.

E se sbaglio io, ti chiedo di perdonarmi.
Ciao!
Paolo
Quote
#53 Mario Galati 2018-11-08 21:04
Non ho mai messo in discussione il diritto esclusivo di Paolo Selmi di decidere con chi essere d'accordo. Ma io penso di avere il diritto di meravigliarmi della conciliazione che fa tra alcuni presupposti teorici e la valutazione di alcune situazioni, quando mi appaiono, a torto o a ragione, contraddittorie. Tutto qua.
Quote
#52 claudio.dellavolpe 2018-11-08 19:14
Sono rimasto anche io sconcertato dall'affermazione di Anna che lOttobre, la rivoluzione bolscevica è contro "il capitale di Marx"; mi sembra al contrario che sia perfettamente in linea; Lenin chiarisce che si tratta di una rivoluzione socialista in unpaese arretrato non ancora pienamente trasformato dal capitalismo e si pone il problema se potrà resistere fino alla rivoluzione socialista nei paesi avanzati; la storia ha risposto che non era possibile; il problema è chiaro da una parte: perchè la rivoluzione non è avvenuta nei paesi avanzati ma in quelli arretrati (Russia, Cina, Cuba) facendogli fare un alto avanti di secoli in pochi decenni e non direttamente nei paesi avanzati? (il salto di secoli fa capire o se volete giustifica anche le enormi contraddizioni, osservare l'accumulazione primitiva oggi nei paesio che sboccano nel mercato mondiale mostra la morte l la desolazione, la distruzione e rimette in scala le "colpe" dello stalinismo. La risposta è che la classe operaia non è come la borghesia che dentro la società feudale si scava il proprio spazio; la CO non ha questa possibilità; la risposta è l'approccio dell'anello debole; la rivoluzione in un paese arretrato è la rottura che avviene dove è possibile per i rapporti di forza fra classe operaia e stato borghese; non è la negazione del marxismo;è il suo ampliamento, è la scienza della politica; rimane che la rivoluzione ripartirà e si affermerà nei paesi avanzati. rispondere alla domanda in senso negativo vuol dire negare Marx e l'analisi della situazione concreta; non ci porta da nessuna parte. Al contrario invece la risposta di lenin è completamente marxista; non sappiamo se riusciremo ma ci proviamo, come il Marx sulla Comune: De l'Audace, de l'audace, encore de l'audace! Oggi sta a noi analizzare la situazione concreta. per esempio che spazi di manovra ci apre la crisi ambientale ed ecologica, il limite della crescita incontrato per una espansione che ha raggiunto il confine delle capacità di carico della biosfera? Marx era conscio che l'agricoltura borghese non era "razionale"; oggi lo sappiamo tutti; oggi è la borghesia europea a chiedere di chiudere il ciclo ; solo che non sa come conciliare tale chiusura con la crescita continua di cui ha bosgno il capitalismo; la finanziarizzazione può essere una risposta o almeno un tentativo; il dramma è lo scollamento fra queste istanze e una organizzazione comunista; che la decrescita sia un tema da cinque stelle che hanno scelto la parola sbagliata svela che noi comunisti non riusciamo a dominare quel terreno; ritardo teorico? può essere; per questo dicevo ; analizzare la nostra situazione concreta alla luce delle leggi del capitale svelate da Marx ; io la vedo così. noto di passaggio il tentativo di Bontempelli sul tema.
Quote
#51 Paolo Selmi 2018-11-08 13:38
Caro Mario,
ti ringrazio del tuo intervento ma, su cosa sono d'accordo e su cosa non sono d'accordo, ti prego di lasciarlo decidere a me. La mia impostazione è abbastanza trasparente. Può un mio punto di vista ostacolare un dialogo, quando la maggior parte degli elementi in questione mi accomunano al mio interlocutore, mi danno almeno una parvenza di dialettica? Se si, faccio a meno di pronunciarlo, non è interessante. Se ti ricordi, invece, su altre cose non sono andato tenero. In altre parole guardo alla luna, e non al dito. Cosa che hai fatto anche tu all'inizio del tuo lungo intervento. Continuiamo a guardare la luna, e a preparare la Soyuz che, incidenti si, incidenti no, è l'unica che va ancora su.
Ciao!
paolo
Quote
#50 Mario Galati 2018-11-08 13:26
Claudio Della Volpe perde il suo tempo con i suoi interventi incisivi e diretti. Non ha capito che qui si parla di Stato, Nazionalismo, Frontiere, Socializzazione della produzione da riempire a piacimento data l'indeterminatezza di Marx (il vagomarxismo) e l’inessenzialità della storia e delle condizioni storiche ed economico-sociali concrete. In questo vagomarxismo l’internazionalismo di classe può benissimo coincidere con il no frontiers capitalistico, l’antirazzismo con la semplice avversione morale al razzismo. In esso il Nazionalismo (notare la maiuscola) è l’origine dei conflitti e le Frontiere non sono altro che semplici ostacoli alla fratellanza umana. Lo Stato è una entità essenziale, non un termine che sta ad indicare un’organizzazione sociale storicamente determinata e con caratteristiche determinate e che può essere sinonimo di concreta organizzazione sociale in generale (per cui, se Marx nella Critica al programma di Gotha usa l’espressione “futuro stato della società comunista” sarà stato vittima di un refuso o di una contraddizione: “Il Partito operaio tedesco - almeno se fa proprio il programma - mostra come in esso non sono penetrate a fondo le idee socialiste; perchè, invece di trattare la società presente (e ciò vale anche per ogni società futura) come base dello Stato esistente (e futuro per la futura società), tratta piuttosto lo Stato come un ente indipendente, che ha le sue proprie basi spirituali e morali libere”; “Si domanda quindi: quale trasformazione subirà lo Stato in una società comunista? In altri termini: quali funzioni sociali persisteranno ivi ancora, che siano analoghe alle odierne funzioni dello Stato? A questa questione si può rispondere solo scientificamente, e componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola Stato non ci si avvicina alla soluzione del problema neppure di una spanna”; “Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico transitorio, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato. Ma il programma non si occupa né di quest'ultima né del futuro Stato della società comunista”. Riferendosi agli autori del programma di Gotha : “Che, in realtà, s'intende (cioè: “essi intendono soltanto”. Nota mia) per "Stato" la macchina del governo, ossia lo Stato, in quanto costituisce un organismo a sé, separato dalla società in seguito a una divisione del lavoro, lo mostrano già le parole…”; “La libertà, consiste nel mutare lo Stato da organo sovrapposto alla società in organo assolutamente subordinato ad essa”. Dunque, o si fa la battaglia delle citazioni tra l’estinzione dello stato e il futuro stato della futura società comunista in Marx, oppure si ragiona seriamente bandendo le pulsioni anarcoliberali che albergano nei cuori di tanti compagni libertari e le pulsioni autoritarie che possono albergare in altri cuori. Ma si ragiona in termini marxisti, non all’interno delle categorie puramente e tipicamente liberali “statalismo/antistatalismo”. E mi meraviglio che si possa difendere la pianificazione e dichiarare di essere d’accordo con certe impostazioni, come fa Paolo Selmi. Come si può constatare, Marx non contrappone il comunismo allo statalismo, alla categoria ipostatica Stato, ma il comunismo e la sua organizzazione all’involucro statale borghese, forsanche democratico borghese, strumento del dominio di classe borghese, apparato coercitivo separato, e funzionale ai rapporti capitalistici).
Continuando nel vagomarxismo, la socializzazione della produzione e l’autogoverno dei produttori possono assumere le forme definitive (non parlo delle transitorie) più varie. Tanto, tra forma e sostanza non esiste alcun nesso; tra negativo e positivo non c’è nessuna relazione, decostruzione e costruzione sono momenti indipendenti. L’importante è abbattere i Moloch “Stato”, “Frontiere”, “Nazionalismo”, “Razzismo”, dare “diritti” alle persone. Il socialismo vien da sé. Non perdiamoci in queste inezie, tanto Marx nulla ha detto, se non qualche sporadica frasetta (così possiamo dormire sonni tranquilli anche con la nostra coerenza marxista). Si parte dalla sovrastruttura (basta scambiarla per la struttura) e la base ne conseguirà. Che ci importa del come?
In questa fantasmagoria di ipostasi un discorso serio e ragionato non ha ingresso, per il fatto che non vi hanno ingresso la storia e le condizioni materiali concrete della società.
E i ragionamenti ipostatici, anche se apparentemente problematici ed elevati, sono in realtà categorici e assertivamente privi di meta significati, non interpretabili. Il Corano non ammette traduzioni ma almeno ammette perifrasi. Questi tipi di discorsi, invece, se interpretati attirano sempre l'accusa di deformazione e le critiche ad essi rivolti sono sempre insulti. Ammettono solo l’interpretazione autentica degli autori-creatori.
P.S. Che l’affermazione del l’Ottobre come evento in linea col marxismo venisse contestata me l’aspettavo. Non sono così ingenuo. Ma che Gramsci, pur con i possibili errori, come sottolinea Eros Barone, considerasse davvero contro “Il Capitale” e non contro le sue deformazioni deterministiche da parte della II Internazionale la rivoluzione d’Ottobre, non lo pensavo sostenibile.
Quote
#49 Anna 2018-11-08 12:51
Quoting Anna:

In ogni caso , se non si fosse capito :
a) non mi riferivo all’opera omnia di Lenin , ma alla Rivoluzione d’Ottobre in quanto tale ; e che si trattasse di una rivoluzione “contro il Capitale” ( si intende contro il Capitale di Marx ) lo sosteneva notoriamente , all’indomani della stessa rivoluzione , già Gramsci .
b) sono contenta che ci sia stata la Rivoluzione d’Ottobre e il mio giudizio storico sulla Rivoluzione d’Ottobre è tutto sommato positivo almeno fino al ’24 ( “tutto sommato” , nel senso che avrei preferito fosse stata una rivoluzione “sovietica” , ma non lo fu . Fu , appunto , una de-cisione bolscevica e contro i soviet ; ci sono poi altri aspetti condannabili , anche fino al ’24 . Ma anche qui occorre considerare il contesto storico , la controrivoluzione che si scatenò contro i bolscevichi , il discorso è complesso ecc. )
ciao

aggiungo , sempre se non si fosse capito , :
c) non ho volevo sostenere giudizi di merito sul pensiero cosiddetto negativo o decostruzionista in quanto tale . Lo si trova a Destra ( C.Schmitt ad es. ) , ma molto anche a Sinistra , nella Scuola di Francoforte , in Foucault , Derrida , in Sartre ecc.. Ma poi questi stessi autori attingono a pieni mani da Marx . Ok , basta cosi .
Quote

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh