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consecutiorerum

Il Capitale e il suo punto cieco: il denaro come tecnica di misura

di Frank Engster*

Abstract: In the 1960s, a logical-categorial reading of Marx’s Capital began, especially with focus on the value-form analysis, from which the so-called «New Marx Reading» in Germany was one of the outcomes. These readings on the one hand found, with the necessity of synthesizing the theory of value with that of money, the key to opening up the further development of the capitalist mode of production. On the other hand, they stayed fixed on money’s second function as a medium of exchange and on money-mediated commodity exchange, remaining trapped in the contradiction between use-value and exchange-value and the need for an abstraction to quantify the commodity relations. In contrast, the thesis of this paper is that it is money’s first function as a measure of value which is decisive for the development of the inner connection of money and value and for the capitalist mode of production as a whole. Only through the first function can the technique of quantification be deduced, the technique to turn the negativity of a pure social relation into the positivity of quanta and to release with this turn the productive power of the capitalist mode of production. Quantification in capitalism is neither an abstraction, nor a reduction or a form of counting. Rather, in capitalism society is subjected to a measurement of its own productive power; a productive power which through its measurement is, in the first instance, released and systematically expanded. Developing the capitalist mode of production from the “standpoint” of money – the standpoint of an ideal unit which becomes by money’s main function the measure of value, the means of the realization of value and the form of its valorization – opens up an adequate understanding of how to make society an object of both science and critique

daniele levis pelusi 311025 unsplash 300x200«Tutte le illusioni del sistema monetario derivano dal fatto che dall’aspetto del denaro non si capisce che esso rappresenta un rapporto di produzione sociale, sia pure nella forma di una cosa naturale di determinate qualità». (Marx 1961, 22)[1]

C’è un compito della critica dell’economia politica che precede l’esposizione vera e propria del modo di produzione capitalistico. La prima sfida – nel senso più autentico del termine – è motivare perché la società capitalistica possa essere in generale per noi oggetto di critica e al contempo di scienza[2].

La pretesa critica della critica marxista in quanto tale e, per così dire, l’assioma materialistico che la fonda, è il tentativo di comprendere le categorie economiche come «modi d’essere, determinazioni dell’esistenza» sociali (Marx 1961, 635; cfr. anche Marx 1976, 40). Ciò significa che le categorie sono tanto forme soggettive del pensiero, della conoscenza, e necessità logiche quanto categorie dell’oggettivo esserci sociale. Esse sono inoltre storicamente connotate, e più precisamente capitalisticamente connotate, dunque non prestabilite sovratemporalmente dalla natura o da Dio, né determinate antropologicamente od ontologicamente.

E tuttavia: perché proprio alla società capitalistica riesce ciò che a nessuna società precedente era riuscito, vale a dire comprendere allo stesso modo le categorie del «pensiero soggettivo» e dell’«esserci oggettivo» come categorie sociali, e così illuminare sé stessa, e ciò addirittura in modo scientifico-razionale e oggettivo?

La critica sociale deve pensare, per così dire, dal punto di vista dell’oggetto criticato. Essa deve pensare dal punto di vista della società capitalistica ma come se, nella critica, la società fosse proiettata fuori di sé e si facesse materia e oggetto di una riflessione ed esposizione esterna, precisamente di un’esposizione della sua stessa oggettività. La critica si pone di fronte alla società in maniera analoga a quella della scienza moderna, sul cui modello Marx orienta esplicitamente la sua critica: «[…] il fine ultimo al quale mira quest’opera è svelare la legge economica di movimento della società moderna» (Marx 1976, 15-16).

Tuttavia il compito delle scienze naturali non è quello di interrogarsi sulle loro condizioni sociali costitutive. Al contrario, l’aspirazione di Marx, facendo seguito al concetto di «criticismo» di Kant e Hegel con l’esposizione del modo di produzione capitalistico, è di fondare in modo auto-critico proprio le condizioni di possibilità di questa esposizione; tale svolta riflessiva, da Kant, innanzitutto ragione e concetto di «criticismo»: in una parola, «critica». Marx muove tuttavia già dalla critica di Hegel al concetto di «criticismo kantiano». Mentre Kant nella sua aveva analizzato la «condizione di possibilità» della conoscenza oggettiva come una «facoltà a priori» e l’aveva situata sul piano di una soggettività trascendentale, secondo Hegel la facoltà soggettiva alla conoscenza oggettiva non può essere separata dall’oggetto della conoscenza. O, meglio, di soggetto e oggetto è già immediatamente operativa la negatività di una ragione che, con la separazione, rivendica al tempo stesso la sua identità speculativa. Hegel supera la soggettività trascendentale kantiana, che egli critica come unilateralmente riflessiva e regolata sull’intelletto, attraverso un’identità speculativa di soggetto e oggetto che fonda nella negatività della loro separazione e questa medesima negatività si manifesta come necessità della loro mediazione. In breve, perciò, soggetto e oggetto sono sottoposti alla necessità di una mediazione

Nella sua Fenomenologia dello spirito, Hegel individua fenomenologicamente nell’autocoscienza e in uno «spirito assoluto» sopraindividuale il “luogo” in cui realizzare questa identità speculativa di soggetto e oggetto; nella Scienza della logica lo concepisce al contrario in modo puramente logico come autoreferenzialità del concetto.

Nella filosofia di Hegel, tuttavia, proprio come già accaduto nella filosofia kantiana e nell’idealismo tedesco in generale, conoscenza e ragione hanno a oggetto sé stessi; da questo punto di vista, la filosofia precedente costituisce una sorta di auto-riflessione e di auto-critica della ragione. Ma è possibile ricondurre con Marx questa auto-comprensione filosofica ai concetti e alle categorie della società capitalistica e con ciò, in certo qual modo, socializzarla ma anche volgerla alla critica? In tal caso bisognerebbe mostrare, da un lato, in che modo la società possa diventare riflessiva e far luce su sé stessa; dall’altro, perché ciò non ricada nell’ambito del pensiero e dell’autocoscienza, della ragione e dello spirito, ma in uno spazio primordiale e inaccessibile di auto-mediazione della società.

E proprio qui entra in gioco l’importanza metodologica ed epistemologica dell’analisi della forma di valore.

 

  1. Il nucleo epistemologico dell’analisi della forma di valore e la marxiana ‘critica per mezzo dell’esposizione’

L’analisi della forma di valore non costituisce soltanto il cominciamento del Capitale e la chiave di accesso allo sviluppo del modo di produzione capitalistico. A essa spetta anche una posizione anticipata ed enfatizzata in tale sviluppo, poiché mostra fino a che punto il modo di produzione capitalistico consegni e ponga nel denaro la condizione decisiva tanto della sua mediazione e oggettiva determinazione quanto della critica di questa stessa mediazione e stato di cose[4].

Questo consegnare e questo porre devono essere letteralmente compresi. L’analisi della forma di valore – bisognerà dimostrarlo soprattutto in relazione alla Neue Marx-Lektüre[5] – non solo recupera su un piano logico-categoriale la necessità che alle merci debba essere assegnato il denaro come mediazione della forma di valore. Con il denaro si dà anche la possibilità di un’esposizione critica, nell’accezione forte di un dono[6] anonimo, privo di soggetto e unilaterale. Se la società capitalistica trova nel denaro un mezzo per la sua determinazione e mediazione oggettiva e al contempo inconsapevole, allora mediante l’analisi di tale mezzo si dà anche la possibilità di una (auto)-critica della società. Tale (auto)-critica della società consiste d’altronde nel mostrare che questa determinazione oggettiva della società accade a tal punto attraverso la sua mediazione tramite il denaro, che esso si situa letteralmente al posto della coscienza, del pensiero e della ragione.

In breve, Marx deve assumere il punto di vista del denaro per lo sviluppo del modo di produzione capitalistico. Tuttavia è proprio alla posizione sociale del denaro e all’accordo con il punto di vista della critica che bisogna fare attenzione. Il nucleo autentico della critica marxiana è che essa, nella determinazione del modo di produzione capitalistico, si muove per vie traverse: anziché determinare il modo di produzione in maniera oggettiva, direttamente e immediatamente, Marx, muovendo dal punto di vista del denaro e attraverso lo sviluppo delle sue singole funzioni, indaga in che modo nel capitalismo la società si faccia oggetto mediante il denaro e, al contempo, disponga in modo oggettivo per mezzo dei valori economici, così da produrre in prima istanza un’oggettività sociale[7].

L’analisi della forma di valore mostra questa situazione paradossale innanzitutto attraverso la genesi della validità del denaro; poi, con il denaro, si dà anche l’oggetto che il denaro stesso mette a valore e realizza dal lato delle merci, vale a dire l’«oggettualità di valore», l’«esserci meramente sociale di queste cose»[8].

Questo è il motivo per cui la “via traversa” mediante il denaro è la strada diretta per la costituzione dell’oggettività sociale: l’analisi evidenzia che da un punto di vista logico è presso il denaro, prima ancora che presso i soggetti, che il rapporto delle merci si oggettualizza.

L’aspetto decisivo, per questa oggettualità e al contempo per questo intreccio di denaro da un lato, rapporto di valore dall’altro, è che l’analisi della forma di valore non viene interpretata – come di consueto nel marxismo e anche nella cosiddetta Neue Marx-Lektüre – come scambio di merci. Essa nemmeno assume il denaro come mezzo di scambio e i valori come valori di scambio. L’analisi, anzi, – lo si dimostrerà – individua nel denaro innanzitutto le condizioni della determinazione quantitativa dei rapporti sociali e la costituzione di un rapporto di valore quantitativo, e perciò è la validità del denaro e la sua prima funzione di misura ad essere decisiva, non la sua seconda di mezzo di scambio[9].

Se il modo di produzione capitalistico viene concepito a partire dalla misura, l’intero sviluppo prende fin dal principio tutt’altra direzione. Le funzioni e le circolazioni del denaro producono dunque una forma di misurazione della totalità sociale; essa ha a oggetto nelle merci la forza produttiva della valorizzazione e determina quelle grandezze che per questa valorizzazione sono essenziali. Marx può dunque approcciare adeguatamente all’economia descrivendo come essa si auto-misuri mediante il denaro, si esponga adeguatamente nelle grandezze misurate, corrisponda a sé stessa e diventi adeguata mediante determinate grandezze di valore. Il fatto che l’economia diventi commensurabile con sé stessa è dunque letteralmente da comprendere come il darsi stesso della misura: nei determinati valori delle merci, il denaro espone la forza produttiva del lavoro e del capitale, come se la loro valorizzazione fosse stata misurata da una determinata unità di valore.

La misurazione e la determinazione passano in secondo piano – del resto lo si dovrà dimostrare – nella seconda funzione del denaro, quella di mezzo di scambio e di circolazione. Solo mediante la seconda funzione del denaro l’economia è ricondotta a quella unità determinata per cui il denaro sta nella sua prima funzione, così che, conseguentemente, la forma della circolazione deve essere interpretata come una misurazione.

Tuttavia la realizzazione produce una parvenza necessaria, poiché, nella forma della circolazione delle merci, la sua produzione è sottoposta a una misurazione. Nei valori delle merci il denaro non realizza, anche se così potrebbe sembrare, un rapporto di scambio, ma – Marx lo dimostra attraverso lo sviluppo della forma di capitale del denaro – la forza produttiva del rapporto di valorizzazione di lavoro e capitale.

Nondimeno, in questa valorizzazione auto-misurantesi nel denaro, il nucleo essenziale non è ancora stato centrato, poiché il denaro realizza nelle merci i risultati di una valorizzazione nelle cui forme esso stesso era stato anticipato, e in cui esso nuovamente si ritrasforma. Ma allora il denaro misura quanto sia valso il suo esborso nelle forme della valorizzazione; esso misura dunque, per così dire, sé stesso. Marx formalizza ciò come forma di capitale Denaro-Merce-Più denaro (D-M-D’), laddove M sta per la trasformazione del denaro nelle componenti della valorizzazione. Se il denaro determina e realizza la forza produttiva di una valorizzazione – nelle cui forme esso stesso viene costantemente trasformato – allora il valore del denaro deve in ultima istanza corrispondere alla forza produttiva realizzata, e in definitiva il denaro deve esplicitare questa forza produttiva della valorizzazione di lavoro e capitale nel rapporto di valore delle merci e nei cicli economici di riproduzione.

Il Capitale di Marx argomenta che il valore del denaro corrisponde alla determinata forza produttiva della valorizzazione o, in modo ancora più immediato, che la forza produttiva corrisponde al denaro in modo non linguistico e al tempo stesso oggettivo. Tale corrispondenza di denaro e valore si dà, nel primo libro del Capitale, nello sviluppo delle funzioni del denaro da una parte, nello sviluppo delle forme e della composizione della valorizzazione dall’altra; i due sviluppi, presi insieme, restituiscono i cicli economici di circolazione e riproduzione. In ultimo Marx, nel corso dello sviluppo delle funzioni del denaro e dei cicli economici, esplica con quale metodo la valorizzazione deduce nel denaro la sua forza produttiva come in una misurazione mediante grandezze di valore e come il denaro trasmetta in modo quantitativo tale forza produttiva, la riconverta nelle forme della valorizzazione, e inoltre valorizzi e accumuli il valore[10].

Tale sviluppo fonda, con la necessità dell’unità di valore e denaro, anche l’accordo della critica con l’oggetto criticato: muovendo dal punto di vista del denaro, Marx può, mediante lo sviluppo delle funzioni del denaro da una parte e della valorizzazione dall’altra, interpretare il modo di produzione capitalistico come un metodo e motivare perché la forza produttiva della valorizzazione di lavoro e capitale debba corrispondersi quantitativamente nel denaro.

Dopo questa considerazione preliminare di carattere metodologico su status e posizione del denaro e sulla centralità epistemologica dell’analisi della forma di valore per lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, passiamo dunque alla trattazione dell’analisi della forma di valore stessa.

 

  1. L’analisi della forma di valore come darsi della misura: la fissazione di un’unità di valore ideale mediante l’esclusione di una merce-denaro

Marx avanza nello sviluppo del modo di produzione capitalistico attraverso una frattura. Ancor prima di raggiungere il denaro mediante l’analisi della forma di valore, egli espone nel «doppio carattere» della merce e del lavoro la loro intima scissione (Marx 1976, 49 ss.). Da una parte, sia le merci che il lavoro sono da un punto di vista qualitativo e nella loro infinita varietà una incomparabile all’altra: le merci come «valori d’uso» di una determinata qualità, i lavori come «lavori concreti». Dall’altra, tutte le merci costituiscono valori di scambio fissati e, come tali, condividono un’identica qualità. E tale qualità del loro valore di scambio – la proprietà negativa, vuota e indeterminata di essere valutabili in modo puramente quantitativo – è chiamata da Marx «sostanza del valore», che egli definisce anche «lavoro astratto» (Marx 1976, 52). Come la merce, così anche il lavoro presenta quel doppio carattere: da un lato, come lavoro concreto, crea valori d’uso; dall’altro incarna quella qualità negativa, il «valore», che è «esposto» (Marx 1976, 52 e 55 ss.) nelle merci e che Marx definisce lavoro astratto. Merce e lavoro, pertanto, costituiscono la «forma» e la «sostanza» di un medesimo «rapporto puramente sociale» in cui «neppure un atomo di materia naturale entra» (Marx 1976, 62): il rapporto di valore.

Ed è proprio la valorizzazione di questo rapporto di valore che Marx sviluppa nel successivo corso del primo libro del Capitale. In questo sviluppo egli mette in luce il doppio carattere del processo di produzione capitalistico nel suo complesso e la sua permanente scissione: da una parte processo materiale di lavoro e di produzione; dall’altra processo quantitativo di valorizzazione e accumulazione. La «ricchezza delle società in cui domina il modo di produzione capitalistico» (Marx 1976, 49)[11], di conseguenza, è intrinsecamente determinata in modo duplice. Essa consiste da un lato nello sviluppo della ricchezza qualitativa già compreso nel «Sistema dei bisogni» hegeliano e, dall’altro, nella «accumulazione per l’accumulazione» marxiana, puramente quantitativa.

Marx, dunque, fonda la doppia determinazione delle due categorie centrali – «lavoro» e «merce» – traducendole nella doppia determinazione del modo di produzione capitalistico nel suo complesso. Tale doppia determinazione risulta dall’intrico o, per dirla con Hegel, dall’identità speculativa in base a cui, nel capitalismo, lo sviluppo molteplice, qualitativamente infinito, dei valori d’uso e dei bisogni, dei mezzi di produzione e dei lavori concreti si compie come valorizzazione e accumulazione puramente quantitative.

E, in fondo, questa metamorfosi è la vera capacità, la vera ricchezza del modo di produzione capitalistico. Tale ricchezza si concretizza proprio nella tecnica di realizzare la riproduzione e lo sviluppo qualitativi dei valori d’uso e dei bisogni, dei lavori e dei mezzi di produzione, come valorizzazione puramente quantitativa dei valori.

La prima domanda per una critica dell’economia politica deve pertanto essere: com’è possibile questa metamorfosi della qualità nella quantità e la loro identità speculativa? Come sono possibili, di conseguenza, una mediazione sociale e una valorizzazione che su ciò si fondino? In una parola: com’è possibile la determinazione quantitativa dei rapporti sociali?

 

  1. La forma semplice di valore: l’enigma della determinazione quantitativa

Marx accede a tale determinazione quantitativa attraverso l’analisi della forma semplice di valore «x merce A = y merce B» (Marx 1976, 63). Nella forma di valore, e più precisamente nella x e nella y, è oggetto di analisi la medesima determinatezza quantitativa di rapporti che contrassegna anche il concetto di «oggettività» delle scienze esatte moderne, le quali pure determinano in modo oggettivo, mediante quantificazione, i rapporti qualitativi presenti in natura. E in effetti – questa la mia tesi – la società moderna costituisce entrambi gli oggetti – la “prima” natura, esterna, e la “seconda” natura interna, quella sociale – mediante determinazione quantitativa dei rapporti. In tal modo la natura e la società diventano un oggetto che di volta in volta viene definito oggettivamente mediante determinazione quantitativa. In entrambi i casi ciò è possibile per mezzo della misura e della misurazione.

Nel caso della natura la misura è fondamentale e decisiva poiché grazie ad essa l’idea di una natura in quanto natura, così come la sua oggettivazione attraverso determinazione quantitativa, è d’un colpo realizzata: paradossalmente le scienze naturali “estraggono” dalla natura stessa quelle misure alle quali essa si attiene e mediante cui, al contempo, viene misurata e determinata come quantitativa. In questo modo la natura non diventa – sebbene così appaia – oggetto della scienza; lo è invece il fatto che la natura si faccia oggetto di una misurazione mediante le sue proprie misure. Attraverso la seguente tautologia: facendo attenere la natura alle sue proprie misure e frazionandola per mezzo di esse (ad esempio lo spazio o il tempo nelle loro parti, come il metro o il secondo), la scienza sfida con i valori misurati la natura della natura o, in breve, la sua identità. L’atto del misurare, pertanto, non è una riflessione esteriore e soggettiva, sulla natura, ma una forma di riflessione della riflessione; mediante la misurazione, le scienze naturali organizzano un’auto-riflessione tanto inconsapevole quanto oggettiva nell’ambito della natura. Conseguentemente, nei valori misurati la natura appare in modo auto-riflettentesi, e così essa esce fuori di sé, nella scienza, fino a giungere alla “sua” coscienza.

Nel rapporto quantitativo «x merce A = y merce B» anche la società si espone in modo già riflettuto, proprio come se fosse stata essa stessa oggetto della misurazione e della determinazione quantitativa ed esponesse la sua natura intima, puramente sociale, o la sua identità. E proprio tale (auto)-riflessione inconsapevole rappresenta «tutto il segreto della forma denaro» (Marx 1965, 306; cfr. anche Marx 1976, 63) che Marx – lo si dovrà dimostrare più avanti – esplicita attraverso l’analisi per raggiungere e chiarificare il denaro stesso[12]. In una parola: l’analisi della forma di valore va interpretata come darsi della misura.

 

  1. Il dispiegamento totale della forma semplice di valore e la sua inversione: la verità della cattiva infinità

Per svelare il segreto della forma semplice di valore, Marx mostra dapprima, attraverso il suo dispiegamento totale, che tale forma conduce a una «cattiva infinità»[13]. Il valore della merce A, che si trova nella «posizione relativa», deve essere espresso da una seconda merce B nella «forma di equivalente» (Marx 1976, 63 ss.). Tuttavia tale necessità conduce a una serie – prolungabile a piacimento – di tutte le altre merci C, D, E, ecc., senza che il valore di una merce, dunque il suo rapporto sociale, diventi determinabile in modo definitivo e univoco: «z merce A = u merce B, ovvero = v merce C, ovvero = w merce D, ovvero = x merce E, ovvero = ecc.» (Marx 1976, 77-78), e così via, fino alla (cattiva) infinità. «In primo luogo, l’espressione relativa di valore della merce è incompiuta perché la serie in cui essa si espone non si chiude mai. La catena […] rimane continuamente prolungabile da ogni genere di merce che si presenti di nuovo […]. In secondo luogo, essa costituisce un colorato mosaico di espressioni di valore, che stanno l’una accanto all’altra e che sono di genere diverso» (Marx 1976, 78-79).

Tuttavia questa cattiva infinità esplicita nel colorato mosaico niente di meno che la sua propria verità; essa, dunque, esplicita già la «vera infinità» (Hegel). Solo la relazione, solo il rapporto di tutte le merci nella forma di equivalente espone come tale in x, y, z ecc. la stessa identica qualità che viene prodotta per prima e che diventa l’essere comune delle merci, il loro «rapporto puramente sociale». Il negativo dell’infinità consiste “solo” nel fatto che tale essere sociale comune delle merci in x, y, z, ecc. è esposto solo in modo immediato nelle merci stesse. Il loro rapporto si dà in modo inconsapevole, privo di soggetto e, per così dire, alle loro spalle. Esso resta negativo perché non può mai essere espresso ed esposto altrimenti che dall’esserci immediato delle merci e dalla loro infinita varietà, senza che possa esistere il loro rapporto, il loro essere sociale comune preso nella sua purezza – e cioè separato dall’esserci delle merci. Il loro esserci è un cattivo infinito perché non può fare riferimento a sé stesso, alla propria finitezza; l’esserci della società, nonostante la sua finitezza, non conosce alcun termine per sé.

In una parola: da nessuna parte, in nessuna merce, in nessun punto della serie, l’essere sociale delle merci può essere riflessivo come tale. Nonostante il dispiegamento totale sia già un rapporto riflessivo inconsapevole in cui ogni merce viene determinata da tutte le altre, tale riflessione – persino totale – non può essere riflessa ancora una volta. Non esiste alcuna forma della forma; il rapporto non può esprimersi da nessuna parte fuori di sé, e l’essere sociale delle merci, il valore, resta a sua volta così: un niente.

Tuttavia, per far emergere la sua verità e l’essere sociale delle merci come tale, anziché proseguire senza fine verso la cattiva infinità, la forma deve essere solo radicalmente invertita. Mediante la semplice inversione e il ritorno al punto di partenza, la merce A, si evidenzia infatti che questa singola merce contiene in sé il rapporto che le si esplicita dinnanzi e che incarna direttamente nella sua immediatezza.

«Se invertiamo dunque la serie 20 braccia di tela = 1 abito, ovvero = 10 libbre di tè ovvero = ecc., cioè se esprimiamo la relazione riflessiva già contenuta implicitamente [der Sache nach] nella serie, otteniamo:

1 abito = 20 braccia di tela

10 libbre di tè = 20 braccia di tela

2 once d’oro = 20 braccia di tela

x merce A = 20 braccia di tela

ecc. merce = 20 braccia di tela. (Marx 1976, 79)

Qui Marx afferma esplicitamente che l’inversione mette in luce soltanto ciò che era già contenuto fin dal principio nella merce A (le 20 braccia di tela), ma che emerge solo dopo il compimento e l’inversione della forma: «cioè se esprimiamo la relazione riflessiva già contenuta implicitamente nella serie». Solo dopo il totale dispiegamento della forma di valore di una merce, l’inversione della sua forma e il ritorno al punto di partenza, appare chiaro come la merce A possa, per così dire, farsi carico della propria forma e perciò stare fin dal principio da un punto di vista speculativo in luogo del rapporto di tutte le merci. È come se la merce A fosse convertita dall’inversione della forma e assumesse su di sé l’infinito processo della serie di tutte le merci che le si era dispiegato dinnanzi. Essa chiude il processo di cattiva infinità mediante il suo esserci finito, proprio come se il rapporto di tutte le merci trovasse in questa singola merce un essere per sé.

Esiste dunque una merce, e perciò un luogo, in cui l’essere sociale delle merci, e con esso l’infinita varietà dei loro valori d’uso, può farsi riflessivo ed esporsi in modo unitario.

 

  1. La merce-denaro come equivalente universale della sua forma

Seguendo l’analisi, qualunque merce, come Marx dimostra a titolo di esempio con una «merce A», può farsi carico della propria forma totale o dispiegata di valore. Ogni merce, dunque, può per così dire saltare d’un balzo in un «equivalente universale» (Marx 1976, 81 ss.) della sua espressione di valore. Non è decisivo quale merce rappresenti l’equivalente universale, ma che una qualsiasi merce A incarni l’idea che le si dispiega dinnanzi e che le sta immediatamente di fronte: che, mediante essa stessa, tutte le cose debbano condividere e fissare in modo immanente e immediato il loro rapporto comune. Tale idea di totalità sociale – lo dimostra la forma dispiegata di valore – è già contenuta da un punto di vista speculativo nella merce A e al contempo è alienata e le sta innanzi separata.

Detto in modo più preciso, la merce A non incarna nient’altro che il puro rapporto come tale; essa incarna questo essere puramente sociale che dinnanzi a lei diventa l’identica qualità di tutte le merci. Queste ultimeEsse esplicitano il loro rapporto già mediante x, y, z, ecc.; condividono il medesimo rapporto cui partecipano contemporaneamente, che esprimono attraverso valori fissati e che immediatamente espongono in sé. Ma, affinché questo rapporto possa realizzarsi, una merce qualunque deve assumersi l’onere dell’esposizione di esso. Mediante tale assunzione il rapporto trova in una merce un esserci autonomo separato da tutte le altre merci. Tutte le merci, eccetto una esclusa, entrano in quel rapporto sociale ideale che si realizza per la prima volta proprio mediante tale esclusione e che viene immediatamente incarnato dalla merce esclusa.

 

  1. Il materialismo dell’equivalente universale: la realtà dell’idealità del rapporto sociale

Tutte le merci, dunque, possono fare riferimento al loro rapporto sociale in un’unica merce. Più precisamente, è mediante l’equivalente universale che le merci tornano al loro rapporto, come se esso fosse pienamente compiuto e come se fosse passato attraverso la sua infinità. In breve la forma di valore, in una merce, vale in modo totalmente realizzato e compiuto. La pura inversione della forma totalmente dispiegata e il ritorno al punto di partenza, a rigore, non evidenziano semplicemente la verità della forma semplice di valore: rivelano invece il puro rapporto come tale, la verità della sua realizzazione. È questa realizzazione che è attuata in un’unica merce come compiuta e terminata da un punto di vista speculativo.

Poiché la forma di valore vale in modo totalmente compiuto nella merce-denaro, quest’ultima può trasformarsi d’un balzo in un equivalente universale, che diventa punto di partenza per realizzare il rapporto delle merci solo mediante puri valori. La merce-valore, di conseguenza, non astrae dalle merci e dai loro valori d’uso, né le rende con violenza uguali o le riduce al quantitativo; piuttosto, essa volge al positivo il puro rapporto di merci come tale. Essa conta l’intero rapporto come un unico e medesimo rapporto o, in breve, lo conta come un uno e lo volge in positivo mediante puri valori; e tale rivolgimento di una qualità tanto universale quanto negativa, tale mutamento improvviso costituisce la determinazione quantitativa.

Questa determinazione quantitativa non è affatto una pura astrazione, e altrettanto poco essa sostituisce uno scambio di merci immediato. La merce-denaro, al contrario, libera da principio tutte le merci dalla necessità di doversi scambiare direttamente e porre immediatamente in rapporto. L’analisi della forma di valore dimostra ex negativo che non c’è possibilità di mettere in rapporto qualcosa e un altro, una merce A e una merce B, senza che esse già condividano nel loro rapporto un terzo comune. Un terzo comune che, però, non può esistere come tale, che è presente per così dire solo in modo speculativo come l’ideale del loro rapporto e che diventa qualità negativa o la qualità della negatività. Una qualità per cui l’equivalente universale è introdotto, che esso può condividere da un punto di vista quantitativo e a cui può dare una realtà autonoma, quantitativa[14].

 

  1. La posizione esclusa della merce-denaro: il ricongiungersi dei due poli e la fissazione di una unità ideale

Una qualunque merce può occupare il posto del denaro. In ogni merce la forma di valore, totalmente dispiegata e poi invertita, può essere realizzata, accolta e attuata da un punto di vista speculativo, così che ogni merce possa realizzare il rapporto di tutte le altre mediante puri valori. Ma perché questo accada una merce deve essere esclusa durevolmente da tutte le altre. Solo mediante la sua esclusione permanente una merce può dare una forma autonoma al rapporto di tutte le altre e diventare merce-denaro.

La merce-denaro, mediante la sua esclusione, si ritrova a occupare la posizione esclusa, nel senso del principio del terzo escluso, «tertium non datur». Poiché una merce può esporre il suo rapporto sociale sempre e solo mediante un’altra e, in definitiva, mediante tutte le altre (e primariamente in questo viene prodotto il rapporto esposto), uno dei due poli della forma di valore deve essere sempre occupato e nessuna merce può comparire contemporaneamente in entrambi i poli – come forma relativa di valore e al tempo stesso come forma di equivalente (Marx 1976, 63). E tuttavia una merce sta proprio in quella posizione esclusa, impossibile, quando essa è praticamente esclusa da tutte le altre, nel senso che è durevolmente ritirata e messa in evidenza[15]. Se il polo relativo è occupato al contempo da un equivalente universale, una merce può mettere in relazione per delega qualcosa e un altro, merce A e merce B. Essa si può inoltre relazionare a questo rapporto mediante il fatto che in prima istanza lo realizza e tuttavia lo restituisce come qualcosa che esiste esternamente, cosicché il rapporto delle merci, per così dire, si incarna nel denaro, esiste fuori di sé e riceve una forma autonoma.

Attraverso tale posizione il denaro diventa soggetto della medesima oggettività che esso costituisce mediante la realizzazione di valori e che per tale via è compresa quantitativamente nel denaro in modo tanto inconsapevole quanto oggettivo. Mediante la coincidenza dei due poli il denaro, soggetto assoluto della mediazione sociale, può essere impiegato sempre e ovunque in luogo di ogni merce.

O, meglio, esso non viene impiegato in luogo di una singola merce o di tutte le merci, ma del loro rapporto; un rapporto che, attraverso tutte le merci, si dissolve nello spazio e nel tempo, mentre le merci lo condividono in modo puramente quantitativo attraverso l’unità di valore, in luogo di cui sta il denaro. Ciò che dunque viene propriamente fissato attraverso l’esclusione della merce-denaro e l’occupazione di entrambi i poli è un’unità di valore ideale ed essa diviene determinante per il rovesciamento quantitativo del rapporto delle merci. Così, mediante il ritiro di una merce, entra in gioco la prima funzione del denaro: il denaro come misura del valore.

Tramite l’unità di valore ideale, in luogo della quale esso sta come misura, il denaro diventa mezzo di riflessione. I valori delle merci sono rifranti e riflessi da una misura e dunque essi sono determinazioni riflessive illuminate dal denaro: è questo l’arcano della forma x merce A = y merce B. Esso si presenta nella forma di una soluzione: in x e in y il rapporto sociale delle merci è riflesso da un’unità ideale, e i possessori di merci scoprono questo arcano quando essi nel mezzo di scambio ricorrono alla funzione di misura del denaro.

 

  1. La critica della parvenza: la realizzazione dei valori delle merci come misurazione dei risultati di una valorizzazione

«Tutta la difficoltà consiste nel fatto che le merci non vengono scambiate semplicemente come merci, ma come prodotti di capitali» (Marx 1983, 184).

Se bisogna interpretare l’analisi della forma di valore come il darsi di una misura da un lato, e come costituzione di un rapporto di valore dall’altro, allora è meramente consequenziale considerare la mediazione di denaro e merce mediante la seconda funzione e la realizzazione dei valori delle merci come una misurazione. La misurazione, però, non concerne il rapporto delle merci; questa è solo la parvenza necessaria alla superficie della società e Marx, mediante lo sviluppo della forma di capitale, vuole sottoporre proprio tale parvenza a una critica[16]. Ciò che viene propriamente realizzato nel rapporto di valore delle merci è il rapporto di valorizzazione nella loro produzione. Nella forma dello scambio e della circolazione il denaro, sul piano dei valori delle merci, non realizza alcun rapporto di scambio, ma i risultati di una valorizzazione, la valorizzazione di lavoro e capitale. Le grandezze di valore delle merci non sono dunque meri valori di scambio; Marx, anzi, sviluppa le grandezze di valore dalla forza produttiva di questa valorizzazione. Da tale valorizzazione Marx sviluppa quelli che probabilmente sono i due concetti più complessi della sua intera critica dell’economia: da una parte la «composizione organica del capitale»; dall’altra, i «valori medi» del «tempo di lavoro socialmente necessario» in un dato periodo e quelli dei profitti, che dalla prima risultano (cfr., ad esempio, Marx 1976, 53; cfr. anche Marx 1983, 164-209).

Nel presente lavoro non possono essere sviluppate né la composizione organica né le grandezze medie. Esse devono soltanto essere citate per spiegare perché lo scambio sia una parvenza e la forma della realizzazione dei valori delle merci corrisponda a una misurazione: perché da una parte i valori delle merci derivano dalla composizione organica della valorizzazione; dall’altra, sono sempre grandezze medie frazionate da una misura. Nel corso della circolazione il denaro, come in una misurazione che si estende alla totalità sociale dalla valorizzazione passata di lavoro e capitale nelle merci prodotte, determina quelle grandezze medie che sono necessarie nel presente per la valorizzazione produttiva futura di lavoro e capitale[17]. Mediante il riferimento a una misura comune, vengono inoltre creati un tempo di lavoro complessivo e un capitale complessivo e vengono determinate le grandezze medie dei tempi di lavoro e dei profitti e creato un tasso di profitto generale (Marx 1983, 159 ss.). Da tale processo, infine, risultano anche le grandezze derivate che sono decisive per il denaro di credito e per le forme del capitale finanziario e fittizio. Le grandezze di valore, pertanto, non fanno riferimento a singoli tempi di lavoro e a capitali individuali; esse risultano fin dal principio da una misurazione a cui sono sottoposti tutti i lavori e i capitali, nel corso della realizzazione dei loro risultati.

 

  1. ‘Passaggio da denaro a capitale’: la determinazione capitalistica di merce e lavoro, valore e denaro

Che le merci siano realizzate come risultati di una valorizzazione, tuttavia, è soltanto una mezza verità. L’altra metà di tale verità è che il denaro stesso è stato anticipato nelle componenti di questa valorizzazione. Di conseguenza, il denaro ritorna nella realizzazione dei valori delle merci già da questo esborso. Marx sviluppa questo movimento del denaro in capitale in connessione alla circolazione delle merci (cfr. Marx 1976, 161 ss.) e lo formalizza come Denaro-Merce-Più denaro (D-M-D’) [Marx 1976, 162], laddove M sta per la trasformazione del denaro nelle forme di entrambi gli elementi della valorizzazione, lavoro e capitale, e D’ per la ri-trasformazione in un plusvalore realizzato, il profitto, contrassegnato dal trattino dopo la D.

Così, dopo lo sviluppo della forma di capitale, si espone una volta di nuovo l’unità di valore per la quale il denaro sta nelle sue prime due funzioni di misura del valore e mezzo della sua realizzazione. Lo sviluppo della forma di capitale dal denaro mette in luce non solo che l’ideale unità di valore deve essere fissata dall’esclusione di una merce-denaro, non solo che la merce-denaro esclusa deve ricorrere come mezzo di scambio e di circolazione, cosicché l’unità di valore sia mantenuta da valori di scambio finiti e nella forma della circolazione; ma anche che l’unità di valore esiste solo nella sua scissione e riunificazione, che il denaro attraversa nella sua forma di capitale, vale a dire nella sua alienazione nelle componenti della produzione e nel suo ritorno nella realizzazione dei loro risultati. Entrambi i momenti, scissione e unificazione, si danno nella metamorfosi del denaro D-M-D’; qui si manifesta quell’unità che resta ideale nella funzione di misura e che nella funzione di mezzo di scambio viene realizzata e trasmessa da valori finiti e assume la forma della circolazione semplice, ma porta con sé anche una parvenza. Alienazione e ritorno del denaro conferiscono all’essenza negativa del valore sia forme qualitative – nel lavoro e nel capitale – sia una forma puramente quantitativa, che resta presso di sé. E, dal canto suo, anche il denaro può ricevere solo mediante tale essenza tanto la sua validità universale quanto il suo valore finito, e accrescere e accumulare tale valore.

Marx, dunque, mediante lo sviluppo della forma di capitale del denaro da un lato e della valorizzazione dall’altro, evidenzia in modo retroattivo che tanto la genesi della validità del denaro quanto il suo valore finito si danno nel suo attraversare il processo capitalistico. Egli mette inoltre in luce che anche le categorie del cominciamento («merce» e «lavoro»), così come le componenti della valorizzazione («forza-lavoro» e «capitale») sono determinate in modo capitalistico da questo processo. È come se il denaro stesso divenisse riflessivo mediante la sua improvvisa metamorfosi in capitale e le categorie economiche avessero superato in sé questa riflessione estensiva come loro determinazione formale. Perciò il denaro è presente in modo per così dire negativo tanto nelle merci quanto nelle due componenti della valorizzazione, qualunque forma particolare esse assumano. È contenuto in esse in modo speculativo, e questa presenza spettrale del denaro si manifesta nel doppio carattere di queste categorie fondamentali e contraddistingue la loro determinazione capitalistica.


*Traduzione a cura di Gianpaolo Pepe.

Note
[1] Una formulazione analoga si trova già nella Miseria della filosofia: «La moneta non è una cosa, è un rapporto sociale» (Marx 1972, 107).
[2] Proprio il cominciamento del Capitale e le sue categorie fondamentali, come pure il rapporto tra critica, scienza ed esposizione furono al centro della nuova assimilazione di Marx e del Capitale operata dalla Repubblica Federale di Germania (e, in parte, anche dalla DDR); un’eccellente panoramica sull’argomento si trova in Sgro’ (2009).
[3] Hegel non situa univocamente la propria dialettica né dal lato dell’esposizione e del soggetto (ad esempio come metodo scientifico e forma del pensiero) né dal lato dell’oggettività esposta (come una forma di dialettica reale di una obiettività che si determina nella contraddizione). La dialettica, anzi, da un punto di vista logico si trova di fronte a questa falsa alternativa, poiché essa sorge dalla difficoltà e dall’ imbarazzo che risulta proprio da questa falsa alternativa, e perciò quella hegeliana deve intendersi come dialettica speculativa.
[4] «L’economia politica ha certo analizzato, anche se in modo incompleto, valore e grandezza di valore e ha scoperto il contenuto celato in queste forme. Neppure una volta essa si è posta la domanda almeno del perché questo contenuto assuma quella forma, del perché, dunque, il lavoro si esponga nel valore dei prodotti del lavoro e la misura del lavoro attraverso la sua durata temporale nella grandezza di valore di essi», Marx (1976, 94-95).
[5] L’idea che l’analisi della forma di valore vada letta come genesi logica del denaro è il frutto della cosiddetta fase di ricostruzione della critica dell’economia politica, che in Germania maturò nel corso della Neue Marx-Aneignung, nell’ambito del movimento studentesco del 1968. La Neue Marx-Lektüre, in particolar modo Hans-Georg Backhaus ed Helmut Reichelt e poi soprattutto Michael Heinrich nella «teoria monetaria del valore», ha sottolineato la necessità di un’interpretazione logica (anziché logico-storica) dell’analisi della forma di valore, così come la necessità di un’unità di critica del valore e critica del denaro; analoghe letture di teoria monetaria dell’analisi della forma di valore sono state formulate, tra gli altri, da Suzanne De Brunhoff, Riccardo Bellofiore e Fred Moseley.
[6] Che una misura sia “data” in tale accezione forte allude al darsi di un primo, anonimo e unilaterale dono, nel senso in cui esso è stato tematizzato dapprima da Marcel Mauss, nel «si dà» di Martin Heidegger e poi, tra gli altri, negli scritti etici di Jacques Derrida; cfr. Mauss (1968); Heidegger (1993, 230), Heidegger (1969); Heidegger (1978, 272); Hénaff (2009).
[7] Sia Marx che Hegel hanno inteso la loro dialettica come una forma di auto-critica dell’oggetto criticato e proprio in tale intrico risiede la sua particolarità e la sua audace pretesa. Entrambi hanno definito questo pensiero dell’oggetto criticato «critica per mezzo dell’esposizione e viceversa», cfr. Marx (1978, 550). La proposta di comprendere la dialettica hegeliana come critica è stata avanzata soprattutto dalla teoria critica e dalla Hegelforschung ed è stata oggetto di intense discussioni nella Germania occidentale degli anni Settanta e Ottanta, cfr. ad esempio Theunissen (1978, 13-91), Fulda, Horstmann e Theunissen (1980).
[8] Marx (1976, 80-81).
[9] Accanto al risultato sopra indicato della lettura logica dell’analisi della forma di valore esiste anche un problema fondamentale: anche laddove l’analisi fosse intesa nel senso di un’unità di teoria del valore e teoria del denaro e come critica delle rappresentazioni pre-monetarie di valore e di una merce ante-valori, essa sarebbe ancora regolarmente interpretata come uno scambio di merci, quand’anche si trattasse di uno scambio mediato dal denaro. Di conseguenza il denaro e il valore sono presentati rispettivamente come mezzo di scambio e valore di scambio. Ma in questa maniera l’economico capitalistico non può essere dedotto. L’economia capitalistica si distingue radicalmente da tutte le società precapitalistiche e non capitalistiche poiché l’aspetto quantitativo della sua economia non ha nulla a che fare con un’astrazione o riduzione, ma con una messa a valore del capitale e del lavoro, con la loro valorizzazione e con la misurazione della loro forza produttiva.
[10] Nel successivo corso del primo libro vengono sviluppati i processi di valorizzazione e accumulazione del capitale e infine la sua origine logico-storica; il secondo libro esplica poi i cicli di riproduzione della valorizzazione; il terzo libro, tra gli altri temi, tratta le forme apparenti e derivate della valorizzazione: prezzo, profitto e tasso di profitto, così come le forme del credito, del capitale fittizio e del capitale finanziario.
[11] Così il celebre incipit del Capitale.
[12] Lo stesso Marx non ha presentato la sua analisi della forma di valore come logica della misura, e anche nel marxismo non è stata interpretata in questa maniera. Ciò è tanto più sorprendente in quanto proprio in questo punto balza agli occhi l’analogia con la Scienza della logica di Hegel. Come nell’analisi della forma di valore, anche nella tripartizione della logica dell’essere hegeliana ritroviamo il rapporto di qualità e quantità e il loro accordo nella misura. Una seconda analogia si potrebbe sviluppare con l’Essere e l’evento di Alain Badiou (2009). Tuttavia nemmeno Badiou ha colto l’analogia tra il suo «evento di verità» e l’evento di verità insito nell’analisi della forma di valore: vale a dire il fatto che, attraverso il denaro come misura del valore, viene rivelato l’essere sociale in quanto tale, in quanto puro essere. Sull’analogia tra logica dell’essere e analisi della forma di valore si veda Engster (2014); sulla tecnica di misura nelle scienze naturali e in Marx ed Hegel cfr. Engster (2016).
[13] Sulla «cattiva infinità» nella Scienza della logica hegeliana cfr. Hegel (1986, 151 ss.); sull’analogia tra infinità e analisi della forma di valore cfr. Engster (2014, 356 ss.).
[14] Lo sviluppo si potrebbe ricondurre alla summenzionata analogia con la costituzione dell’oggettività nella Scienza della logica di Hegel. Anche la logica dell’essere scaturisce dalla negatività di un essere la cui transizione nel nulla è superata-tolta [aufgehoben] nel rapporto del qualcosa e un altro e produce la forma della determinazione-determinatezza [Bestimmung] dell’essere: la negazione della negazione. Perciò anche l’essere in sé è determinato da una forma di auto-riflessione inconsapevole e immediata del qualcosa e dell’altro, ma anche in questo caso la cosa termina nella cattiva infinità di un relativismo totale. Anche qui la cattiva infinità, nel rovesciarsi improvvisamente in quantità, evidenzia la sua qualità negativa o la sua “verità”: il passaggio della logica dell’essere o l’essere e il nulla nel divenire. E anche qui questo rovesciamento nel quantitativo è la fulminea immediatezza di una riflessione tanto immediata quanto oggettiva. Nei rapporti quantitativi l’essere mette in luce la propria oggettività ed è riflesso in sé su un piano al tempo stesso immediato e inconsapevole; e il fatto che l’essere abbia immediatamente in sé il concetto della sua «oggettività» nel rovesciarsi in rapporti quantitativi deve essere, secondo la Scienza della logica di Hegel, ancora una volta riflettuto e superato-tolto [aufgehoben] in modo soggettivo nel «concetto». L’identità di essere e nulla, che Hegel situa nel loro passaggio, si fonda pertanto nel fatto che l’essere è decisivo per nient’altro che sé stesso e riceve la sua determinazione solo da sé stesso. Anche il denaro svela il rapporto sociale della merce A e della merce B nel rovesciarli nella quantità attraverso l’immediatezza di una riflessione tanto inconsapevole quanto oggettiva. Anche l’essere sociale delle merci è riflesso in sé dai loro valori, e anche per questo l’essere sociale ha immediatamente nel «denaro» il concetto della sua oggettività. Il «denaro» è il concetto dell’essere sociale, e a sua volta l’essere sociale è realizzato, riflettuto e compreso nel denaro.
[15] Marx dimostra che tale esclusione di una merce-denaro deve essere compiuta praticamente dai possessori di merci, cfr. Marx (1976, 101). Marx affronta per la prima volta questa esclusione pratica nel capitolo sul processo di scambio. Qui i possessori di merci concordano nella loro prassi quella soluzione che nel rapporto di merci è stabilita su un piano logico e che Marx aveva dedotto mediante l’analisi. Qualcosa deve essere posto come denaro solo nel punto fissato dalle merci stesse, per così dire mediante la loro natura sociale; i possessori, dunque, impiegano il denaro come una sorta di necessità logica.
[16] Sulla critica marxiana della necessaria parvenza della circolazione cfr. Marx (1976, 170 ss.); sulla necessità di distinguere essenza e apparenza cfr. Marx (1983, 825).
[17] Più precisamente, essi sono posti dalla misura nel medesimo rapporto concernente la totalità sociale al quale da una parte contribuiscono e dal quale, dall’altra, risultano sempre come grandezze medie. Lavoro e capitale esprimono in queste grandezze non solo i valori decisivi per la loro riproduzione; tali grandezze sono anche determinate da quel medesimo denaro che deve essere trasformato in queste forme per la sua valorizzazione produttiva e da queste forme deve essere sottoposto alla valorizzazione. Marx non definisce esplicitamente tale situazione «processo di misurazione», ma «processo complicato» (Marx 1983, 836-837).

Bibliografia
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Comments   

#1 mogol_gr 2019-03-13 12:51
C'è un altro punto: Cosa ne pensi di Bashar al-Assad (Maduro ecc.)?
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