In ricordo di Sebastiano Timpanaro
Intervista a Luca Baranelli
Con la partecipazione di Fiamma Bianchi Bandinelli
Nel novembre 2000 moriva Sebastiano Timpanaro jr, uno dei massimi protagonisti del dibattito culturale e politico del dopoguerra. Filologo e latinista di fama mondiale, uomo schivo e appartato, insegnante in scuole medie e professionali e poi, per tantissimi anni, “correttore di bozze” com’egli amava definirsi, marxista e materialista, militante del Psi e poi del Psiup con simpatie per Trotsky, intellettuale attentissimo e appassionato alle vicende politiche e culturali italiane e internazionali, autore di testi sul materialismo, lo strutturalismo, la psicoanalisi, accolti dal silenzio degli specialisti eppur fondamentali, studioso massimo del Leopardi.
Per ricordarlo pubblichiamo una intervista rilasciata da Luca Baranelli per la rivista “una città” nel 2001 alla cui conversazione ha partecipato anche la rimpianta Fiamma Bianchi Bandinelli.
Luca Baranelli è stato un esponente del movimento della nuova sinistra e ha collaborato con il gruppo di Quaderni rossi. Ha fatto parte successivamente anche della direzione della rivista Quaderni piacentini diventando poi redattore a Torino delle case editrici Einaudi e Loescher.
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Tu sei stato amico di Sebastiano Timpanaro. Un aspetto che impressiona è constatare quanto egli sia stato importante per tantissimi intellettuali e militanti della sinistra e quanto poco fosse invece conosciuto. Ce ne puoi parlare?
Provo a dire perché è stato importante per me, anche se non bisognerebbe partire da sé per parlare di una persona del suo livello intellettuale, culturale e morale. In queste settimane, dopo la sua morte, ripensavo a quando l’ho conosciuto: poteva essere il ’59 o il ’60. Sapevo chi era, perché mio padre, un pittore nato nel 1895, aveva conosciuto il padre di Timpanaro, amico di tanti artisti, e conosceva il figlio.
Il padre si chiamava come lui, Sebastiano, tanto che il nostro Timpanaro, per diversi anni dopo la morte prematura del padre, che se non sbaglio avvenne nel ’49, per distinguersi si firmava “Timpanaro jr”; poi naturalmente, col passare degli anni, siccome del padre purtroppo pochi parlano e i suoi libri non sono stati ristampati, tolse questo “junior” e Sebastiano Timpanaro rimase solo lui. Il padre era uno storico della scienza di valore (fu per molti anni direttore della Domus Galileiana a Pisa); era inoltre un uomo di grande apertura culturale e intellettuale, amico di letterati, poeti, scrittori, di tutti quelli più conosciuti della prima metà del ’900 italiano (quando morì, Montale gli dedicò un articolo sul “Corriere della sera”). Era anche amico di moltissimi pittori e incisori, tanto che con gli anni aveva messo insieme una grande raccolta di opere grafiche, quasi tutte regalategli dagli artisti stessi: dopo la sua morte, Sebastiano e sua madre, la signora Maria Cardini, donarono la Collezione Timpanaro all’Università di Pisa, che a quanto mi risulta non ha ancora dato ad essa una sistemazione degna del valore delle opere e della eccezionale generosità dei donatori. La signora Maria Cardini Timpanaro era una studiosa di filosofia greca antica e di Galileo: mi pare si fosse occupata soprattutto dei presocratici e aveva curato un’edizione del Sidereus Nuncius. Era anche lei una persona straordinaria, di grande modestia e, al contempo, di grande intelligenza e cultura: un po’ come Sebastiano. Dopo la morte del marito, visse col figlio per trent’anni; e anche quando Sebastiano si sposò con Maria Augusta Morelli, la signora Maria rimase con loro fino alla morte, avvenuta nel ’78. Uno degli ultimi saggi di Sebastiano è proprio l’ampia introduzione a una raccolta di scritti di sua madre che sarà presto pubblicata dall’Ets di Pisa.
Di Sebastiano, oltre che da mio padre, avevo sentito parlare fra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 da due amici senesi: Alceste Angelini, insigne grecista e raffinato poeta della generazione di Timpanaro, e Roberto Barzanti, che in seguito ha fatto politica (è stato sindaco di Siena per il Psiup, poi deputato europeo del Pci-Pds per tre legislature) e che allora era un giovane che studiava a Pisa storia contemporanea; si occupava molto anche di Leopardi e, naturalmente, come tutti gli studiosi che stavano a Pisa, anche giovani come lui, conosceva Timpanaro, anche se Timpanaro non insegnava all’università.
Timpanaro insegnava all’avviamento professionale?
È così. Timpanaro, credo anche per la difficoltà d’impartire lezioni dalla cattedra a un pubblico numeroso (forse collegata all’agorafobia e claustrofobia che l’hanno afflitto un po’ per tutta la vita), non se l’era mai sentita di fare concorsi universitari. Esattamente non saprei dire, di questo con lui non ho mai parlato; però era un fatto noto, e sorprendente, che Timpanaro, uomo di così grande valore -il più grande filologo classico italiano dopo la morte di Pasquali, e insieme con Scevola Mariotti e Antonio La Penna il più grande latinista- non insegnasse filologia classica o storia della lingua latina o letteratura latina in un’università. Mi è stato raccontato che una volta si era lasciato convincere da un professore amico a tenere un seminario alla Scuola Normale di Pisa. Sebastiano era un po’ a disagio e chiuse presto la seduta. Usciti dall’aula, uno studente del seminario lo accompagnò fuori e sulla scalinata della Normale gli chiese una spiegazione. Mentre gli rispondeva, Sebastiano quasi non si accorse che si erano radunati intorno a loro molti altri studenti, i quali poterono ascoltare a lungo una vera e propria lezione. Va detto, per inciso, che invece non cessava mai di studiare, di leggere, di documentarsi; e proprio a Pisa, quando poteva, partecipava ai seminari di Arnaldo Momigliano o del filologo Eduard Fränkel. Aveva però insegnato per una quindicina d’anni in scuole medie e d’avviamento della provincia di Pisa, e a questo suo passato d’insegnante teneva molto. In Una testimonianza su Gianfranco Ciabatti, apparsa nel n. 34-35 (gennaio-agosto 2000) della rivista “Allegoria”, Sebastiano scrive della sua esperienza d’insegnante: “Dal 1945 al ’48, appena laureato, io insegnai nella scuola media di Pontedera. Ricordo ancora quell’esperienza come una delle poche “riuscite” della mia vita, al pari di altre successive esperienze d’insegnamento in scuole di avviamento professionale (specie di post-elementari: oggi non esistono più) della provincia di Pisa, specialmente a San Frediano a Settimo nel comune di Càscina”. Dedicò un suo manualetto di prosodia e metrica latina “Ai miei scolari di Pontedera 1945-1948”.
Quando ti è stato presentato?
Mi fu presentato dal carissimo amico comune Alceste Angelini, grande grecista, come ho già detto, che è morto a Siena nel ’94. Alceste, che aveva tre anni più di Timpanaro, aveva studiato a Firenze nei primi anni della guerra e anche Timpanaro si era laureato a Firenze, nonostante in quel periodo stesse a Pisa (Timpanaro era allievo di Pasquali, anche se poi si laureò con Terzaghi, con una tesi su Ennio). Con Alceste Angelini si erano conosciuti durante gli anni dell’università, quando Sebastiano avrà avuto diciannove o vent’anni: Angelini era rimasto folgorato non solo dalla sua intelligenza straordinaria, ma dalla sua dottrina, dalla sua cultura già profonda e dalla conoscenza perfetta che quel giovane aveva della lingua latina, dei testi, degli strumenti della filologia classica. Pur essendo legati da profonda amicizia e stima reciproca (di Angelini, Timpanaro diceva che conosceva il greco e gli autori greci come pochi) sia Alceste sia Sebastiano si muovevano di rado, erano restii a fare viaggi anche brevi, fosse pure da Pisa a Siena e viceversa. Ma una volta, dev’essere stato il ’60 o il ’61 perché lavorava già alla Nuova Italia, Timpanaro venne a Siena a trovare Angelini. In quella giornata -mi pare fosse presente anche Roberto Barzanti- ci conoscemmo, stemmo insieme a lungo, e naturalmente io, che ero un giovane di ventiquattro anni, provai subito una grande ammirazione per quest’uomo, con il quale ci si sentiva subito a proprio agio. Colpiva quel suo viso bellissimo, e nei suoi occhi luminosi e sorridenti si leggeva subito un’intelligenza fuori del comune, ma anche una totale assenza di boria e di sussiego intellettuale, la sua umanità e generosità. Con lui si poteva parlare di tante cose, e anche chi non era in grado di affrontare i suoi argomenti disciplinari (io ad esempio non potevo farlo, essendo un normalissimo studente di legge) si trovava subito bene. Lui poi era un militante attivo della sinistra socialista e anch’io lo ero nel mio piccolo e quindi si parlò anche di quello, penso. Era una persona che metteva a proprio agio chiunque fosse di cultura inferiore alla sua: cioè praticamente tutti quelli che incontrava. Si poteva parlare con lui di politica, di storia, di letteratura, anche di musica (era un appassionato dell’opera, e in particolare delle opere di Verdi, ma ovviamente gli piaceva anche il resto, Mozart in testa). Insomma si parlava di tutto, e molto delle comuni amicizie. Questo non toglie che Sebastiano potesse scandalizzare molto le persone, urtare il “buon senso”, anche quello di sinistra. Oggi ad esempio non è elegante, anche per uno che lo sia, definirsi ateo (casomai, se proprio costretto, si dirà “agnostico” o “laico”). Per lui, invece, l’ateismo era un dato esplicito della sua formazione, della sua cultura, della sua visione del mondo (altra espressione non più di moda). Le cose che pensava le diceva, non aveva nessuna reticenza: se si trattava di idee, di dibattiti culturali e politici, diceva quello che pensava anche a costo di dispiacere all’interlocutore.
Bada bene, era un uomo di grande finezza, buono e comprensivo, non pensare che maltrattasse gli amici e i conoscenti, tutt’altro; s’informava sempre in modo non formale, non rituale, dello stato di salute dei parenti e degli amici, e s’interessava delle loro attività di studio e di lavoro. Aveva questi aspetti di affettuosità, però le sue idee le manifestava senza nessun orpello o ipocrisia, andando diritto alla sostanza dei problemi.
A volte, di primo acchito, poteva sembrare che qualche sua affermazione, qualche suo giudizio (soprattutto di argomento politico o culturale) fossero semplificatòri; ma poi si capiva -o almeno io capivo- che non semplificava affatto, ma andava all’essenza, alla radice. È questo un aspetto che colpisce anche nel suo stile di scrittore.
Era un grandissimo filologo, ma non solo…
Non era certo uno specialista e basta. Aveva una conoscenza vasta e profonda della letteratura italiana, ed è stato uno dei più grandi studiosi e conoscitori di Leopardi, nel senso letterale della conoscenza di tutti i suoi testi: cosa che, forse, nessun leopardista di formazione tradizionale può dire di sé. Lui aveva un interesse straordinario anche per il suo pensiero filosofico, manifestatosi poi in una serie di scritti importantissimi, che hanno fatto epoca nella bibliografia su Leopardi. Naturalmente conosceva alla perfezione lo Zibaldone, ma anche gli scritti infantili e adolescenziali e poi tutti quelli filologici, che normalmente gli studiosi di Leopardi non leggono; di questi, anni dopo, insieme col professor Giuseppe Pacella di Pisa, suo amico, fece quella che resta l’unica edizione degli scritti filologici di Leopardi, pubblicata da Le Monnier nell’edizione nazionale delle opere. Insomma, credo che per quanto riguarda i testi di Leopardi, Timpanaro sia stato quello che nel Novecento li ha conosciuti meglio. E poi era praticamente completa la sua conoscenza dell’Ottocento italiano. Per esempio si è occupato a lungo di quel grande autore e scrittore che è Cattaneo. Su Cattaneo gli chiesi consiglio perché facevo una tesi sul suo federalismo e le sue idee politiche, e lui di Cattaneo sapeva tutto, aveva letto tutto, molto più, ovviamente, di quanto non avessi fatto io. Lui poi ha scritto sul Cattaneo glottologo e linguista. Tutto questo per dire che nessun autore gli era ignoto: fu lui, ad esempio, il primo a consigliarmi di leggere Svevo. Credo che solo sull’immediata contemporaneità non fosse così documentato, ma giustamente, non essendo lui un contemporaneista; se uscivano venti romanzi al mese è chiaro che aveva tutto il diritto di non leggerli. Però conosceva benissimo la poesia italiana del Novecento, anche perché attraverso suo padre aveva conosciuto personalmente molti poeti, a cominciare da Montale…
FBB: A proposito dei suoi studi, per esempio su Leopardi, è straordinario come riusciva a tenere insieme i due aspetti: lo studio filologico e quello filosofico e politico. Lo studio puntuale, che si avvaleva delle tecniche più raffinate, non era mai fine a se stesso, non era mai disgiunto dalla ricerca di una conoscenza più generale e profonda che riguardasse la vita e il mondo. Così, in Leopardi vedeva non solo il poeta da analizzare e amare, ma anche l’uomo, il filosofo e, in un certo senso, il maestro di vita. Quindi il suo interesse per Leopardi era un interesse vitale: Leopardi era per lui non un semplice argomento di studio intercambiabile con altri, come quando si mira solo a un obiettivo accademico, ma era un interlocutore con cui confrontarsi, con cui dialogare, che lo aiutava a capire meglio il mondo.
LB: Sì, questo è vero, soprattutto per i suoi autori prediletti e, in particolare, per Leopardi. Però non bisogna pensare che poi lui non si sia occupato di cose strettamente tecniche. Questo lui lo diceva, a me lo ha detto tante volte: “Tutti pensano che io sia un grande materialista, un grande filosofo; sì, ho scritto le cose che mi stavano a cuore, però io scrivo tante cose strettamente tecniche che non interessano a nessuno”.
FBB: Magari in questo modo tendeva a minimizzare la sua produzione specialistica di fronte a noi profani.
LB: Sì, forse lo diceva anche per scusarsi di non essere impegnato sempre in studi e in attività più utili all’umanità e alla sinistra.
FBB: Comunque, nella maggior parte dei casi, i suoi scritti non erano così “strettamente tecnici” da non presentare spunti d’interesse anche più generali e comprensibili a tutti. E viceversa, se interveniva su un problema di attualità che riteneva importante, lo faceva con lo stesso rigore scientifico con cui avrebbe affrontato un tema specialistico. Il libro sul lapsus, ad esempio, è fondato sulla sua cultura specialistica, ma è soprattutto un libro di battaglia culturale. Anche per questo, poi, ne subì le conseguenze: sostenendo un punto di vista che gli stava a cuore, andava a colpire lobby potenti che lo ripagarono ignorandolo.
Poi Timpanaro lasciò la scuola…
LB: Come dicevo, di questo non ho mai parlato con lui, ma credo che l’insegnamento, il rapporto con gli studenti gli costasse molta fatica, gli procurasse ansia. Allora cercò e trovò immediatamente lavoro alla Nuova Italia di Firenze, città dove in seguito si trasferì.
Andò a fare il “correttore di bozze”, definizione ormai leggendaria riferita a Timpanaro…
Alla Nuova Italia lavorò più di vent’anni, dal 1960 al 1983, quando andò in pensione. Per le collane universitarie e di cultura della Nuova Italia credo che seguisse il libro dall’inizio alla fine, anche se a tutti diceva di fare il “correttore di bozze”: poteva essere o sembrare un vezzo, una civetteria, ma non era comunque solo questo. In una casa editrice che, a quanto sappiamo, era diretta in modo accentratore e decisionista da Tristano Codignola, sicuramente Timpanaro non poteva, né avrebbe voluto, fare il direttore editoriale: faceva però il redattore a pieno titolo e fra i compiti di un buon redattore, anche se ormai non è più così, c’era quello di correggere attentamente le bozze in modo che non ci fossero errori, refusi, inesattezze di ogni genere. Di certo lui diceva a tutti che faceva il correttore di bozze alla Nuova Italia.
Il breve romanzo di Steiner, Il correttore, era in pratica disegnato su Timpanaro…
Il libro di Steiner irritò moltissimo Sebastiano. In una telefonata mi disse che era veramente offeso e disgustato dal libro di Steiner, uno studioso venerato da tutti, che aveva avuto il torto di far sapere alla stampa di essersi ispirato a Timpanaro. Mi disse cose irripetibili, usando due parole che facevano parte del suo lessico: “mascalzone” e “mascalzonata”. “Ma come fa a pensare che io sia una persona così, a mettermi in caricatura in un libercolo orrendo?”. Se l’era proprio presa, era davvero furibondo. Probabilmente Steiner voleva, a modo suo, rendergli omaggio, e il libro, a chi lo leggesse senza sapere nulla del protagonista, poteva piacere o non piacere. Ma per chi lo leggeva conoscendo Sebastiano, a prescindere dal modesto valore letterario, era effettivamente irritante, stonato, fuori fuoco: non aveva proprio còlto. Non credo, fra l’altro, che si conoscessero perché in quello sfogo mi pare che dicesse: “Noi non ci siamo mai visti né conosciuti” (su questo punto però potrei sbagliarmi).
Torniamo ad allora…
Da quando, nel ’62, mi trasferii a Torino per lavorare all’Einaudi, la nostra amicizia fu alimentata soprattutto da scambi epistolari e da lunghe telefonate. Tuttavia, quando tornavo a Siena per le ferie, andavo qualche volta a trovarlo, prima a Pisa (in via San Paolo) e poi a Firenze, nella centralissima via Ricasoli, dove si era trasferito con la madre e la moglie Maria Augusta, che lavorava all’Archivio di Stato. A Torino ero entrato in contatto col gruppo dei “Quaderni rossi” e con Raniero Panzieri, che purtroppo morì quasi subito, a quarantatré anni, nell’ottobre del ’64. E informavo spesso per lettera Sebastiano di quello che facevo sia in casa editrice (dove lui, naturalmente, conosceva tante persone) sia fuori, col gruppo dei “Quaderni rossi”. Lui conosceva Panzieri, che era stato un dirigente del Psi: avevano grande stima e simpatia reciproca, e a un certo punto, fra il ’63 e il ’64, ebbero un lungo e cordialissimo incontro a Firenze, quando sembrava che Panzieri potesse svolgere un’attività di consulenza per la Nuova Italia (poi la cosa non andò in porto). Ricordo bene che quando Panzieri morì gli scrissi una lettera, dicendo fra l’altro una cosa ovvia, che il gruppo si sarebbe presto dissolto perché a tenerlo insieme era stato Raniero. Sebastiano, come al solito, mi rispose subito con una lunga lettera, ma purtroppo devo averla persa, o almeno per ora non l’ho ritrovata. Rileggere le sue lettere è sempre un grande piacere intellettuale.
Timpanaro prediligeva il rapporto epistolare?
Sebastiano è stato, almeno fino a una decina di anni fa, un epistolografo fenomenale. Penso che sia stato uno degli epistolografi più fecondi fra i pochi grandi intellettuali italiani, e sono certo che la qualità delle sue lettere sia altissima sia per i contenuti sia per lo stile (del tutto immune, ovviamente, dal manierismo iperletterario che troviamo ad esempio nelle lettere di Gianfranco Contini). Aveva una capacità di scrivere e rispondere all’istante alle lettere, ai biglietti, e a tutti i suoi interlocutori, davvero strabiliante. E quando, negli ultimi anni, ha cominciato a diradare la corrispondenza, questo è stato visto anche dagli amici come un segno di stanchezza, d’isolamento e di autoisolamento da un mondo e da una società che sentiva sempre più ostili, estranei e distanti. Credo che quando, auspicabilmente, si farà un epistolario di Timpanaro, ci troveremo fra le mani non solo un tesoro d’idee e di stimoli, ma in molti casi dei veri e propri saggi. Per esempio ho ritrovato una lunga lettera che mi scrisse il 5 dicembre 1981 per avere notizie su un giovane professore di Genova, Giorgio Bertone, che lui non conosceva e che insieme con un altro studioso, Pino Boero, aveva curato un’edizione di Primo maggio di De Amicis. Si tratta di un romanzo “socialista” che De Amicis aveva scritto e poi abbandonato; in seguito aveva ricominciato a lavorarci ma alla fine l’aveva lasciato perdere. Questi due studiosi ne fecero un’edizione per Garzanti, che uscì senza una prefazione perché quella che gli autori avevano scritto era una tale stroncatura del libro, e del socialismo di De Amicis, che l’editore non l’accettò. Quando questa prefazione uscì su una rivista di Genova, Timpanaro ne fu molto colpito: gli sembrava del tutto sbagliata, tanto che decise di scrivere un saggio per difendere Primo maggio e le idee socialiste a cui De Amicis era approdato dopo essere stato militarista, monarchico e conservatore (Il socialismo di Edmondo De Amicis. Lettura del “Primo maggio”, Bertani, Verona 1983).
La lettera che mi scrisse in quell’occasione anticipava le idee sviluppate poi nel libro e conteneva fra l’altro questa frase significativa: “Credo che tu mi conosca abbastanza per non sospettare che un leninista e trotzkista (magari troppo testardamente leninista e trotzkista) come me sia diventato all’improvviso un “socialista deamicisiano””.
Credo che di lettere così ne abbia scritte tante a tante persone. Sebastiano era estremamente generoso nei rapporti di amicizia e se riceveva una sollecitazione, fosse una lettera, una telefonata, la richiesta di un parere o di un consiglio, si metteva a scrivere lettere di due, tre, quattro, a volte anche cinque pagine a spazio uno.
Auguriamoci quindi che le sue lettere vengano raccolte e pubblicate un giorno non lontano. Sono convinto che il suo epistolario rivelerà una ricchezza straordinaria di temi disciplinari, ma anche morali, politici e filosofici. Sebastiano ha avuto, fra i tanti, un rapporto lungo e intenso, di grande amicizia, con Cesare Cases, conosciuto a Pisa negli anni ’50. E poiché anche Cases è un epistolografo eccelso, il carteggio Timpanaro-Cases, se e quando potremo leggerlo, sarà di enorme interesse e ricchezza.
La sua scrittura com’era?
Questa sua grande dottrina, cultura e capacità di penetrazione si manifestava nella pagina in maniera estremamente diretta e precisa con una “prosa scientifica” che si può definire classica. Scriveva senza fronzoli e abbellimenti retorici, in uno stile asciutto e denso. Leggere i suoi saggi era sempre un piacere anche se, spesso, un lettore come me perdeva tante cose, tanti riferimenti. Erano naturalmente testi che andavano in qualche modo studiati, ma anche leggendoli da profani il godimento intellettuale che se ne ricavava era grande.
Il lapsus freudiano, che prima è stato citato, è un libro molto particolare, descritto da alcuni come un capolavoro e ignorato però da tutti gli addetti ai lavori…
Quando Timpanaro pubblicò il suo saggio sul lapsus freudiano, esso fu sostanzialmente ignorato da quasi tutti gli psicoanalisti, o da chiunque avesse rapporti professionali o di conoscenza approfondita con la psicoanalisi. Per noi fu un enorme piacere leggerlo, perché c’imparavamo tante cose e perché la lettura ci convinceva, divertiva e avvinceva e ci faceva capire qualcosa della filologia. Al metodo della psicoanalisi, in particolare sul problema del lapsus, lui affiancava o addirittura sostituiva – mi esprimo in modo un po’ approssimativo e potrei dire anche cose inesatte – gli strumenti e la metodologia della filologia. Sebastiano fu molto dispiaciuto del fatto che quasi nessuno prese in considerazione il suo libro; di questo si dolse molto, e ricordo che agli amici diceva: “Ho scritto questo libro perché speravo di suscitare una discussione, per esempio con uno come Cesare Musatti…”: stimava Musatti per ragioni sia scientifiche sia politiche, perché come lui era stato un militante del Psi, e Sebastiano era molto attento anche a questi aspetti di appartenenza, di militanza. Ma anche il vecchio Musatti, al quale aveva mandato il libro, credo che gli rispose con due righe di circostanza, ma nel merito non si dette neanche la pena di entrare. Ci fu un’eccezione significativa che, sia pure a distanza di tempo dalla pubblicazione del libro, rallegrò molto Sebastiano: quella di Giovanni Jervis, forse l’unica personalità di rilievo dell’ambiente psicoanalitico italiano che gli manifestò il suo consenso: nel convegno Sull’interpretazione. Ermeneutica e testo letterario svoltosi a Siena nel 1987, egli espresse un giudizio decisamente favorevole sul Lapsus freudiano. Non so se a quell’epoca Jervis praticasse già la psicoanalisi; era comunque uno psichiatra di vasta cultura teorica che aveva fatto parte sia dell’équipe di Franco Basaglia sia della redazione di “Quaderni piacentini”. Sebastiano ebbe molta più soddisfazione dall’estero, e soprattutto dagli inglesi, che erano forse meno provinciali, estranei alla logica dei compartimenti stagni italiani, e pronti a cogliere l’importanza di quel suo contributo. Timpanaro pubblicò addirittura sulla principale rivista della sinistra inglese, la “New Left Review” (il direttore Perry Anderson era legato a Sebastiano da stima e amicizia), prima che in Italia, su una piccola rivista culturale che usciva a Livorno, una risposta alle obiezioni e alle critiche, poche per la verità, che erano state mosse al suo libro.
Ho saputo recentissimamente che sul Lapsus freudiano, ma non solo su quello, Sebastiano ebbe nel corso degli anni ’70 un intenso e prolungato carteggio con Francesco Orlando, uno studioso del quale -pur nel dissenso- egli aveva la massima stima, autore fra l’altro del libro Per una teoria freudiana della letteratura. È facile supporre che anche tale carteggio sia di straordinario interesse teorico.
Sebastiano spesso s’illudeva, perché credeva sul serio nel dibattito delle idee; d’altra parte, anche il suo fondamentale saggio Considerazioni sul materialismo, che uscì su “Quaderni piacentini” nel 1966, sollecitò al dibattito solo alcuni studiosi più giovani -Francesco Ciafaloni, Paolo Cristofolini e altri- ma i grossi calibri della filosofia italiana, compresi i marxisti, lo snobbarono. Un accenno negativo allo strutturalismo, contenuto in quel saggio, riuscì invece a suscitare le osservazioni e le obiezioni di due autorevoli linguisti, Giulio Lepschy e Tullio De Mauro, ai quali Timpanaro rispose nel lungo scritto Lo strutturalismo e i suoi successori. Ancora nel gennaio del ’97, concludendo la prefazione -intitolata Venti anni dopo- alla terza edizione di Sul materialismo (Unicopli, Milano 1997) avrebbe scritto: “Non sarà certo la ripubblicazione di questo mio vecchio libro a smuovere le montagne: non ho così folli ambizioni senili. Mi accontenterei (…) se qualcuno lo leggesse e poi, magari, lo discutesse anche aspramente. Ho sempre pensato che le stroncature, quando non si riducono a invettive generiche, facciano bene alla salute dei libri: quello che davvero li uccide è il silenzio”.
Veniamo all’esperienza dei “Quaderni piacentini”.
Tornando a questi nostri rapporti, credo di poter dire che l’amicizia e la vicinanza s’intensificarono nel momento aureo dei “Quaderni piacentini”, che comincia fra il ’63 e il ’65. Sicuramente furono Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi ad andare a Firenze a conoscerlo: nacque tra loro un’autentica, duratura amicizia e Sebastiano s’impegnò molto nella collaborazione con la rivista, dove pubblicò il primo saggio sul materialismo, divenuto poi il nucleo del suo libro del 1970, e altri scritti, ad esempio quello su Engels. Piergiorgio mi ricordava che in quel periodo, dai primi anni ’60 in poi, Sebastiano, quasi a ogni numero che usciva, immediatamente, appena gli arrivava, lo leggeva tutto e poi scriveva una lettera con i suoi commenti.
Con Grazia e Piergiorgio egli ebbe un’amicizia veramente intensa, nutrita di affetto e ovviamente anche di grande stima reciproca. Moltissime volte mi ha scritto e parlato di quanto loro fossero intelligenti e capaci nel riuscire a fare una rivista così vivace e così letta dai giovani, e non solo dai giovani, radunando forze anche diverse, magari contrastanti dal punto di vista politico.
Sebastiano era convinto che i veri artefici della riuscita di questa rivista fossero loro. Pensava che con l’allargamento del comitato redazionale, dovendo per forza mediare di più e tener conto delle esigenze di questo e di quello, la rivista avrebbe perso mordente e iniziato a decadere; secondo lui la diarchia di Piergiorgio e Grazia era perfetta. L’ha detto e scritto più volte, che provava nostalgia per la rivista quando era fatta solo da loro due. Per citare le sue parole, in un breve ricordo di Grazia del 1998, rimasto inedito, Sebastiano scriveva: “Io cominciai a ricevere la rivista dal numero 13 (novembre-dicembre 1963), mi abbonai, conservo ancora tutti i fascicoli. Li ho riletti adesso, e mi si è riconfermata l’opinione che avevo già da tempo: il periodo migliore della rivista fu il primo, quello in cui la diressero da soli quei due giovani, Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi (il nome di Grazia compare come condirettrice per la prima volta nel fascicolo di maggio-giugno del ’64, ma essa vi aveva lavorato fin dall’inizio). Quante volte si è detto – a proposito della direzione di una rivista, di un partito, di uno stato – che l’optimum è la collegialità? In linea di massima anch’io l’ho sempre pensato e mi guarderei dal negarlo. Eppure sono convinto che i “Q.P.” abbiano rappresentato un’eccezione. Il massimo d’intelligenza, di anticonformismo, di libertà di discussione senza per questo cadere nell’eclettismo fu raggiunto in quel primo periodo (includo in esso anche la fase in cui si aggiunse alla direzione Goffredo Fofi, che si occupò specialmente di cinema)”.
A questo si aggiunga che Sebastiano considerava Piergiorgio Bellocchio uno scrittore eccellente; gli diceva, e diceva agli amici comuni, che avrebbe dovuto scrivere di più, che era l’unico moralista che valesse la pena di leggere in Italia.
La stima, la solidarietà e la collaborazione che lui ha sempre manifestato a Grazia e Piergiorgio per l’impresa così felice di questa rivista, sono state sempre costanti. E poi erano davvero legati da grande affetto…
La morte di Grazia, nell’estate del 1995, fu per Sebastiano un dolore enorme.
Il ’68 lui come l’ha vissuto?
L’ha vissuto con grande simpatia, e tuttavia, mi pare, anche con una certa distanza, non solo generazionale. Sebastiano non era certo il tipo da mettersi a civettare con gli aspetti più folcloristici, più esteriori del movimento; e soprattutto, pur non avendo ovviamente nulla a che fare con i gruppetti e i partitini marxisti-leninisti, era piuttosto diffidente nei confronti dello spontaneismo a oltranza. Credo che, prima del ’68, Sebastiano fosse stato abbastanza vicino ai giovani pisani che avevano costituito il Potere operaio di Pisa (può darsi che io associ impropriamente a quel gruppo pisano anche persone che non vi parteciparono, ma spero che non me ne vogliano per questo): Luciano Della Mea, che era l’unico della sua generazione, Paolo Cristofolini, Romano Luperini, Franco Petroni, Gian Mario Cazzaniga, Adriano Sofri, Gianfranco Ciabatti. (Di Ciabatti, intellettuale militante e poeta, che lavorava anch’egli nell’editoria, alla Sansoni di Firenze, morto prematuramente pochi anni fa, aveva una grande stima.) Poi le storie politiche si erano divise. Sebastiano, se non sbaglio, scrisse qualche articolo per «Nuovo impegno», rivista politico-culturale dei pisani, anche se continuava a privilegiare i «piacentini». Era sempre disposto a collaborare e a intervenire. Grazie alla sua capacità d’inquadrare l’attività politica in una prospettiva storica, riusciva sempre a capire e a cogliere, anche nel vivo di una situazione in atto, gli antecedenti, le matrici o le ispirazioni ideologiche anche remote. E così, anche quando era diffidente, per esempio verso lo spontaneismo di Lotta continua, che gli era sostanzialmente estraneo come pensiero, capiva che il movimento non si limitava a questo aspetto e quindi manteneva un atteggiamento solidale, di collaborazione e di simpatia.
Come si potrebbe definire la sua posizione?
Si dichiarava marxista, sia pure sui generis, come del resto ogni marxista che abbia pensato e detto qualcosa di originale e di nuovo. Dal punto di vista teorico, metteva praticamente sullo stesso piano il pensiero di Marx e quello di Engels; dal punto di vista politico si considerava un leninista antistalinista: aveva scarsa simpatia per Mao e il maoismo occidentale, e aveva invece una grandissima ammirazione per Trotsky, per il suo pensiero e la sua azione durante e dopo la rivoluzione russa. Questo suo personalissimo trotskismo non l’ha mai nascosto, anzi lo ha manifestato in più occasioni, lamentando la scarsa attenzione della sinistra italiana (anche quella dei “piacentini”) per Trotsky. Uno dei requisiti primari di una vera politica di sinistra “anticapitalistica” -Sebastiano usava spesso quest’aggettivo, come pure l’espressione “estrema sinistra”, oggi considerati impronunciabili, se non addirittura blasfemi- era per lui l’esercizio costante della democrazia socialista. A un certo punto, mi pare nel libro sul materialismo, si è definito “marxista-leopardista”. Oltre a non farsi nessuna illusione sulle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, era convinto che il pensiero filosofico di Leopardi, dei Canti, delle Operette e dello Zibaldone, fosse un reale arricchimento teorico per il marxismo, o almeno per il marxista che lui era. Mi rendo conto che sto semplificando e banalizzando il suo pensiero, che era in proposito assai più complesso, ramificato e strutturato di quanto possa apparire da poche frasi generiche. Vorrei perciò citare testualmente alcune sue frasi, tratte dalla bellissima Introduzione all’edizione del De divinatione di Cicerone (Garzanti, Milano 1988): “Cicerone… sentì fortemente… l’influsso di Teofrasto. Nell’etica, Teofrasto aveva sentito… un salutare bisogno di antiascetismo, di consapevolezza della dipendenza dell’uomo dai beni e dai mali “esterni”, di assenza di boria filosofica, in contrasto con lo spirito predominante nelle filosofie ellenistiche… La virtù rimane sempre il bene più alto, ma vi sono felicità (salute, agiatezza) e infelicità (malattie, povertà) che non possono essere dichiarate inesistenti nemmeno dal saggio… Anche il saggio è un uomo e ha un corpo (e l’anima stessa non è del tutto autonoma dal corpo). In ciò, come ben vide Giacomo Leopardi, Teofrasto fu più veracemente materialista e edonista di Epicuro; e forse, dopo millenni di speculazione filosofica, non ha ancora vinto del tutto la sua battaglia”.
Ma aveva una grande passione anche per la politica militante?
Dopo la scissione del Psi, s’iscrisse al Psiup. Chi l’ha conosciuto nelle sezioni del Psi e poi del Psiup, a Pisa e a Firenze, ricorda che frequentava la sezione, interveniva nei dibattiti, insomma faceva la vita di un militante di base di una sezione del Psi degli anni ’50-60. Mi pare di ricordare che in sezione giocasse anche a scopone con i compagni.
Alla fine degli anni ’50, quando nel Psi si manifestarono e cristallizzarono le correnti, Sebastiano aveva aderito alla corrente di Lelio Basso; poi, però, negli anni successivi, Basso lo aveva abbastanza deluso.
Comunque non fu mai un settario: per fare un solo esempio, è nota e documentata l’alta considerazione che aveva per la figura di un socialista riformista come Giacomo Matteotti. E direi che col passare degli anni si è sempre più allontanato dalla milizia attiva nei partiti, pur continuando a seguire con grande attenzione e partecipazione tutto quello che succedeva nella sinistra, in Italia e nel mondo.
Mi accennavi anche alle sue ultime posizioni, di opposizione radicale agli interventi militari come quello nel Kossovo…
La sua opposizione agli interventi militari degli ultimi dieci anni, in Irak e in Kossovo, era fin troppo scontata. Ma non vorrei parlare di questo, anche perché, pur sapendo perfettamente come la pensava in proposito, con lui ne ho discusso troppo poco. Sul suo antimiltarismo ho invece un ricordo personale, che riguarda anche mio padre. Con lui Sebastiano, almeno fino al 1983, ebbe rapporti abbastanza frequenti. Mio padre andava spesso alla Nuova Italia perché era un vecchio amico di Calamandrei e del gruppo del “Ponte”: ci andava per salutare gli amici o per comprare qualche libro, ma soprattutto, col passare degli anni, ci andava perché c’era Timpanaro. E spesso Sebastiano mi scriveva o mi diceva: “Ho visto tuo padre, abbiamo parlato molto, mi ha fatto ridere, è un uomo simpaticissimo”. Ricordo con piacere che diceva: “Tuo padre è una persona straordinaria perché, fra gli uomini della sua generazione, è difficilissimo trovarne uno che abbia fatto la prima guerra mondiale e ricordi quell’esperienza con orrore e indignazione. Se ci fai caso, quasi tutti quelli della sua generazione o con qualche anno di più, come per esempio anche Calamandrei, erano interventisti”.
In effetti è impressionante notare come il cosiddetto “interventismo democratico” sia stato una malattia che ha colpito moltissimi uomini di cultura, per non parlare dell’interventismo che poi è diventato fascismo. (Naturalmente ci sono le eccezioni, come quella di Palazzeschi.) Anche tra i padri nobili della democrazia italiana, l’interventismo nella prima guerra mondiale ha fatto strage; e Sebastiano apprezzava moltissimo che una persona normale come mio padre, che non era un grande intellettuale, ma ne aveva conosciuti e frequentati molti, avesse questa posizione di totale ripulsa e schifo della guerra. Bisogna dire che mio padre si era fatto quattro anni di guerra da soldato semplice, anche in trincea; e che suo fratello, a diciotto anni, vi aveva perso tutte e due le gambe per congelamento. Ovviamente queste sono cose che contano; e Sebastiano, da buon materialista, le capiva meglio di altri.
Torniamo al suo lavoro di filologo. Il riconoscimento almeno per quello l’ha avuto?
Della comunità scientifica internazionale l’ha senz’altro avuto. Lui era ed è considerato il migliore allievo di Giorgio Pasquali, un grandissimo filologo, e insieme con Mariotti un latinista sommo. Se non avesse avuto le difficoltà di rapporto con un uditorio numeroso già ricordate e avesse avuto un po’ di ambizione, avrebbe potuto insegnare non solo in Italia, ma anche in Germania, in Inghilterra, in Svezia, dappertutto. La sua autorità e notorietà scientifica (trasmessa dalle riviste, e Sebastiano, anche se di questo non so molto, collaborava a tutte le principali riviste filologiche) erano indiscusse nel mondo. Da questo punto di vista, il fatto di non essere nell’università non esclude il riconoscimento nella comunità scientifica nazionale e internazionale. Si sa che Scevola Mariotti, che è morto un anno fa, aveva una stima sconfinata per Sebastiano; con Antonio La Penna ha avuto un rapporto intensissimo che solo in anni recenti si era un po’ allentato; si sa anche della considerazione che aveva avuto di lui Fränkel, il grande filologo tedesco. Non ci sono dubbi, quindi, che abbia avuto i massimi riconoscimenti per la sua lunga e intensa attività di filologo classico e di latinista, compreso il Premio Antonio Feltrinelli nel 1995 per la filologia e la linguistica. Quando “sconfinava” nella filosofia o nella politica, o conduceva le sue battaglie culturali contro la moda strutturalistica o semiotica, trovava poco ascolto e poca considerazione. Avvertiva nei filosofi, nei linguisti o negli psicoanalisti ai quali si rivolgeva una sorta di fastidio per queste sue incursioni in campi da cui secondo loro avrebbe dovuto tenersi lontano; e lui naturalmente, per quanto uomo modesto, era consapevole di dire cose che dovevano essere prese in considerazione, o almeno dibattute. Il fatto che spesso non fossero né discusse né contestate gli dispiaceva, ma non perché tenesse a un qualche riconoscimento personale – di quello non gliene importava assolutamente nulla – ma perché voleva che le idee diverse si confrontassero.
Pinuccia Magnaldi, un’amica torinese, latinista e filologa che ha conosciuto bene Timpanaro, che ha avuto con lui scambi intensi di lettere e consigli, mi diceva che la sua introduzione al De divinatione di Cicerone, che anch’io avevo letto come può leggerla un profano, è un testo mirabile, quanto c’è di meglio per capire la filosofia di Cicerone. Eppure del De divinatione Sebastiano diceva che è un’edizione “divulgativa”; in una Nota alla ristampa corretta del 1998 precisava comunque che aveva mantenuto “il carattere di edizione seriamente divulgativa (anche se, spero, non del tutto inutile nemmeno agli specialisti)”. Nella sua modestia tendeva a minimizzare i suoi lavori, come quando ha scritto, nella Prefazione a Contributi di filologia e di storia della lingua latina (Edizioni dell’Ateneo, Roma 1978): “Questi si potrebbero chiamare gli “scritti minori” di un filologo che non ha al suo attivo “scritti maggiori””. Ma appena si cercano verifiche o riscontri specifici, si ha la conferma che era uno studioso eccezionale. Noi abbiamo conosciuto, amato e apprezzato di più l’uomo politicamente impegnato, appassionato alle sorti dell’Italia e del mondo, l’amico che s’interessava della nostra salute e del nostro lavoro, però bisogna stare attenti a non ridurre Timpanaro a questo. Era un grand’uomo anche perché nella sua disciplina, nelle sue discipline, ha lasciato un’impronta fondamentale.
Gli ultimi anni sono stati tristi?
Nei decenni in cui ci siamo scritti, parlati di persona o per telefono (perché con lui c’era anche questo modo di comunicare: al telefono si poteva parlare e farlo parlare anche un’ora, di tutto) è sempre stato molto partecipe, attento alle vicende del mondo anche se sempre più isolato, sempre più angosciato per quello che succedeva. Aveva una sensibilità acutissima sia per il degrado crescente della natura e del pianeta sia per la decadenza del corpo e della salute degli umani. Parlava molto delle condizioni di salute proprie, dei parenti e degli amici; la morte di amici e conoscenti lo angosciava sempre. Pur non essendo un militante ecologista, aveva un’altissima consapevolezza che il mondo può andare alla rovina anche per il disprezzo e la noncuranza degli uomini, per sete di profitto.
Era convinto che capitalismo e degrado ambientale sono inscindibili. Negli ultimi anni era angosciato e disgustato dalla dissoluzione della sinistra e dalla fine stessa della lotta politica. Secondo lui tutti, ormai, sostenevano più o meno le stesse cose e non c’era più nessun punto di riferimento possibile: la sinistra aveva sostituito alla lotta anticapitalistica la lotta contro “un solo capitalista”.
Quest’isolamento era doloroso per lui e anche per gli altri, per chi non poteva avere con lui il dialogo e la discussione degli anni precedenti; però non gli impediva di dire verità che quasi nessun altro diceva più, se non per ragioni strumentali o di propaganda. I suoi anatemi anticapitalistici e antimperialistici, secondo me, proprio perché pronunciati da lui, avevano più forza, che so, delle denunce di Rifondazione. Anche se da moltissimo tempo non militava più nei partiti, non ha mai passato sotto silenzio i fatti della politica nazionale e internazionale che lo indignavano e confermavano le ragioni del suo impegno.
Le sue parole, anche quando si sono diradate e affievolite, sono sempre state estremamente precise, “essenziali”; il suo modo di dire le cose era diretto; e il timbro della sua voce è sempre stato personale, unicamente suo: penso, spero, che questo lo si potrà apprezzare meglio dalle sue lettere, e dalle testimonianze delle persone che, soprattutto a Firenze, gli sono state più vicine negli ultimi tempi.
In questi ultimi anni non era facile incontrarsi con lui e parlare, se non per telefono. Io sono tornato a Siena nel ’94, però direi che ho avuto con Sebastiano rapporti molto più frequenti e intensi prima, quando stavo a Torino. Ma questo non riguarda solo me: non credo che l’amicizia fosse diminuita, era una sorta di sua progressiva sfiducia che prendeva il sopravvento. Lui credeva molto a una comunità di lotte, di obiettivi, al fare politica insieme e questo era completamente venuto meno nell’ultimo decennio. E tuttavia, per ciò che riguarda i suoi studi e interessi disciplinari, sapevo da un amico, un giovane ricercatore senese che frequenta l’Istituto di filologia classica dell’università di Firenze, che anche in questi anni di progressivo isolamento Sebastiano, quando poteva, andava lì perché lì arrivano le riviste, arrivano le novità, arrivano i libri da tutto il mondo, e lui ci andava per leggere, per documentarsi e aggiornarsi perché voleva scrivere un pezzo, che poi scriveva.
Una delle cose più straordinarie, se si pensa che era nato nel ’23, è che fino all’ultimo, fino alle ultime telefonate, quando forse cominciava a stare veramente male, mi ha sempre detto: “Non riesco quasi più a studiare”, “non riesco neanche più a studiare, riesco appena a leggere il giornale”. “Non riesco più a studiare”: come avrebbe potuto dire un giovane ricercatore. Per lui, ovviamente, lo studio e la ricerca non finivano mai; ed erano anche ossigeno, mezzo per sopravvivere. Ha avuto però anche la fortuna di avere vicino a sé Maria Augusta, una compagna intelligente, attenta e amorevole…
Negli ultimi tempi, quando lo sentivo al telefono, mi parlava spesso di guai fisici. Pur soffrendo sempre di agorafobia, aveva superato un periodo di depressione. Ma anche quando stava meglio, era difficile trovarlo sereno. Invece di accalorarsi come prima, esprimeva con amarezza la sua rassegnata disperazione per come andavano le cose in Italia e nel mondo. Nella politica inestricabilmente legata al potere e agli affari, nell’Italia delle televisioni e dei giornali, Sebastiano non si riconosceva più: tutto gli faceva schifo. Voglio leggere, per concludere, quello che mi scrisse diversi anni fa, quando, dovendo aggiornare per Il materiale e l’immaginario della Loescher una scheda bio-bibliografica su di lui, gliene avevo mandato una bozza perché mi segnalasse eventuali inesattezze e modifiche. Mi rispose il 28 dicembre del 1992 con questa lettera brevissima, una delle ultime che ho ricevuto da lui: “Caro Luca, ecco, ti restituisco il mio curriculum riveduto e corretto. Ma per arrivare a quest’epoca maledetta, forse la peggiore della storia umana, valeva la pena di studiare? Era meglio non nascere! Il ’93 sarà un anno pessimo. Ti faccio tuttavia i migliori auguri personali per Fiamma (che spero in condizioni di salute discrete) e per te. Un abbraccio, anche da Maria Augusta. Sebastiano”. Credo che negli otto anni successivi questo stato d’animo così angosciato non sia cambiato.










































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