La "astrazione reale produttiva" negli oggetti del lavoro apparentemente solo concreto, non è dovuta in alcun modo alla considerevole indifferenza soggettiva dei produttori, in termini individuali, rispetto alla materia della loro attività, che nello spazio-tempo dell'economia imprenditoriale si presenta loro essenzialmente come un processo astratto di combustione della loro energia. E' assai più il processo stesso di produzione, nella sua logica intrinseca in quanto lavoro realmente astratto, che stabilisce tale indifferenza come un apriori. Quindi è l'oggettività sociale ad imporre al contenuto il carattere dei soggetti indifferenti, in quanto portatori di processi astratti di combustione di energia umana, e non il contrario (ed ancor meno una qualche "avidità di lucro" dei proprietari).
Questa oggettività sociale dell'indifferenza nei confronti della materia e del contenuto deriva dal carattere essenziale del processo di produzione come processo di valorizzazione. Ha luogo qui un'inversione peculiare nella relazione fra l'astrazione del valore ed il cosiddetto valore d'uso; per meglio dire, il famigerato valore d'uso si rivela essere, come già accennato, una mera determinazione della forma della stessa oggettività del valore e della sua realizzazione come valore di scambio.
L'inversione, in cui il valore d'uso si presenta immediatamente come funzione della costituzione del valore, e del valore di scambio, è da subito determinata dal carattere specifico della merce forza lavoro. E' soltanto il carattere di merce della forza lavoro che rende del tutto possibile la generalizzazione della produzione di merci nella forma della riproduzione sociale del capitalismo. Nel caso di questa merce, tanto costitutiva quanto specifica, però, le determinazioni della forma di merce finiscono per trovarsi, per così dire, con i piedi per aria. Per quel che riguarda tutte le altre merci, il cosiddetto valore d'uso consiste, almeno a prima vista, nella sua utilità materiale. Non è questo che avviene con la merce forza lavoro. Il suo valore d'uso per il processo di produzione capitalista non consiste affatto nella sua capacità di produrre determinati beni destinati a soddisfare necessità materiali o immateriali. Piuttosto il contrario:
"Per estrarre valore dal consumo d'una merce, il nostro possessore di denaro dovrebbe esser tanto fortunato da scoprire, all'interno della sfera della circolazione, cioè sul mercato, una merce il cui valore d'uso stesso possedesse la peculiare qualità d'esser fonte di valore; tale dunque che il suo consumo reale fosse, esso stesso, oggettivazione di lavoro, e quindi creazione di valore. E il possessore di denaro trova sul mercato tale merce specifica: è la capacità di lavoro, ossia la forza-lavoro..." (Marx). Pertanto, quel che è decisivo, è "il valore d'uso specifico di questa merce, che consiste nell'essere fonte di valore, e di un valore maggiore di quello che essa stessa possiede" (Marx).
Nella produzione e nel suo risultato, non si tratta di valore d'uso (materiale) apparente dei prodotti, ma di questo valore d'uso specifico della merce forza lavoro, che consiste unicamente nell'imposizione di valore e di plusvalore. Il valore d'uso della merce forza lavoro, però, costituisce puramente e semplicemente il concetto di valore d'uso nel contesto della forma del modo capitalista di produzione generalizzata delle merci. Ciò detto, lo stesso Marx smentisce la sua definizione ontologica ed antropologica di una trans-storica "produzione di valore d'uso", in cui anche l'astrazione "lavoro" deve continuare a perpetuarsi. Così come il valore d'uso della merce forza lavoro consiste socialmente nel produrre valore che oltrepassa i costi della riproduzione, anche il valore d'uso sociale dei prodotti consiste nel "rappresentare" questo plusvalore in quanto fine-in-sé processante, per poi "realizzarlo" nella vendita. Entrambi gli aspetti sono indissociabili. Quindi il valore d'uso sociale in questo senso si dissocia dall'utilità concreta, materiale o immateriale.
Il fatto che quest'utilità, nel senso concreto palpabile di un'oggettività della necessità, costituisca anche, per la produzione capitalista, per così dire un male necessario ed una sorta di condizione residuale, non le conferisce ancora, così, un carattere in sé trans-storico-ontologico, neppure in questa dissociazione del valore d'uso sociale. Al contrario, la determinazione qualitativa astratta, distruttiva e negativa del valore d'uso come fine-in-sé sociale della valorizzazione del valore incide anche sull'oggettività della necessità dissociata e sulla sua stessa produzione.
Quanto detto riguarda innanzitutto il "che cosa" della produzione, il contenuto oggettivo. Com'è noto, per motivi che hanno a che fare con le relazioni di concorrenza e con la costrizione alla redditività, sia i proprietari di capitale, sia la gestione e perfino gli operai salariati devono essere indifferenti a quello che producono, che si tratti di mele o di componenti per ordigni nucleari; quello che interessa è che si produca e si realizzi il valore d'uso sociale negativo della ricchezza astratta, del plusvalore come fine-in-sé. Non esiste una qualche istanza sociale che possa determinare coscientemente il contenuto oggettivo della produzione secondo criteri di sensibilità per le necessità. Il riferimento al preteso "potere dei consumatori" è pura ideologia. Nella realtà, l'apriori del lavoro astratto e del valore determina anche le strutture delle necessità sociali e sottomette alla coazione della sua specifica logica di valore d'uso astratto di produzione di plusvalore.
Sotto il dettato di questa produzione e realizzazione di ricchezza astratta, ogni giorno cessano, per mancanza di redditività e solvibilità, produzioni destinate anche alle necessità elementari, in quanto la produzione di merci distruttive per necessità distruttive (non solo per mezzo dell'industria degli armamenti) viene ulteriormente rafforzata. Ma non è solo in tal senso che l'astrazione del contenuto delle necessità si afferma massicciamente nel processo di produzione. Anche i contenuti della produzione in sé apparentemente non distruttivi, sono modellati distruttivamente, nel senso del lavoro astratto. Se vengono creati pomodori senza cura per il sapore ed in funzione di norme di confezionamento per le reti di distribuzione su scala continentale, se le mele vengono trattate con la radioattività per prolungare la loro durata, o se gli alimenti in generale vengono snaturati nell'esclusivo interesse dell'obiettivo della valorizzazione, e tutta la ricchezza storicamente accumulata di una molteplicità di piante e di animali si perde a favore di una "povertà di varietà", ridotta nel nome della semplificazione economico-imprenditoriale, se nella costruzione delle case, fatta sotto il dettato della riduzione dei costi imposto dall'economia imprenditoriale, vengono utilizzati materiali nocivi per la salute, o appare una divisione disfunzionale dello spazio che è un insulto all'estetica: è il contenuto materiale che viene guidato dalla determinazione della valorizzazione, e non il contrario; e con il crescente sviluppo capitalista, questo avviene in misura storicamente crescente.
Il "soggetto automatico" della valorizzazione del valore crea, per così dire, a sua immagine un materiale umano per il lavoro astratto, anche nel senso di una modellazione delle necessità. La logica della produzione e la logica del consumo si intrecciano sotto il dettato dell'apriori sociale del lavoro astratto. Mentre da un lato necessità elementari (perfino quelle che in un certo qual modo potrebbero essere definite come trans-storiche, quali ad esempio la necessità di acqua potabile pulita, di una spazio abitativo sufficiente, ecc.) vengono brutalmente trascurate, l'astrazione reale risveglia, perfino nel quotidiano, necessità distruttive, puramente compensatorie, aggressive, oppure semplicemente assurde ed infantili. Il sistema del lavoro astratto inverte in tal modo la relazione fra le necessità e la produzione: non sono le necessità a generare una produzione in quanto fine, ma il fine-in-sé di una produzione svincolata genera, come suo semplice mezzo, sempre più necessità negative. Anche nei paesi capitalisti più ricchi, sempre più gente si vede condannata a patire la fame, mentre allo stesso tempo si pretende di creare la "necessità" - difficile da concepire - di guardare un film su uno schermo dalle dimensioni di un francobollo.
L'apriori sociale del lavoro astratto come logica della stessa produzione implica, pertanto, il disprezzo delle necessità elementari, la produzione di beni puramente distruttivi e la riduzione qualitativa di tutti i beni (mancanza di diversità, "rifiuti industriali", produzione di usa e getta, normalizzazione estetica e de-estetizzazione, ecc.), e alla fine la modellazione generale delle necessità in funzione degli imperativi del processo di valorizzazione porta alla riduzione o addirittura alla distruzione della capacità di fruizione.
Modellare la produzione in funzione della logica del lavoro astratto, tuttavia, non ci parla soltanto del "che cosa" - della determinazione dei beni in termini di contenuto, il cui carattere materiale è subordinato ed adeguato alla oggettività fantasmatica del valore - ma anche del "come" - del processo stesso del lavoro, della forma di intervento dell'attività trasformatrice della materia naturale o sui nostri simili (servizi).
Lo spazio-tempo astratto dell'economia imprenditoriale richiede un adeguamento del "lavoro concreto" allo spazio astratto ed al tempo astratto di una produzione continua infinita, nel senso di un'ottimizzazione della logica di valorizzazione: "Il tempo è denaro". Ciò significa che nel processo del lavoro concreto, in quanto processo continuo dello spazio-tempo dell'economia imprenditoriale, dev'essere negato ed eliminato tutto ciò che in qualche modo ostruisce questo flusso continuo di una combustione ottimizzata di energia umana, causando perdite per attrito. Tuttavia, il processo di flusso continuo scorre meglio con gli oggetti di materia fisica morta (il che è simbolizzato, ad esempio, nella "classica" catena di montaggio dell'industria automobilistica). In questo modo, lo spazio-tempo dell'economia imprenditoriale implica un riduzionismo specifico, che corrisponde ad un fenomeno assai simile nelle moderne scienze naturali.
Si può parlare di un riduzionismo fisico delle moderne scienze naturali, il quale prevede una spiegazione monistica del mondo a partire dai componenti atomici elementari dell'universo meccanicistico di Newton. Ciò significa necessariamente una fase doppia di riduzione. In una prima fase, il mondo sociale, culturale e storico dell'Uomo dev'essere ridotto a meccanismi funzionali biologici; un topos dell'ideologia borghese a partire dal 17° secolo, L'arco di questo riduzionismo biologico si estende a partire dalla pseudo-naturalezza delle condizioni di produzione e di relazionamento capitaliste, in economia politica a partire da Adam Smith (ampliata nella più recente pseudo-scientificità e "matematizzazione" dell'economia politica), passando per la biologizzazione del sociale (darwinismo sociale), fino alla presunta programmazione e determinazione genetica della "natura umana".
In una seconda fase, il mondo biologico deve poi essere ridotto a meccanismi funzionali chimici e fisici, la materia viva dev'essere ridotta a materia morta. La stravaganza della ricerca di una "formula del mondo" totale, dalla quale si possa far "derivare" monisticamente tutto ciò che esiste, ancora oggi si basa su questo modo riduzionista di pensare, e sull'immagine meccanicistica del mondo, anche se la fisica quantistica sembra di fatto contraddirla.
Tuttavia. il riduzionismo fisico delle moderne scienze naturali, in teoria si presenta nello spazio-tempo dell'economia imprenditoriale come pratica universale astratta, come trattamento reale del mondo degli oggetti in funzione di tale riduzionismo. E' solo questo modo di procedere che permette tutta una logica di intervento universale ed astratta, indipendente dall'oggetto del processo del lavoro, in quanto processo di valorizzazione. La negazione della logica e del tempo propri di aree oggettive e di vita qualitativamente diverse, può avvenire soltanto per mezzo della riduzione fisica. Gli esseri umani sono trattati come animali e piante, mentre animali e piante sono trattati come pietre e metalli. In questo modo si opera nella pratica dell'economia imprenditoriale una riduzione complessiva della materia sociale e della materia viva in generale, ed un'oggettività fisica morta. L'oggettività fantasmatica del valore della merce si presenta nel processo della sua produzione come la riduzione fisica della sua materialità. Il processo di produzione come processo di valorizzazione è essenzialmente il processo dell'uccisione dei suoi oggetti.
Le estreme conseguenze di questa logica di riduzione sono da tempo diventate visibili, ad esempio nelle agro-industrie monistiche, negli orrendi trasporti su scala continentale di animali da macello, così come nelle pratiche di commercio di servizi sociale e cure personali, ad esempio quando anziani e malati vengono trattati secondo il modello degli autolavaggi, o quando il "lavoro affettivo" con i moribondi è soggetto alla gestione del tempo della razionalizzazione economica-imprenditoriale. In tali pratiche delle fabbriche agrarie, degli ospedali e gulag delle "cure personali" che in tutto il mondo stanno diventando sempre più note, sono tuttavia solo la punta dell'iceberg di una logica di riduzione fisica che domina profondamente tutto lo spazio-tempo dell'economia imprenditoriale fin nei pori del processo di riproduzione sociale.
A tale riduzionismo appartiene anche la distruzione secondaria della biosfera del pianeta per mezzo degli "escrementi (fisici) della produzione" (Marx), del tutto simili alla distruzione secondaria delle condizioni di relazionamento sociale per mezzo degli "escrementi della produzione" per così dire psichici. L'indifferenza riguardo al contenuto qualitativo immediato del "lavoro", implica un'uguale indifferenza riguardo allo "ambiente" del processo di valorizzazione, sia in termini biologici che in termini sociali. Lo spazio-tempo "svincolato" dell'economia imprenditoriale conosce ed ammette soltanto la sua propria logica interna; è insensibile a tutto ciò che è all'esterno del suo campo d'azione è soggetto ad un'altra qualità di spazio o di tempo. E' per questo che falliscono non solo tutti i protocolli sul clima e gli altri sforzi di un ecologismo impotente, nel loro reintrodurre i "costi esternalizzati" nei conti dell'economia imprenditoriale secondo le regole della sua stessa logica, senza rompere tale logica in quanto tale. Ugualmente impotenti rimangono anche tutti gli appelli alla compassione, alla responsabilità sociale, alla "società civile", ecc., che pretendono di rivendicare un comportamento non riduzionista in rapporto alle condizioni sociali, senza mettere fondamentalmente in discussione lo spazio-tempo dell'economia imprenditoriale in quanto centro del riduzionismo.
Così come i popoli totalmente inselvatichiti nelle guerre di sterminio non sono più capaci di integrarsi in una vita "civile", ancor meno gli individui condizionati nello spazio-tempo dell'economia imprenditoriale ai modi di comportamento riduzionisti possono comportarsi all'esterno in maniera "socio-ecologica"; senza contare che questo "esterno" viene deglutito ed aspirato per mezzo dello spazio-tempo dell'economia imprenditoriale ad una velocità crescente - senza che questo riesca realmente a totalizzare ed incorporare i momenti dissociati; questi, al contrario, "finiscono nell'abbandono". E' soltanto assurdo, quando le istanze ufficiali del capitalismo di crisi globale invocano, da un lato, la "morale" socio-ecologica ed allo stesso tempo propagano, dall'altro lato, l'estensione dello spazio-tempo dell'economia imprenditoriale e della sua logica riduzionista a tutte le aree della vita. I sermoni domenicali collocano senza compromessi la razionalità, vista come rispetto delle logiche proprie alla biosfera ed al relazionamento sociale, nella sfera della responsabilità personale degli individui isolati e, per così dire, nel loro "comportamento del tempo libero", mentre allo stesso tempo la razionalità sociale negativa dello spazio-tempo astratto dell'economia imprenditoriale determina il processo reale della riproduzione sociale in tutta la sua ampiezza e profondità, il che perfino rafforza l'intervento riduzionista ad essa associato.
Il risultato è facile da divinare, e consiste nella trasformazione del mondo terreno della biosfera e della cultura sociale umana in un deserto fisico. La letteratura popolare di fantascienza ha da tempo anticipato questo risultato nel topos del mondo dei robot, in cui una "intelligenza" meccanica ed auto-riproduttiva di macchine morte governa un mondo chimicamente e fisicamente ridotto. Forse l'amore per la riduzione fisica teorica e pratica spiega anche perché l'anti-cultura capitalista sia tanto affascinata dal pianeta Marte, che torna ad essere l'obiettivo prediletto delle spedizioni spaziali fatte con motori a combustione e veicoli robotizzati. Marte è precisamente il deserto fisico nel quale il lavoro astratto ed il suo spazio-tempo devono convertire la Terra. Il fatto di andare con dei robot a percorrere quel deserto in cerca della più piccola vita batterica, simbolizza involontariamente la disperata logica autodistruttiva di un'umanità dominata dall'apriori sociale del lavoro astratto.
Il tempo storico concreto del capitalismo
La distruzione reale del mondo, da parte del lavoro astratto in quanto processo di produzione, è evidente. Quando il marxismo tradizionale, come ideologia immanente della modernizzazione, pretende di restringere i concetti di lavoro astratto e di astrazione reale alla sfera della circolazione, dimostra non solo la sua contaminazione da parte dell'etica protestante, dal produttivismo capitalista e da una falsa ontologia trans-storica del lavoro, ma anche la sua completa limitazione allo spazio interno al moderno sistema produttore di merci ed al suo spazio-tempo astratto. Ovvio che in tal modo gli sfugga anche il concetto di storicità capitalista. Poiché di fatto il capitalismo è, da un lato, il ritorno del sempre uguale, il tempo astratto senza storia del continuum economico-imprenditoriale svincolato; dall'altro lato, però, è un processo storico concreto cieco, una storia irreversibile della costituzione, dell'imposizione e della crisi, che si manifesta in stadi di sviluppo qualitativamente differenti.
E' a partire da questo che Moishe Postone distingue, conseguentemente, due specie in qualche modo opposte di definizione del tempo nel processo di riproduzione capitalista; il che, secondo Postone, significa "che la dialettica dello sviluppo capitalista è, su un piano logico, una dialettica delle due forme di tempo costituite nella società capitalista e quindi non può essere adeguatamente compresa nel senso di sostituzione di tutte le forme di tempo concreto da parte del tempo astratto" (Postone, cit.) . La prima, è la sostituzione del tempo concreto primitivo del giorno per giorno - tempo sempre condizionato, limitato "da qualcosa" o "per qualcosa", in quanto espressione di tempo orientato da compiti - da parte dello spazio-tempo svincolato, astratto, dell'economia imprenditoriale. Ma attraverso questa trasformazione viene simultaneamente creato, su un diverso secondo piano di tempo, un nuovo tipo storico concreto di tempo, una cieca dinamica storica di "sviluppo" e crisi.
Oltre allo spazio-tempo astratto, omogeneo e senza storia, dell'economia imprenditoriale e da questa derivato, il capitalismo in quanto socializzazione del valore stabilisce tuttavia anche un tempo storico concreto del tutto diverso. Postone deduce in termini assolutamente elementari la relazione di queste due forme di tempo delle due dimensioni della merce, come materialità e come oggettività del valore: "L'interazione fra le due dimensioni della forma merce può essere analizzata anche rispetto al tempo, dal punto di vista dell'opposizione fra tempo astratto ed una forma di tempo concreto propria del capitalismo" (Postone, cit.). Si può anche dire perciò: il tempo senza storia, astratto, della socializzazione del valore è la logica temporale del processo di valorizzazione; il tempo storico concreto della socializzazione del valore, al contrario, è la logica temporale della materialità mobilitata da questo processo di valorizzazione, tanto nel senso di materia naturale trasformata, quanto anche nel senso di sviluppo sociale ad esso legato.
Il problema che qui appare, è ancora una volta la "dimensione del valore d'uso" (Postone) del lavoro astratto, ora osservato dal punto di vista della forma del tempo. La determinazione del valore d'uso della merce forza lavoro, in quanto produzione di plusvalore, stabilisce una determinazione sociale del valore d'uso della merce come semplice materializzazione del valore/plusvalore e della sua rispettiva realizzazione, mentre la concretezza materiale - ed insieme ad essa anche la qualità materiale - viene dissociata e rimane secondaria, una semplice appendice (indifferente) della valorizzazione del valore. Tuttavia, il capitalismo non può sbarazzarsi di questa materialità concreta, ed il valore d'uso sociale della produzione di plusvalore e della sua realizzazione, a fronte dei crescenti livelli di produttività forzati dalla concorrenza universale, deve "incarnarsi" sempre più, e sempre sotto nuove forme concrete ed ultra-sviluppate di trasformazione della natura e della socialità.
E' proprio su questa tensione fra indifferenza per i contenuti ed astrazione del "lavoro" e del valore, da un lato, e "sviluppo" dei contenuti materiali promosso dallo stesso processo di valorizzazione, dall'altro, che si fonda la dialettica delle due forme di tempo. Lo spazio-tempo astratto dell'economia imprenditoriale non conosce "sviluppo". Qui, un'ora è sempre un'ora di tempo indipendente, senza contenuto, senza qualità, omogenea. Questo tempo corrisponde alla dimensione del valore della riproduzione, al tempo astratto ed insieme ad esso all'oggettività del valore della materia, pertanto corrisponde al valore d'uso del feticcio sociale della produzione e della realizzazione del plusvalore. Il contenuto materialmente indifferente, trasportato insieme ad esso, però si trasforma, viene sempre nuovamente determinato, ed in realtà non in semplice cambiamento casuale ma, attraverso la crescente scientifizzazione e produttività, in processo storico concreto. In questo riferimento al contenuto, indifferente al fine in sé della valorizzazione del valore, ma che si valorizza nella pratica, un'ora non è sempre la medesima ora, ma viene riempita progressivamente di novità, si trasforma in tempo di qualcosa di differente, in tempo di "sviluppo".
Postone segnala, sul piano logico, l'opposizione e l'intreccio di queste due forme di tempo:
"La costante temporale astratta, è allo stesso tempo costante e non costante. Vista come tempo astratto, l'ora di lavoro sociale rimane costante, in quanto misura di ogni valore prodotto. Concretamente espressa, però varia in rapporto alla variazione della produttività. Tuttavia, una volta che l'unità di tempo astratto continua ad essere la misura del valore, essa non si esprime, nella sua nuova determinazione concreta, in unità di tempo in quanto tale... Che il quadro temporale astratto rimanga costante, ma determinato sostanzialmente come nuovo, è un paradosso... Questo paradosso non può essere risolto sulla base del tempo astratto newtoniano. Al contrario, rimanda ad un altro tipo di tempo di livello superiore. Questo movimento risultante dalla nuova determinazione sostanziale del tempo astratto, non può essere espresso in concetti di tempo astratto; reclama un altro quadro di riferimento. Possiamo immaginarlo come una specie di tempo concreto... Così, questo movimento di tempo è una funzione della dimensione del valore d'uso del lavoro, e della sua interazione con la dimensione del valore, e può essere inteso come una sorta di tempo concreto" (Postone, cit.).
La dimensione del valore d'uso significa qui la materialità concreta dissociata, la quale del resto non deve essere "utile" se non in senso enfatico, ma che include, anche e soprattutto, lo sviluppo delle forze produttive in quanto forze distruttive. Da un lato, quindi, siamo davanti ad un "quadro di tempo omogeneo, astratto, che è immutabile e serve da misura del movimento" (Postone, cit.). Dall'altro lato, proprio da questo spazio-tempo dell'economia imprenditoriale viene promosso, sul piano materiale concreto dello sviluppo delle forze produttive/forze distruttive, il tempo storico concreto di un processo sociale di sviluppo dinamico ed irreversibile:
"Ciò implica continui cambiamenti nella natura del lavoro, della produzione e della tecnologia, così come l'accumulazione di forme di sapere a tutto questo connessi. Visto in generale, il movimento storico della totalità sociale ha come conseguenza delle trasformazioni massive, continue, del modo di vita sociale della maggioranza della popolazione - modelli sociali di lavoro e di vita, struttura e distribuzione delle classi, natura dello Stato e della politica, forma della famiglia, forma del sistema culturale ed educativo, forme di circolazione e di comunicazione, ecc.. Il tempo storico nel capitalismo può pertanto essere visto come una forma di tempo concreto, il quale è socialmente costituito e dà espressione ad una trasformazione continua della vita sociale in generale, così come delle forme di coscienza, di valore e di necessità, da parte del lavoro e della produzione. Al contrario del "flusso" di tempo astratto, questo movimento non è uniforme, ma varia e può anche accelerare" (Postone, cit. ).
Il tempo astratto, omogeneo ed autonomizzato, in quanto misura della combustione - che si pretende infinita - dell'energia umana, corrisponde e confligge con il tempo storico concreto delle sviluppo ciecamente dinamizzato ed ugualmente indipendente, in un'altra maniera però, nel cui decorso non è solo il volto del mondo ad essere trasformato, ma anche le categorie reali della socializzazione del valore mutano qualitativamente la loro forma. E' lo sviluppo, non solo dalla diligenza postale, passando per la ferrovia, fino ad arrivare alla "automobilizzazione" della società, ma anche a partire dalla struttura familiare stabile della produzione, passando per la concentrazione di "eserciti del lavoro", fino ad arrivare all'individualizzazione astratta, simultaneamente con lo sviluppo delle relazioni di dissociazione sessuale a questa collegate; è il processo che va dalla sussunzione formale delle strutture di produzione precedenti alla sussunzione reale del processo di produzione e di vita sotto il capitale, sulla base dei fondamenti propri di questo; la storia della scienza moderna si intreccia con la dinamica capitalista, la relazione fra l'accumulazione imprenditoriale e la crescente necessità di condizioni di inquadramento nell'insieme della società (infrastrutture), ecc..
Osservando le due forme di tempo dal punto di vista della coscienza dei soggetti, degli individui e delle istituzioni, potremmo definire lo spazio-tempo astratto dell'economia imprenditoriale come la forma del tempo soggettivamente stabilita, ed il tempo storico concreto dello sviluppo capitalista come la forma del tempo che si manifesta oggettivamente. In quanto l'azione sociale propria dei soggetti si realizza sempre solo nel quadro del tempo astratto, omogeneo, dell'economia imprenditoriale svincolata, e sotto la pressione dei suoi imperativi (per esempio da parte dello Stato e della politica) o in relazione a questo quadro presupposto di tempo; tale tempo è indipendente, ma fissa il quadro immediato dell'azione dei soggetti. Il tempo storico concreto, al contrario, è la risultante cieca, la dinamica oggettivata di una storia del "soggetto automatico", e solo indirettamente fatta dagli esseri umani, e a maggior ragione senza il loro controllo sociale. E' una relazione paradossale di tempo: il tempo soggettivo, cosciente, è vuoto ed astratto, tempo di combustione dell'energia umana indifferente a qualsiasi contenuto; il tempo storico concreto dello sviluppo reale del contenuto materiale, al contrario, è tempo oggettivo, incosciente, e perciò fatalità storica.
Da qui, di conseguenza, l'emancipazione sociale può consistere soltanto nel conseguire il controllo sociale sul tempo storico concreto, di modo che lo spazio-tempo svincolato dell'economia imprenditoriale venga coscientemente distrutto, soppresso ed insieme a questo venga superata la logica della valorizzazione del valore. Soltanto l'inclusione della riproduzione nel mondo della vita, la dissoluzione del lavoro astratto, ed insieme ad esso della dissociazione sessuale, può porre fine anche alla dissociazione ed alla sempre maggiore indifferenza per i contenuti materiali del processo di produzione. Sarebbe la fine della separazione fra la vita e la produzione, fra il contenuto e la forma, fra produzione e circolazione, fra economia e politica. Solo in questo modo, quando si conseguirà un'integrazione sociale, in cui per la prima volta nella storia i membri della società organizzeranno coscientemente l'uso delle loro risorse comuni (ad esempio, una organizzazione di consigli pianificata e globale), e così per la prima volta anche il tempo storico concreto; solo così il processo capitalista di distruzione del mondo potrà essere fermato, e lo sviluppo sociale smetterà di essere un processo cieco di fatalità.
Il marxismo tradizionale non è nemmeno in grado di pensarlo, un simile compito, ed ancor meno capace di lottare per realizzarlo. Se, in passato, per i teorici del marxismo del movimento operaio, il tempo storico concreto del capitalismo veniva fuori, sebbene non come concetto, ma almeno indirettamente, nelle discussioni più o meno positiviste sugli "stadi di sviluppo" del capitalismo, oggi quel che rimane dei rappresentanti di questo pensiero ha completamente bandito dalla propria riflessione il problema del tempo storico concreto, e insieme ad esso quello della storicità del capitalismo. Il che vuol dire che la storia interna del capitalismo, la storia del suo sviluppo e della sua crisi, oggi è andata a sbattere contro i suoi propri limiti. Ne consegue anche che non è più possibile stabilire il tempo storico concreto come risultante dallo spazio-tempo astratto dell'economia imprenditoriale, in maniera categorialmente immanente, nel senso di un'interpretazione "critica" della prossima fase di sviluppo. Il tempo storico concreto ora può ancora essere pensato criticamente soltanto nel senso di una critica categoriale dello spazio-tempo svincolato del lavoro astratto.
Quel che è rimasto del marxismo tradizionale, del tutto incapace di fare qualcosa del genere, si è perciò rifugiato, per quanto riguarda il concetto di capitale, nella concezione di un "eterno ritorno dello stesso"; convertendosi in una sorta di "marxismo buddista". Questa caratterizzazione non è affatto polemicamente esagerata. C'è scritto - per citare solo un esempio significativo - in un trattato per il resto particolarmente pretenzioso su quest'assunto, anche se non riesce a nascondere le orecchie d'asino del vecchio pensiero marxista diventato obsoleto:
"E' evidente... come sia difficile trovare qualcosa di sostanzialmente nuovo, di originale, nella realtà capitalista, che lo stesso Marx non abbia già da molto tempo anticipato... Questo non vuole essere un omaggio a Marx: si tratta né più né meno della constatazione per cui... essenzialmente il capitale rappresenta l'eterno ritorno dello stesso" (Initiative Sozialistisches Forum, Der Theoretiker ist der Wert, Friburgo 2000, pág. 79 ).
Esplicitamente o implicitamente, si può constatare questo rifiuto del pensiero di uno sviluppo storico nella relazione di valore, quasi senza eccezione, fra i naufraghi sopravvissuti di un'epoca giunta al termini della critica categoriale immanente del capitalismo.
In altre parole: questo pensiero ora si limita interamente al quadro temporale del tempo continuo astratto ed omogeneo dell'economia imprenditoriale. In questo quadro temporale si verificano diversi eventi, ma non c'è né sviluppo né storia. Gli corrisponde la riduzione strutturale del concetto di capitale sul piano del capitale isolato e la sua pretesa eterna capacità di riproduzione. La dimensione sociale totale della socializzazione del valore scompare dal campo visivo, insieme al tempo storico concreto. Così si fonde il marxismo tradizionale arrivato al suo stadio finale con la prospettiva economica e storica borghese (fine della storia, punto di vista "micro-economico"). Se non si può più pensare nessun nuovo stadio di sviluppo del capitalismo "di sinistra", visto che non ce n'è nessuno, si smette di pensare del tutto il tempo storico concreto. Così, il marxismo tradizionale dimostra solo la sua immanenza categoriale nella socializzazione del valore, che esso si sforza di descrivere come ontologizzazione del lavoro astratto. Per cui va inevitabilmente a sbattere contro un limite storico, insieme con il suo oggetto.
Questo rimanda al problema della crisi categoriale. Il tempo storico concreto del capitalismo - così come esso viene rilasciato sul piano sociale materiale concreto, come processo cieco, per effetto dello spazio-tempo astratto dell'economia imprenditoriale - costituisce di fatto una storia non solo dello sviluppo, ma anche della crisi. L'irreversibilità di questo processo sfocia in uno "stadio di sviluppo" che tale non è più, ma in cui si manifesta un limite storico assoluto. Critica categoriale e crisi categoriale si condizionano reciprocamente. Perché si possa fondare questo nesso sul piano del tempo storico concreto, è necessaria un'analisi del lavoro astratto dal punto di vista delle sue relazioni quantitative. La storica desustanzializzazione del valore, o la svalorizzazione del valore, si presenta come problema quantitativo del lavoro astratto, il che costituisce il nucleo della teoria della crisi di Marx. Questa relazione quantitativa del lavoro astratto, nel senso di un limite interno di spazio-tempo economico-imprenditoriale svincolato, verrà discussa nella seconda parte del presente studio.
Continua...
Pubblicato sulla rivista Exit!, 1/2004. Fonte: EXIT!













































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