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India, istinto suicida dell’Occidente
di Fabrizio Casari
Le sfuriate quotidiane di Trump contro le istituzioni statunitensi e gli avversari politici interni - ai quali assegna premi e castighi in maniera del tutto arbitraria - viaggiano in parallelo con la quotidiana individuazione di un nemico estero verso il quale minacciare sanzioni o guerre. In questo contesto, che serve al tycoon per distrarre gli statunitensi dai suoi scandali di natura sessuale, dal suo insider trading e dai tragici risultati dell’economia, s’inseriscono tanto le provocazioni aperte (come nel caso del Venezuela) quanto alcune decisioni di rottura che, per il loro impatto assumono natura globale. La rottura con l’India di Modi è una di queste e rappresenta uno dei peggiori autogol mai realizzati dagli Stati Uniti.
La natura delle sanzioni all’India è interamente politica: non riguarda infatti sbilanciamenti commerciali negli scambi bilaterali ma si argomenta con il commercio di Modi con Putin e Xi. In questo senso appare ulteriormente ricattatoria e grave rispetto ad altre verso altri paesi più squisitamente commerciali.
E’ evidente come l’introduzione dei dazi al 50% cerchi di colpire lo sviluppo poderoso dell’India che, da due anni a questa parte, conta sulla maggiore crescita del PIL nel globo. Una crescita anche demografica (ha superato la Cina in abitanti) che ha però un suo limite: Nuova Delhi non dispone delle risorse energetiche in grado di sostenere l’imperiosa crescita economica della quale è protagonista. In qualche modo è lo stesso handicap del quale ha sofferto lo sviluppo cinese. Non a caso, dal 2022 a oggi, indifferenti alle sanzioni occidentali, India e Cina hanno acquistato oltre il 50% delle esportazioni russe di gas e petrolio.
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Il moltiplicatore keynesiano e la MMT: cosa resta dell’intuizione dell’economista britannico alla luce del monopolio pubblico rappresentato dalle valute degli stati?
di Fabio Bonciani e Roberto Bazzichi
Da giorni si dibatte sulla mancata crescita economica del paese. Nessuno però centra il punto. Senza la spesa in deficit dello Stato il denaro al netto non si "moltiplica" nel settore privato
L’intuizione di Warren Mosler, con la quale il padre fondatore della Modern Monetary Theory (MMT) ha definito la natura di monopolio pubblico in riferimento alle valute degli stati, sta letteralmente capovolgendo il modo in cui siamo stati abituati a pensare all’economia e alla moneta.
Per quasi un secolo il moltiplicatore — keynesiano, di Kahn, fiscale nelle sue molte declinazioni — ha occupato un posto centrale nella teoria della politica economica. Ne ha occupato uno ancora più grande nel discorso pubblico, dove ha funzionato meno come strumento analitico e più come criterio morale: spesa buona se il moltiplicatore è alto, spesa cattiva se è basso. Vale la pena chiedersi se quel ruolo sia ancora difendibile.
Il “moltiplicatore keynesiano”, se non è la più importante intuizione di Keynes, è certamente quella più comunemente nota e ricordata, ogniqualvolta gli economisti si prodigano nel valutare la qualità della spesa dei singoli governi. Ma è spesso citata anche a sproposito da coloro che, non riconoscendo il monopolio dello Stato sulla valuta, fantasticano su una “divina” moltiplicazione della moneta dentro il sistema economico ad opera degli operatori e del mercato.
Diciamolo subito: all’interno del settore privato non si moltiplica niente, si trasferisce soltanto la moneta esistente. Gli unici soggetti che hanno il potere di “moltiplicarla” sono lo Stato e i suoi agenti: nello specifico le banche commerciali. Con l’unica differenza che il primo, in quanto monopolista e posizionato al di fuori del settore privato, può aggiungere attività finanziarie nette nel settore stesso, mentre le banche producono moneta-credito. A fronte del contratto di prestito — che per la banca è un’attività — l’istituto crea contestualmente un deposito a favore del cliente, che di contro costituisce una passività della banca. È quel deposito a funzionare come moneta aggiunta in aggregato nel sistema economico.
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Minacce per coprire le difficoltà, il solito Trump
di Francesco Piccioni
Occuparsi dei discorsi di Trump è un lavoro pressoché inutile. Quel che dice, corregge, smentisce, ripete, nega, è un guazzabuglio tale da costringere a pensare che sia tutta fuffa per nascondere le vere intenzioni.
Il problema è soprattutto per chi deve prendere decisioni in tempo reale in base alle sue dichiarazioni. Per esempio le borse asiatiche – ieri notte – e il prezzo del petrolio. Alle parole «la guerra durerà ancora due o tre settimane» i titoli azionari hanno preso a salire e il greggio a scendere vicino ai 101 dollari, assaporando il ritorno alla normalità, ossia alla prevedibilità del futuro a medio termine.
Quando ha minacciato di «riportare l’Iran all’età della pietra» e distruggere tutti i suoi impianti petroliferi c’è stato un crollo immediato e il prezzo del petrolio è di nuovo volato intorno ai 108 dollari al barile.
Due cose sono apparse però chiarissime. L’America ha fretta di chiudere questa guerra perché l’economia è minacciata dalla stagflazione, il mondo «Maga» soffre, il consenso cala, le elezioni di autunno in questo momento sarebbe perse con grande scarto di punti, mettendo a rischio la stessa permanenza di Trump alla Casa Bianca (l’impeachment è dietro l’angolo, se il Congresso va ai «dem»).
Per chiudere «vittoriosamente» la guerra, però, gli Usa hanno bisogno di un fuoco di artificio finale che renda credibile il farla finita «per manifesta superiorità».
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Il federalismo della vergogna
di Mario Sommella
Fontana rilancia la secessione, Sechi insulta il Sud che ha salvato la Costituzione.
Mentre milioni di poveri perdono il sussidio, la stampa di regime incassa milioni dallo Stato.
Tre giorni dopo la storica vittoria del No al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026, che ha respinto lo smembramento e indebolimento della magistratura, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha risposto al voto democratico con quella che non può essere definita altrimenti che una dichiarazione di guerra all’unità nazionale. E il direttore di Libero, Mario Sechi, ha fatto da megafono ideologico all’offensiva, insultando i meridionali che hanno difeso la Carta. Due voci, un unico messaggio: punire il Sud che non si è inginocchiato.
I. LE PAROLE DI FONTANA: ANATOMIA DI UN PROGETTO SECESSIONISTA
Sul Corriere della Sera del 26 marzo 2026, Attilio Fontana — presidente della Regione Lombardia e figura di spicco della Lega — ha scelto di non riconoscere la lezione referendaria. Al contrario, ha deciso di rilanciarla, amplificarla, trasformarla in programma politico.
“Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […] L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.”
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Società liquide e solide impunità
di Il Chimico Scettico
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/08/liberta-diritti-repressione-dissenso-oggi/8282420/
Devo a Gandini e Bartolini la mia personale scoperta de L'industria del complottismo di Mathieu Amiech, che ha molto pesato su quanto è stato scritto su questo blog nell'ultimo anno. Questo loro articolo mette assieme cose apparentemente sconnesse (la deriva a-democratica degli ultimi anni e gli Epstein files). In realtà sono aspetti complementari di un fenomeno sfaccettato ma univoco negli esiti, quello che Carlo Galli ha definito l'ultimo atto della democrazia.
In quel contesto, ciò che veniva presentato come tutela collettiva si è tradotto, per molti, in un’ulteriore compressione della libertà materiale e dell’autonomia quotidiana. Anche qui, la violenza non coincide soltanto con l’uso della forza fisica, ma con la ridefinizione autoritaria di ciò che è dicibile, visibile e praticabile.
La domanda allora diventa inevitabile: nella diseguaglianza, nella repressione del conflitto e in un contesto di impunità sistemica si può essere liberi? Povertà, precarietà, assenza di diritti sociali e criminalizzazione del dissenso compromettono l’esercizio di una libertà effettiva. Recuperare un’idea di libertà non neoliberale significa tornare a pensarla come condizione collettiva e materiale, non come privilegio individuale.
I legami sociali, territoriali e politici non sono il limite della libertà, ma la sua possibilità. Senza dissenso, senza conflitto, senza la capacità di spezzare la normalizzazione dell’ingiustizia, la libertà resta una formula retorica: utile a legittimare l’esistente, incapace di trasformarlo.
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Ancora su specialismo e competenze. Una replica opportuna
di Francesco Coniglione
Questo articolo replica a quello pubblicato ieri di Di Remigio e Di Biase, Il primato della teoresi
Ringrazio innanzi tutto Paolo Di Remigio e Fauste Di Biase per il loro intervento, che pone in modo intelligente alcune questioni che nel mio articolo erano rimaste sottintese e che non avevo avuto modo di approfondire visto la sua destinazione primaria (ricordo che era nato come un post su Facebook, poi ripubblicato come tale su Roars). E devo anche dire che se per un aspetto l’articolo citato richiede delle precisazioni da parte mia, per il resto non posso che essere d’accordo con i due autori nella critica che loro fanno alla “barbarie pedagogica” e alla necessità di rivendicare il ruolo della “teoresi”. E in merito potrei citare diversi miei articoli (pubblicati anche su Roars – basta scorrerne l’indice), in cui ho rivendicato le stesse cose.
Ma veniamo al merito del principale rimprovero fattomi: io avrei confuso competenza e specializzazione scientifica, sicché ho trattato “il rapporto tra conoscenza e competenza come se coincidesse con il rapporto tra conoscenza universale e conoscenza particolare”. L’impressione che io abbia confuso questi due aspetti potrebbe derivare dal fatto che non li ho esplicitamente distinti, ritenendo tale opportuna differenziazione implicitamente data. Pertanto non ritengo tale omissione particolarmente grave: in fondo la conoscenza specialistica è la condizione necessaria per avere delle competenze, anche se da sola non è sufficiente.
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Popolo, democrazia e alcuni fraintendimenti
di Andrea Zhok
Il problema posto dalla democrazia è il problema dell’esistenza e funzionalità di un popolo (demos). Affermare che “la sovranità appartiene al popolo” è un passo indispensabile ma insufficiente.
La sinistra di progressisti e liberali ha creato una finzione, destituita di ogni fondamento storico e pratico, per cui possono esistere democrazie senza popoli. DI fatto queste “democrazie senza popoli” sono semplicemente la riduzione della democrazia a non-luogo totale (globale) degli scambi volontari. Questa è la “democrazia” per cui “un dollaro è un voto” e in cui la volontà dei popoli si esprime con gli atti d’acquisto sul mercato. Ovviamente qui non esiste alcuna identità collettiva e dunque non esiste nessun orizzonte politico, che richiede la possibilità di una discussione orizzontale tra tutti i decisori. Questo è il “villaggio globale” dei “cittadini del mondo”. La politica è sostituita dall’economia, la democrazia dal mercato. Che ne siano consapevoli o meno, questa è esattamente la direzione in cui si muovono tutti i vari “no border” e tutti coloro i quali pensano che una cittadinanza sia un orpello inutile o un’onoreficenza politicamente corretta.
Le democrazie hanno cominciato a esistere quando sono venuti alla luce ordinamenti politici territorialmente definiti, dove le leggi, decise da chi appartiene stabilmente al territorio, si applicano a ciò che avviene su quel territorio. (E' questa la ragione per cui esistono quelle eccezioni – l’extraterritorialità - che sono ambasciate o navi, in cui si applica, in via del tutto eccezionale, una legge definita da un popolo per un territorio distante e diverso.)
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Ma in quale mondo la Palestina è divisiva?
di Lavinia Marchetti
«La Palestina è divisiva», come il 25 aprile. Certo che è divisiva. Se si è fascisti e/o complici di genocidio. In quale universo la causa palestinese dovrebbe separare gli animi nel giorno della Liberazione? Forse accade in quello dove il 25 aprile viene ridotto a un rito di rappresentanza, fatto di corone d’alloro depositate in fretta e discorsi che rifuggono ogni attrito per compiacere i contratti delle industrie belliche o i governi alleati. Nel mondo dei fatti, ieri, la Palestina occupava già lo spazio della festa. Abitava i simboli e i canti di chi attraversava le strade per ricordare che la Resistenza italiana fu una lotta contro l’occupazione straniera e contro il collaborazionismo servile. Le bandiere della Palestina avevano piena cittadinanza accanto ai vessilli partigiani, accanto ai simboli della liberazione. A Milano la fiumana di persone appariva enorme. Si parla di 100.000 persone. Risultava popolare benché l’andamento fosse lento e irregolare per via degli intoppi provocati. A Roma, nel quartiere del Quarticciolo, la memoria dello sterminio è stata accostata alle sagome di una donna e di un bambino con la kefiah, indicati come bersagli del tempo presente. Il 25 aprile non è sembrato affatto un francobollo commemorativo nel momento esatto in cui riconosce il punto dove un popolo viene schiacciato, oppresso e oltraggiato. Adesso. Non 80 anni fa.
Il nodo milanese risiede proprio in questo punto di scontro. Uno spezzone che richiama la Brigata ebraica entra nella manifestazione del 2026 portando i segni politici della stretta attualità.
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Per Romano Luperini
È morto nella notte Romano Luperini, maestro e riferimento per diverse generazioni di studiosi, tra cui la mia. Romano è stato un militante politico, uno storico della letteratura, un docente, uno scrittore, un interlocutore dialettico sempre rigoroso e appassionato, grazie alla sua fiducia, citando uno dei suoi studi più noti, nel “dialogo” e perché no nel “conflitto”. I suoi percorsi attraverso i movimenti e gli autori del moderno e del modernismo, categoria, quest’ultima, di cui ha ridefinito con nettezza critica i contorni, restano fondamentali, come tutta la sua produzione saggistica, le monografie sui singoli autori (Verga, Pirandello, Tozzi, tra gli altri) o su categorie e questioni problematiche (il Postmoderno, la critica come ermeneutica, l’allegoria). La sua figura verrà perciò meritatamente ricordata nei prossimi giorni e a lungo termine, ma oggi il cordoglio va naturalmente alla sua famiglia, con un pensiero per tutti quelli che lo hanno conosciuto attraverso le sue lezioni o le sue pagine e hanno avuto il privilegio di condividere con lui anche questi ultimi anni di attività forzatamente ridotta.
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La guerra vista da Pechino
di Michele Paris
A quattro giorni dall’inizio della guerra di aggressione non provocata di USA e Israele contro l’Iran, il presidente americano Trump non ha ancora formulato chiaramente la ragione ufficiale dietro alla decisione di attaccare il paese mediorientale. La questione del nucleare non è mai stata un fattore nei calcoli di Washington, come hanno più volte confermato le stesse agenzie di intelligence degli Stati Uniti. Il programma missilistico iraniano e il sostegno a “proxy” regionali nel quadro dell’Asse della Resistenza sono invece al centro delle preoccupazioni dei due paesi aggressori. Le pressioni e, forse, i ricatti di Netanyahu nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca, verosimilmente nel quadro della vicenda Epstein, sono un altro elemento che ha fatto precipitare la situazione. In un contesto più ampio, la guerra appena iniziata è però soprattutto da ricondurre ai piani dell’Impero in declino per cercare di contrastare l’ascesa e la “minaccia” della Cina, che della Repubblica Islamica è il partner economico e strategico numero uno.
È quindi fondamentale osservare l’evoluzione del conflitto dal punto di vista di Pechino. La leadership cinese guarda senza dubbio con apprensione alle vicende di queste ore in Medio Oriente, temendo la possibile destabilizzazione o peggio di un alleato con cui, tra l’altro, ha firmato pochi anni fa un accordo di cooperazione e sviluppo della durata di 25 anni che spazia in vari settori strategici. Quello della sicurezza energetica è senza dubbio l’ambito primario della partnership tra i due paesi.
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L’omicidio di Saif Gheddafi: cui prodest?
di Francesco Fustaneo
In un giardino della remota area di Zintan in Libia, martedì scorso si è consumato l’ultimo atto della parabola di Saif al-Islam Gheddafi, il figlio più noto del colonnello Muammar, ucciso da un commando di quattro persone. Una fine violenta che sigilla non solo la storia di un uomo, ma sembra disegnare con precisione chirurgica gli equilibri di una Libia perennemente in cerca di stabilità.
Saif, 51 anni, non ricoprì mai una carica formale di vertice sotto il regime paterno, ma dal 2000 fino alla caduta del regime nel 2011 fu considerato il numero due, il volto pubblico più modernizzante.
Catturato dalle milizie proprio mentre tentava la fuga dopo la presa di Tripoli, la sua detenzione in una prigione locale a Zintan divenne per anni l’emblema plastico della frammentazione del potere libico.
Rilasciato nel 2017 grazie a una grazia generale del parlamento di Tobruk, aveva da allora mantenuto un profilo discreto ma strategicamente influente, tessendo relazioni dalla sua roccaforte tribale. La sua figura restava un potenziale catalizzatore di consenso e anche per questo era temuto; l’avversione per lui era poi acuita dalle intricate divisioni regionali e tribali del paese.
Un personaggio ingombrante per le fazioni contrapposte
“La decisione di Saif al-Islam di candidarsi alle elezioni presidenziali, previste per il 2021, era stata una delle ragioni che ne hanno causato il rinvio fino ad ora”.
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Il governo è “nervoso”. La rendita di posizione si va esaurendo
di Sergio Cararo
Il video degli scontri di Milano pubblicato dalla Fox News statunitense (che tra l’altro è il network più allineato con Trump) il primo giorno delle Olimpiadi, non è proprio andato giù alla Meloni.
E allora sui social sono partiti subito gli anatemi della premier che tradiscono un bel po’ di nervosismo: “Sono i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”.
Le fa eco il Presidente del Senato Larussa: “Mentre il mondo rende ancora omaggio all’Italia per la bellissima cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, delinquenti e violenti provano a sabotare linee ferroviarie e scendono in piazza per creare disordini”.
Indubbiamente questa insistenza sul connubio tra manifestazioni e treni semina una certa inquietudine – e qualche interrogativo – tra chi ha vissuto la storia recente del paese.
E non poteva mancare il ministro degli Interni Piantedosi, secondo cui: “C’è chi mira al caos generalizzato”. Nell’intervista di oggi al Corriere della Sera il ministro espone il suo teorema – piuttosto banale – secondo il quale il problema sono i cattivi maestri che però “si sono fatti vedere solo come osservatori”, tra questi ci sono “gli organizzatori di iniziative pubbliche nelle quali dichiarano di voler sovvertire il sistema democratica e arrivare alla resa dei conti con lo Stato democratico”.
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Il patrone del mondo
di Manlio Dinucci
La Strategia per la Sicurezza Nazionale 2025 del Presidente Trump prevede una spesa di 1.000 miliardi di dollari. Non c’è nulla di nuovo in spese così astronomiche, ma questa volta la Casa Bianca aggiunge il costo della lotta all’immigrazione e deduce i benefici della Trump Gold Card.
Questo pacchetto mira a trasformare gli Stati Uniti (con un debito superiore a 33.000 miliardi di dollari) in una fortezza in grado di eludere i creditori, ponendo fine all’era della globalizzazione economica che ha caratterizzato gli anni di Clinton-Bush-Obama-Biden.
* * * *
La Casa Bianca ha pubblicato, a firma del Presidente Trump, la “Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America”, il documento annuale che traccia le linee fondamentali della politica statunitense. Un documento di tale importanza è stato essenzialmente ignorato dal nostro mainstream politico-mediatico, lo stesso che tutti i giorni riporta le esternazioni mediatiche di Trump. Bisogna per questo conoscerne i concetti fondamentali.
Anzitutto - sottolinea il documento - per “garantire che l’America rimanga il Paese più forte, ricco, potente e di successo al mondo per i decenni avvenire, occorre una strategia coerente e mirata su come interagire con il mondo.” Tale strategia poggia su due pilastri l’uno collegato all’altro:
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Perché il "piano Trump" non è una resa a Putin (anzi)
di Francesco Dall'Aglio
Ormai i 28 punti del piano di pace sono stati elencati, analizzati e sviscerati talmente tante volte che non devo più occuparmene, e questo è un sollievo. Mi limito dunque ad alcune considerazioni generali, in ordine sparso.
Da 48 ore la bolla social occidentale è letteralmente impazzita. Il piano è inaccettabile, il piano è stato scritto da Putin, il piano è stato scritto in russo e ve lo dimostriamo (link 1), Trump è al soldo di Putin, Trump e Putin sono due dittatori e i dittatori alla fine trovano sempre un accordo (il tutto è perfettamente esemplificato dalla vignetta che allego, comparsa su Politico) e, soprattutto, questo piano è il tradimento della resistenza ucraina e porta alla capitolazione del paese. Ora, "capitolazione" ha un significato ben preciso: significa che ti arrendi al nemico senza condizioni sperando al massimo di avere salva la vita, nemmeno le proprietà, e rimettendoti interamente alle sue decisioni per quanto riguarda la futura organizzazione di quello che era il tuo stato. È inutile dire che nel piano di pace non c'è nulla di tutto questo. Al contrario, ci sono alcuni punti che non sono affatto vantaggiosi per la Russia e altri che sono vantaggiosissimi per l'Ucraina, vista la situazione attuale e la poca probabilità che possa cambiare. Non solo non è una capitolazione, ma è l'ultimo tentativo di salvare quello che resta dello stato e della dirigenza del paese.
Dal punto di vista territoriale l'Ucraina ovviamente mantiene la sua indipendenza e il suo sbocco sul mare. La sua sicurezza verrà garantita da una serie di accordi, tra cui un accordo di non aggressione da parte della Russia (che si immagina reciproco).
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Finanziaria 2026: quanto ci costa
di E. Gentili, F. Giusti, S. Macera
È uscita la Relazione Tecnica della Ragioneria dello Stato: un testo che conferma l’orientamento liberista della Legge di Bilancio 2026. Leggendolo risulta evidente la continuità con le Finanziarie degli anni precedenti, segnate da un sostanziale equilibrio tra la riduzione dei costi e l’utilizzo della leva fiscale per evitare leggi patrimoniali e progressività delle imposte.
Ancora una volta, risorse sempre maggiori andranno alle imprese, specie sotto forma di sgravi contributivi e fiscali, mentre il welfare state viene rifinanziato soprattutto nei suoi profili meno strutturali, ossia meno legati alla concreta soluzione dei problemi (i famosi “bonus”). Assai grave è l’assenza di spesa per l’attuazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni, che dovrebbero fungere da argine, sia pur parziale, a quel divario interregionale dei servizi che vede le isole e le aree meridionali in forte sofferenza per istruzione, assistenza agli anziani, asili nido e servizi sociosanitari.
Per non dire della miopia di fondo rispetto ai reali bisogni del welfare d’una popolazione sempre più anziana e per questo bisognosa di sostegno (e quindi di maggiori risorse). Tale dato fa tutt’uno con la proverbiale incapacità italica di attuare politiche rivolte ai giovani e atte a contrastare il calo delle nascite.
- Costi in tema di fisco: Volendo individuare un elemento qualificante della Manovra, si può indicare la revisione dell’aliquota Irpef, che passerà dal 35% al 33% per il reddito compreso tra una cifra superiore ai 28.000 € e fino a 50.000 €.
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Contro la hybris
di Patrick Lawrence – ScheerPost
Negli ultimi giorni ho letto molto su come gli israeliani hanno trattato le persone che hanno arrestato quando hanno abbordato illegalmente le navi che componevano la ormai famosa flottiglia umanitaria che non è mai arrivata alle coste di Gaza. Gli irlandesi – naturalmente, data la loro amara familiarità con le aggressioni imperiali – hanno fornito resoconti dettagliati della brutale violenza gratuita che hanno subito mentre erano detenuti nella prigione di Ktziot. Barry Heneghan, membro del Dáil, la camera bassa del parlamento irlandese, ha riferito in seguito di essere stato “trattato come un animale”. Liam Cunningham e Tadhg Hickey, attori e attivisti, hanno descritto come sono stati presi a calci, sputati, schiaffeggiati, legati con fascette di plastica e lasciati sotto il sole cocente del deserto del Negev.
Nulla è paragonabile al racconto della sua detenzione che Greta Thunberg ha fatto il 15 ottobre a Lisa Röstlund, giornalista dell’Aftonbladet, un quotidiano di Stoccolma. Questo mi è stato riferito da Caitlin Johnstone, quella forza della natura australiana, che ha pubblicato nella sua newsletter estratti tradotti automaticamente lo stesso giorno in cui è uscita l’intervista di Röstlund alla coraggiosa attivista svedese. Avevo già letto della disidratazione, del cibo appositamente cattivo della prigione, delle cimici dei letti, del rifiuto delle cure mediche. Ora Thunberg fornisce al mondo una lunga lista di “abusi mostruosi” – frase riassuntiva di Johnstone – che vanno oltre ogni limite.
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È l’accademia, bellezza!
di Linda Brancaleone
1. “Oggi la precarietà è dappertutto”: un’introduzione necessaria
La precarietà è ormai la cifra del nostro tempo, si trova «dappertutto»[1], come ammoniva Bourdieu. Non è solo una condizione lavorativa: è una forma di vita, un destino imposto a una generazione che ha fatto dell’incertezza la propria biografia. Il “precariato” – fusione simbolica di precario e proletariato – definisce un nuovo soggetto sociale, sfruttato e vulnerabile, privato di garanzie e diritti, gettato nel limbo di contratti a termine, borse malpagate, rinnovi a singhiozzo. È una condizione «che si radica anzitutto nella sfera occupazionale»[2], ma si estende a tutte le altre: abitativa, relazionale, affettiva. Nulla sfugge al morbo della precarietà.
Né si tratta di una questione privata: la precarietà si fa istituzione, criterio di governo. Come nei sistemi neoliberali descritti dalla sociologia più critica, i meccanismi di welfare vengono piegati per “espellere” i lavoratori instabili, trasformando la mancanza di stabilità in colpa individuale. Il precario diventa, per usare le parole della dottrina, un «impossible group»[3], una moltitudine di esclusi accomunati solo dalla mancanza: di sicurezza, di diritti, di voce. Nessun senso di appartenenza, nessuna “comunità occupazionale”: solo la solitudine di chi naviga a vista in un mare di incertezze.
A rendere questa condizione più insidiosa è la vulnerabilità, intesa come «elevata esposizione a certi rischi»[4] unita all’incapacità di difendersi dalle loro conseguenze. Guy Standing ha descritto bene questa categoria: i precari non sono solo lavoratori poveri, ma cittadini dimezzati, esclusi dal tessuto sociale, privi di riconoscimento[5]. La loro esistenza è frammentata, il loro tempo sequestrato. È qui che la precarietà diventa biopolitica: il potere plasma i corpi e ne regola i ritmi, “autorizzando” solo forme di vita funzionali all’economia dell’incertezza.
2. Il ddl Bernini: la riforma che moltiplica la precarietà
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Chi sarà a cadere per primo nella Terza guerra mondiale ibrida?
di Fabrizio Poggi
Droni à gogo, si sarebbe detto un tempo. Chi più ne ha, più ne metta. Sembra la moda del momento e solamente i più indolenti si lasciano sfuggire l'occasione di “avvistamenti”, “sconfinamenti” e, alla fin fine, “abbattimenti”... Ieri è stata la volta di Danimarca e Norvegia, in una spinta “verso ovest” che non lascia dubbi sulla matrice di tale pericolosa escalation provocata da quella che è oggi la capitale più ostinata del cosiddetto “asse del male”.
Così pochi dubbi, che La Repubblica non perde nemmeno tempo a dire qualcosa che non siano le solite veline di Bruxelles e scrive direttamente che «Secondo il presidente ucraino Zelensky, la matrice è chiaramente russa: “Se non ci sarà una risposta decisa da parte degli alleati - sia Stati che istituzioni - alle provocazioni, la Russia continuerà a perpetrare tali violazioni”», salvo comunque, bontà sua, aggiungere che «Al momento comunque non ci sono conferme ufficiali su un effettivo coinvolgimento di Mosca, né che gli episodi di Oslo e Copenaghen siano collegati».
Ma intanto il vate di Kiev ha oracolato e, di rinforzo, si cita la premier danese Mette Frederiksen, secondo la quale «Non escludiamo alcuna ipotesi riguardo a chi ci sia dietro. È chiaro che questo è in linea con gli sviluppi che abbiamo potuto osservare di recente con altri attacchi con droni, violazioni dello spazio aereo e attacchi hacker agli aeroporti europei». Chiaro, no?
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Il cloud ormai svolge un ruolo determinante nell’organizzazione del lavoro
di Jeko Calabrone
Per anni il cloud è stato raccontato come qualcosa di etereo, quasi neutro: una “nuvola” dove finiscono dati e applicazioni per far funzionare meglio aziende, servizi e pubbliche amministrazioni. Oggi quella nuvola ha un peso molto concreto. Decide dove si investe, chi lavora, con quali competenze e a quali condizioni. E soprattutto decide chi comanda.
In Europa, oltre il 60% del cloud è controllato da tre giganti statunitensi. Anche quando i server sono fisicamente sul territorio europeo, le piattaforme, il software e le scelte strategiche restano legate a interessi e leggi extra UE. È questo squilibrio che ha spinto Bruxelles a parlare sempre più esplicitamente di “sovranità digitale”.
Ma dietro la parola “sovranità” non c’è solo il tema dei dati: c’è il futuro del lavoro in settori chiave come le telecomunicazioni.
Nel mondo TLC il cloud non è un’opzione tecnica fra tante. È diventato la base stessa delle reti, dei sistemi informativi, dei centri di controllo, della sicurezza informatica, dei servizi digitali e del customer care. Chi controlla il cloud controlla i processi e, sempre più spesso, anche l’organizzazione del lavoro: carichi, ritmi, priorità, strumenti di monitoraggio. Le decisioni non passano più solo dalle direzioni aziendali locali, ma da piattaforme globali che fissano standard uguali per tutti.
Il risultato è sotto gli occhi di chi lavora nel settore. Le aziende di telecomunicazioni hanno accelerato la migrazione verso i cloud delle Big Tech, riducendo competenze interne e aumentando esternalizzazioni e subappalti.
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La rivoluzione delle sigarette
di Riccardo D'Amico
Il nuovo anno è cominciato con il post sulla piattaforma “X”, targato Mike Pompeo, che affermava la propria solidarietà ai manifestanti nelle strade di Teheran. Alla conclusione di questo contenuto social, l’ex Segretario di Stato USA (nonché ex Direttore della CIA), ha dichiarato la vicinanza del Servizio segreto israeliano (Mossad) alle proteste contro il “regime”iraniano.
La guerra che si è svolta tra Iran e Israele nel giugno 2025, non può avvalersi dell’appellativo: “dodici giorni”. Essa non rappresenta un conflitto episodico, poiché si tratta di una contesa militare che ancora oggi è in corso. In questo quadro si innesta una componente autonoma sotto tutti i punti di vista (Iran) e una coalizione Trump-Netanyahu. Questo binomio non persegue lo scopo di liberare gli iraniani dall’oppressione islamica, bensì quello di imporre un’egemonia nel contesto medio-rientale, conquistando un punto strategico di rilevanza primaria. La delegittimazione del potere di Teheran, consiste nell’attuazione di una manovra concernente una forma di guerra ibrida, nella quale la politica estera e quella interna vengono deliberatamente cancellate.
La dissertazione social presa in analisi, non solo testimonia quanto detto poc’anzi. Essa prova che, nei rapporti geopolitici, la sovranità statale non è più un elemento di diritto.
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“Don’t Look Up” dall’oceano
AMOC, 2050 e l’umanità in piedi sulla scogliera
di Mario Sommella
C’è una scena che ormai fa parte del nostro immaginario: in Don’t Look Up (2021), il film di Adam McKay, due scienziati scoprono una cometa che distruggerà la Terra. Provano a dirlo al mondo, ma la politica gioca a rimandare, i media trasformano la catastrofe in un talk show, i social riducono tutto a meme, un miliardario della tecnologia cerca di farci affari. Alla fine, la cometa arriva davvero.
Quel “non guardare in alto” del titolo è un ordine politico, mediatico e culturale: non guardare il problema, non disturbare il mercato, non interrompere lo show.
Se spostiamo lo sguardo dall’astronomia ai mari, oggi abbiamo qualcosa di analogo: il possibile collasso dell’AMOC, la grande corrente atlantica che tiene in piedi il nostro clima. Non c’è un asteroide nel cielo, ma c’è un oceano che manda segnali sempre più chiari. E, come nel film, la reazione dominante è: minimizzare, rinviare, trasformare l’allarme in rumore di fondo.
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La corrente invisibile che rende abitabile l’Europa
L’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC) è un gigantesco “nastro trasportatore” di calore: porta acqua calda e salata dai tropici verso Nord, dove si raffredda, diventa più densa, sprofonda fino a 3.000 metri e torna verso Sud come corrente profonda. È uno dei pilastri del clima terrestre.
Grazie all’AMOC, l’Europa occidentale è molto più mite di quanto la sola latitudine farebbe pensare. Senza questo flusso, città come Londra o Parigi avrebbero inverni molto più duri. Questa corrente trasporta una quantità di calore enormemente superiore a tutta l’energia che l’umanità produce in un anno: è un’infrastruttura termica gratuita, costruita dall’oceano in milioni di anni.
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"Chiamiamo i popoli del mondo a venire a difendere il Venezuela”
Geraldina Colotti intervista il Capitano Diosdado Cabello
Durante la conferenza stampa settimanale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), abbiamo avuto l'opportunità di porre tre domande al capitano Diosdado Cabello, vicepresidente del PSUV e Ministro del Potere Popolare per le Relazioni Interne, Giustizia e Pace. Le riportiamo di seguito.
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Geraldina Colotti: Buonasera, Capitano, un saluto alla Direzione del partito.
Diosdado Cabello: Come sta lei, Geraldina?
Geraldina Colotti: Grazie, bene. Quando il clarino della rivoluzione chiama, persino il pianto della madre tace... Dunque, eccoci di nuovo qui. Ho tre domande, se posso.
Diosdado Cabello: Sì, certo.
La prima è la seguente: Il presidente Maduro ha lanciato un appello ai popoli indigeni dicendo che, sebbene si augurasse di no, se ci sarà un attacco al Venezuela, tutti i popoli originari di tutte le latitudini possono venire a difendere il Venezuela. La domanda è: dal partito, dalla sua struttura internazionale, si potrebbe lanciare un appello ai popoli del mondo, alle rivoluzionarie e ai rivoluzionari per organizzare qualcosa di simile a quanto avvenne nella Guerra Civile Spagnola con le brigate internazionali per difendere il Venezuela, difendere la pace del Venezuela, la Rivoluzione?
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Mossad: assassinare, ma senza rinunciare al gossip
di comidad
Si dice che Trump non sia stato consultato e neppure avvertito dell’attacco dell’aviazione israeliana a Doha. Dato che l’attacco non avrebbe potuto avvenire senza la piena connivenza e la costante assistenza delle forze armate statunitensi, se ne dovrebbe concludere che ormai Trump sia diventato un Biden 2.0, un presidente di facciata, sempre meno capace di intendere e di volere. Ma il vero scoop relativo all’attacco a Doha è stato la notizia secondo la quale il Mossad avrebbe espresso la propria contrarietà, tanto da non partecipare all’operazione. Secondo la stampa israeliana Netanyahu avrebbe addirittura scavalcato un preciso impegno preso dal direttore del Mossad, David Barnea, nei confronti dell’emiro del Qatar.
L’ultimo incontro tra Barnea e l’emiro è avvenuto nell’agosto scorso, perciò quanto discusso tra i due si riferiva appunto all’ultima trattativa con Hamas in corso a Doha, in una pausa della quale è avvenuto l’attacco israeliano. Ma le relazioni tra il capo del Mossad ed alti esponenti del regime del Qatar sono sempre state intense. Un altro incontro è avvenuto a Roma lo scorso anno con il primo ministro del Qatar. L’anno precedente, il 2023, un altro incontro con l’emiro si era svolto a Varsavia. Durante i colloqui a Roma e a Varsavia era presente anche il direttore della CIA, Bill Burns. Saranno servizi “segreti” ma ogni loro movimento è stato seguito dalla grancassa della stampa. Ma la cosa ancora più strana è che un direttore dei servizi segreti faccia direttamente politica estera incontrando di persona ministri e capi di Stato stranieri.
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L’America mette la marcia indietro
di Francesco Piccioni
Dalla guerra alla farsa è stato un attimo. E questo naturalmente è un bene.
Dopo avere per giorni imbastito una comunicazione terrorizzante – “accettate la nostra offerta o bombarderemo ogni centrale elettrica e ogni singolo ponte” – l’America di Donald Trump ha deciso di prolungare il cessate il fuoco con l’Iran, senza una scadenza fissa.
La scadenza dell’ultimatum era ormai vicina – le due di questa notte, ora italiana – quando è stato emesso il milionesimo tweet che affermava: “Considerato che il governo iraniano è gravemente frammentato … ci è stato chiesto di sospendere l’attacco al paese dell’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unificata“, ha scritto Trump.
Il cessate il fuoco durerà “fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un senso o nell’altro“.
In pratica, gli Stati Uniti non possono riprendere le ostilità – per problemi interni, pressioni internazionali praticamente universali, crisi energetica ormai conclamata e lunga da recuperare anche senza continuare la guerra, ecc – e devono innestare la marcia indietro.
Siccome nella narrazione statunitense anche le sconfitte devono essere spacciate per vittorie. La motivazione ufficiale è rintracciata nelle “gravi spaccature” interne al gruppo dirigente di Teheran.
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Guerra che fai, resistenza che trovi
di Fulvio Grimaldi in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti
Dimenticare Gaza, il genocidio che continua e che si estende alla Cisgiordania, all’Iraq, allo Yemen e al Libano? Non far caso a quanto restava, in Cisgiordania, della Palestina mutilata e agonizzante, con coloni nazisti sostenuti da un esercito di tagliagole che uccidono, incendiano, distruggono, rubano, fanno deserto? Sorvolare su uno Stato criminale che impazza in Medioriente, si mangia fette di territorio per costruire il suo mostruoso Grande Israele, caccia e abbandona in strada un milione di cittadini di un paese inoffensivo, già massacrato altre volte, dopo avergli polverizzato le case?
Non dare ininterrotto conto dell’eroica resistenza di chi rifiuta di farsi destinare a una disumanizzazione finalizzata all’estinzione? Di chi in un paese inerme, con un governo imbelle, ma complice dell’aggressore, solleva la bandiera della resistenza e riesce a battere il più potente e “morale” esercito della regione? Di chi, memore e conscio di un internazionalismo svaporato in gran parte del mondo, dal suo lontano Yemen, sopravvissuto alla mattanza dei colonialisti vecchi e nuovi, sapendo di subire dure rappresaglie, si schiera in armi a sostegno dei genocidati? E ancora, non onorare e rendere riconoscenza a chi, tra i genocidati, da sempre e non solo dal 7 ottobre, non si arrende e lotta e, a costo di tutto, sa che tutto si può perdere, mai la dignità?
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Come è passata tramite la AI la strategia sbagliata degli USA
di nlp
E’ ormai consolidato il fatto che la AI è la principale arma di guerra di ogni esercito, specie in scenari adattivi complessi come quelli attuali e a maggior ragione per gli Stati Uniti. Eppure la simulazione AI della crisi di Hormuz, che sta strangolando gli Usa, pare non essere stata davvero elaborata, causando una seria crisi strategico-militare per gli USA. Come è avvenuto tutto questo? Ci sono diversi livelli da tenere conto.
La pianificazione dell’Operazione Epic Fury non si è basata su un unico modello, ma su un doppio binario di simulazione: quello tecnologico-operativo affidato all’AI e quello strategico-geopolitico elaborato dai think tank negli ultimi diciassette anni.
Sul piano tecnologico, il cuore del sistema è stata l’integrazione tra il modello Claude di Anthropic e la piattaforma Gotham di Palantir. Claude ha processato decine di migliaia di documenti persiani dell’IRGC, da quello che si sa non quelli classificati, mappato le reti comunicative della leadership iraniana e simulato un numero compreso tra diecimila e centomila scenari d’attacco, proponendo l’ordine ottimale dei bersagli e le finestre temporali con la massima probabilità di successo. La piattaforma Gotham, di Palantir ha funzionato come sistema nervoso centrale, integrando dati satellitari, comunicazioni intercettate, consumi energetici e persino le rotte di fuga di emergenza dei vertici iraniani.
Il sistema combinato ha permesso di comprimere l’intera kill chain, la procedura di distruzione del nemico – dall’intelligence al targeting – in tempi che l’analisi umana non avrebbe mai potuto garantire. Shield AI e Anduril hanno fornito i sottosistemi operativi: Hive Mind per la navigazione autonoma dei droni in assenza di GPS, Lattice per l’identificazione dei bersagli e la consapevolezza situazionale.
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“Attacco all’Iran è la nuova scommessa capitalista di Trump e soci”
Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio
«Pensare che Usa e Israele bombardano per liberare è infantile. Il vagheggiato rischio di una atomica di Teheran ricorda la fialetta “fake” di Colin Powell. Ridimensionare l’Iran significa mettere in sicurezza la zona per promuovere gli affari degli americani e dei loro alleati, a dispetto della Cina. Ma potrebbe andar male...»
Dall’Iran, al Bahrein, al Libano, alla Turchia, fino a Cipro. La guerra si spande e investe ormai anche i confini dell’Unione europea. A una settimana dall’inizio dell’attacco israelo-americano all’Iran, resta incerta la strategia di Trump e dei suoi alleati. Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università Federico II, autore di Libercomunismo, che dedica ampio spazio alle cause capitalistiche degli attuali conflitti militari.
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Professor Brancaccio, nel suo ultimo libro lei ha sostenuto che la politica estera degli Stati Uniti è destinata ad assumere caratteri compulsivi, come “scatti nervosi di una mostruosa tigre ferita, chiusa nella sua stessa gabbia”. E ha previsto che da declamata isolazionista, l’America di Trump si sarebbe presto rimessa a tracciare i perimetri dell’impero col sangue. I fatti di questi giorni confermano la sua previsione?
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L’abissalità della crisi europea
di Gabriele Guzzi
Per gentile concessione dell’editore vi proponiamo l’introduzione di Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, di Gabriele Guzzi (Fazi, 2025).
L’Europa sta vivendo, ormai da decenni, una crisi che appare definitiva. Il crollo demografico, la stagnazione economica, la caduta della partecipazione politica: tutto sembra indicare l’esaurimento di un’epoca. Questi segnali si sono manifestati in modo drammatico a partire dallo scoppio della guerra in Ucraina e della crisi in Medioriente. L’insignificanza geopolitica, l’incapacità di farsi portavoce di un interesse specificamente europeo, la totale apatia dinanzi al collasso del modello produttivo e sociale: nessuno si aspettava una tale pochezza e inconsistenza delle istituzioni continentali.
La tesi centrale di questo libro è semplice: la crisi che stiamo vivendo oggi non è fortuita. Non è un incidente della storia. È l’esito logico e coerente di scelte strutturali compiute fin dalle origini dell’Unione Europea. La causa della crisi dell’UE è l’UE stessa. Non ci sono innanzitutto nemici esterni: il problema è la struttura istituzionale, monetaria, politica ed economica che gli europei stessi hanno costruito. Se questi difetti non verranno rapidamente e radicalmente corretti, il destino del continente sarà quello di precipitare verso uno stato di crescente insignificanza economica e marginalità internazionale.
Il primo compito che si prefigge questo libro, perciò, è di proporre una nuova interpretazione dell’UE. Questo implica un salto di consapevolezza e l’uscita dallo stato di minorità intellettuale in cui la cultura politica italiana è confinata. Significa abbandonare i miti consolatori – l’ideologia della generazione Erasmus, i buoni sentimenti, un europeismo di maniera – per affrontare di petto la realtà dei fatti. La necessità di questa nuova consapevolezza si fa d’altronde sempre più urgente man mano che la situazione internazionale diventa più estrema. È evidente, infatti, che l’UE è oggi un’istituzione del tutto incapace di rappresentare adeguatamente le esigenze di sicurezza e pace dei principali paesi europei.
In questo processo, mostreremo perché l’Italia sia stata il paese che ha pagato il prezzo più alto: come ci era stato detto dai più importanti economisti internazionali, noi eravamo il paese che peggio si conciliava con il modello che si stava ponendo alla base dell’UE.
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Strategia e tattica di un’efficace politica antimperialista
di Eros Barone
Nel presente articolo mi propongo di rispondere ad una questione basilare: in quale direzione va orientata la lotta contro l’imperialismo? Come è noto, il marxismo è stato un tenace sostenitore dei movimenti di liberazione nazionale sparsi nel mondo. Non per nulla, durante la prima metà del ventesimo secolo, ha costituito per molti di questi movimenti la principale ispirazione. In questo senso, i marxisti sono stati all’avanguardia di due tra le più importanti lotte politiche dell’epoca moderna: la resistenza al colonialismo e la lotta contro il fascismo. La maggior parte del nazionalismo africano sorto dopo la seconda guerra mondiale, da Nkrumah e Fanon in poi, si è orientata su una qualche versione del marxismo o del socialismo. Parimenti, la maggioranza dei partiti comunisti in Asia ha integrato il nazionalismo nelle proprie piattaforme programmatiche. Mentre le classi operaie dei paesi capitalistici avanzati, durante gli anni Sessanta del secolo scorso, sembravano essere relativamente passive (ma bisogna tenere conto del ruolo divisivo e frenante delle aristocrazie operaie), le masse contadine, insieme con le avanguardie intellettuali, di Asia, Africa e America Latina hanno portato avanti, in nome del socialismo, processi rivoluzionari o dato vita a società relativamente indipendenti. Dall’Asia, come tu ben sai, vennero sia l’ispirazione della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria di Mao Zedong in Cina nel 1966 sia la resistenza dei Vietcong di Ho Chi Minh contro gli USA in Vietnam, per tacere dei progetti e degli ideali socialisti africani di Nyerere in Tanzania, di Nkrumah in Ghana, di Cabral in Guinea-Bissau e di Franz Fanon in Algeria. Infine, dall’America Latina si sprigionò la rivoluzione cubana di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara.
Così, il nazionalismo rivoluzionario ha arricchito il marxismo e lo ha reso più aderente alle diverse situazioni concrete, nel mentre il marxismo ha cercato di offrire ai movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo qualcosa di più costruttivo e innovativo che non il semplice avvicendamento del dominio di una classe capitalistica, la cui sede era all’estero, con un altro dominio similare da parte di una classe capitalistica autoctona.
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L’amore ai tempi del petrolio. “Case morte” di Miguel Otero Silva
di Lorenzo Mari
L’invasione statunitense del Venezuela di questi giorni, con la destituzione manu militari del governo in carica, ha riproposto con grande forza molte questioni, relative innanzitutto alla fragilità del diritto internazionale, all’ingerenza militare di alcuni Paesi su vaste aree del mondo – ridotte così alla funzione di “scacchiere geopolitico” – e, non da ultimo, la possibile esistenza di una “questione venezuelana”. Forza che tuttavia, nel caso venezuelano, non corrisponde affatto a chiarezza: è almeno dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, ovvero con l’ascesa del chavismo, che la situazione politica del Paese latinoamericano torna ciclicamente al centro dell’attenzione mediatica europea e statunitense senza per questo dar luogo, nella maggior parte dei casi, ai necessari approfondimenti. Prima del colpo di mano trumpiano, il copione si è ripetuto tale e quale nell’ultimo scorcio del 2025, con l’assedio delle navi militari statunitensi al largo delle coste del Paese, raddoppiato, a livello simbolico, dalla più o meno contemporanea attribuzione del Nobel per la Pace a María Corina Machado, leader dell’opposizione di destra al governo post-chavista di Nicolás Maduro.
Con ciò, non si intende di certo sintetizzare un’analisi assai complessa, né sminuire l’insieme di contraddizioni, anche gravi, rappresentato da un governo come quello di Maduro, che, ad esempio, ha inteso rilanciare l’esperimento politico partecipativo delle comunas e ha parimenti mantenuto agli arresti un numero imprecisato di persone – spesso, senza che fossero noti i capi di imputazione – tra i quali, da più di dodici mesi, il cooperante italiano Alberto Trentini (con aumentata apprensione, in questi giorni, a causa della destabilizzazione politica e militare in corso). Allo stesso tempo, altre accuse di Maduro sulla stampa liberale internazionale – come ad esempio l’accusa trumpiana all’intero Venezuela di essere una sorta di “narco-Stato”[1] – risultano allo stato attuale meno credibili, ma hanno nondimeno contribuito alla costruzione dello stereotipo di una nazione intera intrappolata in un ciclo apparentemente infinito di autoritarismo politico e di dipendenza economica, a ogni livello, dalle proprie risorse petrolifere[2].
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