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Di piazze piene a milioni e di carogne, canaglie e cialtroni…
di Carlo Modesti Pauer
Un cattolico dice a un sedicente ateo: “In te vedo comportamenti cristiani…” E il sedicente ateo: “Ma io mica ero nato al tempo di Cristo!”
“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti.” (Enciclopedia Italiana, Treccani 1932, voce Fascismo).
In questo breve estratto si può trovare espressa la quintessenza dell’operazione fascista: un rovesciamento della nozione di democrazia. Non più la regola della maggioranza, bensì la concentrazione dell’Idea nel Capo. È un passo intriso di hegelismo filtrato dalle teorie di Gentile, il filosofo al servizio del Dittatore e autore della voce. Vi emerge la fenomenologia del popolo come Spirito oggettivo e dello Stato come Idea morale che si realizza attraverso la mediazione di un soggetto unico, all’interno di un quadro para-teologico in cui prende forma, allo scopo di conferire l’autorità assoluta, un legame mistico tra il Duce e gli imperatori Augusto e Costantino. Infatti, è esemplare come nel catalogo della “Mostra augustea della romanità” (Roma 1937), si leggeva dell’arco di trionfo costantiniano “eretto per celebrare la vittoria su Massenzio del 28 ottobre 312 che segnò l’avvento della Cristianità […] riportata presso quello stesso ponte Milvio, che il 28 ottobre 1922 le Camicie Nere varcarono, iniziando l’Era dei Fasci”.
Dunque, non si tratta solo di retorica propagandistica: questa formulazione afferma una vera metafisica politica, in cui la democrazia “reale” (quantitativa, misurata da libere elezioni) viene bollata come degrado, mentre la qualità “spirituale” è naturale prerogativa di pochi, o meglio, di uno solo. In questo modo, appare decisamente configurato e tracciato il carattere messianico dei fascismi storici: il Capo (duce o fuhrer) come incarnazione della volontà collettiva.
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La feroce guerra di Trump&Co. al “nemico interno”
2. In cammino verso la guerra civile…
di Il Pungolo Rosso
Al termine della prima puntata di questa serie dedicata alla guerra di Trump e sgherri al “nemico interno”, scrivevamo: “nella prossima ragioneremo sulle cause e le conseguenze di queste politiche che designano, nel declino storico della superpotenza statunitense, il cammino ad una nuova guerra civile.” E’ su questa tendenza che ci concentriamo ora. Partiamo da due commenti di vecchie volpi comparsi su “La Stampa”, dove si affronta l’accelerazione autoritaria in corso e il connesso rischio di una “guerra civile” assumendo piuttosto palesemente un’ottica di classe. Segue l’analisi di un articolo di C. Hedges, ricco di eloquenti testimonianze dalla pancia del movimento MAGA. Infine, dopo aver ripreso un nostro contributo relativo a intensità e qualità del conflitto negli U.S.A., cerchiamo di dimostrare la sciagurata razionalità della marcia autoritaria del governo Trump, la cui ragion d’essere risiede nei bisogni della “corporate America”. L’articolo si muove nel tempo sospeso e carico di avvenire che segue immediatamente il delitto Kirk.
* * * *
1. In un suo recente commento (La Stampa, 12 set. 2025), Alan Friedman dà una lettura dell’attentato Kirk come evento polarizzante in un’atmosfera surriscaldata, e quindi come catalizzatore dello scontro politico e sociale. Con la prospettiva dell’establishement democratico, insieme conservatrice e lungimirante, l’articolo dà il polso della situazione negli Stati Uniti in termini complessivi, politici.
Friedman vede un rischio per la “democrazia e la società civile” statunitensi, cioè per lo Stato e l’ordine sociale, ordine di classe, razzista e sessista.
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Il genocidio è americano
di Piero Bevilacqua
Non lasciamoci ingannare. Quella ottenuta da Trump non è una pace, ma per il momento una tregua, un cessate il fuoco, comunque benvenuto per le martoriate popolazioni palestinesi. Esso schiude spiragli per il futuro aperti a importanti possibilità su cui occorrerà ritornare. La rivolta di massa che ha investito i paesi europei, le divisioni interne allo stato di Israele, lo scandalo della posizione genocida americana di fronte al mondo, ha costretto Trump, o qualche suo influente consigliere, a intervenire con qualche soluzione che fermasse il massacro. Il sollievo che proviamo in questo momento, le emozioni che ci suscitano le immagini dei disperati, che festeggiano la tregua tra le rovine delle proprie case, non ci deve, tuttavia, annebbiare la mente, né far desistere dai compiti dell’analisi storica. L’unica in grado di restituire la corretta lettura dei fatti. Anche se oggi bisogna pur sottolineare un fatto di grandissimo rilievo: la potenza politica delle mobilitazioni di massa. Quello che non hanno fatto gli stati di quasi tutto il mondo, il Parlamento europeo, le inconsistenti élites di un continente alla deriva, lo hanno fatto milioni di cittadini, tantissimi ragazzi e ragazze che per giorni e giorni sono scesi nelle strade nostre città. Ma il fine di questo articolo è un altro.
Oggi, in Italia, assistiamo a un evidente fenomeno di comportamento gattopardesco. Di fronte all’abbagliante evidenza del genocidio compiuto a Gaza, i narratori delle magnifiche sorti e progressive dell’Occidente cominciano ad ammettere qualcosa, ma non per rivedere errori di valutazione, accennare a un’onesta autocritica. No. Cedere su questa o quella questione particolare risponde a un intento politico preciso: mantenere intatta la visione egemonica che il genocidio manda in frantumi. Esponenti politici, giornalisti, intellettuali democratici (soprattutto quelli democratici) sono pronti a scaricare i sensi di colpa con cui per due anni hanno nascosto e giustificato i massacri, concedendo che, si, “Israele ha sbagliato, doveva fermarsi prima”, e qualcuno osa persino esporsi con “Netanyahu è un criminale”. E altre concessioni di simile tenore. Ammissioni più penose per superficialità delle menzogne precedenti. Se poi si fa cenno alle responsabilità americane naturalmente tutte vengono selettivamente concentrate sul violento e imprevedibile Trump, che aveva proposto di trasformare Gaza in un resort per miliardari come lui.
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Tentiamo di fare il punto
di ALGAMICA*
A differenza di quanti si dilettano a lanciare proclami, noi cerchiamo di capire e aiutare, con le nostre limitate capacità, a rintracciare linee di tendenza di un modo di produzione che in Occidente mostra segni di crisi irreversibili.
Il mondo occidentale ha assistito per un’ora all’oratoria di un Trump raggiante che impartiva lezioni di pace imposte con la forza. Dunque si è presentato al parlamento di Israele come il potente che impone le sue regole anche a quello che è ritenuto il suo cane da guardia in Medio Oriente, ovvero quello stato di Israele che con Netanyahu ha compiuto il lavoro sporco per l’insieme dell’Occidente.
Analizziamo però i fatti per capire di cosa si è trattato per evitare di scambiare fischi per fiaschi.
Trump dell’oratoria alla Knesset è lo stesso che aveva dichiarato che avrebbe fatto di Gaza un centro vacanziero per nababbi, mentre è costretto a porre il problema della ricostruzione per i palestinesi. Ed è lo stesso Trump che aveva sostenuto con Netanyahu la necessità di estirpare la resistenza palestinese attraverso l’annientamento di Hamas. Ed è lo stesso che è stato costretto a trattare con Hamas e arrivare a un accordo con essa per la liberazione degli ostaggi israeliani. E il povero e miserabile Netanyahu, dopo aver mostrato all’Onu, con tanto di cartina geografica, le mire dello stato sionista, è stato costretto dal padrone americano a più miti consigli fino all’umiliazione di chiedere scusa al Qatar per aver bombardato in quel paese per uccidere un militante dirigente di Hamas. Un povero miserabile, quel Netanyahu, costretto a chiedere la grazia al padrone americano per il processo in corso. Un povero miserabile che per difendere il ruolo di Israele nell’area da cane da guardia è stato costretto a operare un genocidio e distruggere la striscia per il 90%, a cui oggi il padrone americano gli chiede di uscire di scena, perché lo Stato ebraico di Israele non potrà più elemosinare comprensione per l’olocausto per essersi macchiato di un genocidio nei confronti del popolo palestinese. Un povero miserabile, il personaggio Netanyahu divenuto vittima sacrificale per un nuovo tentativo di patto con i paesi arabo-islamici compreso addirittura l’Iran.
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Trump e l’idea della guerra come valore
di Alessandra Ciattini
Le inquietanti dichiarazioni fatte dal presidente Usa e dal segretario Pete Hegseth a Quantico ripropongono una pericolosissima concezione della guerra, che nel corso di secoli il diritto internazionale aveva tentato di superare. Inoltre, ancora una volta presentano come invincibili le forze militari Usa, quasi assimilate ai protagonisti delle pellicole commerciali hollywoodiane, nonostante la stessa intelligence riconosca la loro inferiorità in vari campi.
È oggi assai difficile comprendere se tutta l’aggressività presente nei discorsi di Trump, definito da qualcuno “il buffone apocalittico”, o di Pete Hegseth, ora segretario del meno ipocrita Dipartimento della guerra, sia solo frutto di un bluff o se riveli una qualche folle concretezza o consistenza. Certamente si vuole impressionare e terrorizzare con metodi diversi da quelli dei cerimoniali nazisti costellati da lugubri svastiche su fondo rosso, con le coreografie elaborate dall’architetto Albert Speer; metodi che sono la volgare secrezione della rozza cultura di massa televisiva e cinematografica di matrice statunitense. Certamente si vuole convincere il pubblico con un pugno allo stomaco che gli Usa sono sempre forti, battendo i piedi e strepitando, come fanno i bambini quando non vengono presi in considerazione. Probabilmente uno psicoanalista direbbe che tutta la retorica bellicista, strombazzata nella mega riunione di generali e ammiragli a Quantico (Virginia), serve anche a persuadere gli stessi parlanti che sono invincibili, pur essi costatando contraddittoriamente nello stesso tempo che il loro esercito è in decadenza, che bisogna far rinascere lo spirito guerriero, che evidentemente è scemato, anche se non per colpa loro.
Per comprendere se effettivamente tutta questa retorica bellica, che giunge a prospettare una guerra senza limiti in un mondo in cui solo il più forte ha ragione, occorrerebbe capire fino a che punto le minacce lanciate in questi insoliti consessi, in cui ci si attende anche di essere applauditi, abbiano una base concreta, se per esempio la Russia è effettivamente una “tigre di carta”, proverbiale espressione impiegata da Mao Zedong per definire i nemici reazionari della Cina e che stranamente il presidente Usa ha evocato, forse non sapendo chi stava citando.
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Contro il militarismo e la logica del nemico, la nostra parte non è già data
di Fabio Ciabatti
∫connessioni precarie, Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 116, € 15,00
Di fronte “a ogni guerra la prima richiesta è sempre e comunque che le armi tacciano”. Ciò nonostante, “il nostro problema non è solo condannare la guerra ma anche opporre alla sua dura realtà parole e pratiche che essa non sia in grado di governare”. Se questo non avviene possiamo ottenere al massimo una tregua che non consente di cancellare le cause dei conflitti bellici. Queste considerazioni, che troviamo nel libro “Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente”, assumono particolare rilievo in considerazione della tragica scelta che deve affrontare Hamas, insieme alle altre formazioni armate palestinesi, di fronte al cosiddetto piano di pace di Trump: continuare la lotta armata facendo proseguire l’immane carneficina o arrendersi per interrompere il supplizio che comunque proseguirà, anche se, presumibilmente, con tempi più lunghi e modalità meno feroci. La resistenza palestinese sembra davvero trovarsi di fronte a una drammatica impasse. E allora, per non lasciarsi bloccare in questo vicolo cieco può essere utile adottare uno sguardo diverso nei confronti della coraggiosa lotta della popolazione di Gaza (e della Cisgiordania) con l’obiettivo di prefigurare possibili via di fuga dal tragico stallo a cui sembra destinata. Anche perché bisognerà in qualche modo approfittare delle condizioni tutt’altro che ideali in cui si trova oggi lo stato sionista, lacerato da profonde contraddizioni interne e investito da una diffusa condanna internazionale.
Certo, di fronte a un genocidio, ci si può legittimamente chiedere se sia possibile mantenere uno sguardo lucido sugli aspetti critici della resistenza palestinese senza divenire complici dei carnefici israeliani. O senza scadere in un eurocentrismo che solidarizza con i popoli oppressi solo finché non si ribellano perché, con i mezzi a loro disposizione, raramente lo possono fare rispettando il preteso bon ton occidentale. Sicuramente, non teme di andare controcorrente rispetto all’opinione diffusa nella sinistra, compresa quella radicale, l’autore collettivo che ha dato alle stampe il testo qui recensito. Si tratta di ∫connessioni precarie, un’area politica che assume come obiettivo centrale della sua analisi e della sua attività pratica la condizione globale e differenziata del lavoro contemporaneo che è sottoposto all’intreccio tra patriarcato, sfruttamento e razzismo.
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IL 7 ottobre è un altro e 1 milione di manifestanti lo sa
L’origine di un genocidio, di una flottiglia, di un “accordo di pace”
di Fulvio Grimaldi
Mentre scrivo dalla data di uscita dell’articolo nella mia rubrica di martedì manca qualche giorno. Distanza dovuta a un accumularsi di impegni, sanitari e di convegni, non rinviabili. Chiedo perciò scusa se avrò dovuto bucare qualcosa di importante inerente all’argomento del pezzo, cosa possibile data la tumultuosità degli accadimenti. Ho fatto in tempo, però, a vivere il privilegio di assistere, nelle notti e nei giorni attorno al cambio del mese, a una della più grandi, belle, valide espressioni di civiltà e coraggio umani. Civiltà e coraggio sulla Flotilla e parallelamente in Italia, vera avanguardia europea, la gigantesca sollevazione di popolo del 3 e 4 ottobre contro la barbarie genocida e i suoi sicari in Occidente e a dispetto del ratti in fuga che ci governano. Un ottobre come un maggio parigino di 57 anni fa. Allora grazie al Vietnam, oggi alla Palestina. E’ sempre dal Sud globale, quello che allora chiamavamo Terzo Mondo, che viene la salvezza.
* * * *
Nel milione di manifestanti del 3 e 4 ottobre non s’è udito nessuno azzardare una sola parola di biasimo, o di condanna, o di critica, a Hamas. Bella risposta a Travaglio e al suo inserto nel Fatto Quotidiano in cui ben 14 paginoni sono state riempite da firme ritenute illustri per ripetere l’assunto che Israele ritiene giustifichi l’orrore di Gaza: il terroristico pogrom di Hamas del 7 ottobre, con la carneficina di 1.200 civili e relativi stupri. A salvarsi è rimasta la sola Barbara Spinelli che, forse, ha intuito che se un milione di persone applaudono a un cartello con la scritta “Verità sul 7 ottobre” e se gli stessi israeliani di Haaretz rifiutano la fabbricazione del loro governo, qualche motivo per pensarci dovrebbe esserci.
Quelli che… poveri palestinesi ma quei terroristi di Hamas…”Il governo di Israele e il vertice di Hamas, cioè le due organizzazioni terroristiche…”, “”Israele appoggiava Hamas per cancellare la già debolissima ANP… “Entrambi, Israele e Hamas, i guardiani del loro inferno”…” E’ un genocidio, ma le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre”…”La strage dei milleduecento innocenti perpetrata il 7 ottobre 2023 dai macellai di Hamas”… “Sentimenti ovviamente ignoti al terrorismo di Hamas”…
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Alcune riflessioni a caldo su “Blocchiamo tutto”
di Infoaut
È quasi impossibile fare un bilancio organico di queste giornate incredibili. Il movimento “Blocchiamo tutto” ha rappresentato una vera discontinuità politica e sociale nella storia italiana
Milioni di persone in piazza in tutta Italia. Due scioperi generali effettivi nel giro di una settimana, cortei spontanei, blocchi diffusi ovunque e una composizione tanto eterogenea e trasversale che è difficile fare paragoni con il passato recente. Il movimento “Blocchiamo Tutto” ha in pochi giorni attraversato ogni ambito dell’agire sociale nel nostro paese, dalle carceri dove alcuni detenuti hanno scioperato, fino alle ambasciate italiane in giro per il mondo. E potenzialmente, a date condizioni, le possibilità per un’ulteriore generalizzazione ci sarebbero. Il movimento potrebbe crescere ancora in territori e settori sociali poco lambiti dalla politica sia istituzionale che di movimento. La dinamica che si è attivata grazie alla generosità degli attivisti e delle attiviste della Global Sumud Flotilla, alla determinazione dei portuali del CALP e al colpo di reni del sindacalismo conflittuale sta condizionando l’intero quadro politico italiano ed europeo. Forse addirittura quello globale. Senza farsi troppe illusioni il timing del Piano Trump suggerisce che l’onda montante dell’indignazione dell’opinione pubblica contro il genocidio del popolo palestinese ha svolto un ruolo tutt’altro che marginale. D’altronde per chi come noi continua a riflettere sulla lezione operaista la cosa non è così strana, il capitalismo e le sue forme istituzionali si ristrutturano anche sulla spinta delle lotte sociali, persino quando le mistificazioni capitaliste non permettono di coglierne limpidamente il nesso causale.
L’accelerazione a cui stiamo assistendo non ha precedenti storici recenti ed è qualcosa di molto diverso da altri cicli di mobilitazione, pure di massa e trasversali che però avevano caratteristiche ben codificate nelle tradizioni dei movimenti sociali.
Bisogna assumere fino in fondo questa constatazione. Prendere atto della cesura storica e comprendere che le piazze hanno di gran lunga superato le capacità organizzative delle strutture di movimento, sebbene queste abbiano avuto un ruolo tutt’altro che secondario nel permettere che questa alchimia si verificasse.
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La congiuntura americana mentre si accende l'ottavo fronte israeliano
di Alastair Crooke* - Strategic Culture
Putin può convivere con la "schizofrenia di Giano" di Trump, mentre le forze russe avanzano su tutti i principali fronti di battaglia
La seconda fase del passaggio di consegne della guerra in Ucraina da parte di Trump agli europei è stata chiaramente delineata nel suo post su Truth Social del 23 settembre. Nella prima fase del passaggio di consegne, Trump si è ritirato dal ruolo di principale fornitore di armamenti a Kiev e ha indicato che d'ora in poi l'Europa avrebbe dovuto pagare praticamente tutto, acquistando armi da produttori statunitensi.
Naturalmente, Trump sa che l'Europa è "in bancarotta" dal punto di vista fiscale. Non ha i soldi per finanziarsi, figuriamoci per una guerra su larga scala. Poi ha "aggiunto sale" a questa crisi fiscale sfidando gli stati della NATO a essere i primi a sanzionare tutti i carburanti russi. Ovviamente, anche questo non accadrà. Sarebbe una follia.
In questo ultimo post su Truth Social, Trump porta la linea di Keith Kellogg alla sua reductio ad absurdum . "L'Ucraina, con il sostegno dell'UE, può riportare il Paese [Ucraina] alla sua forma originale, facendo sembrare la Russia una 'tigre di carta'... e chissà, forse potrebbe spingersi anche oltre !"
Certo, Kiev sta avanzando verso Mosca? Prenditi gioco di lui, signor Trump. Certo che sta prendendo in giro Kellogg e gli europei.
Poi, in seguito all'incontro di Trump con Zelensky, Francia, Germania e Regno Unito all'ONU, è stata proposta una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che riecheggiava la richiesta esplicita di capitolazione russa avanzata dagli europei e dalla Coalizione dei Volenterosi . Trump ha permesso ai funzionari statunitensi di partecipare attivamente alla discussione sulla risoluzione, ma poi, all'ultimo momento, ha fatto sì che gli Stati Uniti ponessero il veto.
In questo modo contorto, Trump riesce – come Giano – a guardare due direzioni contemporaneamente: da una parte, sostiene al 100% l'Ucraina, esaltando il "Grande Spirito" dell'Ucraina e adottando la linea di Kellogg secondo cui Putin è in grossi guai. Ma "dall'altra parte", Trump si impegna al contrario a "non limitare la possibilità di colloqui di pace, né a far sì che le tensioni si inaspriscano ulteriormente ".
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La disgregazione dell’Occidente: le minacce
Prefazione all’edizione slovena
di Emmanuel Todd
La perversità di Trump si manifesta in Medio Oriente, il bellicismo della NATO in Europa.
Su richiesta del mio editore sloveno, ho appena scritto una nuova prefazione a La sconfitta dell’Occidente, che ritengo necessario pubblicare immediatamente su Substack. La minaccia di un aggravamento di tutti i conflitti si sta concretizzando. In questo testo si trova un’interpretazione schematica e provvisoria, ma aggiornata, dello sviluppo della crisi che stiamo vivendo. Questo testo è di fatto la conclusione della mia ultima intervista con Diane Lagrange su Fréquence Populaire: « Vittoria della Russia, isolamento e frammentazione della Francia e dell’Occidente ».
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Dalla sconfitta alla disgregazione
A meno di due anni dalla pubblicazione in francese di La Défaite de l’Occident, nel gennaio 2024, le principali previsioni del libro si sono avverate. La Russia ha resistito militarmente ed economicamente allo shock. L’industria militare americana è esaurita. Le economie e le società europee sono sull’orlo dell’implosione. Ancor prima del crollo dell’esercito ucraino, è stata raggiunta la fase successiva della disgregazione dell’Occidente.
Sono sempre stato contrario alla politica russofoba degli Stati Uniti e dell’Europa, ma, in quanto occidentale legato alla democrazia liberale, francese formatosi nella ricerca in Inghilterra, figlio di una madre rifugiata negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, sono sconvolto dalle conseguenze che la guerra condotta senza intelligenza contro la Russia avrà per noi occidentali.
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La nuova “banalità del male”: Stephen Miller, ideologo e burocrate del trumpismo
di Alessandro Scassellati
Stephen Miller è l’ideologo di Donald Trump, ma anche il più potente burocrate non eletto di Washington. Sta mettendo in atto il piano trumpiano per rimodellare gli Stati Uniti attraverso il taglio dell’immigrazione, le deportazioni e detenzioni di massa in campi di concentramento, l’esaltazione della crudeltà e denigrazione dell’empatia, il mancato rispetto di costituzione e leggi, la torsione autoritaria e la minaccia repressiva contro il dissenso e gli avversari politici interni. Un piano che sta portando all’istituzione di un distopico fascismo statunitense.
Il 21 settembre, quando Stephen Miller è salito sul podio al memorial per la “santificazione” dell’attivista ultra-conservatore Charlie Kirk (su Kirk si veda il mio articolo) – in parte culto evangelico, in parte raduno MAGA – davanti a 60mila persone allo State Farm Stadium in Arizona, ha lanciato un duro avvertimento alle forze di sinistra (democratici, liberal e “radicali”) che ritiene responsabili dell’assassinio di Kirk. “Non avete idea del drago che avete risvegliato”, ha detto, rivolgendosi ai suoi nemici ideologici. “Non avete idea di quanto saremo determinati a salvare questa civiltà, a salvare l’Occidente, a salvare questa repubblica”. Il discorso di Miller, in puro stile retorico del nazista Paul Joseph Goebbels, è stato un grido di battaglia per la guerra sponsorizzata dallo Stato dell’amministrazione Trump contro i suoi presunti nemici. Una guerra manichea – il bene e la luce contro il male e l’oscurità – di cui Miller è il principale stratega.
Ciao Patrioti. Ciao al nostro impavido Presidente, Donald J. Trump. E ciao a milioni di americani in tutto il Paese che si sono riuniti con tristezza e dolore per piangere Charlie Kirk, ma anche per dedicarsi a portare a termine la sua missione e raggiungere la vittoria nel suo nome. Il giorno in cui Charlie morì, gli angeli piansero, ma quelle lacrime si sono trasformate in fuoco nei nostri cuori. E quel fuoco arde con una furia giusta che i nostri nemici non possono comprendere. Quando vedo Erica [la moglie di Charlie Kirk], la sua forza e il suo coraggio, mi viene in mente una famosa espressione. La tempesta sussurra al guerriero che non puoi resistere alla mia forza. E il guerriero sussurra a sua volta: “Io sono la tempesta”. Erica è la tempesta. Noi siamo la tempesta e i nostri nemici non possono comprendere la nostra forza, la nostra determinazione, la nostra risolutezza, la nostra passione. La nostra ascendenza e la nostra eredità risalgono ad Atene, a Roma, a Filadelfia, a Monticello. I nostri antenati costruirono le città. Produssero l’arte e l’architettura. Costruirono l’industria. Erica poggia sulle spalle di migliaia di anni di donne guerriere che hanno creato famiglie, costruito città, costruito industria, costruito civiltà, che ci hanno tirato fuori dalle caverne e dall’oscurità verso la luce.
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Due potenti e un genocidio
di Paola Caridi, Tomaso Montanari
«Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario». L’articolo 1 della Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano esprime in forma ufficiale ciò che resta del potere temporale dei papi. È l’ultima traccia di quella doppia natura del papato, autorità religiosa e morale da una parte, signoria mondana dall’altra. Questa doppia natura, ci si è sempre chiesti, è coerente col comandamento del Signore circa l’essere «nel mondo, ma non del mondo», o invece non lega i successori di Pietro alla logica dei principati e dei regni, quelli che il diavolo promette a Gesù nelle tentazioni, ritenendoli suoi? In altre parole, il papa-sovrano che accetta la logica del potere mondano è il san Pietro che ama il Signore, o quello che lo tradisce?
A questa discussione secolare, papa Francesco aveva dato una risposta scardinante: quella della profezia. Un papa non secondo il mondo, ma secondo il Vangelo: capace di spiazzare ogni suo interlocutore perché la profezia e la potestà papale non avevano forse mai coinciso, nella storia bimillenaria della Chiesa. Il suo parlare era sì, sì, no, no: così contravvenendo alla prima regola del potere terreno, quella di una sistematica menzogna. Leone XIV non è, con ogni evidenza, un profeta: con lui il papato torna nell’alveo ordinario dell’esercizio del potere. Fin qui, purtroppo, nulla di strano: ‘strano’ era Francesco.
Ma l’udienza concessa al capo dello Stato di Israele, Isaac Herzog, non è ordinaria nemmeno per la tradizione spregiudicata del potere papale: non ha la prudenza né la saggezza. La bandiera israeliana nel cortile di San Damaso, gli onori militari resi dalla Guardia svizzera, la stretta di mano davanti ai fotografi, lo scambio dei doni, il tenore del comunicato stampa: ognuna di queste cose è uno scandalo (cioè, letteralmente, una pietra d’inciampo: specie per i cristiani). Perché Herzog rappresenta uno stato genocida: e papa Francesco – in sintonia con la scienza giuridica e la coscienza del mondo – chiamava ‘genocidio’ quello in corso a Gaza
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Robert Skidelsky sulle narrazioni contrastanti riguardo alla guerra in Ucraina
di Thomas Fazi, substack.com
Un tentativo di confrontare direttamente i due argomenti, pro e anti-Putin e pro e anti-Trump, con lo spettatore imparziale come immaginario giudice del “processo”
Post di Lord Robert Skidelsky
Qualche giorno fa, a cena, la discussione si è spostata (come a volte accade di questi tempi) sull’Ucraina. Il dibattito – perché di dibattito si trattava – è durato tre ore. Mi sono trovato, come spesso mi capita su questo argomento, in una piccola minoranza. Riproduco qui il succo della discussione, perché è molto raro, nella mia esperienza, che le due parti si confrontino direttamente: ognuna preferisce attenersi alla propria versione della verità. Animata, ma contenuta, la discussione si è concentrata sui due poli di Putin e Trump – le loro personalità, le loro motivazioni e, date queste, la possibilità di una pace in Ucraina a breve termine. Per ciascuno dei due protagonisti, c’è un argomento a favore dell’accusa e uno a favore della difesa. In due punti della discussione che segue, invito al giudizio dello “spettatore imparziale” di Adam Smith.
Cominciamo da Putin. Perché ha invaso l’Ucraina? Cosa sperava di ottenere? E quale giustificazione, se ce n’era una, aveva per le sue azioni?
La tesi dell’accusa è semplice: l’invasione russa è stata un attacco illegale e immotivato a uno Stato sovrano, in violazione della Carta delle Nazioni Unite. Nello specifico, la Russia ha violato il Memorandum di Budapest del 1994, una serie di garanzie che aveva fornito (insieme ad altri firmatari) per rispettare l’indipendenza, la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina, come contropartita per la restituzione alla Russia dell’arsenale nucleare ereditato dall’Unione Sovietica. Putin, abitualmente descritto come un misto tra Machiavelli e Hitler, è stato l’unico artefice della guerra.
Ma, un attimo, risponde la difesa. L’accordo di Budapest del 1994 era un memorandum d’intesa, non un trattato, quindi non giuridicamente vincolante.
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Iniziativa delle lavoratrici e dei lavoratori delle Università italiane a sostegno del popolo palestinese
Gentili Rettori e Rettrici delle Università italiane, in qualità di lavoratrici e lavoratori delle Università italiane vi scriviamo questa lettera per chiederVi un posizionamento più deciso rispetto a quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania. Riteniamo che questo sia fondamentale per il nostro ruolo nelle istituzioni in cui lavoriamo o con le quali collaboriamo, i cui statuti sono ispirati ai valori costituzionali di ripudio della guerra che oggi, però, sono del tutto disattesi.
In tal senso,
PREMETTENDO CHE:
La corte Internazionale di giustizia (CIG) il 26 gennaio del 2024, in risposta alla richiesta presentata dal Sud Africa, ha emesso un’ordinanza nella quale si riconosce che vi è un rischio plausibile che Israele stia commettendo il crimine di genocidio a Gaza, e ha indicato sei misure cautelari urgenti atte a impedire che questo avvenga;
La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) con il Parere consultivo No. 2024/57 del 19 luglio 2024 ha affermato che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi viola le norme del diritto internazionale, concludendo che la continua presenza di Israele nei Territori palestinesi occupati è illegale;
La Camera preliminare della Corte penale internazionale (CPI) ha riscontrato fondati motivi per accusare il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, e che di conseguenza la CPI a novembre del 2024 ha emesso i mandati di arresto nei loro confronti;
La Commissione d’inchiesta internazionale indipendente istituita dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite nel rapporto del 16 settembre 2025 conclude che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso e continuano a commettere quattro dei cinque atti previsti dall’articolo II della Convenzione del 1948 sul genocidio e che l’unica inferenza ragionevole è l’esistenza di un intento genocidario;
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“Sono nella lista nera di Charlie Kirk”
di Stacey Patton - Vincenzo Morvillo - Alfredo Facchini
Il delirio si è diffuso a livello internazionale, anche se solo nell’Occidente strettamente inteso. L’omicidio a Salt Lake City del giovane influencer “Maga” è stato promosso subito, grazie ai suprematisti bianchi al governo o all’opposizione nel blocco euro-atlantico, ad evento di portata mondiale. Fino a chiedere un minuto di silenzio all’assemblea dell’Onu dove non si riusciva a scrivere la parola “genocidio” nella mozione sulla Palestina.
Il governo nostrano, come sapere, ha colto la palla al balzo per dichiararsi “vittima dell’odio”, nonostante sia sufficiente una rapida scorsa ai morti seminati dai fascisti in Italia, nel solo dopoguerra, per avere un quadro esauriente del background culturale – peraltro rivendicato – del quadro dirigente della destra italica. Nonché dell’abnorme carico “numerico” di omicidi, stragi, attentati verificati giudiziariamente “di matrice fascista”. Con la complicità-copertura di organi dello Stato, certo, ma da loro direttamente compiuti.
Così il giovane bianco suprematista bianco è stato in poche ore elevato a “martire delle idee”, come se avesse promosso un “dialogo socratico” anziché incitare – a volte implicitamente, più spesso esplicitamente – a eliminare chi aveva e professava idee diverse, progressiste, pacifiste, universaliste (che riconoscono cioè l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, qualunque sia il colore della loro pelle, il credo religioso o la passione politica).
Le ricostruzioni, le analisi, gli sguardi sulla realtà sociale e ideologica dell'”America profonda” sono diventate una valanga in cui è facile perdersi e cadere ne volgare trucco fascista che descrive le loro “idee” come di pari dignità rispetto a quelle democratiche o d’altra matrice, rivendicando quello spazio che proprio le loro “idee” e soprattutto le pratiche negano agli altri. Chiunque siano.
Abbiamo raccolto alcuni di questi interventi, testimonianze, analisi, iniziando con quella che ci è parsa più significativa dello spirito mortifero suscitato dal fu Kirk nei suoi blog e/o comizi.
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