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Spoliticizzazione e messianesimo politico: ripensare Marx in tempi di crisi
Claudio Valerio Vettraino
Ciò che questa crisi economico-finanziaria ci ha dimostrato, oltre ai limiti strutturali della società capitalistica nel suo complesso, è l’incapacità muta ed imbarazzante della politica nel gestire e governare questi processi. La “sconfitta” della politica risulta evidente nella chiamata disperata dei tecnici nella speranza di risanare e riordinare ciò che le forze politiche (ormai unificate nel loro pigro quanto inefficiente riformismo) avevano tentato invano di risanare e riordinare in questi ultimi vent’anni di seconda Repubblica. Un’afasia tra politica e società, tra rappresentanti e rappresentati vecchia quanto il sorgere della società borghese [1]. Ora, è impossibile fare qui la storia delle critiche alla società civile e alla non corrispondenza tra forze politiche e società [2], dell’influenza di Hegel e Rousseau [3] nel pensiero di Marx.
Ciò che qui conta è rilevare la costante spoliticizzazione della realtà contemporanea – tema in verità già fin troppo sviscerato ed abusato fin dal famoso libro di Francis Fukujama La fine della storia[4] – connessa alla cosiddetta fine delle ideologie, all’esaurirsi progressivo delle grandi idee-utopie del Novecento, che da un trentennio rappresenta l’oggetto principe di ogni discussione. Una spoliticizzazione, le cui caratteristiche vanno a mio avviso ancora ben riconosciute e calibrate e che sembra inevitabile, inesorabile, dettata soprattutto dal dominio del ciclo neo-liberista portato avanti negli ultimi trent’anni dalle maggiori potenze capitalistiche mondiali nei confronti dell’avanguardie del movimento operaio e del ciclo tradunionista iniziato nell’immediato dopoguerra e proseguito fino alla metà degli anni ’70.
Al ciclo storico progressivo della social-democratizzazione, il neo-liberismo ha contrapposto il mito del libero mercato e la bacchetta magica del denaro come unico metro di giudizio e di scambio, riducendo la politica e il “politico” a mera quantificazione, a mera monetarizzazione dell’esistente. Da utopia-trasformazione dell’esistente, la politica si è trasfigurata in circolare amministrazione dell’esistente, divenendo passo dopo passo mera ancella del potere economico e finanziario, perdendo con ciò la sua “autonomia”, i suoi “rivoluzionari” margini di manovra, di critica e d’analisi della realtà ai fini della sua evoluzione qualitativa.
Come al solito, non è la domanda in sé il problema (la spoliticizzazione della realtà e del quotidiano è un problema effettivo ed urgente, a cui occorre rimediare con forza) ma come viene posta e in che contesto storico siamo costretti ad operare per risolverla.
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L'estinzione della democrazia
Gianni Ferrara
Il «fiscal compact» europeo e il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione cancelleranno i diritti. I diritti, infatti, costano. E se lo stato non potrà più indebitarsi, lo scandalo della ricchezza dei singoli contro la povertà del pubblico sarà sancito per sempre. Monti ha già firmato, Hollande resiste. La Francia, per ora, è l'unica speranza per l'Europa
Questo inverno sarà ricordato. Dai costituzionalisti, dagli economisti, dai filosofi della politica, dagli storici. Lo sarà perché sta segnando il compimento della controrivoluzione iniziata in Occidente negli anni 70-80 dello scorso secolo a mezzo del neoliberismo, usato come reazione all'instaurazione dello stato sociale condannandolo all'estinzione. Lo ha già ridotto ad una larva. Sarà abbattuto.
L'arma che lo finirà è stata forgiata: è il fiscal compact sottoscritto da 25 (su 27) capi di stato e di governo dell'Unione europea il 2 marzo scorso. Ha per fine l'espropriazione senza indennizzo, senza corrispettivo, pura e semplice, netta, della sovranità finanziaria degli stati. Il che equivale a sancire la sottrazione dello strumento cardine della politica di distribuzione della ricchezza prodotta all'interno degli stati alla democrazia negli stati.
A perpetrare questa espropriazione si provvede con un trattato internazionale, l'ultimo temporalmente e il più efficace dell'armamentario diretto alla neutralizzazione della politica e alla devoluzione della sovranità ai mercati, cioè agli agenti nei mercati, diretti o per procura che siano. L'inedita gravità della fase che stiamo attraversando è dimostrata da due dati non contestabili. Uno richiama i caratteri e le implicazioni dello stato sociale, l'altro attiene a come si configura attualmente il rapporto tra stati e capitali.
Primo dato. Si sa che lo stato sociale ha esteso le specie e quindi il numero dei diritti delle donne e degli uomini, integrandone il catalogo con quelli sociali. Quel che non si sa, o, meglio, si nasconde, è che i diritti costano: tutti, nessuno escluso. Costano per la loro tutela, il loro esercizio, la loro effettività. Ma il loro contenuto, cioè i beni che li soddisfano, li differenziano quanto a strumenti che ne assicurano il godimento.
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Come si abbattono i regimi
di Giulietto Chiesa
Raramente scrivo recensioni. In genere, quando non sono costretto a farlo da ragioni di convenienza, o per soddisfare le pretese di autori molto insistenti, scrivo di libri che mi piacciono, o che intendo proporre ad altri lettori perchè li ritengo utili, o perchè offrono angoli visuali originali.
In questo caso il libro in questione non mi è piaciuto per niente. Anzi l’ho trovato irritante. Il suo autore è sostanzialmente un poveraccio (intellettualmente parlando s’intende), che esce come un pulcino inzuppato di ideologia – intesa come falsa coscienza – dalla lavatrice del pensiero unico. Un esegeta, dunque, della Matrix in cui ha vissuto, del tutto incapace di vedere i suoi confini. Una specie di protagonista da “Truman show”, ma privato di ogni possibilità di redenzione.
Perchè ne scrivo, dunque? Perchè – come avrebbe detto Leonardo Sciascia – il contesto che rappresenta è straordinariamente interessante, ricco di informazioni su come si pensa, cosa si pensa, come si agisce nei centri della sovversione, quei posti dove vengono elaborate le vere strategie e tattiche rivoluzionarie dei tempi moderni. Tempi in cui, per essere precisi, le rivoluzioni le fa il Potere, non i rivoluzionari d’un tempo, non i mitici anarchici, non i popoli, non i partiti, non i soviet, o comunque si siano chiamati in passato, fino al secolo XX incluso.
E qui è subito opportuna una serie di notazioni non a margine. Forse utile per quei lettori che ancora pensano, appunto, con le categorie dei tempi andati; di quelli che, non essendosi aggiornati, non avendo fatto alcuno sforzo per capire quali cambiamenti sono intervenuti nei rapporti di forza, nelle dinamiche economiche e sociali, nei sistemi di informazione e comunicazione, nelle tecnologie della manipolazione, continuano ad applicare le teorie rivoluzionarie dell’epoca delle lotte di classe così come fu descritta, e creata, a partire dalla rivoluzione francese.
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Lezioni dalla crisi
Elementi di una politica comunista
Mimmo Porcaro
Ci diciamo spesso che la crisi ha confermato le nostre idee. Ma ciò è vero solo in parte. Ha confermato che il capitalismo, oltre ad essere iniquo, “non funziona”. Ma ci costringe a cambiare o aggiornare molte delle nostre più radicate convinzioni sul blocco sociale anticapitalista, e sullo spazio e gli obiettivi della sua azione. In sintesi, si può dire che il modello maturato a Porto Alegre e Genova agli inizi del nuovo secolo è ormai superato dai fatti: se ne vogliamo custodire e tramandare le acquisizioni fondamentali, soprattutto quelle relative alla democrazia ed alla molteplicità dei soggetti dell’emancipazione, dobbiamo inscriverle in un quadro concettuale del tutto nuovo.
L’inefficacia di quel modello è evidente in primo luogo riguardo al populismo. La mobilitazione democratica delle associazioni altruistiche non è in grado di intercettare problemi, umori e linguaggi della parte più deprivata delle classi subalterne. Questa parte, fatta di lavoratori dipendenti a bassa qualificazione, di autonomi che sono in realtà più dipendenti dei primi (si pensi al lavoro dell’autotrasportatore, strettamente legato – a rischio della vita – ai tempi dell’impresa) e di ceto medio fortemente impoverito dalla crisi generale, si allea ad alcune frazioni, meno forti, della borghesia anche perché l’altra parte del popolo, quella composta di dipendenti ed autonomi ad alta qualificazione, si allea di fatto alla frazione forte, globalista ed europeista del nostro capitalismo. Rompere queste alleanze, e costruirne una, nuova, tra le diverse frazioni popolari, è decisivo per la lotta egemonica: lo si può fare solo se, tra l’altro, non ci si ritrae di fronte al linguaggio populista dei nuovi conflitti. E se si trovano figure unificanti che, pur radicate in una analisi di classe, sappiano rivolgersi ai diversi soggetti sociali ed alle diverse forme di vita degli stessi “proletari”. In questo quadro diviene opportuno parlare di sovranità popolare e nazionale, come collante di un nuovo blocco sociale e base di una nuova politica.
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Alla ricerca del principe che non c'è
di Luigi Longo
Non crediate che gli avi nostri abbiano fatta grande questa piccola repubblica con le armi: se fosse così, noi l’avremmo
molto più bella, per gli alleati, i cittadini, le armi, i cavalli, di cui disponiamo in maggior copia che loro. No! Altri furono i
mezzi che li fecero grandi, e sono quelli che noi non abbiamo più: laboriosità in patria, autorità fondata sulla giustizia fuori;
nelle assemblee, uno spirito indipendente, libero da intrighi e da passioni. Noi invece che cosa abbiamo? Amore del lusso, cupidigia
la miseria nelle finanze pubbliche, la ricchezza in quelle private; teniamo in pregio gli averi, ma ci piace stare senza far nulla; non
c’è più distinzioni tra furfanti e galantuomini; gli imbroglioni si accaparrano i premi dovuti ai meritevoli. E non c’è da meravigliarsi:
ciascuno di voi delibera soltanto a vantaggio dei suoi interessi, a casa siete schiavi dei piaceri, qui del denaro e del favoritismo; ecco
perché c’è chi si getta su una repubblica senza difesa!
Sallustio*
Il mio intento è quello di proporre alcune letture che pongono riflessioni utili alla comprensione dell’attuale congiuntura storica con particolare riferimento all’Italia.
La prima lettura riguarda la critica che fa John M. Keynes alla stupidità dei governi nazionali nell’imporre l’assurdità dei sacrifici; tale critica è di grande attualità se si considera << l’ultima >> manovra economica eseguita dal governo italiano per servitù volontaria agli agenti strategici dominanti USA e ai loro vassalli europei (Germania, Inghilterra e Francia). Si tratta di un dialogo radiofonico (Bbc 4 gennaio 1933) tra Sir Josiah Stamp e John M. Keynes sull’<< Assurdità dei sacrifici >>. Il dialogo, insieme al discorso tenuto nel 1932 alla Society for Socialist Inquiry su << Il dilemma del socialismo moderno >>, è stato pubblicato nel 1996 dalla casa editrice Manifestolibri con una introduzione di Giovanni Mazzetti.
La seconda e la terza lettura riguardano il debito pubblico e il capitale finanziario visti come strumenti di lotta politica per il dominio e per lo sviluppo di una nazione da parte degli agenti strategici dominanti.
Metto a confronto due interpretazioni del debito pubblico: la prima, quella di Mario Monti (attraverso la critica di Giovanni Mazzetti), le cui conseguenze disastrose ricadono, oggi per le misure messe in atto dal suo governo, sulla maggioranza della popolazione italiana e sull’impoverimento strutturale dell’Italia, con lo smantellamento delle sue poche industrie strategiche di livello mondiale; la seconda, quella dello storico Carlo M. Cipolla, racconta il debito pubblico come invenzione dei Comuni medievali italiani per il loro sviluppo.
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Dov'è la sinistra? Nel vortice della crisi
di Serge Halimi
Nel momento in cui il capitalismo attraversa la più grave delle sue crisi dopo quella degli anni '30, i principali partiti di sinistra rimangono muti e imbarazzati. Nel migliore dei casi promettono di rabberciare il sistema, ma più spesso cercano di dar prova di senso di responsabilità raccomandando a loro volta purghe liberiste. Quanto potrà durare questa blindatura del sistema politico, mentre la rabbia sociale continua a salire?
Gli americani che manifestano contro Wall Street protestano anche contro i suoi raccordi in seno al partito democratico e alla Casa bianca. E certo ignorano che i socialisti francesi continuano a invocare l’esempio di Barack Obama, sostenendo che contrariamente a Nicolas Sarkozy, il presidente Usa si sia dimostrato capace di agire contro le banche. Ma è davvero solo un abbaglio? Chi non vuole (o non può) puntare il dito contro i capisaldi dell’ordine liberista (finanziarizzazione, globalizzazione dei flussi di capitali e merci) cade facilmente nella tentazione di personalizzare la catastrofe, imputando la crisi del capitalismo agli errori di concezione o di gestione dell’avversario interno di turno. In Francia la colpa sarà di Sarkozy, in Italia di Berlusconi, in Germania della Merkel. D’accordo. Ma altrove? Nelle altre realtà – e non solo in quella degli Stati uniti –, anche i leader politici presentati a lungo come capofila della sinistra moderata si ritrovano a fronteggiare i cortei degli indignati. In Grecia George Papandreou, presidente dell’internazionale socialista, ha attuato una drastica politica d’austerità, che oltre alle privatizzazioni massicce e alla soppressione di posti nel pubblico impiego comporta la consegna della sovranità economica e sociale del suo paese a una «troika» ultraliberista (1). Come ci ricordano anche i governi di Spagna, Portogallo e Slovenia, il termine di «sinistra» è ormai talmente svalutato da non essere più associato a un contenuto politico particolare. Si dà il caso che uno dei maggiori responsabili del vicolo cieco in cui si trova la socialdemocrazia europea sia il portavoce… del partito socialista (Ps) francese. «In seno all’Unione europea – nota Benoît Hamon nel suo ultimo libro – il Partito socialista europeo (Pse) è storicamente associato, grazie al compromesso che lo lega alla democrazia cristiana, alla strategia di liberalizzazione del mercato interno e alle sue conseguenze sui diritti sociali e sui servizi pubblici.
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Il nuovo autoritarismo: dalle democrazie alle dittature tecnocratiche
James Petras*
Introduzione
Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo.
Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale.
Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica.
La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.
Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”.
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Una sovranità chiamata debito
Etienne Balibar
Che cosa è accaduto in Europa, tra la caduta del governo greco e italiano, e il disastro della sinistra spagnola alle elezioni di domenica scorsa? Una peripezia nella piccola storia dei rimpasti politici che si estenuano a inseguire la crisi finanziaria? Oppure il superamento della soglia nello sviluppo di questa crisi che ha compromesso irreversibilmente le istituzioni e le loro modalità di legittimazione? A dispetto delle incognite, bisogna rischiare un bilancio.
Le peripezie elettorali (quelle che forse ci saranno anche in Francia tra sei mesi) non richiedono grandi commenti. Abbiamo capito che gli elettori giudicano i loro governi responsabili dell’insicurezza crescente nella quale vive oggi la maggioranza dei cittadini dei nostri paesi e non si fanno troppe illusioni sui loro successori. Bisogna però contestualizzare: dopo Berlusconi, si può capire che Mario Monti, almeno in questo momento, batta ogni record di popolarità. Il problema più serio riguarda però la svolta istituzionale. La congiuntura delle dimissioni avvenuta sotto la pressione dei mercati che fanno alzare o diminuire i tassi di interesse sul debito, l’affermazione del «direttorio » franco-tedesco nell’Unione Europea, e l’intronizzazione dei «tecnici » legati alla finanza internazionale, consigliati o sorvegliati dall’Fmi, non può evitare di provocare dibattiti, emozioni, inquietudini e giustificazioni.
Una strategia preventiva
Uno dei temi più frequenti è quello della «dittatura commissaria» che sospende la democrazia al fine di rifondarne la stessa possibilità, nozione definita da Jean Bodin all’alba dello Stato moderno e più tardi teorizzata da Carl Schmitt.
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Da Bandung a Sirte
Elisabetta Teghil
(J.P.Sartre “Vous étes formidables” Gallimard 1962 sulla guerra d’Algeria)
Dal 18 al 24 aprile del 1955 si svolse a Bandung, stazione climatica di Giava, in Indonesia, la conferenza che radunò i rappresentanti delle nazioni che, da allora, furono chiamate “terzo mondo”, conferenza che prese il nome proprio dalla città.
Alcuni partecipanti erano già al potere nei loro paesi come il cinese Chou En-Lai, lo jugoslavo Tito, l’egiziano Nasser, l’indiano Nehru e l’indonesiano Sukarno. Altri combattevano ancora per l’indipendenza come l’FNL algerino, il Neo-Destur in Tunisia e l’Istiqlal in Marocco. In totale, 29 Stati e trenta movimenti di liberazione nazionale, tutti territori che ,per molto tempo, erano stati solo macchie colorate sulle carte geografiche che rappresentavano gli imperi coloniali.
Un anno prima, con la vittoriosa battaglia di Dien Bien Phu, i popoli colonizzati avevano avuto la loro Valmy. Leopoldo Senghor parlò a tale proposito di “liberazione dai ceppi” e Nasser disse “ Cessa di chinare il capo, fratello mio, i tempi dell’umiliazione sono finiti”.
La conferenza di Bandung fu un’aurora per i popoli assoggettati.
Si entrava nell’era postcoloniale.
E’ di pochi giorni fa la conquista di Sirte da parte delle truppe inglesi e francesi, coadiuvate da quelle qatariote, con la cattura di Gheddafi da parte di unità speciali britanniche, la sua consegna agli ascari locali con relativo linciaggio ripreso dagli ufficiali inglesi e mandato in giro per il mondo a monito terroristico.
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La sinistra fiduciosa
Franco Berardi "Bifo"
Mentre la Spagna si prepara alle elezioni e alla vittoria della destra, la Fundaciòn Idea – il laboratorio ideologico del PSOE – ha riunito in un Hotel di Madrid il 15 novembre i leader della sinistra europea.
C’era Alfonso Guerra, François Hollande, Pier Luigi Bersani, Jesus Caldera e l’ungherese Attila Mesterhazi. Quest’ultimo, che viene da un paese nel quale il governo è saldamente nelle mani di una coalizione di destra della quale fa parte (con il 20% dei voti) il partito Jobbit (i migliori) diretto discendente di quello che nella seconda guerra mondiale fu il partito hitleriano, ha preso la parola per dire: “Dieci anni fa incontrarci sarebbe stato una festa perché c’era Tony Blair al governo in Gran Bretagna, e Gerhardt Schroder in Germania. Oggi il pendolo in Europa è girato verso i partiti conservatori. Perché?”
Attila si domanda perché. Come mai dopo il governo delle sinistre hanno vinto dovunque i partiti che lui chiama conservatori, e forse sarebbe meglio chiamare con il loro nome: partiti reazionari, in qualche caso razzisti, in qualche caso fascisti, in qualche caso nazisti? Perché? Non è poi così difficile comprenderlo, e dovrebbe farcela anche Attila, il quale ha in effetti nominato due signori che hanno distrutto quel che rimaneva da distruggere dell’affidabilità della sinistra come forza progressista, socialista, e anti-militarista: Blair e Schroder (ha dimenticato D’Alema, si parva licet componere magnis).
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Populismo, antipolitica e governo tecnico sono facce della stessa medaglia
di Claudio Bazzocchi
L'Italia del dopo-Berlusconi sarà retta da un governo tecnico. Non si sa per quanto tempo.
Commentatori e politici di destra e sinistra parlano di attacco alla politica. Altri di inadeguatezza nella nostra classe dirigente, che non poteva che avere come risultato un governo tecnico.
Vorremmo fare alcune considerazioni su questi due assunti, per dire agli uni che chi ha cavalcato il populismo antipartiti – da destra come da sinistra – non può certo meravigliarsi del fatto che l'Italia sarà governata da un professore liberista della Bocconi, e agli altri che non esistono classi dirigenti inadeguate, ma ideologie che ne postulano l'inadeguatezza proprio in quanto classe politica.
Sarà bene allora ricordare che in tutto l'Occidente capitalistico la politica e i politici soffrono di una grave crisi di legittimazione a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. La politica diventa sinonimo di doppiezza, corruzione, perseguimento di interessi particolari, spreco e inefficienza. I politici sarebbero degni attori di tale scena, perseguitori degli spregevoli fini assegnati appunto alla politica da un'opinione pubblica sempre più risentita, disincantata e disaffezionata.
L'Italia rappresenta in questa storia un caso particolare, ma non perché le sue classi dirigenti siano molto più corrotte di quelle degli altri paesi, bensì per il fatto che la presenza del partito comunista più forte d'Europa e di un sindacato molto politicizzato richiedevano un attacco al sistema partitico e sindacale ancora più aggressivo da parte della destra padronale e del suo apparato accademico.
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Tutto tranne democrazia
Claudio Messora
Sta succedendo qualcosa. Qualcosa che va oltre la crisi economica: sembra più che altro una crisi di sovranità. E non è la questione di lana caprina che tanto sembra preoccupare i nostri editorialisti di punta, ovvero se sia giusto o meno farsi commissariare dalla UE e dall'FMI rinunciando così - formalmente e pro-tempore - al possesso delle nostre stesse chiavi di casa. E' qualcosa di più profondo, una trama nella trama che si può provare a spiegare in molti modi diversi, ma che non è prudente lasciare che si dipani mentre l'attenzione generale si concentra su alcuni personaggi e non su altri.
L'interesse che i mercati finanziari e le istituzioni globali dimostrano da qualche tempo nei nostri confronti è sotto gli occhi di tutti, certo, ma non è che la parte superiore dell'iceberg, quella sberluccicante sotto ai raggi del sole. I giornali e le televisioni (chi più, chi meno) ci spiegano che siamo commissariati da una terna di ferro, composta dal Fondo Monetario Internazionale, dall'Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea (BCE). Un accerchiamento totale al quale il gioco della speculazione internazionale ci consegna senza possibilità di fuga. Per il nostro stesso interesse - si dice - e per quello dei sottoscrittori del nostro debito dobbiamo realizzare una serie di riforme. E poiché non siamo più credibili, forti pressioni costringono il Governo in carica a rassegnare le sue dimissioni, nonché tutto un popolo a rinunciare alla propria autodeterminazione. Mutatis mutandis è più o meno quanto è accaduto in Grecia.
Il principio più incredibile che viene sostenuto senza il benché minimo stupore sarebbe quello secondo cui la politica da sola non può realizzare misure impopolari, perché avrebbe il timore di giocarsi il consenso elettorale, per cui sarebbe imperativo affidare le riforme necessarie a un governo di larghe intese, oppure al cosiddetto governo tecnico, magari sotto la direzione di un podestà forestiero. Cosa significa?
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La fabbrica del falso e la guerra in Libia
di Vladimiro Giacché
“Attraverso la ripetizione, ciò che inizialmente appariva solo come accidentale e possibile, diventa qualcosa di reale e consolidato”
G.W.F. Hegel, Vorlesungen über die Philosophie del Geschichte, in Sämtliche Werke, Frommann, Stuttgart-Bad Cannstatt, 1971, Bd. 11, p. 403.
L’attacco della Nato contro la Libia iniziato il 19 marzo 2011 rappresenta un caso emblematico a più riguardi. In primo luogo, conferma in modo eclatante una verità più generale: nel mondo contemporaneo la propaganda, la guerra delle parole e delle immagini è ormai parte della guerra stessa. In secondo luogo, evidenzia la confusione che regna in una sinistra che – anche quando si pretende “radicale” e conseguente – in Italia come in tutti i paesi occidentali, ha dimostrato una sorprendente arrendevolezza e subalternità rispetto alla propaganda e all’informazione ufficiale. Si tratta di un fenomeno tanto più significativo in quanto anche in questo caso – come già era accaduto per l’Iraq – gli stessi Paesi aderenti alla Nato si sono presentati all’appuntamento divisi: l’astensione della Germania già in sede Onu si è trasformata in decisa presa di distanza dalle operazioni, e la stessa Turchia ha manifestato il proprio dissenso rispetto alla conduzione della guerra. Ma mentre ai tempi della guerra di Bush le divisioni nel campo imperialista avevano grandemente giovato al movimento per la pace, in questo caso nulla di questo è avvenuto. Lo stesso gruppo parlamentare della GUE al Parlamento Europeo si è spaccato, e nel nostro Paese si è assistito al grottesco spettacolo di un PD assai più guerrafondaio degli stessi partiti di governo, mentre SEL ha tenuto un atteggiamento inizialmente ondivago (con una parte della base favorevole all’intervento) e soltanto la Federazione della Sinistra ha avuto da subito posizioni intransigenti sull’argomento.
In questo articolo esaminerò i principali dispositivi che la fabbrica del falso ha posto in essere nel caso della guerra di Libia, e proverò ad individuare i motivi di fondo che hanno indotto molti, anche a sinistra, a cedere alla propaganda di guerra. Nel mio argomentare metterò in gioco lo schema interpretativo che ho esposto più diffusamente nel mio libro La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (DeriveApprodi, 20112). In questo testo proponevo un insieme di strategie di attacco alla verità non assimilabili alla menzogna pura e semplice. Vediamo come queste strategie sono entrate in gioco nel caso libico.
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I conti con il passato e il futuro che verrà
Luciana Castellina
Ringrazio Paolo Franchi che, sul Corriere della Sera di lunedì, dà conto in modo intelligente del dibattito che, a proposito della Libia, si è animato sulle pagine del manifesto. Nel suo articolo non gli viene infatti neppure in mente di accusare Rossana, Valentino e me di connivenza con Gheddafi e, riferendosi alla nostra domanda di riflessione sulla parabola tragica dei regimi nati dalla lotta anticoloniale, riconosce che effettivamente «esattamente di questo sarebbe bene discutere. Non cancellando la storia, ma prendendo atto della durezza delle sue repliche».
Franchi ritiene che nell'accapigliarsi attorno a questo problema emerga fra lettori e scrittori del manifesto una divaricazione generazionale: i giovani che gridano boia sempre, i vecchi che chiedono di ricordare un passato che quaranta-cinquanta anni fa ha riscosso enormi consensi popolari. Credo abbia ragione: anche in questo caso scopro con smarrimento le dimensioni della rottura che fra anziani e giovani si è verificata, in che misura la storia del Novecento sia stata cancellata, l'intero secolo scorso solo un cumulo di orrori. Non è solo fenomeno italiano: anche i ragazzi egiziani che hanno affollato piazza Tahrir e sono tutti nati molto dopo la morte di Nasser sembra che di quel raìs non abbiano più memoria e a loro è presente solo l'immagine del suo orrendo successore.
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Dalla democrazia alla violenza divina*
di Slavoj Žižek
1
In questa nostra epoca che si proclama post-ideologica, l'ideologia stessa è sempre più un terreno di scontro; quello sull'appropriazione delle tradizioni passate ne costituisce una delle espressioni. L'appropriazione da parte liberale della figura di Martin Luther King, di per sé un'operazione ideologica esemplare, è il sintomo più chiaro del carattere precario della nostra attuale condizione. Recentemente, Henry Louis Taylor osservava:
Tutti, anche i bambini, sanno chi era Martin Luther King, sanno che il suo momento di maggiore celebrità fu il discorso "I have a dream". Ma nessuno va oltre la prima frase. Tutto quello che sappiamo è che questo tizio aveva un sogno ma non sappiamo quale[1].
King aveva fatto molta strada dal 1963 quando, durante la marcia su Washington, le folle lo avevano salutato quale "capo morale della nostra nazione". Dal momento in cui aveva cominciato a occuparsi di questioni che esulavano dalla segregazione razziale, aveva perso gran parte del consenso dell'opinione pubblica e sempre più veniva considerato un paria.
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