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Rosso di sera

di Lanfranco Binni

rosso di seraL’elettorato del Pd, travolto e tramortito dalle disfatte renziane del 4 dicembre 2016 e del 4 marzo 2018, da più di due anni spettatore passivo di una deriva politicista dell’apparato di un ex partito di potere in crisi, nelle primarie del 3 marzo ha finalmente lanciato un segnale chiaro di discontinuità con il renzismo. È un elettorato composito in cui coesistono gruppi sociali e orientamenti diversi: dalle confuse eredità Pci-Pds-Ds a quelle cattoliche della Margherita, dalle componenti anziane del sindacalismo confederale ad alcune aree di voto al M5S rifluite sul Pd in dissenso con le politiche dell’attuale governo gialloverde. Il segnale è comunque importante e sollecita i gruppi dirigenti del Pd a “cambiare rotta”, affidando questo compito impegnativo al nuovo segretario eletto. Ora il problema è proprio questo: su quale linea politica l’apparato del Pd (parlamentari, amministratori locali, funzionari) potrà cambiare rotta rispetto alle pratiche berlusconiane, liberiste e atlantiste della stagione renziana. Il tutto in presenza di un governo nazionale in cui l’abbraccio letale tra M5S e Lega, determinato dallo stesso Pd dopo le elezioni del 4 marzo 2018, sta provocando il rafforzamento della Lega su una linea di estrema destra e l’evidente crisi del M5S su una non-linea «né di destra né di sinistra».

Ma l’elezione di Zingaretti come opzione di centro-sinistra plurale e aperto alla “società civile” testimonia anche la forza oggi determinante degli elettorati (tutti) nella crisi del sistema politico italiano e della democrazia “rappresentativa”. Siamo all’interno di una crisi profonda di sistema: politico, economico e culturale. In crisi il sistema politico e la credibilità delle istituzioni, in crisi il sistema economico (né “crescita” né “sviluppo” di un modo di produzione in crisi nell’intero Occidente), in crisi l’assetto tradizionale, a pretesa radice unica, di una società multiculturale in rapida trasformazione demografica.

I risultati delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno messo a nudo tutto questo, assegnando al M5S il compito (preteso dagli elettori) di spaccare il sistema, e alla Lega di conservarlo nei suoi aspetti più retrivi. Ma anche su questo terreno gli elettorati hanno rivelato orientamenti complessi e contraddittori, tutti da considerare: nell’elettorato M5S erano confluiti i movimenti ambientalisti e di “altra economia”, buona parte dell’associazionismo per i diritti sociali e civili, del sindacalismo di base, del pacifismo antiatlantico (temi oggi sostanzialmente disattesi dal M5S al governo); nell’elettorato della Lega si erano incontrati gli interessi contrapposti degli imprenditori del Nord e dei “loro” operai, e oggi votano Lega nelle ex “regioni rosse” del Centro settori consistenti della tradizionale base elettorale del Pci. Nel sistema in crisi niente si tiene e tutto si apre. Gli analisti dei flussi elettorali pensano di cavarsela con la nozione di “volatilità del voto”, ma è il sistema a non costituire più un quadro assestato e riconoscibile.

Tutto è in movimento, e le storiche categorie di destra e sinistra continuano a rimandare alla necessità di pratiche sociali conseguenti. La sinistra non esiste più solo in assenza di pratiche di conflitto sociale per una trasformazione radicale dell’intera società, lasciando il campo libero alla destra come unico attore della lotta di classe. La sinistra non esiste più se interiorizza la sua sconfitta per essersi fatta destra. Ma gli elettorati e i movimenti ci dicono che una sinistra sociale non solo esiste ed è diffusa, anche se occultata dalla propaganda dei media asserviti alla destra e alla ex sinistra, e sta sperimentando in ordine sparso quelle pratiche di democrazia diretta, relazionali, faccia a faccia, nelle più diverse situazioni sociali, che erano state il tema forte del M5S nella sua fase ascendente e giustamente distruttiva. L’attuale deriva del governo gialloverde verso approdi compatibili con il potere finanziario europeo a trazione tedesca, con il ruolo geopolitico dell’Italia nelle strategie atlantiche (Trump, Netanyahu e affini), confligge con i bisogni diffusi, spesso mal compresi in una popolazione abbandonata alle deformazioni dei media, di una società aperta in cui tutti concorrano alla costruzione e alla gestione dei beni comuni: un lavoro non miserabile in cambio di un salario non da fame, qualità di relazione tra le persone, libero sviluppo del potenziale umano di tutti, e la cultura come strumento essenziale di autonomia per non sopravvivere malamente in condizioni di servitù coatta o volontaria. È questo il terreno necessario di una pratica sociale di sinistra, su cui misurare i comportamenti politici. E a ognuno la sua storia. Nella storia della sinistra c’è la parte migliore della storia italiana, un retroterra prezioso di esperienze e conoscenze, di prassi ed elaborazione teorica, di cui essere depositari e responsabili. Il socialismo, il “comunismo”, il pensiero libertario coesistono con le nostre pratiche attuali, con i nostri ragionamenti sul presente e sul futuro. A destra, da sempre, c’è soltanto la chiusura dell’ignoranza riservata ai sudditi, la mistica del “capo” da servire, il potere predatorio e corruttivo del capitalismo.

Il sistema è in crisi. Ignorare il sistema che annega? No, usare i suoi vicoli ciechi, le sue conclamate sconfitte, le sue non credibili campagne di propaganda per farne oggetto di critica sociale, di dissenso organizzato, di controinformazione, sabotaggio, boicottaggio, con l’obiettivo principale del rafforzamento delle reti del potere dal basso. Creare, sperimentare e organizzare un’altra società in cui tutto sia di tutti, e sia di tutti il potere. L’attuale crisi del sistema e dei suoi strumenti di corruzione sociale, politici e ideologici (liberismo e consumismo), costituisce una condizione favorevole allo sviluppo di un “movimento dei movimenti” radicalmente alternativo e forte di una visione strategica di reale trasformazione dei “rapporti di produzione” e “di classe”, con un’alta visione internazionale e internazionalista. Dei contorcimenti del sistema in crisi fanno parte anche le temerarie “sovraesposizioni” delle forze politiche di governo su temi sensibili (su cui le opinioni generali degli elettorati sono oggi molto attente) come la qualità della democrazia, le diseguaglianze crescenti (ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri, su scala planetaria), la redistribuzione della ricchezza, l’ambiente, il cambiamento climatico, le politiche di guerra, le migrazioni. Su questi temi è in atto, in Italia, in Europa e su scala mondiale, uno scontro generale tra capitalismo terminale (finanziario e di guerra) e alternative necessarie sul piano economico, politico e culturale. Il cambiamento climatico determinato dalle pratiche predatorie del tardocapitalismo accentua la corsa alle tradizionali risorse energetiche del pianeta per grattare il fondo del barile in un paesaggio che non ammette tradizionali modalità di dominio garantite dalle mediazioni del “diritto internazionale”. Il caso del Venezuela è emblematico: in una corsa contro il tempo, gli Stati Uniti attaccano un governo legittimo e progressista, lo strangolano economicamente, usano a fini golpisti la crisi economica indotta, preparano interventi militari; la posta in gioco sono le risorse economiche (petrolio, coltan, ecc.), altro che i diritti umani e la democrazia! Sul fronte orientale, il rafforzamento della Nato è funzionale allo scontro strategico con la Russia e con la Cina, a sviluppo della guerra economica in corso. In Medioriente, l’asse Stati Uniti-Israele-Arabia Saudita si prepara ad attaccare l’Iran, infranto da tempo il tabù della guerra nucleare. Lampi di guerra ovunque, in uno scenario di guerra globale.

In questo clima di accentuazione dei conflitti come conseguenze e cause di disastri planetari, geopolitica e politiche nazionali si intrecciano vorticosamente. Un piccolo esempio italiano: il gasdotto Tap non ha soltanto implicazioni ambientali, ma soprattutto geopolitiche. È, per gli Stati Uniti e per Israele, un’alternativa strategica ai gasdotti che portano gas russo in Europa. È questa la vera funzione del Tap,

I tempi sono oscuri? Niente affatto. Certamente sono drammatici, ma la visione del dramma, la consapevolezza della sua natura e delle sue dinamiche, permettono di capire il contesto reale di quanto sta accadendo intorno a noi. E rendono necessarie radicali alternative di sistema, progettuali e di prassi sociale.

Torniamo all’Italia. Quanto viene rappresentato dai media sulla ristretta area di governo (i conflitti, le competizioni e le collusioni tra M5S e Lega, l’inconsistenza residuale delle altre forze politiche) restituisce solo in parte e superficialmente il movimento reale della società italiana. Si sovrappongono piani di realtà diversi; alcuni piani di realtà (geopolitici) sono sistematicamente occultati o taciuti dalla disinformazione dei media, altri – ben visibili – sono interni alle dinamiche della complessa relazione tra le due forze di governo, altri ancora sono relegati nell’oscura (per i media) dinamica dei movimenti profondi e carsici della lotta di classe, limitandoli ai superficiali stereotipi delle “classi pericolose” (è quanto sta accadendo in Francia rispetto al movimento inquietante ma reale dei gilets jaunes; in Italia i pastori sardi). Le piccole schermaglie “compatibili” e inconciliabili tra M5S e Lega, per ora gestite a proprio vantaggio dalla Lega sul terreno della propaganda di temi tradizionalmente irrisolti e in continuità con le politiche di destra del Pd (l’immigrazione e la sicurezza, trattate nei linguaggi aggressivi della xenofobia e del razzismo), la chiusura autoreferenziale del M5S incapace di valorizzare i suoi contenuti più avanzati (l’antiatlantismo, l’ambientalismo, l’egalitarismo delle origini, la democrazia diretta per cui sono stati votati da settori consistenti dei movimenti alle elezioni del 4 marzo 2018), sono solo un aspetto della complessità della situazione italiana, e su questo piano ristretto molte derive politiciste saranno possibili nei prossimi mesi. Colpisce, per esempio, la convergenza della Lega e del Pd su alcuni temi rilevanti come la sicurezza, l’immigrazione, il fantasma simbolico del Tav Torino-Lione e delle “grandi opere”, la separazione delle carriere nella magistratura; e non si deve dimenticare che una parte consistente dell’elettorato popolare della Lega è di origine Pci, e neppure che l’antagonista conclamato del Pd è, dal 4 marzo 2018 a oggi, anche per Zingaretti, il M5S. Vedremo nei prossimi mesi l’evoluzione delle dinamiche interne al M5S, alla Lega e al Pd zingarettiano. Tutto sarà molto veloce.

In un sistema in crisi ogni governo è un “governo di crisi”. La crisi dell’economia è strutturale, interna al capitale, e la crisi del sistema politico la riflette quando non vengono perseguite strategie di radicale cambiamento. L’attuale governo gialloverde, grigioverde in politica estera, parla di cambiamento ma segue sostanzialmente la linea dei governi precedenti: compatibilità con il sistema economico, subalternità all’Europa del Nord, servilismo atlantico. Sono all’interno di un quadro di compatibilità anche le misure più avanzate portate avanti dal M5S nonostante la relazione pericolosa con la Lega: il reddito di cittadinanza, giusta misura di redistribuzione del reddito a favore degli “invisibili” delle vecchie e nuove povertà, se non sarà sostenuto da una forte azione sociale per una combattiva patrimoniale e per alzare i salari miserabili di chi è povero lavorando, si risolverà in una limitata misura di assistenza sociale destinata a esaurirsi per vincoli di bilancio.

Del M5S non dobbiamo dimenticare che ha svolto una funzione meritoria nella disarticolazione di un sistema politico che cercava nel renzismo soluzioni ultraliberiste e anticostituzionali alla sua crisi, né è possibile dimenticare che costituisce oggi il partito di maggioranza relativa in Parlamento, forte del 32% con cui il suo elettorato l’ha spinto al governo. I deputati e i senatori del M5S sono responsabili dei voti che hanno ricevuto il 4 marzo di un anno fa. Da allora è sicuramente cresciuta l’esperienza parlamentare di molti di loro, e certamente non è stato facile imparare a muoversi in una selva di vecchi marpioni politicanti, di alti burocrati dello Stato, di lobbies tenaci e corruttive. Per questo era e resta fondamentale che la loro attività parlamentare non restasse e soprattutto non resti prigioniera dell’area di governo, ristretta e inquinata dalla “vecchia politica” che hanno voluto, giustamente, mettere in discussione. La prospettiva di una «democrazia diretta» come orientamento di prassi sociale nella società e di conseguente attività parlamentare non è stata per ora praticata: il movimento non si è radicato nei territori, spesso ha disatteso le sue relazioni iniziali con i movimenti, nel rapporto con la Lega ha limitato la sua competizione a un confronto politicistico, perdente, con i gerarchi del partito salviniano, subendone l’iniziativa e la propaganda, fino a salvare Salvini da un giusto processo per il “caso Diciotti”. Perché non intervenire nei territori per rafforzare la propria presenza anche parlamentare, per sostenere le proprie misure di governo (contro la precarizzazione del lavoro, contro la corruzione, contro la povertà) e aprire conflitti tra la Lega e il suo composito elettorato? Quale cambiamento è possibile senza una conseguente azione sociale?

Sia chiaro: senza teoria, senza visione politica di lungo periodo, nessun cambiamento è possibile, e questa condizione riguarda anche tutte le forze che “a sinistra” della sinistra diventata destra negli ultimi decenni stanno resistendo alla crisi di sistema e soprattutto stanno costruendo relazioni e collegamenti all’interno di un’area sociale vasta e non organizzata, sui temi del lavoro, della socialità, dell’ambiente, dell’internazionalismo di classe. Su questo piano di realtà molte e importanti sono le esperienze in corso in Italia, in Europa e nel mondo. Sta cambiando l’assetto geopolitico del pianeta, con un nuovo ruolo attivo dei paesi che hanno nel loro retroterra le fondamentali rivoluzioni del Novecento, la Cina e la Russia; le contraddizioni che stanno lacerando gli Stati Uniti, l’impero in crisi il cui debito pubblico stratosferico è in gran parte nelle mani della Cina che gestisce la guerra economica con l’impero trumpiano, cominciano ad assumere nuovi contenuti di lotta di classe e nuove visioni socialiste; in America Latina i tentativi del golpismo statunitense incontrano la forte resistenza del popolo venezuelano, determinato a difendere la sua sovranità nonostante l’embargo economico e le campagne internazionali di comunicazione contro la “dittatura chavista”, e Cuba si è data una nuova costituzione socialista con il metodo della democrazia diretta; in Medio Oriente, al disegno israeliano di soluzione finale della “questione palestinese” (né Stato né popolo) sta prendendo forma una nuova strategia di “resilienza attiva” di cui sono protagonisti i giovani di Gaza e della Cisgiordania (ne parleremo in un prossimo numero speciale che stiamo preparando); in tutto il mondo i movimenti delle donne si stanno sviluppando con nuovi contenuti sociali e nuove reti di azione culturale e politica (ne è un segnale importante lo «sciopero delle donne» dell’8 marzo 2019, planetario e internazionalista). Ovunque, lampi di guerra e orrori economici, violenze e sopraffazioni, disastri ambientali e catastrofi climatiche, ma soprattutto (ed è quello che più conta) la consapevolezza sempre più estesa, oltre ogni confine, della necessità di «trasformare il mondo», come ha insegnato Marx, e di «cambiare la vita» come ha saputo vedere Rimbaud. Lo diceva negli anni trenta del Novecento il poeta surrealista André Breton (a proposito delle nostre tradizioni socialiste e libertarie), ed è interessante che oggi lo ripeta nella conclusione della sua intervista, in questo numero della nostra rivista, Salvatore Prinzi, uno degli animatori di Potere al Popolo.

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