Sette storie per non dormire: la chimica
di Ferdinando Bilotti
Nel precedente articolo abbiamo affrontato in termini generali la questione del ruolo negativo assunto dalle grandi imprese nell’evoluzione dell’economia nazionale, figlio sia delle modalità di conduzione delle medesime a opera dei loro titolari, sia dei condizionamenti esercitati da questi sul ceto di governo, che hanno fatto sì che il secondo tutelasse gli interessi dei primi anche a scapito delle possibilità di sviluppo industriale complessivo del paese. Abbiamo inoltre accennato al fatto che dal 1992 in avanti la nostra classe politica abbia agito contro l’interesse nazionale anche per soddisfare appetiti di soggetti stranieri. Ora vogliamo illustrare le forme che concretamente assunsero questo ruolo negativo della nostra élite imprenditoriale e questa sottomissione del nostro ceto politico a interessi stranieri, attraverso la ricostruzione di sette casi esemplari: aziende o interi settori industriali che sono stati condannati al declino o alla sparizione dalle scelte compiute da imprenditori e governanti. Si tratta di aziende e comparti il cui sviluppo era stato tale da renderli dei motivi di vanto per il nostro paese, o che comunque si connotavano per le notevoli potenzialità che avrebbero potuto esprimere, se adeguatamente tutelate; le loro vicende costituiscono dunque delle vere e proprie storie dell’orrore, che a nostro avviso dovrebbero turbare i sonni degli italiani comuni (di tutti quelli, cioè, che non hanno ricavato da esse un beneficio personale).
Cominciamo col trattare il caso dell’industria chimica. Questo fu uno dei settori protagonisti della seconda rivoluzione industriale. In esso l’Italia si trovò presto indietro rispetto agli altri grandi paesi europei, e tale situazione era ancora evidente all’indomani della Seconda guerra mondiale. Il regime fascista, in verità, aveva tentato di porvi rimedio, ma le sue politiche erano valse più ad accrescere i profitti degli imprenditori che a consentire uno sviluppo solidamente fondato dell’apparato produttivo, quando non a garantire i primi anche a scapito del secondo. Difatti, il suo esasperato protezionismo aveva consentito la sopravvivenza di industrie poco efficienti, ostacolando in tal modo l’elevazione della produttività e del livello tecnologico medi dei vari comparti.
Inoltre il fascismo (come già avevano fatto, peraltro, i precedenti governi liberali) aveva puntato a far sorgere delle grandi imprese promuovendo delle concentrazioni proprietarie: aveva cioè cercato di compensare la scarsa capacità di svilupparsi che affliggeva le singole aziende nazionali stimolando accorpamenti di società. Questa strategia era stata probabilmente l’unica perseguibile nell’arretrata Italia dell’epoca; ma si era dimostrata poco efficace, in quanto aveva fatto sorgere aziende costituite da un gran numero di unità produttive di capacità limitata, con ovvie ricadute negative in termini di efficienza ed economicità delle loro attività, e quindi anche dal punto di vista della loro capacità di accumulare profitti con cui finanziare investimenti utili a rinnovare le proprie attrezzature. Nell’immediato dopoguerra, pertanto, la nostra industria chimica constava di una pletora di stabilimenti sottodimensionati e tecnologicamente arretrati. Per di più, la politica autarchica aveva condotto alla sostituzione di costosi prodotti di sintesi a materie prime d’importazione, determinando l’espansione di intere filiere produttive che in un contesto di ritrovata libertà di commercio non erano assolutamente in grado di sopravvivere; mentre la successiva partecipazione alla guerra aveva causato per un verso una forte dilatazione delle produzioni aventi fini bellici (alle quali ora mancavano le commesse) e per l’altro la sospensione di qualunque attività di ammodernamento degli impianti rivolti a quelle civili.
Nel settore chimico vi era dunque la necessità di un deciso intervento pubblico (che avrebbe dovuto assumere la forma sia di investimenti statali, sia della pianificazione dell’attività dei privati), volto alla realizzazione di un’opera di rinnovamento e razionalizzazione delle strutture produttive. I governi, però, non vollero impegnarsi in tal senso, lasciando così quest’opera all’iniziativa dei singoli operatori economici. Fra questi, in verità, vi era anche un soggetto pubblico: l’ENI, che operando nel settore degli idrocarburi aveva anche una propria divisione petrolchimica. L’ENI però, lungi dal costituire uno strumento nelle mani del governo, era un’impresa sostanzialmente autonoma: essa difatti poteva servirsi della sua grande disponibilità di risorse (che si traduceva in grandi capacità di finanziamento dei partiti) per assicurarsi la condiscendenza della politica nei riguardi delle proprie strategie aziendali. Possiamo dunque affermare, sinteticamente, che il ceto di governo rispettò l’autonomia di tutti i protagonisti del settore: l’ENI, i privati che vi erano presenti da tempo e quelli che vi si inserirono, attratti dal suo andamento favorevole negli anni della ripresa e del boom economico. Questa politica ebbe esiti disastrosi, in quanto la competizione fra una pluralità di attori, tutti in grado di procurarsi con facilità capitali da investire (l’ENI poteva contare sulla propria rendita petrolifera, mentre i privati poterono attingere, dopo il 1957, ai contributi pubblici offerti alle aziende che si insediavano nel Mezzogiorno e agli indennizzi per la nazionalizzazione delle imprese elettriche), fra i tardi anni Cinquanta e i primi anni Settanta fece sorgere un numero eccessivo di nuovi impianti, con conseguente formazione di una sovracapacità produttiva generatrice di gravi crisi aziendali, il cui arginamento avrebbe richiesto onerosi salvataggi pubblici e dalle quali sarebbe infine derivato - malgrado l’effettuazione dei medesimi - un notevole ridimensionamento del comparto. La vittima più illustre di questa fase di sviluppo disordinato sarebbe stata la nostra industria chimica più grande e maggiormente dotata di capacità di ricerca: la Montecatini.
La Montecatini era l’unica grande industria chimica italiana a sviluppare i propri prodotti sulla base di un’intensa attività di ricerca (condotta dall’ufficio studi guidato da Giulio Natta, premiato con il Nobel per le sue scoperte). Era, tuttavia, anche quella finanziariamente più fragile, in quanto, a differenza delle altre due maggiori imprese attive nella chimica (ENI ed Edison), non godeva di posizioni di rendita in altri comparti (quali la distribuzione del metano o dell’elettricità, per citare proprio quelli in cui operavano da monopolisti tali concorrenti). Negli anni intorno al 1960 queste provarono allora a metterla in difficoltà, sfruttando proprio la loro migliore posizione finanziaria: operarono cioè dei ribassi dei prezzi, in modo da conquistare a sue spese quote di mercato, ripianando le perdite che si determinavano nelle proprie divisioni chimiche grazie ai profitti garantiti dagli altri comparti in cui erano presenti. La Montecatini provò a reagire a questo attacco intraprendendo una tardiva opera di rinnovamento dei propri impianti (essa infatti era arrivata agli anni Sessanta ancora connotata dalla frammentazione della sua produzione in un gran numero di unità sottodimensionate e obsolete, frammentazione che evidentemente non era stata in grado di superare a causa di una insufficiente capacità di investimento): sfruttando gli incentivi offerti dalla Cassa per il Mezzogiorno, realizzò a Brindisi un nuovo enorme stabilimento petrolchimico. In tal modo essa non beneficiò soltanto di una modernizzazione delle proprie strutture, ma anche di una notevole crescita dimensionale, che avrebbe dovuto rafforzarla nei confronti delle concorrenti. La capacità produttiva così raggiunta, tuttavia, si rivelò ben presto eccessiva rispetto alla domanda su cui poteva far conto, sicché questa iniziativa peggiorò ulteriormente la condizione finanziaria dell’azienda. Alla fine la Montecatini poté consolidarsi grazie alla fusione con la SADE e poi con la Edison, due aziende riccamente indennizzate dallo stato in seguito alla nazionalizzazione del comparto elettrico; ma la seconda di tali fusioni si risolse in un’incorporazione da parte della stessa Edison, in ragione della preminenza finanziaria di quest’ultima. Questo evento, come vedremo, risultò foriero di nuovi problemi.
A questo punto dobbiamo aprire una parentesi, per parlare della nazionalizzazione dell’industria elettrica. La costituzione dell’ENEL valse a sottrarre ai privati un settore da essi palesemente mal gestito, come dimostravano il livello generalmente elevato delle tariffe (che danneggiava non soltanto i piccoli consumatori, ma anche le grandi imprese, che abbisognavano di quantità crescenti di energia), i forti dislivelli che le connotavano (al Sud e nelle campagne erano più alte che al Nord e nelle città) e il fatto che, a differenza di altri paesi, l’Italia avesse visto crescere la produzione di energia molto più lentamente di quella manifatturiera. Le sue modalità di realizzazione risultarono, tuttavia, assai criticabili. Dal momento che all’epoca la produzione elettrica in Italia avveniva in notevole misura per via idroelettrica, sarebbe stato possibile costringere molti operatori a cedere le proprie attività a prezzi imposti dallo stato, semplicemente non rinnovando, man mano che giungevano a scadenza, le concessioni relative all’utilizzo delle acque pubbliche di cui si avvalevano, in modo da rendere i loro impianti inutilizzabili e quindi per essi privi di valore. Tuttavia non si agì in tal modo, ma si preferì offrire loro degli indennizzi, calcolandoli sulla base del valore che avevano avuto i titoli azionari delle società del settore nel periodo 1959-61 (nel quale esso era assai lievitato) e stabilendo di erogarli nel corso d’un decennio con l’aggiunta di cospicui interessi.
La scelta di inondare di liquidità l’industria elettrica era censurabile, non soltanto perché rendeva la nazionalizzazione estremamente onerosa per lo stato, ma anche perché era del tutto evidente che i soggetti interessati avrebbero male impiegato le risorse ricevute: essi difatti, operando in un settore tariffato e in cui ciascuna azienda deteneva una posizione di monopolio nel territorio servito, sino ad allora avevano agito più come percettori di rendite che come autentici imprenditori e dunque non possedevano le capacità gestionali necessarie per la messa a frutto dei propri nuovi capitali. Alla fine fu proprio questo quel che accadde: non soltanto gran parte degli indennizzi andarono dispersi in speculazioni e in acquisizioni incrociate, ma la principale nuova società che emerse da queste ultime fu un’azienda penalizzata da una gestione non all’altezza delle notevoli capacità di ricerca e innovazione che possedeva, le quali dunque rimasero inadeguatamente valorizzate. Stiamo parlando proprio della Montedison, il cui nucleo di tecnici di provenienza Montecatini si trovò a dipendere da una dirigenza - di provenienza Edison - poco capace.
Questa vicenda testimonia quanto sbagliata sia stata la politica di non intervento che fu seguita dallo stato nel settore chimico: infatti, fu l’assenza di una programmazione pubblica a rendere possibile la concorrenza sregolata che la Montecatini non fu in grado di fronteggiare, l’espansione eccessiva della capacità produttiva di quest’ultima e infine la sottoposizione di tale azienda a una dirigenza non all’altezza. Né si può sostenere che a questa latitanza dello stato pose termine l’ingresso dell’ENI nel capitale della Montedison, avutosi nel 1968 (appena due anni dopo la nascita della nuova compagnia), in quanto tale manovra costituì, ancora una volta, un’iniziativa autonoma dell’ente petrolifero, sia pure effettuata con il consenso del governo (il quale gli consentì di godere anche del supporto dell’IRI, che partecipò al rastrellamento delle azioni Montedison in borsa). L’ENI si mosse dunque nell’intento di perseguire l’interesse proprio, anziché un più generale obiettivo di razionalizzazione del settore: evidentemente, aveva percepito la nascita di un’impresa chimica di così rilevanti dimensioni e capacità finanziarie come una minaccia per la propria divisione operante nel settore, e ritenne opportuno assumerne il controllo per impedirle di apportare a quest’ultima una concorrenza troppo serrata. Il fatto che l’ENI si muovesse spinto soltanto dai suoi interessi sarebbe risultato evidente pochi anni dopo, quando l’ente approfittò della sua posizione per coinvolgere Montedison in un’iniziativa estremamente rischiosa, le cui potenziali ricadute negative, per quest’ultima, sarebbero state assai meno sostenibili che per l’ENI stesso.
E’ questa una vicenda che vale la pena di approfondire, in quanto costituisce anch’essa una conseguenza dell’inazione governativa da noi rimarcata. All’inizio degli anni Settanta, l’ENI e la Montedison, attingendo sempre a fondi pubblici, fecero sorgere in Sardegna due nuovi grandi stabilimenti chimici, controllati in modo paritario, allo scopo di contrastare le attività che stava conducendo nell’isola l’imprenditore privato Nino Rovelli. Palesemente, si trattava di una replica del tentativo della Montecatini di sopravanzare i propri rivali tramite un’espansione della capacità produttiva slegata dall’andamento del mercato: una strategia che era destinata a rivelarsi nel migliore dei casi un gioco a somma zero (gli eventuali profitti aggiuntivi di ENI e Montedison sarebbero stati pareggiati dalle perdite di Rovelli), e che nella pratica danneggiò pesantemente tutti i contendenti (Rovelli, che era già fortemente indebitato, finì addirittura per perdere il controllo delle sue imprese). Per l’ENI i costi che aveva dovuto sostenere per mettere all’angolo un proprio concorrente, sebbene elevatissimi in termini assoluti, risultarono comunque tollerabili, data la cospicuità del volume di affari dell’ente; ma non fu lo stesso per la Montedison, la quale, non potendo contare sui proventi dell’attività petrolifera, venne a trovarsi in serie difficoltà. Andò così perduto anche l’unico beneficio che la Montecatini aveva ricavato dalla fusione con Edison, vale a dire l’acquisizione di una inedita solidità finanziaria.
La carenza di programmazione pubblica, oltre a rendere possibile l’espansione eccessiva della Montecatini, ebbe anche una conseguenza negativa di portata più generale. Quando lo stato rese disponibili i cospicui finanziamenti volti a favorire l’industrializzazione del Mezzogiorno, gli imprenditori che ne usufruirono tesero ad inserirsi negli ambiti produttivi che sul momento apparivano più suscettibili di sviluppo, senza badare al fatto che proprio la loro capacità di attrazione stava determinando un incremento generalizzato delle iniziative al loro interno: anche questi comportamenti irresponsabili (probabilmente originati dalla consapevolezza di non stare rischiando risorse proprie) contribuirono a rendere eccessiva la capacità produttiva della nostra industria chimica, ponendo le premesse per una serie di chiusure e ridimensionamenti che si sarebbero poi verificati, con conseguente vanificazione di quegli investimenti effettuati a spese dello stato.
Gli anni Settanta, comunque, furono assai difficili per l’intero comparto chimico, giacché in quel decennio agli effetti dell’eccesso di investimenti cui le aziende erano state spinte dalla competizione in atto fra di esse si sommarono quelli del rincaro del prezzo del petrolio (di cui si servivano per moltissime delle loro produzioni). Secondo il costume italico, le situazioni di dissesto che si determinarono nell’ambito dell’impresa privata furono scaricate sul settore pubblico: verso il 1980, difatti, all’ENI fu imposto di salvare due aziende del settore, rilevando la Liquichimica e la SIR (che era poi l’impresa di Rovelli; si potrebbe parlare di giustizia poetica, se non fosse che Rovelli, come detto, si era già coperto di debiti per “meriti” personali, ossia prima di subire il blitz sardo dell’ENI). Nel 1981, tuttavia, si ebbe un’inversione di tendenza, con la riprivatizzazione della Montedison. L’ENI e l’IRI ne avevano assunto il controllo acquisendo non più del 15 per cento del capitale (data la notevole frammentazione del medesimo, tanto era bastato a renderli i principali azionisti dell’azienda), ragion per cui fu relativamente facile trovare un acquirente delle loro quote: si trattò della Gemina, una finanziaria facente capo a vari imprenditori nazionali. La politica dei governanti del tempo aveva comunque una sua (paradossale) coerenza di fondo, in quanto le imprese rilevate dall’ENI erano ormai decotte, mentre la Montedison, malgrado la lunga fase di difficoltà che aveva attraversato e i debiti da cui era gravata, risultava ancora una delle maggiori imprese italiane e una potenziale protagonista del settore, dal momento che l’attività di ricerca continuava a costituire un suo punto di forza.
Le potenzialità della Montedison, tuttavia, erano destinate a rimanere ancora una volta inespresse. Infatti la Gemina non disponeva dei mezzi necessari per il suo rilancio. Per rimediare a questa carenza di capitali, tentò la strada di un’alleanza con una società straniera (l’americana Hercules), che tuttavia nel 1987 si ritirò da essa. Nello stesso anno la Montedison fu rilevata dalla famiglia Ferruzzi, la quale non poté rimediare alla perdita del socio americano attingendo alle proprie risorse, in quanto anch’essa non ne aveva a sufficienza. I Ferruzzi, allora, posero in essere una strategia di mera sopravvivenza, puntando a sviluppare soprattutto le attività marginali di tipo terziario praticate dall’azienda, mentre altre legate proprio alla chimica (come la produzione di detersivi) vennero cedute.
Va sottolineato che nel corso degli anni Ottanta l’indebitamento della Montedison andò ulteriormente crescendo. La società scontò l’eccessiva onerosità dell’attività di ricerca, sviluppo e produzione di nuovi materiali rispetto alle disponibilità finanziarie dei suoi proprietari, che obbligò questi ultimi a esporsi sempre più pesantemente nei confronti del sistema bancario. La privatizzazione, dunque, si rivelò una scelta talmente sbagliata da non risultare conveniente neppure per i soggetti che ne beneficiarono. Il problema di fondo era che in Italia non c’erano imprenditori privati in grado di farsi carico degli investimenti di cui una grande industria chimica abbisognava.
Un estremo tentativo di salvare la presenza dell’azienda nel settore fu rappresentato da una nuova alleanza, costituita alla fine del decennio con l’ENI. Toccò dunque ancora una volta a questa azienda pubblica farsi carico delle difficoltà di un operatore chimico privato. Tale alleanza, tuttavia, ebbe vita breve: si concluse difatti dopo poco più di un anno, con l’acquisizione da parte del socio pubblico dell’intera società congiunta (l’Enimont), il che consentì sì alla Montedison di liberarsi di quella quota dei propri debiti che aveva trasferito alla nuova società e di incamerare 2.800 miliardi, ma le costò anche la rinuncia a una parte importante delle sue attività chimiche. Questo ridimensionamento, peraltro, neppure valse a mettere in sicurezza quelle che l’azienda aveva conservato, giacché il peso del suo indebitamento residuo era comunque così elevato da rendere concreto il rischio di un suo fallimento. Nel 1993 essa fu salvata in extremis da un gruppo di banche nazionali, le quali avviarono una ristrutturazione che prevedeva un ulteriore allontanamento dal comparto chimico. Nel 2001 fu poi acquisita da una cordata di investitori, che decise di abbandonarlo del tutto. Le attività superstiti finirono prima alla Shell, poi - ulteriormente impoverite, a causa dell'incompetenza del colosso petrolifero in materia di produzioni chimiche d'avanguardia - alla tedesca BASF e infine all’americana Lyondell (sotto la cui gestione il sito produttivo di Terni è stato chiuso nel 2012, mentre quello di Brindisi è attualmente a rischio). Intanto la Montedison, come per cancellare persino la memoria del suo impegno nella chimica, riassunse il nome Edison, peraltro in coerenza col suo ritorno nel settore elettrico: essa difatti approfittò della liberalizzazione del medesimo per diventare uno dei suoi attori principali. Insomma: dalla rendita all’industria e poi di nuovo alla rendita, nell’arco di un quarantennio.
Prima di proseguire, due annotazioni relative alle ultime vicende trattate. Innanzitutto: come mai l’accordo ENI-Montedison ebbe vita breve? La risposta è che la dirigenza dell’ENI lo ruppe in seguito al rastrellamento da parte della Montedison dei titoli Enimont quotati in borsa. Le due aziende avevano stabilito di detenere il 40 per cento a testa delle azioni Enimont, e che il rimanente venti sarebbe stato affidato al mercato azionario. Le acquisizioni effettuate dalla Montedison avevano alterato in suo favore l’originario rapporto paritetico sussistente fra i due soci, al punto da fargli avere la maggioranza assoluta del capitale della nuova società: un’operazione che aveva rivelato come per essa il vero scopo dell’alleanza fosse quello di assumere il controllo, con un esiguo esborso finanziario, delle attività chimiche dell’ENI, in modo da superare i propri problemi di capitalizzazione e indebitamento tramite una forte crescita dimensionale. L’ENI, comunque, riconobbe alla Montedison una sorta di premio di consolazione, pagando per la sua quota dell’Enimont una somma - i citati 2.800 miliardi - che fu comunemente giudicata eccessiva. A rendere possibili questi eventi (non soltanto la cospicua buonuscita offerta dall’ENI, ma anche il collocamento sul mercato del 20 per cento delle azioni Enimont, che pose le condizioni per la scalata della società da parte del socio privato) fu ovviamente la condiscendenza dei partiti nei confronti della Montedison, che in quella contingenza assurse a loro generosa finanziatrice (versando quella che divenne poi nota come la “maxitangente Enimont”).
Teniamo poi a sottolineare che fra gli investitori che posero gli ultimi chiodi sulla bara della Montedison vi fu la FIAT. Perché ci teniamo? Semplicemente perché nel 2025 John Elkann, audito in Parlamento, nel disperato tentativo di negare che la sua famiglia stesse portando all’estinzione l’industria automobilistica nazionale, se ne uscì con la frase “Se non ci fosse Stellantis non ci sarebbe l'auto italiana, come l'informatica italiana è scomparsa dopo l'Olivetti o la chimica con la Montedison.” Faccia tosta o semplice ignoranza? Fate voi.
La crisi e poi l’uscita dalla chimica della Montedison avrebbe richiesto l'assunzione da parte dell'ENI d'un più forte impegno in tale ambito, al fine di garantire la sopravvivenza di un'industria chimica italiana competitiva a livello internazionale; ma non andò così, poiché l'azienda di stato, negli anni Novanta e Duemila, operò a propria volta un ridimensionamento delle proprie attività di questo tipo, attuato anche tramite la cessione di vari stabilimenti alle sue concorrenti estere. Questa politica potrebbe essere giustificata adducendo il fatto che il ramo chimico dell'ENI era giunto agli anni Novanta in condizioni di gravi difficoltà, per effetto delle acquisizioni di aziende private in crisi che era stato obbligato a compiere (ultima l’Enimont): esso infatti aveva debiti per oltre 8.000 miliardi di lire. Tuttavia, va anche tenuto conto che il valore dell’ENI era tale da porlo in condizione di affrontare persino una situazione come quella: si pensi che quando nel 1995 fu avviata la privatizzazione dell’azienda, collocandone in borsa il 15 per cento del capitale, tale prima operazione di vendita bastò a procurare allo stato un incasso di 6.000 miliardi di lire (i ricavi complessivi della privatizzazione sarebbero ammontati a oltre 18.000 miliardi). Il ceto di governo, pertanto, avrebbe potuto risanare e rilanciare il ramo chimico dell’ENI servendosi degli introiti scaturenti dal collocamento di quote del capitale dell’ente. Se ciò non avvenne, fu perché si preferì usare le privatizzazioni per procurare risorse allo stato invece che alle sue imprese, nel quadro di un perseguimento del rientro dal debito pubblico che doveva essere attuato senza imporre sacrifici alle fasce più abbienti della popolazione.
E così è finita la grande industria chimica italiana, tra fabbriche chiuse e altre cedute a soggetti stranieri. Oggi l’Italia sconta un gravoso passivo della bilancia commerciale dei prodotti chimici e ha un numero di occupati nel settore assai inferiore a quello di mezzo secolo addietro. Ma a quanto pare va bene così. Se dobbiamo vivere di turismo, non abbiamo bisogno di ipoclorito di sodio, toluene e acido tereftalico, ma soltanto di pesto, aceto balsamico e pecorino di fossa DOP.









































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