Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

lavoroesalute

Referendum giustizia: Le motivazioni del NO

 Alba Vastano intervista Pietro Adami

9344032 06213430 referendum giustizia nuovo quesito data voto cambia quando si vota cosa e successo.jpgDopo il referendum, comunque vada, ci dovremo preoccupare del successivo progetto di riforma. Ovviamente, se vincesse il No sarebbe molto buono e allontaneremmo il rischio che il Governo proceda con il premierato. E questa, lo dico a tutti, è già da sola una ragione per votare No. Il Governo ha cominciato con la giustizia, perché pensa che su questo tema ci sarà seguito. Se perde questo referendum, sicuramente abbandona gli altri progetti di modifica costituzionale”

(Pietro Adami)

Questa riforma ci racconta la crisi della democrazia. Il voto sarà uno spartiacque. In futuro, dopo che un referendum costituzionale avrà detto che il sorteggio è un metodo ammissibile per determinare i rappresentanti, ne vedremo una estensione ad altri campi: scuola, lavoro etc. Infatti, il difetto del voto è che seleziona persone impegnate, che hanno progetti e vogliono cambiamenti. Mentre con il sorteggio si attinge alla famosa maggioranza silenziosa” (P.Adami)

Il No al referendum di Marzo è obbligo per chi ha a cuore la democrazia e la Costituzione messe sotto scacco da un governo di matrice fascista, quindi spergiuro della nostra Costituzione.  Sui punti fondamentali della riforma della giustizia del ministro Nordio si esprime, nell’intervista che segue, Pietro Adami, avvocato costituzionalista, fra i firmatari del ricorso al Tar.

* * * *

Alba Vastano: Il 30 ottobre 2025 è stava votata a maggioranza la  riforma costituzionale della giustizia proposta dal ministro Nordio con il pieno sostegno del governo Meloni. In sintesi e in generale prima di vedere i punti fondamentali, cosa si vuole riformare dell’attuale impianto costituzionale della giustizia. Può spiegarlo per fare  chiarezza su un tema ostico a chi non è del campo, considerato che i mainstream inquinano le informazioni a favore del governo e quindi del Sì alla riforma?

Pietro Adami: Oggi il C.S.M. è unico e composto da 33 membri – 20 membri appartenenti alla magistratura (di cui 5 pubblici ministeri) e 10 membri eletti dal Parlamento scelti tra professori ordinari in materie giuridiche o avvocati con almeno 15 anni di esercizio della professione – la riforma prevede una scissione con due distinti organi di autogoverno, uno per i giudici e uno per i p.m. A questi due nuovi C.S.M. si aggiungerà un terzo organo, frutto di una ulteriore scissione: all’autogoverno viene sottratta la funzione disciplinare e viene istituita una Alta Corte destinata a giudicare (in sede disciplinare) esclusivamente i magistrati ordinari.

Secondo la riforma i componenti magistrati dell’autogoverno non saranno più eletti dai magistrati stessi, come accade ora, ma saranno estratti a sorte tra circa 7.000 giudici (per il C.S.M. giudicante) e circa 2.000 pubblici ministeri (per il C.S.M. requirente).I componenti di origine parlamentare, i c.d. laici, saranno anch’essi sorteggiati dal Parlamento ma non tra le migliaia di soggetti legittimati secondo la Costituzione – ossia tra tutti i professori ordinari di università in materie giuridiche e tra tutti gli avvocati con almeno quindici anni di esercizio – ma da una lista ad hoc, una short list dalla estensione oscura, stilata per l’occasione dalla maggioranza dei partiti di turno.

 

A.V.: Perché si è voluto una riforma costituzionale che va a modificare radicalmente gli art. 87 (comma 10), 102(comma 1), 104, 105 e 106(comma 3) 107 e 110 (comma 1) della Costituzione e non una legge ordinaria? Un nuovo attacco massiccio alla Costituzione da parte della destra e  prove di forza e di potere sulla magistratura?

P.A.: Era possibile raggiungere l’obiettivo della separazione delle carriere senza intervenire sul testo costituzionale. Aver scelto questa più impervia via con l’aggiunta – non necessaria allo scopo della separazione delle carriere – di svilire l’autorevolezza del Csm e di intervenire sul sistema disciplinare tradisce l’obiettivo vero della riforma: incidere sull’interpretazione autonoma e indipendente della legge. Il Governo vuole una conferma plebiscitaria per portare avanti il premierato. Il referendum costituzionale sulla riforma Nordio sarà la prima prova elettorale che dovrebbe dare il via libera alla riduzione del ruolo dei giudici e dell’accusa e dare segnale verde agli altri provvedimenti, a partire da una legge elettorale conveniente e realizzare il premierato e completare l’autonomia differenziata.

 

A.V.: Torniamo alla riforma nello specifico e vediamone i punti fondamentali. Il primo è la separazione delle carriere. I giudici e i pm sono magistrati entrambi, entrati in magistratura con il medesimo concorso, quindi, saranno le funzioni ad essere separati, perché il ruolo è lo stesso all’interno dell’apparato della magistratura. È così? E, in pratica, come intende la riforma Nordio, nella sua normativa,  separare le carriere? Le modalità non sembrano essere citate nel testo della riforma

P.A.: In realtà oggi le carriere di giudici e p.m. sono già separate nella legge, che prevede un solo passaggio di funzioni nella vita professionale del magistrato, e nei fatti: nell’arco di cinque anni è dello 0,83% la percentuale dei pubblici ministeri passati a fare il giudice; e dello 0,21% la percentuale dei giudici divenuti p.m. La riforma elimina questo unico passaggio. Con la riforma, si crea un pubblico ministero formato e selezionato esclusivamente come accusatore, senza la comune esperienza della giurisdizione che oggi favorisce equilibrio e garanzie. Questo aumenta il rischio di una cultura dell’accusa “di professione”, meno attenta agli accertamenti a favore dell’indagato e più orientata al risultato repressivo.

Il PM diverrebbe un nuovo potere dello Stato, un potere di accusa avulso dal potere giurisdizionale. Con l’effetto collaterale, certamente non auspicato dai promotori dell’iniziativa riformatrice, di legittimare, con l’ulteriore frammentazione dei poteri dello Stato, l’obiettivo rafforzamento, oltre ogni ragionevole limite, della sfera di influenza nel sistema di giustizia del Governo. Ciò anche attraverso la cancellazione dell’obbligatorietà dell’azione penale e l’introduzione di una gerarchia di reati da perseguire per primi, tralasciando ovviamente quelli dei colletti bianchi, ed in particolare i reati cui la politica è particolarmente sensibile.

 

A.V.: Altro punto assai discutibile è la creazione di due diversi Consigli superiori della magistratura, uno per i giudici, l’altro per i Pm. Ora, considerando che in Italia il Csm è uno solo e che i giudici e i Pm sono ugualmente magistrati, che senso ha doppiare i ruoli e i Consigli. Qual è l’utilità e la logica del doppiare i Csm e quale potrebbe essere, secondo la riforma, la ricaduta positiva sull’iter  della giustizia?

P.A.: La logica ufficiale è autonomia gestionale per ruoli diversi. Ma due CSM possono indebolire la capacità complessiva di difesa dell’indipendenza, ridurre il coordinamento e creare spazi di influenza politica differenziata tra i due organi. A fronte di una legge che prescriva a quali reati dare priorità assoluta non ci sarà più il contraltare di un grande e forte CSM ad opporsi. Bensì due, anzi tre, CSM, delegittimati, perché nominati per sorteggio e non tra di loro coordinati.

 

A.V.: E poi il sorteggio dei componenti del Csm, ovvero un’estrazione a sorte. L’estrazione avverrà sia per designare i componenti laici (da un elenco che sembra sarà compilato dal Parlamento) sia per i togati. Possiamo affermare con quest’ultima chicca giuridica che il fine della riforma si esplicita chiaramente con questa lotteria?

P.A.:Il sorteggio viene ampiamente sbandierato come metodo trasparente. Il che denota la cultura democratica di chi ha proposto la riforma. In questa sede, nella nostra intervista, mi sento di dirlo con una certa franchezza. Questa riforma ci racconta la crisi della democrazia. Il voto sarà uno spartiacque. In futuro, dopo che un referendum costituzionale avrà detto che il sorteggio è un metodo ammissibile per determinare i rappresentanti, ne vedremo una estensione ad altri campi: scuola, lavoro etc. Infatti, il difetto del voto è che seleziona persone impegnate, che hanno progetti e vogliono cambiamenti. Mentre con il sorteggio si attinge alla famosa maggioranza silenziosa.

Con questo referendum si rompe un tabù democratico: il rappresentante deve essere scelto? Non serve. D’altra parte il concetto risponde a una tesi che viene ripetuta frequentemente: il rappresentante non deve esprimere tesi, programmi, idee, ma deve solo applicare regole tecniche. Dunque, lo può fare chiunque, anche uno che non ha alcuna idea, alcuna proposta. Sembra banale, ma è il trionfo della tecnocrazia. Il successivo passo è: ma a questo punto, visto che è sorteggiato, ossia uno qualunque, perché non eliminarlo, e inserire al suo posto un dirigente di carriera, nominato, esperto, tecnico. Se ci pensate il ‘Re’ e il sorteggiato hanno esattamente lo stesso diritto di rappresentanza, ossia nessuno, ed è la mera sorte che li ha posti nella carica.

Invece il rappresentante eletto, non è un individuo, è un piccolo soggetto collettivo. Egli rappresenta una collettività che lo ha espresso. Quando parla, non parla per sé, ma per altri che lo sorreggono. Un organismo come il CSM deve avere – se vogliamo una democrazia bilanciata- la capacità di contrapporsi, financo al Governo, se propone una riforma sbagliata. Se il CSM è composto da persone che hanno trovato la volontà e la forza di proporsi, e poi sono state scelte da molti altri, c’è una possibilità che sentano su di esse il compito di difendere il ‘bene comune’. Invece, il nuovo piccolo CSM, non sarebbe che un’accolita di scelti dalla sorte, la cui posizione non potrà in alcun modo essere ascritta alla categoria. Una persona scelta a caso non ha davvero ragione di intraprendere battaglie di principio. Si limiterà a una gestione del quotidiano. Nessuno la ha mandata, non risponde a nessuno, non delude nessuno.

 

A.V.: I politici, sostenitori della riforma, asseriscono che non saranno ingerenti nell’opera dei magistrati che resterà autonoma  e non influenzata dal governo. Crederci è un atto dovuto o di fede? Meglio dubitare e negare con un bel NO?

P.A.: Mi pare che la domanda contenga anche la risposta. Io dico di negare. Qui il problema non è di fiducia. La fiducia negli esseri umani non deve mai mancare, ma questo non deve fare abbassare la guardia sulla separazione dei poteri.

 

A.V.: Avvocato resta da spiegare il quarto punto della riforma, l’Alta Corte disciplinare per i magistrati. I magistrati ‘cattivi’ (secondo il Governo) verranno messi dietro la lavagna in ginocchio su grani di sale?

P.A.: Come ha detto il prof. Gaetano Azzariti in audizione al Senato “Perché adottare un meccanismo anomalo come “l’appello a sé stesso” (alla stessa Alta corte in diversa composizione)? Introducendo così un grado di autoreferenzialità che tende a favorire la corporativizzazione dell’ordine”?

 

A.V.: Referendum confermativo, parliamone. Anzitutto perché è stato possibile, fortunatamente, indire un referendum essendo passata la riforma a maggioranza?

P.A.: L’art. 138 Cost. prevede che, ove la legge di revisione costituzionale sia stata approvata, in seconda lettura, dalla maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi, dei membri di ciascuna camera, la stessa può essere sottoposta a referendum confermativo, ove ne facciano richiesta – entro tre mesi dalla pubblicazione nella GURI – un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. L’art. 138 prevede quindi un termine di tre mesi per chiedere il referendum, quando, come è avvenuto in questo caso, non si raggiungano i due terzi dei favorevoli in Parlamento.

 

A.V.: Si è raggiunto il quorum per validare il referendum con la raccolta, in pochi giorni, di oltre 500mila firme, ma nel contempo il governo ha anticipato la data del referendum fissandola per i giorni 22 e 23 marzo. L’anticipo voluto  dal governo è legittimo?

P.A.: Sono uno degli avvocati che ha impugnato il provvedimento governativo di fissazione della data referendaria, per conto del comitato dei quindici volenterosi che ha fatto partire la raccolta delle firme. Dunque, sono convinto che non sia stato corretto fissare la data senza neanche aspettare i tre mesi della raccolta firme. È un altro segnale di svalutazione delle consuetudini costituzionali e democratiche.

 

A.V.: Il Tar, il 27 gennaio (sembra)  si pronuncerà sul ricorso contro il governo per la data fissata in tempi stretti, pretesto (così si pensa) per bloccare la diffusione delle campagne per il No alla riforma. Quali saranno i possibili risvolti e su quali basi il Tar si pronuncerà a favore o contro il ricorso convalidando o meno la data annunciata per il referendum? (ndr, l’intervista risale ad alcuni giorni precedenti la pronuncia del Tar che, com’è ormai noto, si è espresso contro il ricorso confermando la data del referendum per il 22 e 23 marzo)

P.A.: Probabilmente quando uscirà questa intervista, il TAR si sarà già pronunciato. Voglio ribadire la mia fiducia nella giustizia amministrativa. Anche se ci dovesse dare torto, il mio pensiero non cambia, la giustizia amministrativa è un vanto dell’Italia, per competenza e celerità. Detto questo, quando c’è un provvedimento del Governo è chiaro che non sempre è possibile trovare la strada per l’annullamento. Il sistema costituzionale riconosce al Governo una serie di scelte possibili, e si fida che vengano compiute nel senso indicato dalla Costituzione.  Quello che posso dire, in questo caso, è che questo Governo ha rotto una prassi consolidata che imponeva di aspettare i tre mesi della raccolta firme e poi si poteva convocare il referendum. Vedremo se il TAR vorrà considerare come vincolante questa prassi. Il giudizio politico democratico, tuttavia, non cambia: questo Governo ha rotto una consuetudine finalizzata a permettere la massima partecipazione, inaugurata addirittura dal Governo di Berlusconi nel 2001.

 

A.V.: Se, su sentenza Tar, la data slitterà nei mesi a venire, lei pensa che le campagne per il No, con le giuste motivazioni e tempi più lunghi, riusciranno ad ampliare il consenso popolare per vincere il referendum? E su quali convinzioni contrarie al No, ovvero sostenendo che la riforma sia necessaria e favorevole all’iter della giustizia, si stanno muovendo i comitati del Sì per ottenere il consenso popolare?  (ndr, l’intervista risale ad alcuni giorni precedenti la pronuncia del Tar che, com’è ormai noto, si è espresso contro il ricorso confermando la data del referendum per il 22 e 23 marzo)

P.A.: Personalmente sono stato sempre convinto che più tempo, o meno tempo, cambi ben poco. Alla fine, i cittadini sapranno benissimo cosa fare. Il Governo se ne è reso conto ed ha avviato una delle peggiori campagne di screditamento mai messe in atto da un pezzo di Stato contro un altro pezzo. I magistrati vengono presentati come soggetti che tolgono i figli alle famiglie, incarcerano gli innocenti e tutto per malizia e interesse. Il referendum è stato trasformato in un sondaggione contro la magistratura.  Lo ribadisco: già solo per questo tipo di campagna, un cittadino dovrebbe votare No.

Peraltro, lo abbiamo ripetuto spesso. Il problema non sono i magistrati, sono i reati. Inutile dolersi, se si continuano ad introdurre figure di reato, e non si eliminano alcuni reati che non ci dovrebbero essere. Reati che poi si vorrebbero applicati in modo strabico. Penso al blocco stradale, che ha già avuto applicazioni a senso unico. È su questo che il cittadino dovrebbe riflettere: il magistrato fa quello che noi gli diciamo di fare, persegue i reati che noi gli chiediamo di perseguire. Se non vogliamo che li persegua dobbiamo abrogarli, e non sottoporre il magistrato al Governo, che vuole indirizzare i magistrati a perseguire quei reati, selettivamente, solo contro alcuni.

 

A.V.: Ultima domanda (forse in modalità gossip), ringraziandola per la disponibilità a collaborare per fare chiarezza su un tema ostico ai più: in caso di sconfitta del Si alla riforma Nordio potrebbero vacillare gli equilibri governativi tanto da posizionare la premier all’angolo e costretta a dimettersi? Sebbene abbia già dichiarato che non lascerà la cabina di comando fino a fine legislatura  Infine, cosa prevede potrebbe accadere nei palazzi della politica in caso di vittoria del No alla riforma della giustizia?

P.A.: Non lo so e posso dire che neanche mi interessa. Dopo il referendum, comunque vada, ci dovremo preoccupare del successivo progetto di riforma. Ovviamente, se vincesse il No sarebbe molto buono e allontaneremmo il rischio che il Governo proceda con il premierato. E questa, lo dico a tutti, è già da sola una ragione per votare No. Il Governo ha cominciato con la giustizia, perché pensa che su questo tema ci sarà seguito. Se perde questo referendum, sicuramente abbandona gli altri progetti di modifica costituzionale.


Fonti
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/28/referendum-nordio-ricorso-tar-notizie/8270936/
https://www.facebook.com/163116531018
Pin It

Add comment

Submit