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“Ciao democrazia!”

Renzi e Berlusconi: una “profonda sintonia”

di Luca Michelini

1. La politica ha leggi proprie, anche se pensare di isolarle dal contesto socio-economico sarebbe errore gravissimo. Tra le leggi della politica vi è quella che impone di svolgere una lettura per quanto possibile realistica della situazione di fatto, delle forze in campo. Si valutano gli eserciti schierati, indipendentemente dal fatto che si parteggi per l’uno o per l’altro di essi.


2. Ebbene, per quanto il governo Letta si possa e si debba criticare (personalmente sono stato per “la soluzione Rodotà”, con tutte le conseguenze possibili sul piano del Governo), come si può e si deve criticare il governo Napolitano, ché siamo ormai in una Repubblica presidenziale, non si può negare che sul piano strettamente politico Napolitano-Letta abbiano ottenuto un risultato importante: hanno cioè spaccato il PDL, mandando Forza Italia all’opposizione e non hanno interferito con le decisioni della magistratura sul caso Berlusconi, che è dovuto uscire dal Parlamento. Di fatto sta nascendo, pur tra mille contraddizioni, una destra non dico liberale, ma comunque emancipata dal “partito-padrone”.

Naturalmente, in molti, Renzi compreso (lo ha detto in direzione PD) considerano l’avvenuta scissione del PDL come una mera farsa, finendo per considerare l’attuale dialettica parlamentare un vero e proprio teatro, dietro il quale si nasconde un unico interesse, facente capo al lungo dialogo avvenuto tra PD e PDL.

Sono di opinione diversa, se non altro per il fatto che stiamo vivendo una profonda crisi e trasformazione sociale ed economica che rende gli equilibri politici assolutamente instabili, come del resto dimostra la continua fibrillazione della vita interna di tutti i partiti oggi rappresentati in Parlamento. E sono di opinione diversa perché l’uscita di Berlusconi dalla maggioranza ha avuto una conseguenza notevolissima, sia essa stata subita o cercata da Letta-Napolitano: l’idea assurda di cambiare l’articolo 138 della Costituzione è, infatti, saltata.

Non solo ritengo il governo Letta-Napolitano molto criticabile sul piano della politica economica, ma ritengo anche che da un punto di vista strettamente politico la strategia di Napolitano sia stata decisamente sbagliata: perché, con tutta la sua azione, anche quella precedente al varo della maggioranza PD-PDL, ha (momentaneamente) sconfitto Berlusconi per sfinimento, sfinendo, al contempo, il Paese, cioè minandone gravemente le fondamenta democratiche e sociali.

In ogni caso è un mero dato di fatto che oggi Berlusconi è molto più debole di un tempo e che la sua complessiva posizione non è paragonabile a quella di prima.

Si tratta di un dato di fatto che non cambia anche se si considerasse l’azione di Napolitano non come una preordinata strategia, come propongo in questa mia analisi guardando con una certa generosità all’operato del Presidente della Repubblica, ma come una politica sostanzialmente subita dallo stesso Napolitiano (è la tesi di alcuni osservatori) e dovuta, in ultima analisi, alle vicende giudiziarie di Berlusconi, che sarebbero intervenute a bloccare un intreccio di interessi tra PD e PDL consolidatosi nel tempo.


3. E’ altrettanto chiaro che, dal punto di vista politico, e questa volta anche economico e sociale, sarebbe fondamentale, ora, proseguire l’azione di sfarinamento dell’avversario.

La politica è anche rapporti di forza e conquista quotidiana di nuovi equilibri. Si dovrebbe cioè incoraggiare il più possibile la nascita di una destra finalmente presentabile ed europea, magari, ma questa è una speranza mia personale che non credo trovi minima eco nel PD, togliendo ossigeno anche alla destra più estrema avviando il Paese verso un deciso e nuovo New Deal e abbandonando le assurde e contraddittorie “politiche di rigore” e di “privatizzazioni” fin qui seguite.

Ebbene, con una serie di argomenti davvero risibili (tutti rimasti legati alla situazione precedente all’uscita di Berlusconi dal Parlamento), Renzi, e il “nuovo, giovanissimo cerchio magico” (la nuova segreteria, che però, mi pare, a sua volta semplicemente recepisca una linea concepita altrove, in un cerchio più ristretto ancora), sta facendo l’esatto contrario di quanto ci si potrebbe aspettare dalla logica puramente politica.

Renzi ridà legittimità politica e morale ad un leader delegittimato sotto ogni punto di vista e che all’estero suscita solo incredulità.

Ridà fiato politico ad un avversario che ha concepito (con la Lega) l’attuale legge elettorale, incostituzionale.

Taglia l’erba sotto ai piedi del governo Letta-Napolitano, l’unico che abbia ottenuto (obtorto collo o meno) una vittoria su Berlusconi, e taglia l’erba sotto i piedi della neonata destra-senza-Berlusconi, un possibile embrione di destra “presentabile”.

Taglia i piedi allo stesso PD, che rischia di essere sempre più ridotto ad un partito personale, come lo sono gli altri, passati e presenti: SEL (il cui percorso risulterebbe davvero curioso, visto che è di questi giorni la notizia di una possibile fusione col… PD!), FI, IDV, M5S, Rifondazione, ecc.: tutti “partiti proprietari”, che, una volta messo fuori gioco “il padrone”, implodono.

Renzi taglia i piedi alla rinascita sociale del Paese, spacciando per “riforme” un vieto “decisionismo” che, incredibile a dirsi, insiste sulla “governabilità”, “il bipolarismo” eccetera, come panacea per la crisi, quando dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che “la governabilità” e le “riforme istituzionali” e il “bipolarismo” sono stati uno dei fattori che hanno concorso a questa crisi, consentendo ad una minoranza di imporre al Paese politiche economiche scellerate.

Renzi taglia i piedi a quel poco di democrazia che ancora rimane nel Paese, perché con la sua azione – le “riunioni di segreteria”, gli incontri extra-parlamentari tra leader, anche non-parlamentabili – delegittima il Parlamento (già un’ombra di se stesso), che del resto vuole trasformare in qualcosa di davvero curioso, e comunque superfluo, attravero l’abrogazione del Senato.

Renzi rimette in gioco l’avversario, proprio all’approssimarsi, inevitabile, della successione a Napolitano, dischiudendo scenari inquietanti di futuro presidenzialismo.

Renzi taglia i piedi alla politica, che nelle azioni del fiorentino, conferma di essere l’arena di gruppi che si battono esclusivamente per l’esercizio del proprio potere, a presciendere da qualsivoglia ragionamento sull’interesse generale e nazionale.

Renzi taglia i piedi alla democrazia perché ribadisce la filosofia istituzionale fin qui seguita dal PD e dal PDL: e cioè che le “minoranze” siano d’impaccio come d’impiccio, di fatto e in barba alla lettera e allo spirito della Costituzione, siano i diritti individuali inviolabili (che Renzi rubrica sotto il termine “ricatto delle minoranze”), come quello di avere una rappresentanza politica realmente operativa e non (al limite) di mera testimonianza.


4. Non mi pare, infatti, che il PD di Renzi abbia sol’anco sfogliato la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale fino a poco tempo fa in vigore. Credo sia il caso di richiamarne almeno alcuni passaggi.

- Che la legge elettorale sia da annoverare tra i diritti fondamentali dell’individuo non possono infatti esserci dubbi: “nei casi di leggi che, nel momento stesso in cui entrano in vigore, creano in maniera immediata restrizioni dei poteri o doveri in capo a determinati soggetti, i quali, pertanto, si trovano per ciò stesso già pregiudicati da esse, come nel caso in esame delle leggi elettorali, l’azione di accertamento rappresenterebbe l’unica strada percorribile per la tutela giurisdizionale di diritti fondamentali di cui, altrimenti, non sarebbe possibile una tutela efficace e diretta” (la sottolineatura è mia). Molto significativo, del resto, è il riferimento all’articolo tre della Costituzione:“la Corte di cassazione (…) premette che l’assenza di una espressa base giuridica della materia elettorale nella Costituzione non autorizza a ritenere che la relativa disciplina non debba essere coerente con i conferenti principi sanciti dalla Costituzione ed in specie con il principio di eguaglianza inteso come principio di ragionevolezza, di cui all’art. 3 Cost., e con il vincolo del voto personale, eguale, libero e diretto (artt. 48, 56 e 58 Cost.), in linea, peraltro, con una consolidata tradizione costituzionale comune a molti Stati”.

- Non solo il premio di maggioranza previsto, secondo la Corte ha rappresentato “una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica”, ma risulta palesemente “irragionevole”, oltre che minante i necessari contrappesi (la divisione dei poteri) tipici di una moderna democrazia. Le disposizioni della legge elettorale, infatti, “non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti (potenzialmente anche molto modesta) in una maggioranza assoluta di seggi, determinerebbero irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica. Esse, inoltre, delineerebbero un meccanismo premiale manifestamente irragionevole, il quale, da un lato, incentivando il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, si porrebbe in contraddizione con l’esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o uno o più partiti che ne facevano parte ne escano; dall’altro, provocherebbe una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che, tra l’altro, restano in carica per un tempo più lungo della legislatura”.

- Non è finita, visto che la legge elettorale di fatto discriminava i cittadini anche per appartenenza geografica: “Un’ulteriore censura è, infine, prospettata con riferimento agli artt. 3 e 48, secondo comma, Cost., in quanto, posto che l’entità del premio, in favore della lista o coalizione che ha ottenuto più voti, varia da Regione a Regione ed è maggiore nelle Regioni più grandi e popolose, il peso del voto (che dovrebbe essere uguale e contare allo stesso modo ai fini della traduzione in seggi) sarebbe diverso a seconda della collocazione geografica dei cittadini elettori”.

- Veniamo a come la Corte considera l’assenza delle preferenze: diverse disposizioni della Costituzione stabiliscono “che il suffragio” è “diretto” per “l’elezione dei deputati e dei senatori”; che “il voto è personale e libero” e si “riconosce al popolo il diritto alla ‘scelta del corpo legislativo’. Ebbene, “non consentendo all’elettore di esprimere alcuna preferenza, ma solo di scegliere una lista di partito, cui è rimessa la designazione dei candidati”, rende “il voto sostanzialmente ‘indiretto’, posto che i partiti non possono sostituirsi al corpo elettorale e che l’art. 67 Cost. presuppone l’esistenza di un mandato conferito direttamente dagli elettori”. Insomma, “sottraendo all’elettore la facoltà di scegliere l’eletto” le disposizioni della legge elettorale appena abrogata “farebbero sì che il voto non sia né libero, né personale”1.

- A proposito dei partiti che scelgono senatori e deputati, la Corte scrive: la legge elettorale privava “l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che è totalmente rimessa ai partiti. A tal proposito, questa Corte ha chiarito che le funzioni attribuite ai partiti politici dalla legge ordinaria al fine di eleggere le assemblee – quali la presentazione di alternative elettorali e la selezione dei candidati alle cariche elettive pubbliche – non consentono di desumere l’esistenza di attribuzioni costituzionali, ma costituiscono il modo in cui il legislatore ordinario ha ritenuto di raccordare il diritto, costituzionalmente riconosciuto ai cittadini, di associarsi in una pluralità di partiti con la rappresentanza politica, necessaria per concorrere nell’ambito del procedimento elettorale, e trovano solo un fondamento nello stesso art. 49 Cost. (ordinanza n. 79 del 2006). Simili funzioni devono, quindi, essere preordinate ad agevolare la partecipazione alla vita politica dei cittadini ed alla realizzazione di linee programmatiche che le formazioni politiche sottopongono al corpo elettorale, al fine di consentire una scelta più chiara e consapevole anche in riferimento ai candidati”.


5. Certo: “Non c’è”, scrive la Corte, “un modello di sistema elettorale imposto dalla Carta costituzionale, in quanto quest’ultima lascia alla discrezionalità del legislatore la scelta del sistema che ritenga più idoneo ed efficace in considerazione del contesto storico. Il sistema elettorale, tuttavia, pur costituendo espressione dell’ampia discrezionalità legislativa, non è esente da controllo, essendo sempre censurabile in sede di giudizio di costituzionalità quando risulti manifestamente irragionevole”.

Forse mi sbaglio affermando che il sistema elettorale immaginato da Renzi sia tutt’altro da quello che inviterebbe a disegnare la Corte costituzionale?

Di fatto, è lo stesso Renzi a far pensare al peggio. Nel discorso di “spiegazione” fatto in occasione della direzione del PD (lunedì 20 gennaio)2, le preoccupazioni di Renzi sono state, come il linguaggio utilizzato, da piccolo cabotaggio di provincia o comunale: aggirare la sentenza della Corte individuando la soglia “minima” di voti percentuali relativi per godere del premio di maggioranza (tanto maggiore… quanto minore la forza di chi vince, al primo turno, ed enorme nel secondo turno di ballottaggio); scongiurare un ritorno al proporzionale e alla Prima Repubblica; mostrare di sapere cedere (e con lui Berlusconi, tutti dimostrando responsabilità e capacità di fare passi indietro) sul sistema spagnolo, al fine di non eliminare del tutto i piccoli partiti, ma salvaguardando il bipolarismo; porre una soglia alta di sbarramento; letteralmente avvertire il Parlamento che la riforma del PD-PDL o si prende così com’è o salta tutto; avvertire altrettanto letteralmente la direzione del PD che le scelte sono già state fatte perché legittimate dalle primarie; ringraziare della visita Berlusconi, che non è compito del PD legittimare perché unica forma di legittimazione è il consenso degli elettori: “nessuna pregiudiziale”, dice Renzi, nessuna regola o legge, dunque, nessun diritto inviolabile, nessuna Costituzione, nessuna cornice di leggi e di valori entro i quali la forza del coseno si debba esercitare, chiosa lo scrivente. Renzi ci tiene a far sapere che non esistono due centro-destra, fa sapere che non è successo nulla con l’espulsione di Berlusconi dal Parlamento e che tutto ciò che in Parlamento è accaduto (uscita di Forza Italia dal Governo) è una farsa: è addirittura “ingiusto” pensare di cambiare gli avversari ed escluderli dalla scrittura delle regole. Già, perché pare che per Renzi l’unico interlocutore per cambiare le regole sia il centro-destra, come se gli italiani non avessero espresso che preferenze per il PD o il PDL. Eppure tanto realismo, tanta accettazione di un dato di fatto, non mi pare trovi conferma nell’accettazione del dato di fatto che Parlamento e Direzione del Pd potrebbero pensarla in modo differente da Renzi: come sempre, la politica diventa cambiamento di equilibri solo quando sia ha di fronte un (presunto) debole, invece che un (presunto) forte; un fatto grave, tuttavia, per chi ritiene di essere almeno un progressista. Ancora più grave non cercare il dialogo con forze politiche e con cittadini che, per quanto possano essere distanti e intrattabili (M5S) o assenti dalla politica (astensionisti), non hanno certo avuto nelle mani le redini del Paese per anni e con risultati così miserabili, come FI e PDL.

Di tutto ha parlato Renzi, insomma, tranne che del nocciolo delle osservazioni della Consulta, che sono una strenua difesa della democrazia: tanto che Renzi ha insistito nella negazione del voto di preferenza (surrogato con primarie e rappresentanza di genere), perché così detta l’accordo con Berlusconi.

Proprio non riesco a capire come sia possibile volere fare delle “riforme istituzionali” e una legge elettorale con una forza politica, e un leader (Berlusconi), che hanno sistematicamente tentanto di fare carta straccia dei nostri principi costituzionali, a partire e attraverso la legge elettorale appena bocciata, che, ripeto, secondo la Corte, ha rappresentato “una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica”. Chiedo ai militanti del PD: è davvero “subalternità culturale”, come ritiene il loro segretario, ritenere che pensarla, come pensa Renzi, come una forza politica e un leader (Berlusconi) che si sono comportati decine di volte in modo eversivo e irresponsabile costituisca un campanello d’allarme acutissimo?

E infine: ma come è possibile che un Parlamento totalmente deligittimato sul piano morale e politico (non certo giuridico) come il presente, visto quanto dichiarato dalla Corte, si appresti a rivoluzionare da cima a fondo le nostre istituzioni? Davvero stento a capire come il PD possa essere definito “democratico”.


6. L’elenco potrebbe continuare. In una parola: prescindendo dalla valutazione dell’operato di Napolitano, potremmo dire che ancora una volta, proprio quando l’avversario, per motivi in larga parte oggettivi - la magistratura, l’ostilità dei Governi occidentali, la crisi economica e sociale, gli scandali di varia natura, l’inefficienza, l’affarismo, il pressapochismo, la distruzione sistematica del sistema scolastico e universitario, la politica estera disastrosa (si veda il caso Libia) eccetera – e non dipendenti, principalmente, dall’azione politica degli schieramenti in campo (e da Napolitano), appare debole e in difficoltà, quando l’avversario è al minimo storico della propria forza; ancora una volta, dicevo, il PD corre in aiuto dell’avversario, lo rafforza, lo invita a disegnare gli scenari futuri pur avendo avuto quotidiana esperienza che quegli scenari l’avversario li ha disegnati sempre ed esclusivamente a suo personalissimo interesse, avvitando il Paese in una crisi gravissima.


7. Rimane da sperare che tanto assurdo e cieco e interessato “decisionismo” trovi, ad un certo punto (magari di fronte ad una possibile caduta del Governo, con ennesima fibrillazione del PD, che pare essersi già dimenticato che pochi mesi fa ha bruciato una leadership e una linea politica), un muro invalicabile nel Presidente della Repubblica e in Letta, i cui comportamenti futuri saranno decisivi per comprendere se Napolitano e Letta hanno subito o hanno cercato la sconfitta (momentanea) di Berlusconi.

Rimane, infine, da sperare che tanto assurdo e cieco e interessato “decisionismo” trovi, in sede di legiferazione sulla legge elettorale e sulla Costituzione, un muro invalicabile nel Parlamento e nei parlamentari, che dovrebbero ricordarsi che non esiste alcun vincolo di mandato e che la catena di comando propria dei “partiti proprietari” e non, si può e si deve rompere, ove e quando necessario; che si può e si deve rompere non solo, come spesso hanno già fatto, per interessi che in ogni modo si possono chiamare tranne che “generali e nazionali”. Questa volta, del resto, dovrebbe essere chiaro che esiste una oggettiva sovrapposizione tra interesse generale e interesse particolare, perché dovrebbe essere chiaro che un asse Renzi-Berlusconi, in caso vincesse alle elezioni – cosa che mi permetto di dubitare e comunque non auspico – spazzerebbe via, come da dichiarazioni d’intenti, gran parte dei partiti e dei parlamentari oggi in Parlamento.

Si veda l’articolo di Angelo d’Orsi su Micromega

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