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poliscritture

Migrazioni. Punti di vista in contrasto

di Ennio Abate

Pubblico da POLISCRITTURE FB questo scambio di opinioni tra me e Roberto Buffagni che su è svolto nell’ultima settimana sullo spunto della mia segnalazione di un articolo di Marco Rovelli, Gli specialisti del disumano” e ha fatto emergere anche i nostri diversi e contrapposti retroterra politici e culturali. Lo faccio perché il problema è davvero complesso, rischia di diventare ancora più tragico di come oggi si presenta e richiede l’attenzione e l’intelligenza di tutti per approfondirlo. E anche uno sforzo – almeno qui su POLISCRITTURE – per uscire dai veleni delle propagande contrapposte dei “buonisti e dei “cattivisti”. [E. A.]

human firenzeEnnio Abate

6 agosto alle ore 7:46

SEGNALAZIONE (dalla bacheca di Marco Revelli):

Gli specialisti del disumano di Marco Revelli

“Noi veniamo dopo” scriveva George Steiner nel 1966, “Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz”.

Anche noi “veniamo dopo”. Dopo quel dopo. Sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia e migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega.

Quanto sta accadendo in questo inizio torrido di vacanze è una vera apocalisse culturale. Un rovesciamento di tutti i valori nel pieno di una catastrofe di massa. Difficile credere ai propri occhi e alle proprie orecchie. Che “Dagli al Samaritano!” potesse diventare l’incitamento più diffuso nei media e in politica nel pieno dell’Occidente cristiano è davvero uno shock imprevisto.

Governi e Stati che grondano sangue da ogni centimetro dei loro corpi informi mettono sotto processo i pochi – e i soli – che si dedicano al salvataggio delle vite umane nel compiaciuto silenzio di un giornalismo senz’anima. Il vizio che pretende di mettere alla sbarra la virtù, la irride e calunnia, dalle prime pagine dei quotidiani mainstream e dalle Cancellerie dei governi europei.

Il salvataggio delle vite trasformato in vergogna e crimine: “crimine umanitario”, concetto coniato dallo stesso manigoldo che – ha ragione Saviano – aveva contribuito a suo tempo a mettere in circolo l’oscena espressione “guerra umanitaria”.

Diciamolo una volta per tutte: non c’è un gran differenza tra il fascista ungherese Orban e il post-comunista italiano Minniti. Alzare muri di filo spinato alle proprie frontiere o costruire muri diplomatici al confine del deserto, nella sostanza, non cambia la natura della cosa: forse è più letale la seconda tecnica, perché consegna ai tagliagole delle tribù del Sael e del Fezzan uno jus vitae ac necis su uomini, donne, bambini, che scompariranno silenziosamente, lontano dai nostri sguardi delicati, fuori dalla portata d’azione delle famigerate Ong che s’intestardiscono a voler salvare vite.

Denunciamoli, questi nuovi “specialisti del disumano”, al Tribunale dei popoli.

 

Roberto Buffagni Aspettavo con ansia che qualcuno tirasse fuori Auschwitz, eccolo qua. Bello vedere che certe cose non cambiano mai, rassicura.

 

Ennio Abate Roberto, ciascuno ha i suoi schemi e i suoi “immaginari di partenza”. Revelli ha nel suo Auschwitz, tu il comunismo, io il fascismo, ecc. Ma quello che era fino a pochi mesi fa un encomiabile ( da parte del PD) salvataggio di vite umane che ora diventa “vergogna e crimine” come lo giudichiamo?

Per me il giudizio dipende *anche* dai nostri immaginari, ma – mi ripeto – dalla scelta dirimente: i migranti sono portatori di bisogni umani, a cui dare risposte ragionevoli oppure invasori da respingere o eliminare (in vari modi)?

 

Roberto Buffagni Caro Ennio, io mica tiro fuori il comunismo per spiegare cose che, volendo, gli somigliano di più (es. il costruttivismo sociale UE) di quanto somigli ad Auschwitz il problema migrazioni. “L’encomiabile salvataggio che diventa vergogna e crimine” lo spieghiamo agevolmente con la batosta elettorale subita dal PD. Quanto ai “migranti portatori di bisogni umani”, non c’è il minimo dubbio che lo siano. Anzi, ti dirò che per me i migranti sono portatori di bisogni, desideri, speranze, timori, etc., cioè del full kit dell’essere umano, che è capace di bene e di male, di creatività e di stupidità, in una misura infinitamente superiore a quella che riconosce, a tutti, il PD con i suoi intellettuali di riferimento [sic].

Roberto Buffagni E sono ANCHE invasori, invasori non autorganizzati ma invasori, perché arrivano in numeri non compatibili con una loro integrazione nella comunità nazionale italiana. Non solo per le condizioni economiche attuali (disoccupazione di massa, etc.) ma perchè a) integrare interi popoli o pezzi di popoli è possibile solo in un contesto imperiale, non in un contesto di democrazia rappresentativa a suffragio universale b) l’Italia, in particolare, è un paese molto fragile e diviso, proprio sul piano culturale.

Roberto Buffagni Proprio perchè non voglio sterminare nessuno (nè essere sterminato) è diimportanza decisiva evitare che accada quel che è GIA’ accaduto in Francia, dove l’immigrazione soprattutto araba di massa, e il ricongiungimento familare votato negli anni 80 per fare uin favore alla Confindustria francese, hanno GIA’ creato vere e proprie zone extraterritoriali. Ti segnalo che nel suo libro intervista, pubblicato appena dopo la fine del suo mandato, Hollande dice apertamente che prima o poi, più prima che poi, si dovrà arrivare a una partizione del territorio francese tra francesi de souche e francesi allogeni (arabi, islamici). Perchè il progettino degli islamici è di provocare, con una guerra civile a intensità crescente, una situazione in cui diventerà inevitabile riconoscere formalmente una realtà che di fatto è già tale, e dividere la Francia come fu divisa dopo le guerre di religione intercristiane (Editto di Nantes). Se ti sembra una prospettiva piacevole o “umana”, non diamo lo stesso significato alle parole.

Roberto Buffagni http://www.newsnours.com/…/un-pr%C3%A9sident-ne-devrait…

 

Ennio Abate Certo. Non mi pare però che Revelli *spieghi* l’operazione Minniti ricorrendo al topos canonico di Auschwitz. Stabilisce un’analogia emotiva con il clima di quei tempi, constatando la disperata agonia di certi valori specie nella intellettualità (qui il ‘sic’ è indispensabile!) della *fu sinistra* con la quale ancora interloquisce: “Sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente”. Ma il nucleo della sua presa di posizione mi pare quello che io credo di aver colto.

Il termine ‘invasori’ per dei migranti mi continua a parere improprio. E’ una forzatura metaforica eccessivamente militarista, secondo me. E comunque già il ritenerli da parte tua “invasori non autorganizzati” mi pare posizione più ragionevole. Vuol dire che sei in grado di riconoscere che tra di loro non ci sono soprattutto “terroristi” o c’è in ogni caso e sempre la determinazione a sopraffare, tipica degi invasori organizzati (eserciti, barbari del mondo antico, truppe mercenarie, ecc.); ma anche disperazione, senso di riconoscenza verso chi li soccorre, voglia di adattarsi a un mondo per loro “nuovo”, né più né meno come i nostri emigranti del primo Novecento negli Usa . (E dunque portano con sé un universo psicologico variabile, del tutto ignorato dai “respingenti” alla Salvini e poco indagato: ne ho colto un minimo squarcio in questo articolo che ho segnalato giorni fa: https://www.internazionale.it/…/migranti-scuola-italiano).

Certamente esiste la questione dei «numeri». Ma anche qui dobbiamo distinguere tra percezione da parte degli italiani (nel nostro caso), distorta da informazioni propagandistiche ora minimizzanti ora massimizzanti del fenomeno reale e dati reali. Cfr. ad es. questo intervento colto al volo qui su FB:

La sindrome dell'invasione di Giangi Milesi

 Chi mi legge sa quanto mi impensierisca la distanza crescente fra la realtà e la sua "percezione". 
 Uno dei campi in cui questa distanza si manifesta è quello dell'immigrazione. L'ultima volta che ne ho scritto ho sollevato un vespaio. Perciò mi limito a trascrivere quanto pubblicato ieri su FLAIR, un'analisi semestrale di IPSOS sul clima politico-sociale dell'Italia che in questa edizione dedica un intero capitolo (5 pagine, 14 tabelle) all'immigrazione e ai sentimenti e alle reazioni dei cittadini.
 FERMARE L'INARRESTABILE MAREA (ANCHE CHIUDENDOCI)
 ..."Un’indagine Ipsos del 2015 ha mostrato come si pensi che gli immigrati rappresentino il 26% della popolazione residente in Italia, quando i dati ufficiali indicavano il 9% nel 2015 (oggi siamo al 10,6% considerando anche gli irregolari, i rifugiati e i richiedenti asilo, dati che abbiamo stimato usando ISMU, Eurostat e Ministero degli Interni, oltre ai dati Istat sulla popolazione straniera residente).
 E, ancora di più, è sovrastimata la presenza di immigrati di religione musulmana: gli italiani pensano che siano il 20% dei residenti, quando le stime ufficiali si aggirano intorno al 3-4%.
 Con queste percezioni, la crescita della preoccupazione per il tema è estremamente rilevante, come emerge dai nostri dati di trend relativi all’agenda delle priorità dei cittadini, una domanda a risposta spontanea che ci aiuta a capire i timori degli italiani."
 La tabella mostra le vriazioni delle priorità nazionali che in due anni vedono "occupazione ed economia" e "corruzione malaffare efficinza istituzioni" diminuire rispettivamente del 5% mentre la "immigrazione" cresce del 19%.
 Scorrendo il pamphlet si scopre che gli italiani sono oggi il popolo che più teme l'apertura economica del Paese (38% contro il 33% dei francesi, 29% degli statunitensi, 28% dei tedeschi e via a scendere.
 "L’Italia è un paese sempre più vecchio, gli immigrati sono necessari, perché nascano bambini, per le tasse che pagano, per il contributo che danno nel pagare le pensioni" Con questa osservazione della nostra situazione demografica si dichiarano d'accordo il 46% degli italiani, in disaccordo il 54%!
 Impressionante infine lo spostamento delle opinioni sullo Ius soli:
 "In generale lei quanto sarebbe d'accordo ad estendere la cittadinanza italiana ai figli di immigrati stranieri nati nel nostro Paese, con almeno un genitore che ha un permesso di soggiorno permanente in Italia?" in soli sei anni si sono ribaltate le posizioni:
 D'accordo 71% nel 2011; 44% nel 2017.
 In disaccordo dal 27% al 54%.

 Sul complesso problema se vi possa essere o no « una loro integrazione nella comunità nazionale italiana» nelle « condizioni economiche attuali (disoccupazione di massa, etc.)» o in un paese come l’Italia che tu giudichi « molto fragile e diviso, proprio sul piano culturale» manterrei (almeno tra noi due) la discussione aperta e valuterei attentamente tutte le ipotesi pro e contro. Una posizione di *ricerca*, che non ceda alla propaganda né dei buonisti né dei cattivisti mi pare l’unica che possano adottare degli intellettuali pensanti.
 Io pure non voglio né sterminare né essere sterminato. E volentieri analizzerei « quel che è GIA' accaduto in Francia», ma senza cortocircuiti automatici e ansie da ultima spiaggia. E valuterei anche l’opinione di Hollande, che però voglio discutere. Mi pare chiaramente “differenzialista”: questi erano inassimilabili allora ( quando stavano nei loro deserti) e lo restano adesso (che li abbiamo “accolti” nelle nostre banlieu: lo sono cioè per sempre, “per natura” e perciò non ci resta che recintarli e ghettizzarli. Sai che questo è un punto di divergenza forte. Quanto al « progettino degli islamici», no,non è « una prospettiva piacevole o "umana"» un ritorno alle guerre di religione, ma
 per me resta il fatto che tra il dire e il fare...

 

Roberto Buffagni Grazie della replica. E’ molto importante che lo schema amico/nemico che informa il Politico NON tracimi nel dibattito culturale. La cosa che mi fa veramente paura, avendo due figli sui vent’anni, è la polarizzazione in due campi che non riescono e non vogliono più comunicare: la “identity politics” dei liberals americani, fotocopiata qui Europa dai progressisti, sta provocando un tremendo contraccolpo eguale e contrario che può davvero provocare insorgenze razziste, stavolta su base scientistica (tipo QI dei negri e così via).

Roberto Buffagni Per sfiorare il tema “integrazione”, ti propongo un aneddoto storico paradossale e istruttivo. Guerra d’Algeria, casino, chiamano de Gaulle. DG vince sul piano militare, dopo di che molla l’Algeria perchè ritiene impossibile integrare come cittadini francesi a tutti gli effetti 10 MLN di algerini. “Non voglio che Colombey les Deux-Eglises diventi Colombey les Deux Mosquèes”. Insorge l’OAS, i cattivoni paracadutisti fascisti dell’OAS. Progetto politico dell’OAS: integrazione di TUTTI gli algerini nella madrepatria francese, con pieni diritti politici etc. Domanda: chi era il cattivo? Chi aveva la vista più lunga?

 

Ennio Abate Il tuo aneddoto andrebbe esaminato nel quadro generale dello scontro tra paesi colonizzatori e rivolte anticoloniali “terzomondiste” incoraggiate anche dai Paesi che parteciparono alla Conferenza di Bandung del 1955 e poi dalle varie riprese del neocolonialismo. Nei termini in cui la poni ( Chi era il cattivo? Chi aveva la vista più lunga?) è già evidente che tu dai ragione al “lungimirante” De Gaulle contro i “cattivoni” dell’OAS. La cui proposta era chiaramente strumentale alla lotta politica che in quel momento divideva la Francia. Chi poteva volere allora in Algeria l'”integrazione di tutti gli algerni nella “madrepatria francese” se la spinta reale era alla liberazione nazionale dell’Algeria?

Invece io, nella logica di una ricerca aperta e a piccoli passi (poiché entrambi – credo – abbiamo vari impegni che ci impediscono studi specialistici sulla questione) ti proporrei questo link che offre una definizione elementare, problematica, abbastanza aggiornata ( e non piattamente propagandistica) del termine ‘ integrazione’:http://www.parlarecivile.it/…/immigra…/integrazione.aspx

 

Roberto Buffagni Letto. Come dicevo altrove, i modelli di integrazione sono due: assimilazione, che vale per piccoli numeri; multiculturale, che è il modello imperiale (integrazione di popoli, che conservano le loro tradizioni, etc.). La Gran Bretagna ha adottato anche in madrepatria il modello multiculturale imperiale, e nonostante lo Stato britannico sia forte, la popolazione autoctona patriottica e coesa, gli è scappato di mano. Motivo: il modello multiculturale imperiale NON è compatibile con il contesto culturale e politico occidentale moderno. Nelle democrazie a suffragio universale, la premessa culturale e metodologica è che i cittadini siano tutti eguali. A questa eguaglianza formale deve però corrispondere quel che i politologi chiamano “idem sentire”, cioè una sostanziale somiglianza culturale. Se nel territorio nazionale sono presenti enclaves di popoli che NON partecipano della cultura autoctona, e NON vogliono/possono integrarvisi assimilandosi, accade che le divisioni politiche si disegnano su base identitaria (etnica, religiosa, tribale, etc.). Lo si vede nella sua forma estrema nelle “democrazie” africane, dove i partiti si basano sui clivages etnici, tribali, religiosi, etc.; chi va al potere si impadronisce della macchina dello Stato, e di tanto in tanto coglie l’occasione per sterminare l’avversario storico (v. i recenti accadimenti in Egitto, Algeria). Il modello multiculturale imperiale funziona quando il contesto culturale e politico prevede (formalmente o di fatto) che i cittadini NON siano tutti uguali. Per questo è indispensabile che l’Impero abbia una etnia e una religione civile dominante, e che conceda alle altre etnie e religioni franchigie più o meno ampie, con un percorso graduale verso una integrazione sempre maggiore. L’esempio moderno che pare funzionare è la Russia, dove i cittadini sono tutti eguali davanti alla legge, ma esiste una etnia dominante (Grande Russa) una religione dominante (cristianesimo ortodosso) alla quale sono tenuti a prestare pubblico omaggio tutti gli uomini politici a livello federale (il Ministro della Difesa che l’anno scorso, in occasione dei festeggiamenti per la vittoria nella IIGM, si è scoperto il capo e fatto il segno della croce sotto la grande icona del Cristo Salvatore che sormonta la porta d’ingresso nella Piazza Rossa è un buddhista). Il problema islamico pare risolto: dopo una guerra terrificante contro i jihadisti ceceni che li ha sradicati, al potere in Cecenia c’è un presidente e un governo sunnita che evidentemente ha trovato un buon accordo con il potere centrale, e ci sono reparti islamici che combattono in Siria contro l’Isis. Sintesi: solo il modello multiculturale imperiale consente di integrare pezzi di popoli, per due ragioni: a) il modello imperiale VEDE le differenze tra i popoli b) il modello imperiale è gerarchico, e dunque CONTROLLA le differenze tra i popoli. Il benchmark è l’Impero romano, meglio di così non ha fatto nessuno. Il modello liberale delle democrazie occidentali invece NON vede le differenze tra i popoli, NON le controlla, e oscilla tra una richiesta di assimilazione volontaria (che può funzionare per individui, non per popoli), fiducia che il puro e semplice costruttivismo sociale e l’esposizione degli immigrati alla vita quotidiana consumistica e capitalistica li renderà identici agli occidentali, e la rimozione del problema.

 

Ennio Abate Perché «il modello liberale delle democrazie occidentali […] NON vede le differenze tra i popoli, NON le controlla» e, in Gran Bretagna, quello multiculturale è « scappato di mano»?

Secondo me, non per incompatibilità «con il contesto culturale e politico occidentale moderno», ma perché *troppo* occidentale (o *occidentocentrico*) nel suo prevedere di fatto una integrazione o per assimilazione o *soltanto* multiculturale.

Il limite per me sta qui: l’integrazione è pensata *soltanto* come integrazione culturale, tiene conto esclusivamente di quello che gli uomini *credono di essere*. Ora la cultura è qualcosa di importante e ben radicato negli uomini ma non è tutto l’uomo. Qui seguo ancora Marx: «L’organizzazione sociale e lo Stato risultano costantemente dal processo della vita di individui determinati; ma di questi individui, non quali possono apparire nella rappresentazione propria o altrui, bensì quali sono realmente, cioè come operano e producono materialmente, e dunque agiscono fra limiti, presupposti e condizioni materiali determinate e indipendenti dal loro arbitrio. La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale» (http://online.scuola.zanichelli.it/…/U3-L06_zanichelli…).

È questa realtà, mai statica e solo in parte presente in modo vivo nella cultura di un singolo, di un gruppo, di un popolo, che « prima o poi scappa di mano» a governanti e intellettuali. Perché innanzitutto è esclusa dai pensieri di quanti lavorano sui problemi dell’integrazione secondo i modelli dell’assimilazione e del multiculturale.

Quando, ad esempio, scrivi: « Nelle democrazie a suffragio universale, la premessa culturale e metodologica è che i cittadini siano tutti eguali», dai per scontato la sua validità. Ma così accantoni la secolare critica, che io ancora riconduco soprattutto a Marx e al marxismo e che s’è sforzata di capire se effettivamente «i cittadini siano tutti uguali», svelando quanto sia formale e apparente.

A me pare, dunque, evidente l’abisso esistente tra i politologi (o i politici, o i capi religiosi, ecc.) che si accontentano di un «idem sentire» o di una «somiglianza culturale», che mai definirei «sostanziale» (alla luce del punto di vista marxista), e chi critica proprio questo «idem sentire».

Chi si chiede perché sui territori di alcune nazioni (aggiungo io: dall’Ottocento colonizzatrici) si siano formate oggi «enclaves di popoli che NON partecipano della cultura autoctona» non può eludere un’ indagine storica sul colonialismo e quella sociologica sulle condizioni concrete – unilaterali, sfavorevoli, coatte, emarginanti (secondo me) – in cui i reali tentativi di integrazione sono stati stata pensati e praticati finora. Per me hanno mirato esclusivamente a conservare un rapporto di dominio. E nella sostanza non vedo differenza vera tra le democrazie africane, quando, impadronitesi della macchina dello Stato hanno sterminato «l’avversario storico» e le nostre democrazie occidentali, che hanno negli ultimi decenni “sterminato”(penso alla Thatcher) in modi in apparenza più “morbidi” le loro classi lavoratrici.

Contro ed oltre la soluzione imperiale (o oggi russa) che «prevede (formalmente o di fatto) che i cittadini NON siano tutti uguali»,concedendo al massimo «alle altre etnie e religioni franchigie più o meno ampie, con un percorso graduale verso una integrazione sempre maggiore», esiste per me ancora l’ardua prospettiva pensata da Marx. Dalla quale è desumibile una politica di integrazione ben diversa dalle attuali.

P.s.

Proprio non capisco come fai a considerare un esempio di buona integrazione quello della Russia di Putin.

 

Roberto Buffagni Rispondo dalla fine. La Russia di Putin (per quel che ne so, non leggo il russo) è un esempio riuscito di integrazione imperiale di popoli molto diversi perchè i suddetti popoli convivono senza scannarsi e collaborando, con un grado di consenso che non so, alla vita comune della Federazione Russa; per esempio nelle FFAA, nella vita politica, etc. Viste le premesse (implosione URSS, caos, anarchia, forze centrifughe scatenate, criminalità organizzata che prende il potere in diversi posti, guerre cecene con la ciliegina di Beslan) è una riuscita straordinaria, fossi russo nel mio giardino erigerei una statua a Putin.

Roberto Buffagni Il paragone tra Rwanda e Gran Bretagna della Thatcher, Ennio, è folle. Capisco il paradosso, capisco l’iperbole, ma qui esageri. Se Marx ti insegna a equiparare tutto sotto la categoria “rapporto di dominio”, per cui o c’è il comunismo o macelli in Rwanda e Thatcher sono sostanzialmente la stessa cosa, o Marx sbaglia tutto, o sbagli tutto tu, o sbagliate tutto entrambi.

Roberto Buffagni Per uscire dal fantasy escatologico, aggiungo che trovo uno dei punti più deboli della filosofia marxista lo schema “struttura economica che determina la sovrastruttura”, se non altro perchè, lasciando libertà 0 alla volontà e alla ragione, conclude in un determinismo e uno storicismo integrali che, oltre a essere poco simpatici, diciamo, sono anche masochisti assai, visto il fallimento colossale dell’esperimento comunista. Se tu dici: “la struttura economica determina la sovrastruttura, e insito nella dinamica della struttura c’è il rovesciamento dialettico da capitalismo a comunismo”, e poi invece il rovesciamento dialettico da capitalismo a comunismo NON c’è, ti sei fregato con le tue manine, e l’unica via ragionevole che ti resta è adeguarti al capitalismo e prenderlo così com’è e come non può non essere, visto che è, appunto, “la struttura” che determina tutto il resto. Come in effetti ha fatto la maggioranza degli ex comunisti.

Roberto Buffagni L’idea che l’integrazione dei popoli i più diversi avviene anzitutto attraverso le condizioni materiali di vita è poi l’idea che ha suggerito alla Confindustria francese di far votare il ricongiungimento familiare per gli immigrati, o quella che giustifica, in generale, la posizione immigrazionista dei progressisti. Tu dici, “ma se ci fosse la giustizia sociale l’integrazione avverrebbe”. Ma la giustizia sociale non c’è, il comunismo figuriamoci, e le condizioni materiali di vita non cancellano “quel che gli uomini credono di essere”, anche perchè NON c’è una posizione oggettiva, il punto di vista di un Dio della Storia in grado di distinguere tra “quel che gli uomini credono di essere” e quel che gli uomini effettivamente sono. C’è il punto di vista di Dio (Quello vero), che però non è facile determinare univocamente.

Roberto Buffagni I “rapporti di dominio”, cioè le gerarchie sociali, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Il ventaglio di possibilità e di realizzazioni storiche delle gerarchie sociali è amplissimo, e va da Molto Buono a Intollerabile. Tenere presente questo fatterello aiuta a ragionare.

 

Ennio Abate *Interrompo per un attimo lo scambio con Roberto Buffagni per aggiungere al testo di Marco Revelli un altro passo pubblicato oggi su "il manifesto". [E.A.]
 
 SEGNALAZIONE
 
 Migranti, chi infligge colpi mortali al codice morale
 di Marco Revelli
 https://ilmanifesto.it/migranti-chi-infligge-colpi.../
 
 Stralcio:
 
 Qui non c’è, come suggeriscono le finte anime belle dei media mainstream (e non solo, penso all’ultimo Travaglio) e dei Gabinetti governativi o d’opposizione, la volontà di ricondurre sotto la sovranità della Legge l’anarchismo incontrollato delle organizzazioni umanitarie.
 
 Non è questo lo spirito del famigerato «Codice Minniti» imposto come condizione di operatività in violazione delle antiche, tradizionali Leggi del mare (il trasbordo) e della più genuina etica umanitaria (si pensi al rifiuto di presenze armate a bordo). O il senso dell’invio nel porto di Tripoli delle nostre navi militari.
 
 Qui c’è la volontà, neppur tanto nascosta, di fermare il flusso, costi quel che costi. Di chiudere quei fragili «corridoi umanitari» che in qualche modo le navi di Medici senza frontiere e delle altre organizzazioni tenevano aperti. Di imporre a tutti la logica di Frontex, che non è quella della ricerca e soccorso, ma del respingimento (e il nome dice tutto).
 
 Di fare, con gli strumenti degli Stati e dell’informazione scorretta, quanto fanno gli estremisti di destra di Defend Europe, non a caso proposti come i migliori alleati dei nuovi inquisitori. Di spostare più a sud, nella sabbia del deserto anziché nelle acque del Mare nostrum, lo spettacolo perturbante della morte di massa e il simbolo corporeo dell’Umanità sacrificata.
 
 Non era ancora accaduto, nel lungo dopoguerra almeno, in Europa e nel mondo cosiddetto «civile», che la solidarietà, il salvataggio di vite umane, l’«umanità» come pratica individuale e collettiva, fossero stigmatizzati, circondati di diffidenza, scoraggiati e puniti.
 
 Non si era mai sentita finora un’espressione come «estremismo umanitario», usata in senso spregiativo, come arma contundente. O la formula «crimine umanitario». E nessuno avrebbe probabilmente osato irridere a chi «ideologicamente persegue il solo scopo di salvare vite», quasi fosse al contrario encomiabile chi «pragmaticamente» sacrifica quello scopo ad altre ragioni, più o meno confessabili (un pugno di voti? un effimero consenso? il mantenimento del potere nelle proprie mani?)

 

Roberto Buffagni Bravo Revelli, ricetta infallibile per alimentare il razzismo (vero, su base scientista). Avanti che c’è posto.

 

Ennio Abate @ Roberto Buffagni

1. Riprendendo il dialogo

Sulla Russia di Putin. Di sicuro io sono meno informato di te e su certi temi gioco di rimessa, reattivamente. Ma mi pare giusto chiedersi anche che tipo di convivenza e che grado di consenso viene *imposto* dalla Federazione Russa a quei popoli. Ci saranno sicuramente molti russi che, se hanno il giardino, avranno eretto una statua a Putin, ma a volte sopportiamo il peggio convinti che sia il meno peggio e perché il meglio proprio non lo vediamo più o ci pare impossibile da raggiungere.

Il paragone tra Rwanda e Gran Bretagna della Thatcher. Non è folle ( e, tra l’altro ho virgolettatato: « “sterminato”(penso alla Thatcher)»). Ma tu sai che io subisco ,ma non accetto con convinzione, come te, che,siccome «i “rapporti di dominio”, cioè le gerarchie sociali, ci sono sempre stati» ci debbano «sempre» stare e sempre «ci saranno». E penso, comunque, di ragionare lo stesso, anche se muovo da altre premesse e rispondo ad altre spinte, un po’ simili a quelle di un Marx e di tanti altri pensatori. Perciò vedo io pure su un piano empirico le differenze tra le democrazie africane e le nostrane, ma non una «vera» differenza, che indichi un salto di civiltà, uno spostamento dei contrasti sociali a un livello più alto: quello di cui parlava Fortini nella voce ‘Comunismo’, che ho commentato su Poliscritture. Lo so, questa prospettiva per te non ha senso: « la giustizia sociale non c’è, il comunismo figuriamoci». Ma per me resiste e guidaanche i miei giudizi sui rapporti di dominio che vanno «da Molto Buono a Intollerabile». Intollerabile anche per me sono i «macelli in Rwanda» o lo sterminio degli ebrei o i gulag sotto Stalin, ma non riesco a sentire come «molto buono» l’operato della Thatcher o dei vari governanti occidentali.

Filosofia marxista. Mai vorrei imbarcarmi in una discussione scolastica sullo «schema “struttura economica che determina la sovrastruttura”». Non è il mio pane. Mi limito a dire che seguo soprattutto le ricerche di quei marxisti che hanno “descolasticizzato” il Marx “obbligatorio”e “storicista” del vecchio PCI: da Fortini a Panzieri fino ai vari operaisti o antioperaisti o postoperaisti. Non ho esitazione ad ammettere – lo fanno tutti questi pensatori – « il fallimento colossale dell’esperimento comunista», ma non per questo mi sono convinto che l’unica «via ragionevole» sia adeguarsi a al capitalismo o al neoliberismo, come hanno fatto – è vero – tantissimi dell’ex- PCI.

Integrazione dei popoli e condizioni materiali. Agire sulle condizioni materiali in una prospettiva comunista non ha nulla a che vedere con le misure della Confidustria. È in altra logica ( non di dominio). Ho poi solo sottolineato che alla visione culturalista e multiculturalista, che tiene conto esclusivamente di «”quel che gli uomini credono di essere”» sfugge un bel pezzo di realtà, per cui i loro modelli di integrazione sono monchi. Marx si sarebbe illuso di poter parlare da «una posizione oggettiva» ( o, col tuo linguaggio, nel porsi dal « punto di vista di un Dio della Storia in grado di distinguere tra “quel che gli uomini credono di essere” e quel che gli uomini effettivamente sono»)? Penso fino ad un certo punto. Perché solo ponendosi come scienziato (vedi studi di Althusser, La Grassa, ecc.) ha potuto svelare lo sfruttamento presente nei rapporti sociali capitalistici al di là della apparenza di rapporti tra cittadini « tutti uguali» davanti alla legge.

2. Su Revelli

Ti rimando al post IN POLEMICA che ho dedicato alla presa di posizione di Giuseppe Masala (qui). Accusare genericamente Marco Revelli di “alimentare il razzismo” equivale ad accusare un medico di ammazzare un paziente. Bisogna dimostrarlo.

 

Roberto Buffagni Scusa se ti replico molto in breve, ma sono di fretta. Brevità + quota ingiustizia = a) comunismo è malattia, non cura b) pensare che i rapporti sociali gerarchici possano sparire, come ad es. Lenin in “Stato e rivoluzione”, è una trasposizione dell’escatologia sul piano storico e conduce a rapporti dispotici o ad anarchia o a entrambi, come la storia anche sovietica dimostra abbondantemente c) Revelli è un medico che non ha studiato l’anatomia e ammazza il paziente, perchè anche lui rivendica valori cristiani (elezione della vittima, ad esempio) separandoli dai principi, in particolare dal principio che il regno di Dio non è di questo mondo. In questo modo contribuisce pro quota a fare disastri immani e poi dà la colpa alla società che non lo ascolta. Con medici così non c’è bisogno di ospedali, bastano i cimiteri. Negare che l’immigrazione di massa pone problemi enormi d’ogni tipo agli autoctoni e trattarli da razzisti perchè aprono bocca e dicono (per ora) qualche parolaccia è inqualificabile e pericolosissimo, perchè provoca un backlash garantito. Non so chi frequentate tu e lui, ma vi faccio presente che molti, davvero molti italiani non ne possono più dell’immigrazione, e da un bel po’ si cominciano a sentire parole che non avevo mai sentito prima, parole che non promettono niente di buono. Non è colpa di Salvini. E’ colpa della realtà, e del risentimento per le autorità che sino a prima della baatosta elettorale del PD hanno negato sfacciatamente quel che è chiaro come il sole. Continuare a negare, infliggere disprezzo sugli italiani che patiscono serie conseguenze dell’immigrazione, fare predicozzi ispirati a un universalismo politico sciagurato e a un umanitarismo profondo 5 cm., è gettare la proverbiale benzina sul fuoco. Liberi di non credermi; invito soltanto a riflettere per un istante che immigrati e autoctoni non sono santi, sono uomini capacissimi di fare tanto, tanto male. E lo siete anche voi, che a mio parere lo fate senza volere, anzi volendo fare tanto bene. L’esperienza mi ha insegnato che sono meno pericolosi i delinquenti, che almeno si sa come trattare, dei benintenzionati ciechi. Si chiama eterogenesi dei fini.

 

Ennio Abate In breve pure io.

a) Il comunismo è malattia per le élites dominanti. Anzi peggio: il Male assoluto da sradicare anche solo nel pensiero. Ma è e sarà ancora *speranza* e *tentazione* per quanti soffrono e vivono male in questa società e *pensiero dominante* di chi cerca più libertà.

b) Sì, Lenin, nel suo “Stato e rivoluzione”(settembre 1917, alla vigilia della Rivoluzione russa) cadde in pieno nella *tentazione* e s’immerse in quel secolare fiume utopico che da Tommaso Moro a Müntzer ai levellers agli anarchici ha alimentato il pensiero utopico. Ha trasposto «l’escatologia sul piano storico»? Ma non avevamo detto, parlando di Fortini, che il ogni movimento politico ci sono venature religiose più o meno forti e mai eliminabili, essendo impossibile un movimento o un mutamento fatto solo da un’élite di intellettuali o sapienti? Perché scandalizzarsene? Il risultato dispotico o anarchico è uno dei rischi di ogni tentativo di mutamento “vero”. Frenerà ma non impedirà mai la *tentazione* al bene ( Brecht). Che risorge sempre anche dalle sconfitte più cocenti, perché le condizioni d’ingiustizia e di sfruttamento non sono sanate.

c) La tua insistente e irridente caricatura delle posizioni di Marco Revelli mi pare ingiustificata. Non mi pare che egli neghi che «’immigrazione di massa pone problemi enormi d’ogni tipo». È vero invece che per lui non è un problema solo per gli «autoctoni», come tu insisti a dire. Il razzismo *sociale* c’è. É – concordo – in crescita, ma non perché alimentato da Revelli, come tu hai scritto, o dai pochi che lo contrastano; ma da un amplissimo e ormail trasversale arco di attori politici, che vanno dalla Lega di Salvini al M5S e allo stesso PD di Renzi posizionatosi sull’”aiutamoli a casa loro”. Quindi presentare costoro – una maggioranza agguerrita, organizzata e che sta “provocando” – come vittime innocue che «aprono bocca e dicono (per ora) qualche parolaccia» è un ribaltamento della verità delle cose. È il lupo che accusa l’agnello di sporcargli l’acqua! No, non «è colpa della realtà», che non è affatto chiara «come il sole», se « molti italiani non ne possono più dell’immigrazione». È la *realtà massmediale*, interpretata e imposta appunto dai vari Salvini, Grillo, Renzi, Minniti , etc., che occulta e sostituisce la *realtà*, in gran parte sconosciuta e poco indagata del fenomeno migratorio e dei suoi effetti in Italia, in Europa e altrove. E getta «benzina sul fuoco».

Nessuno disprezza «gli italiani» in blocco – questa è un’altra generalizzazione ingiustificata e umorale – quando invita, come fanno Revelli, il «Papa Coso», come tu lo chiami, e tanti ancora, non del tutto immersi nel sonno della ragione, a considerare *umani* e non *subumani* o *mucchio anonimo* i migranti travolti dalla « bufera infernal, che mai non resta». E a pensare ed agire *secondo questo principio*.

Nessuno considera «santo» nessuno. Ma il «tanto male» ritengo che lo stia facendo questo blocco di forze politiche che ha scelto la maniera spiccia e forte e non vuole sentire più ragioni. (Quelle ad es. di Alessando Visalli, che ho segnalato:https://tempofertile.blogspot.it/…/scrivendo-margine…

 

Roberto Buffagni Direi che i disaccordi sono chiari, come è bene che sia quando le culture, non solo politiche, sono davvero distanti. Ultima chiosa: su un approccio come quello di Visalli concordo nell’insieme, come puoi vedere anche dai commenti che gli ho dedicato. Da un approccio come quello di Revelli, e come il tuo, dissento in toto, e il motivo principale del dissenso è che lo ritengo catastroficamente privo del minimo di realismo non solo politico necessario, quindi del tutto erroneo e veramente pericoloso. Che poi ci siamo pericoli anche “da destra”, non ci piove, e l’ho già detto e ripetuto. La rivendicazione dell’impossibile, appunto la trasposizione dell’escatologico sul piano temporale, è “inevitabile” come tu dici, e io non me ne “scandalizzo” affatto: la avverso radicalmente, perchè è uno sbaglio, intellettuale e spirituale, di proporzioni epocali, che ha GIA’ prodotto vicende devastanti ed è capace di produrne altre non meno disastrose. Una illustrazione meno frettolosa del mio pensiero la trovi qui: https://www.ilcovile.it/…/COVILE_853_Buffagni_lettere…

 

Ennio Abate È strano che anch’io concordi (in generale e non necessariamente sulle singole tesi) con il post di Visalli che ho segnalato (e con molti altri). E Revelli non è comunque così in contrapposizione a una visione del problema migrazione come fenomeno complesso. Per cui i nostri disaccordi e le nostre distanze molto chiare – concordo – non dovrebbero portare, come mi pare tu faccia, a dire che posizioni come la mia o quella di Marco Revelli siano prive del « minimo di realismo non solo politico necessario» ma sicuramente erronee e pericolose. Non c’è nessuna «rivendicazione dell’impossibile» nel contrastare, come fa Revelli, gli «specialisti del disumano» alla Minniti & C. ma la semplice difesa di chi tenta di salvare vite umane. Ma, al di là della tua radicale avversione, ne riparleremo, spero.

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Comments   

#3 Ennio Abate 2017-08-21 00:37
A Eros Barone

"La prima osservazione da fare su questo dibattito, in cui non compaiono mai né la parola né il concetto di imperialismo"

"Poiché la vera causa di tutti i mali non è la mancanza di diritti o di rispetto per la persona umana, ma il capitalismo."

Un dialogo parte da un tema e si svolge seguendo un percorso non prestabilito dai dialoganti. Quindi se non c'è la parola o il concetto di imperialismo non significa che si perda necessariamente in vuota chiacchiera.
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#2 Eros Barone 2017-08-18 18:40
La prima osservazione da fare su questo dibattito, in cui non compaiono mai né la parola né il concetto di imperialismo, è il suo carattere ridicolmente paradossale di 'lucus a non lucendo' o, se si preferisce, di 'canis a non canendo'. In effetti, tanto l’idea di blindare il nostro paese per fermare il flusso di disperati che si riversa sul nostro territorio quanto l’idea di accoglierli indiscriminatamente sono altrettanto illusorie (oltre ad obbedire esclusivamente a motivazioni politico-ideologiche di carattere propagandistico): entrambe queste idee eludono infatti la vera questione, che è quella rappresentata dall’intero sistema dei rapporti internazionali creati sulla base del capitalismo imperialista. Una questione che viene accuratamente rimossa, giacché sono proprio questi rapporti che producono tale fenomeno, ne impediscono la soluzione e, con il passare del tempo, lo renderanno, con la loro esistenza e con la loro azione, sempre più imponente e sempre meno controllabile. Occorre invece prendere coscienza del fatto che la causa prima del sottosviluppo cronico e dello sfruttamento che colpiscono i paesi di quello che una volta era definito il Terzo Mondo è, anche nella ‘civilissima Europa’, l’imperialismo. Dal canto suo, la borghesia esprime nei confronti di questo problema un duplice atteggiamento: se, per un verso, essa è condizionata dalla preoccupazione di controllare la ‘grande invasione’, per un altro verso è interessata, mediante una forma di moderno schiavismo, a reclutare manodopera a basso prezzo da utilizzare nei lavori più pesanti e insalùbri o da schierare lungo i marciapiedi. Il fatto che poi questa contraddizione interna si manifesti nel conflitto tra razzismo ed antirazzismo altro non dimostra se non la funzione di quella ‘camera oscura’ che è l’ideologia, funzione consistente per l’appunto nel riflettere i rapporti reali in modo rovesciato (del resto, non è casuale, ma obbedisce ad una precisa logica materiale, che la reazione rudemente immediata di certi settori popolari che vivono sulla loro pelle le conseguenze economico-sociali della immigrazione assuma il colore fosco del ‘razzismo’, mentre una nobile opzione ‘antirazzista’, tanto programmatica quanto illuminata, caratterizza, oltre all'attuale papato e ad una parte della Chiesa cattolica, quella grande borghesia al cui traino si pongono certi strati della piccola borghesia intellettuale, appartenenti all'‘asinistra’).
In realtà, sia i neomalthusiani che denunciano la mancanza di politiche di appoggio a quelli che eufemisticamente definiscono paesi in via di sviluppo (politiche senza le quali sarebbe impossibile contenere il loro incremento demografico ed arrestarne le correnti migratorie), sia i rappresentanti della filantropia borghese e piccolo-borghese di ispirazione più o meno cattolica che invocano la politica delle ‘porte aperte’ partono dallo stesso presupposto: il carattere immodificabile dell’attuale divisione mondiale del lavoro, della produzione e dei mercati, che rende necessaria (per i paesi imperialisti) l’esistenza di paesi economicamente sottosviluppati e politicamente dipendenti, quando non militarmente aggredibili, fornitori di materie prime e manodopera a basso costo, così come si conviene alla loro natura di riserve di caccia e moderne colonie del capitale finanziario e delle imprese multinazionali.
Ancora una volta si staglia di fronte ai lavoratori sfruttati, ai popoli oppressi e alle nazioni che aspirano all’indipendenza, in apparenza temibile come una scogliera di marmo, in realtà fragile come una tigre di carta, quel ‘meccanismo unico’ che è, secondo l’analisi di Lenin, la formazione imperialistica mondiale: un insieme di capitalismo monopolistico, sciovinismo, bellicismo, razzismo, moderno schiavismo, vecchio e nuovo colonialismo. Qualsiasi analisi della realtà, qualsiasi dibattito sui problemi, qualsiasi proposta di intervento che non tenga conto di tale fattore è inutile o illusoria: è, come ha detto un grande saggio dell’età moderna, più squallida del vento che sussurra d’autunno tra le foglie secche. Poiché la vera causa di tutti i mali non è la mancanza di diritti o di rispetto per la persona umana, ma il capitalismo.
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#1 Giuseppe 2017-08-18 16:55
Loro scappano dai privelegi alla ricerca dei diritti per tutti e per ciascuno. I Popoli europei vivono nei diritti per tutti e per ciascuno o nei privilegi di pochi? Ad maiora semper
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