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Ecco perché non dovreste mai credere ai vostri occhi
di Kit Knightly - off-guardian.org
Lo spot pubblicitario è semplice. Un autobus è bloccato nel traffico dopo aver urtato un carretto della frutta, una giovane passeggera guarda fuori dal finestrino un bel ragazzo in una decappottabile. Scende dall’autobus, sale in macchina e l’uomo la porta via come fosse il suo autista mentre lei mangia una barretta di cioccolato.
La giovane donna è Audrey Hepburn.
Questo ha implicazioni molto significative sulla nostra percezione del mondo in cui viviamo, in modi di cui nessuno parla veramente. Ma su Audrey torneremo più avanti.
Non sempre sembra essere così, ma gli esseri umani sono innatamente fiduciosi.
Che si tratti di uno sviluppo evolutivo progettato per rendere più facile il funzionamento di un gruppo sociale o di un residuo di migliaia di generazioni di pensiero religioso, in fondo, quello che ci viene spontaneo pensare, in modo quasi automatico, è che la maggior parte delle persone – la maggior parte delle volte – dice la verità.
Si tratta di un’inclinazione naturale che i tiranni hanno ben compreso – e di cui hanno approfittato – per secoli.
Ma, per quanto la fiducia che riponiamo negli altri sia innata, c’è qualcosa di cui ci fidiamo di più: i nostri occhi.
Siamo creature visive e, una volta che qualcuno ha visto qualcosa, o crede di aver visto qualcosa, è quasi impossibile convincerlo del contrario.
E, al giorno d’oggi, anche gli aspiranti tiranni possono approfittarne.
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Il problema non è la disobbedienza civile, è l’obbedienza civile
di Alberto Bradanini
1. In Palestina, quarantamila morti, ottantamila feriti, verosimilmente molti di più, lo sapremo solo quando l’indignazione verrà ufficialmente consentita, autorizzando a discuterne pubblicamente anche i giornalisti di giornali e TV, che confondono quotidianamente la libertà di parola con la parola in libertà. Tale umano sentimento di esecrazione sarà dunque sdoganato quando non avrà più effetto sulla sofferenza e la sopravvivenza di quel popolo martoriato, in ossequio al disegno di pulizia etnica e massacri di massa perseguito dello stato d’Israele.
Sul fronte ucraino, si combatte invece una guerra provocata a tavolino dall’incontenibile bulimia dell’impero americano che mira a destabilizzare/frammentare la Russia, per accaparrarsene le ricchezze: l’evidenza, per gli scettici residuali, riempie intere biblioteche, mentre i cervelli di regime pappagalleggiano le veline che ricevono dalle redazioni agli ordini della plutocrazia atlantica.
Con ferrea vigilanza sulla narrativa pubblica, il neoliberismo bellicista a guida Usa modella la coscienza popolare, genera sordità e acquiescenza, e rende superflui persino gli interventi destabilizzanti (colpi di stato, invasioni, diffusione di droghe, attentati) cui facevano un tempo ricorso i padroni del mondo per diffondere quei gioielli che essi chiamano democrazia e diritti umani.
Ciononostante, l’esercizio della menzogna e la criminalizzazione del dissenso non sono divenuti per ciò stesso superflui. Seppur narcotizzato o assonnato, il popolo resta inquieto. La storia insegna che se si tira troppo la corda, può uscire dal coma! La sorveglianza rimane indispensabile. Tuttavia, l’egemone unipolare – sempre meno tale, grazie al cielo, essendo il Sud del Mondo uscito finalmente dall’irrilevanza – non abbandonerà facilmente la presa e, seppur privo di egemonia, insiste a voler dominare il mondo, ricorrendo ancor più alla violenza, e diventando più pericoloso, come un orso ferito.
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Vincenzo Costa, La società dell’ansia
di Alessandro Visalli
Il libro di Vincenzo Costa, La società dell’ansia[1], è del 2024 e si inserisce nel filone dei suoi testi politici di cui fanno parte Elites e populismo[2], del 2019, L’assoluto e la storia[3], del 2023, e Categorie della politica[4], del 2023. Nel blog Nella fertilità cresce il tempo (un verso di Pablo Neruda dal Canto General[5]), questi libri sono stati letti in altrettanti post[6]. Rispetto a questi, tuttavia, il testo sembra aprire un altro e nuovo filone di ricerca che si collega probabilmente con alcuni altri del medesimo autore, inseriti nella tradizione fenomenologica di cui Costa è uno dei principali cultori[7]. Si tratta comunque di un testo ambizioso: il tentativo, per ora abbozzato di creare una sorta di economia politica delle emozioni.
Ci sono alcuni bersagli polemici, più che altro rilevabili dai termini e dalle formule a volte tranchant adoperate: il primo è la cosiddetta “svolta linguistica”[8] e la successiva “svolta argomentativa”[9], quindi Habermas che le traduce entrambe in prescrizioni politiche e sociali negli anni Novanta; il secondo è il materialismo marxiano. E c’è un oggetto centrale: l’emergenza del legame sociale, ovvero dell’ordine sociale.
Dei due bersagli polemici principali (Habermas e Marx) il primo è più evidente, in particolare è criticata la centralità del suo concetto di “razionalità” come criticabilità di azioni ed affermazioni, e quello di “argomentazione” come relazione tra azioni linguistiche le quali si ancorano alla “costrizione non coatta” dell’argomento migliore universalisticamente ancorato[10].
Il problema che Costa sente è la disgregazione del senso nella società contemporanea, ovvero del senso socialmente costituito e condiviso (non già attraverso una discussione razionale). Quindi il problema che sente è quello dell’anomia e delle sue conseguenze sociali e psicologiche.
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Covid, l’ultima parola
di Paolo Di Marco
Premessa
Con un articolo sul NYTimes del 4 Giugno della biologa molecolare Alina Chan abbiamo finalmente e pubblicamente tutti gli elementi necessari a dire l’ultima parola sulla pandemia.
Dato che si presenta come un giallo colla classica lenta raccolta di indizi, la formulazione di ipotesi e i colpi di scena, per non dimenticare tutti i possibili depistaggi, ne seguiremo lo svolgimento lungo le tappe essenziali.
Le informazioni fondamentali sono riassunte in una sequenza di articoli, partendo dal Wall Street Journal poi da quello seminale di Wade sul Bulletin of the Atomic Scientists del 5/5/2021, passando all’intervento su Nature del Giugno ’20 con un articolo a primo firmatario Daszak, poi all’articolo sul Times di Tufekci del ‘22, poi quello di Wallace del ‘22 e infine questo di Chan.
A questo vanno aggiunti i dati sulla mortalità da pandemia raccolti sul Bulletin of the Atomic Scientists così come gli ultimi studi su Nature a altri giornali scientifici sui danni collaterali dei vaccini.
1- le origini: Wuhan
A Wuhan, epicentro della pandemia, c’è il grande laboratorio per la ricerca sui virus, WIV; dato che il virus più simile al COVID (96%) proviene dai pipistrelli, e la cava di pipistrelli più vicina (da cui proviene il simile) è a centinaia di km di distanza, qualcuno sospetta subito che l’origine dell’epidemia sia un incidente di laboratorio.
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Che cosa è successo?
di Aligi Taschera
Negli ultimi quattro anni, a partire dal gennaio del 2020, è successo di tutto.
A partire dalla città cinese di Wuhan (pare) si è diffusa una forma relativamente grave di influenza, dovuta a un coronavirus (poi denominato Sars-Cov2); tale forma influenzale aveva in Italia un grado di letalità (rapporto tra il numero delle infezioni e il numero dei morti) non trascurabile, pur se concentrata soprattutto nella fascia di età maggiore di sessant’anni, con una media di 79 anni, e una mediana di 81 (il che significa che la maggioranza dei casi letali si addensava attorno agli 81 anni, cioè non molto al di sotto della speranza di vita media).
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, in seguito a 4.129 decessi nel mondo intero, dichiarava all’inizio di marzo 2020 la pandemia.
La Cina, prima ancora che fossero chiariti i meccanismi di trasmissione e l’eziopatogenesi dei casi mortali, pensava bene di chiudere in casa gli abitanti della città di Wuhan, per impedire il diffondersi della cosiddetta pandemia, che, però, giungeva nel frattempo in Italia.
Qui il governo Conte II (alleanza 5Stelle – PD), con il suo ministro della salute Roberto Speranza, agli inizi di marzo pensava bene superare di gran lunga la Cina (normalmente esecrata come esempio inaccettabile di dittatura totalitaria) e, invece di chiudere in casa un’intera città (per quanto abitata da 11.000.000 di abitanti) ha chiuso in casa un’intera nazione di circa 60.000.000. di abitanti (l’Italia).
Gli altri paesi europei, e quasi tutti i paesi del mondo, finivano per imitare l’Italia, anche se spesso con provvedimenti un pochettino meno drastici.
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La società dei codardi
di Nestor Halak
Mi trovo spesso a guidare lungo una strada accanto a una scuola che è piuttosto difficile da percorrere perché sovente ostruita da numerosissime auto, parcheggiate ovunque, di solito con una sola persona a bordo ad aspettare. Si tratta dei genitori (genitore uno oppure due ma forse possono essere tre) o chi per loro, degli studenti che si sentono obbligati e probabilmente lo sono davvero, ad andare a prendere i figli all’uscita per evitare i terribili pericoli che il percorso fino a casa comporta per dei minorenni non protetti. Io che ho frequentato le scuole negli anni 60/70 quando la società era barbara e primitiva e questo salvifico uso non era ancora invalso, lo so bene chi incontravo per strada.
Si assume infatti che le nostre città siano sommamente insicure anche per i grandi, ma per i giovani i rischi sono ancora maggiori e la televisione e la rete ce li ricordano di continuo: i pedofili, gli spacciatori, gli assassini e i maniaci sempre in attesa con la bava alla bocca, il traffico che sfreccia a trenta all’ora rischiando di investire i pargoli, l’inquinamento dell’aria che gli avvelena i polmoni, i bulli sempre pronti a colpire nei momenti in cui non c’è sorveglianza, i minorenni che per definizione sono un pericolo per loro stessi, almeno finché non scatta il fatidico calendario e allora diventano magicamente coraggiosi e responsabili.
Chi mai li sorveglierebbe in questo spazio vuoto dalla casa alla scuola se fosse loro permesso di percorrerlo in autonomia, senza neppure, che so, il maestro di danza? Certo, ognuno di loro ha un telefonino, costantemente connesso alla rete, ma sfortunatamente i pargoli sono poco propensi a rimanere in collegamento con i genitori (o magari con la polizia), sovente sono più portati a fare giochini sparatutto o pettegolezzi sui social, per cui restano pericolosi spazi di vuoto anche di interi minuti.
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LombarDie: morte di una regione
Miserie e malesseri della “regione più ricca d’Italia”
di Ilaria Padovan e Graziano Gala
Ogni anno, puntuali, le classifiche. La narrazione è la solita: un luogo dinamico, ricco, desiderabile. Un’autentica occasione: il mercato del lavoro lombardo è un polo di attrazione a livello nazionale e, negli ultimi decenni, internazionale, stando al Rapporto Lombardia 2023 – pigro e ingrato chi pensa il contrario. A parlare bastano i dati: Milano si riconferma tra le prime dieci nella classifica sulla qualità della vita stilata dal Sole24Ore, la Brianza si distingue per operosità e ricchezza, la regione traina l’economia nazionale rappresentandone il 20% del PIL.
È sufficiente per ignorare i problemi globali che la interessano? Secondo un’intervista rilasciata a Milano Correre da Manfredi Catella, presidente del gruppo immobiliare COIMA, leader nell’investimento, sviluppo e gestione di patrimoni immobiliari per conto di investitori istituzionali, c’è troppo pessimismo: dovremmo gloriarci, anzi, del fatto che la Lombardia è una regione che riesce ad attrarre gli investimenti. Eppure, a volerle vedere bene, le classifiche, esistono anche ben altri primati. Dimenticarsi “dei deboli, dei fiacchi e dei vinti che levano braccia disperate” (G. Verga, Introduzione al ciclo dei vinti, Treves, 1881) è facile, forse troppo. Da qui la necessità di rivalutare Milano, cuore pulsante dell’illusione, e un’intera regione che fino ai suoi confini risulta ammalata per scongiurare pericolose proiezioni che, noi per primi, speriamo fallaci.
Più che una città, un prodotto di consumo
Milano capitale morale, della finanza, dell’economia, della moda, del design. Nell’immaginario comune la città è l’emblema di quelli che ce l’hanno fatta. Anzi, di più: l’unico luogo plausibile al farcela, soprattutto dopo la campagna Expo 2015 che ha ripulito la città dal caratteristico grigio di nebbia e asfalto per far risaltare ancora meglio la sua attrattività (si veda L. Tozzi, L’invenzione di Milano, Cronopio, 2023).
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Ma tu quando piangi?
Anna Stefi in dialogo con Pietropolli Charmet
Violenti, ritirati, aggressivi, fragili, spaventati, indecisi: con un misto di preoccupazione e rassegnazione i discorsi mettono in primo piano il malessere dei giovani. Inauguriamo, con una conversazione con Gustavo Pietropolli Charmet, che non ha bisogno di presentazioni, uno speciale dedicato a questo disagio nominato, commentato, discusso.
* * * *
Stefi: Professore, partiamo dall’agio? Quali risorse incontra nella clinica, ascoltando gli adolescenti di oggi?
Pietropolli Charmet: Un’osservazione che faccio di frequente è che mi sembra che, soprattutto i maschi, siano molto più intelligenti di quelli che incontravo una volta, e rispetto a questo avrei avanzato un’ipotesi: mi pare che alla liberazione dei costumi sessuali abbia fatto seguito la liberazione di una intelligenza nella sua concezione più vasta, che rende il primo colloquio con un adolescente qualcosa che rivela una plus dotazione. I primi colloqui sono particolarmente nutrienti per un terapeuta che non abbia riferimenti rigidi e che si lasci incantare dalle capacità narrative, creative, espressive, relazionali anche un po’ misteriose e affascinanti.
Stefi: Come se, con la messa in questione dell’immagine di uomo potente, la domanda non fosse più: come si fa a esser uomo ma cosa vuol dire essere un uomo?
Pietropolli Charmet: Mi sembra qualcosa di possibile, mi sembra cioè che tolto il tappo della rimozione, della repressione, e anche della concentrazione sugli aspetti della aggressività e della conflittualità, della contestazione con la legge e con la regola – con il padre, con Dio, con tutto – possano dedicarsi maggiormente ad altri aspetti. Qualitativamente era raro, anzi, era quasi entrato nella psicopatologia l’adolescente plus-dotato.
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Il capitalismo perde il “pelo moderno” - ma non il vizio
di Antonio Martone
Pubblichiamo la relazione del Prof. Antonio Martone al decennale de L’Interferenza tenutosi lo scorso 11 Maggio
1. Competizione maschile e cooperazione femminile?
Una posizione oggi ricorrente nel dibattito pubblico vorrebbe l’incapacità da parte delle donne di ottenere una reale valorizzazione della propria femminilità a causa della necessità di imitare i modelli maschili. Secondo questa posizione, molte donne avrebbero ottenuto posti di rilievo nella società soltanto sacrificando la propria femminilità. In altre parole, in nome del successo, le donne avrebbero dato spazio a ira, superbia, lussuria, competizione e magari anche, se si guarda ad alcune donne di potere contemporanee, a cinismo senza scrupoli. In pratica, trattasi proprio di quelle caratteristiche che le donne stigmatizzerebbero negli uomini. Se ciò fosse vero, assisteremmo a un malinteso concetto di emancipazione capace di produrre una sorta di virilizzazione del femminile: una rinuncia alle proprie prerogative “naturali” - l’empatia, la relazione, la sensibilità - a favore di ruoli modellati su stereotipi maschili.
Come rispondere a questa tesi? Intanto, dico subito che la questione della femminilità e della sua espressione è complessa e sfaccettata: non esistono prove storiche tangibili che confermino l’esistenza di una forma pura e inespressa di femminilità tale da poter emergere quando le donne non imitino gli uomini, soggettivandosi finalmente in modalità cooperative e relazionali - ciò che si considera, in maniera chiaramente sessista, mero appannaggio ontologico del femminile. Pertanto, sembra a me occorra svolgere un’analisi che non presenti metafisiche della relazionalità e dell’empatia attribuite alle donne o della cattiveria e della competizione che sarebbe invece tipica degli uomini. Per comprendere appieno la questione, è necessario offrire un quadro più completo non tanto del rapporto fra generi quanto dei processi di formazione della soggettività nel tempo del capitalismo post-industriale.
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L’epoca della vulnerabilità di Gioele Cima
di Alessandro Lolli
Come va? Siete stressati in questo periodo? Magari un po’ depressi? Avete poi risolto con quel narcisista patologico del vostro ex-partner? Questa terminologia ha invaso il linguaggio quotidiano a tal punto che non la registriamo quasi più. Gioele Cima, nel suo ultimo libro L’epoca della vulnerabilità, parte proprio da qui, dal rilevare con preoccupazione che la “psicologia ha invaso la nostra vita”.
Il che è singolare considerato che l’autore alla psicologia ha dedicato la sua, di vita: Gioele Cima in psicologia ci si è laureato, è psicologo e ricercatore indipendente. Potremmo aspettarci che sia felice della colonizzazione della società da parte del suo campo di studi; in genere gli esperti di qualsivoglia disciplina si lagnano dell’esatto contrario, dell’insufficiente centralità che la loro prospettiva ha per il resto del mondo. Invece per Cima il problema è proprio questa vittoria tennistica del lessico e dell’apparato concettuale psicologico sul linguaggio con cui oggi, tutti, esperti e non, esprimiamo le nostre emozioni. “L’epoca della vulnerabilità” di cui parla Cima, che comprende gli ultimi vent’anni circa, è il punto di arrivo di una storia iniziata oltre un secolo fa.
Titolo forte, che oggi non può che suonare provocatorio e risuonare con letture critiche del presente provenienti da una certa parte politica. Sulla bacheca di un amico, di fronte alla copertina e tre citazioni estratte da un testo, un commentatore ha dato voce al timore che l’operazione possa diventare la “bibbia dell’Alt-Right”. È forse Cima un Vannacci che ha studiato? Un Jordan Peterson con Lacan al posto di Jung? Un Joe Rogan senza background in arti marziali miste? Non ho intenzione di nascondere Cima dietro un dito e diverse delle conclusioni cui giunge nella sua analisi potrebbero essere condivise da costoro e risultare oltremodo irritanti per chi li avversa.
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Coreografi, dati e intelligenza artificiale a scuola
di Rossella Latempa
“Immaginiamo un’aula dove alcuni studenti stanno lavorando alla progettazione delle piramidi con difficili calcoli che vengono dati in pasto a un’intelligenza artificiale per generare il progetto perfetto, altri dialogano con Dante al fine di farsi spiegare cosa c’è dietro agli aneddoti che vengono raccontanti nell’Inferno mentre un altro gruppo scrive un racconto collaborando con una chat intelligente. Sono scenari di utilizzo di strumenti di Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) che molti oggi stanno iniziando a immaginare, e, alcuni, a sperimentare.”
Le parole, tratte da un’intervista al sole 24 ore sul futuro dell’istruzione, sono di Cristina Pozzi, oggi Ceo & Co-Founder Edulia dal Sapere Treccani, qualche anno fa membro della task force per la scuola della ministra Azzolina: una manager visionaria, che ricordiamo già da allora per le sue ambiziose fantasie educative (vedi qui). L’immagine che le accompagna ritrae un’ideale scuola del futuro: aula dalle ampie vetrate, studenti di diverse età e nazionalità seduti attorno a tavoli di legno chiaro, tra tablet e artefatti digitali. Il blu è il colore dominante: sono vestiti di blu i due studenti al centro della scena, che danno le spalle a chi osserva, assorti su schermi bianchi e azzurri; blu sono i piccoli robot che camminano tra i gruppi di lavoro e blu è il grande robot-guida che campeggia sullo schermo alla parete. La scena è quasi evanescente: non c’è traccia di disordine, distrazioni, conflitti. Non c’è nemmeno traccia di insegnanti. L’immagine è quella di una comunità aperta, operosa e orizzontale, in cui le macchine collaborano con gli studenti in maniera quasi spontanea. Dunque, è questa la scuola del futuro? Sposteremo le risorse dai salari dei docenti alle Big Tech?
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Narrazioni digitali. Diagnosi di un’immagine mentale
di Patrizio Paolinelli
ABSTRACT. Narrazioni digitali. Diagnosi di un’immagine mentale. In questo paper mettiamo in discussione il racconto ufficiale della rivoluzione digitale. Allo scopo analizziamo i significati contenuti nella sequenza visiva maggiormente utilizzata per interpretare il passaggio da una rivoluzione industriale all’altra. Tale sequenza istruisce il pubblico dei vecchi e nuovi media a un modo di pensare la tecnologia, i suoi effetti sociali e le sue tendenze future. Abbiamo smontato questo modo di pensare per separare la narrazione dalla realtà
Due svolte per una rivoluzione. Le comunità di pensiero (scientifica, letteraria, mediatica) affrontano l’urto dell’innovazione tecnologica sul presente rispondendo alla domanda: cosa sta accadendo oggi? E strutturano il futuro rispondendo a una seconda, inevitabile domanda: cosa accadrà domani? Dagli anni ’50 del secolo scorso i mondi della cultura, dell’impresa e dei media hanno progressivamente riempito biblioteche e archivi on-line di testi (orali, scritti, visivi) finalizzati a capire gli effetti sociali dell’automazione e a prevederne le tendenze future. Un impegno che aveva e ha ancora oggi ottimi motivi. Eccone due: 1) l’avvento della tecnologia elettronica di tipo digitale ha sconvolto i processi produttivi, contribuito a domare la forza-lavoro e affermato una nuova forma di accumulazione del capitale basata sull’informazione; 2) a partire dagli anni ’90 del XX secolo i proprietari dei vecchi e nuovi mezzi di produzione si sono impossessati dell’idea di rivoluzione spodestando nell’immaginario collettivo i rivoluzionari anticapitalisti ormai politicamente sconfitti. La due svolte, una economica e l’altra comunicativa, hanno avuto un successo travolgente e da alcuni decenni l’etichetta rivoluzione digitale è stata incollata all’insieme dei mutamenti innescati dalla tecnologia. Rivoluzione digitale: ecco la risposta alle angoscianti domande sul presente e sul futuro hi-tech.1
Storytelling globale. Corrono gli anni ’70 del ‘900 e il governo statunitense crea de facto la Silicon Valley.2 Se nella patria del profitto privato l’intervento dello Stato nell’economia fosse diventato di dominio pubblico per i tecno-imprenditori à la Steve Jobs si sarebbe trattato di un catastrofico danno d’immagine. A salvargli la faccia ha contribuito lo storytelling globale3 che accompagna i processi di automazione da un’ottantina danni a questa parte in un crescendo impressionate.
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La guerra ai tempi del capitalismo digitale*
di Andrea Coveri e Dario Guarascio
Le guerre mostrano la relazione di mutua dipendenza che vi è tra le grandi piattaforme digitali e gli apparati militari, di sicurezza e di intelligence. Una dipendenza alimentata dal controllo che le grandi piattaforme esercitano su conoscenze, infrastrutture e tecnologie critiche di tipo "duale"
Introduzione
Le grandi piattaforme digitali sono uno dei principali vettori di cambiamento nelle economie contemporanee. Alla loro ascesa è legato il processo di digitalizzazione della produzione, del consumo, della comunicazione, della logistica nonché di un’ampia gamma di servizi pubblici. A tale processo, d’altra parte, si associa una concentrazione di potere economico e tecnologico che non ha precedenti, con implicazioni rilevanti per quanto riguarda la distribuzione del reddito, l’accesso alla conoscenza e all’innovazione, la frammentazione e precarizzazione del lavoro e, non meno rilevante, la crescita delle tensioni geopolitiche (Coveri et al., 2022)1. Le grandi piattaforme giocano infatti un ruolo centrale nel conflitto che vede contrapposti i due nascenti ‘complessi militari-digitali’, quello statunitense e quello cinese (Rolf e Schindler, 2023). Nel primo caso, le piattaforme chiave sono quelle comunemente note come ‘Big Tech’: Amazon, Meta (Facebook), Microsoft e Alphabet (Google). Tra le loro controparti cinesi è possibile invece annoverare colossi quali Alibaba, Baidu, JD e Tencent.
Nonostante le piattaforme digitali siano ormai al centro dell’attenzione in numerosi ambiti scientifici (tra questi, l’economia, le scienze politiche, il diritto del lavoro, gli studi manageriali e la sociologia), vi è un aspetto rilevante del loro potere che è rimasto relativamente inesplorato. Si tratta del nesso che lega le loro strategie di crescita e gli interessi dello Stato e, più specificamente, la relazione di mutua dipendenza che vi è tra le prime e gli apparati militari, di sicurezza e di intelligence. Una dipendenza alimentata dal controllo (spesso esclusivo) che le grandi piattaforme esercitano su conoscenze, infrastrutture e tecnologie critiche di tipo ‘duale’ (ossia con applicazioni in ambito sia civile che militare).
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La scuola del futuro: un grande regalo alle aziende High-Tech
di Arianna Cavigioli
Con decreto del Ministro dell’istruzione n. 161 del 14 giugno 2022 è stato adottato il Piano Scuola 4.0, il ramo di investimenti in ambito educativo e scolastico dell’arborescente PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Il progetto è stato delineato sulla scia di azioni già attivate precedentemente grazie ai fondi del PNSD e del PON per la scuola, con i quali dal 2014 al 2021 sono stati finanziati con 1,9 miliardi di euro l’acquisto di dispositivi e tecnologie digitali (quali schermi, computer, registri elettronici, connessioni in fibra ottica, sistemi di gestione informatizzati), ma anche formazione tecnica ai docenti e veri e propri ambienti didattici digitali. L’urgente obiettivo dichiarato con il Piano Digitale 4.0 è quello di “accelerare il processo di transizione digitale della scuola italiana e allinearlo alle priorità dell’Unione Europea”. La missione prevede cospicui investimenti soprattutto nella Didattica Digitale Integrata (DDI) – percepita dai sostenitori del Piano 4.0 come uno strumento inclusivo e rivoluzionario -, nello sviluppo didattico di competenze maggiormente legate ai lavori del futuro come scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, nella formazione digitale di docenti e nella costruzione di innovativi laboratori di apprendimento – tali principalmente per via dell’uso di nuove tecnologie come realtà virtuale e aumentata. Il più grande teatro sperimentale di queste pratiche digitali sono stati sicuramente gli anni della pandemia. Nella maggior parte dei governi occidentali la dichiarazione di lockdown fu accompagnata dalla chiusura temporanea delle scuole e, persino nella loro successiva riapertura, dal continuo tracciamento di casi positivi tra studenti e docenti, al fine di escludere gli infetti reali o potenziali dalle lezioni in presenza.
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La grande frattura tra gli ebrei americani
di Peter Beinart
Questo articolo è stato pubblicato originariamente dal New York Times. Ringraziamo l’autore e la direzione del giornale per avere autorizzato la traduzione, curata da Giovanni Pillonca
Negli ultimi dieci anni circa, un tremore ideologico ha scombussolato la vita degli ebrei americani. Dal 7 ottobre è diventato un terremoto. Riguarda il rapporto tra liberalismo e sionismo, due fedi che per più di mezzo secolo hanno definito l’identità ebraica americana. Negli anni a venire, gli ebrei americani dovranno affrontare una sollecitazione crescente a fare una scelta tra queste due opzioni.
Dovranno affrontare questa sollecitazione perché la guerra di Israele a Gaza ha accelerato una trasformazione nella sinistra americana. La solidarietà con i palestinesi sta diventando essenziale per la politica di sinistra quanto il sostegno al diritto all’aborto o l’opposizione ai combustibili fossili. E come accadde durante la guerra del Vietnam e la lotta contro l’apartheid sudafricano, il fervore della sinistra sta rimodellando la corrente principale del pensiero liberale. A dicembre, la United Automobile Workers ha chiesto un cessate il fuoco e ha costituito un gruppo di lavoro sul disinvestimento per considerare i “legami economici del sindacato col conflitto”. Nel mese di gennaio, la task force del Comitato Nazionale L.G.B.T.Q. ha chiesto un cessate il fuoco. A febbraio, la leadership della Chiesa episcopale metodista africana, la più antica denominazione protestante nera della nazione, ha invitato gli Stati Uniti a sospendere gli aiuti allo Stato ebraico. In tutta l’America blu [le zone degli Usa in cui prevale il voto democratico, ndt], molti liberali, che una volta sostenevano Israele o evitavano l’argomento, stanno facendo propria la causa palestinese.
Questa trasformazione rimane nelle sue fasi iniziali. In molte importanti istituzioni liberali – in particolare nel Partito Democratico – i sostenitori di Israele rimangono non solo i benvenuti ma sono anche maggioranza. Ma i leader di quelle istituzioni non rappresentano più gran parte della loro base. Il leader della maggioranza democratica, il senatore Chuck Schumer, ha riconosciuto questa divisione in un discorso su Israele all’aula del Senato la scorsa settimana.
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Per la dittatura delle minoranze
di Rocco Ronchi
Riflettere sulla crisi mondiale della democrazia muovendo dall’Italia – e utilizzando una formula recentemente coniata per far tacere le minoranze – non è provincialismo. L’Italia, come si suole ripetere, è stata un laboratorio per la storia mondiale. Qui, infatti, nei primi vent’anni del Novecento, è stato elaborato il prototipo che sarà incessantemente perfezionato nei vari “modelli” che seguiranno, dal fascismo storico al nazismo tedesco (che si autodefiniva correttamente “fascista”) al peronismo, all’attuale dilagante sovranismo populista (da Trump a Putin, da Bolsonaro a Milei ecc.ecc.). La storia ha messo alla prova il prototipo, stressandolo con crash test inimmaginabili, ma senza mai invertirne però la tendenza di fondo, piuttosto rettificandola, correggendola, adattandola al nuovo ambiente tecnologico, rendendola sempre più raffinata ed efficace. Possiamo chiamare “fascismo” questo fenomeno globale che chiude nell’angolo le “democrazie”. Va però tenuto sempre presente che con tale etichetta non si intende un “modello” o un “archetipo” ma, appunto, un prototipo o una tendenza. Solo i fascisti da baraccone che ogni anno si ritrovano a Predappio, indossando camicie nere e calzando improbabili copricapi, assumono il fascismo come un modello da ripetere. I veri fascisti il fascismo invece non lo ripetono affatto ma lo continuano a creare in forme nuove, con un linguaggio diverso, con concetti adeguati ai tempi e con una violenza di nuovo tipo. Per questo non costerà loro molta fatica “dirsi, infine, antifascisti” come reclamano a gran voce i benpensanti di sinistra, quasi che bastasse una parola pronunciata al cospetto delle telecamere per cambiare di segno a un immane processo storico. E se lo faranno non sarà per malafede ma per onestà intellettuale. Con tale ammissione, infatti, intenderanno in cuor loro una presa di distanza dagli errori compiuti nel passato nello sviluppare una tendenza che assecondano e che promuovono.
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Storie di solidarietà e resistenza
Ed Rampell intervista Ken Loach
Ken Loach parla del suo ultimo film, The Old Oak, e riflette sulle forme di lotta e alleanza tra chi è costretto a vendere il proprio lavoro e chi ne trae profitto
Da quando la commedia televisiva della Bbc Cathy Come Home del 1966 ha innescato cambiamenti nelle leggi inglesi sui senzatetto, Ken Loach, figlio di un elettricista, ha fatto film su personaggi ordinari e semplici. Persone alle prese con sistemi capitalisti ingiusti e crudeli – dalla classe operaia in Gran Bretagna alla guerra dei Contras in Nicaragua, fino alle ribellioni irlandesi di Los Angeles con la campagna di organizzazione sindacale Justice for Janitors per azioni segrete a Belfast – così come documentari come quello del 2016 In conversazione con Jeremy Corbyn, il leader di sinistra del partito laburista.
The Old Oak è l’ultimo film sulle sofferenze della gente comune dell’infaticabile esponente socialista. Dopo una lunga e illustre carriera nel mettere in scena e documentare i dannati della terra, The Old Oak è anche l’ultimo lungometraggio di Ken Loach, che compirà ottantotto anni il prossimo giugno. Tra i tanti riconoscimenti di Loach ci sono due Palme d’Oro al Festival di Cannes, tre Premi César e tre Premi Bafta, ma nel 1977 rifiutò la medaglia di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico. Per lo storico del cinema David Thomson, «nella sua dedizione e serietà, è una figura esemplare». Lo abbiamo intervistato via Zoom mentre si trovava nel West Country, in Inghilterra.
* * * *
Raccontaci di The Old Oak, cosa ti ha spinto a girare un film su questa storia?
Avevamo girato due film nel nord-est [dell’Inghilterra]. Uno [Io, Daniel Blake, 2016] sul modo in cui alle persone vulnerabili viene negato il sostegno finanziario a cui hanno diritto da parte di uno Stato che vede la povertà come un modo per disciplinare la working class. Il secondo film [Sorry We Missed You, 2019] parlava dell’insicurezza del lavoro e della gig economy. Non hai sicurezza sul lavoro, sei visto come un lavoratore indipendente, quando in realtà sei un dipendente, ma non hai i diritti di un dipendente, anzi, non hai alcun diritto sul lavoro. Riguardava le conseguenze di tutto questo sulla vita familiare.
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Questioni di genere nella sinistra di classe
di Elisabetta Teghil
Mi sta a cuore mettere qualche punto fermo sulla questione che viene chiamata ormai abitualmente <questione gender> (anche se già chiamarla così e definirla come se fosse una questione a parte significa che stiamo facendo il gioco del potere che mette un gruppo sociale contro l’altro, una guerra tra poveri insomma) perché è necessario sapere da dove si parte e se ci sono delle premesse condivise. Io sono materialista e parto da questo terreno. Quindi, per me, ne discendono alcuni posizionamenti di fondo.
Penso che l’approccio etico alle questioni, quali che siano, non ci dovrebbe appartenere, noi non ragioniamo in termini di giusto-sbagliato, bene-male, buoni-cattivi… riteniamo che la storia sia lotta di classe, verità di una classe contro l’altra, rapporti di forza… È chiaro che abbiamo dei valori, ma la scala di valori non è una premessa da imporre, viene dalle lotte che portiamo avanti contro lo sfruttamento, l’oppressione, la soggezione… dove possiamo trovare compagni/e di strada con cui sperare di uscire da questa società e con cui sperare magari di costruire una scala di valori comune.
Dovremmo evitare accuratamente di parlare di natura, di naturalità delle cose, di natura come riferimento perché sappiamo che tutto quello che ci circonda è un prodotto sociale e una costruzione sociale, natura compresa. A quale naturalità dovremmo fare riferimento? a quella del neolitico? a quella del secolo scorso? a quella di ieri? Illuminanti in questo senso sono gli scritti di Colette Guillaumin, femminista materialista francese, di cui in Italia è stato tradotto poco ma è uscito nel 2020 Sesso, razza e pratica del potere. L’idea di natura.
Ci sono esseri umani che hanno organi riproduttivi di un tipo e vengono chiamati maschi, esseri umani che ne hanno altri e vengono chiamati femmine, altre varianti minoritarie che non vengono nemmeno prese in considerazione e, in questa società, corrette alla nascita, ma questo è un dato, evitiamo di aggiungere la specificazione di natura perché ci trascina su un terreno senza costrutto e che non ci appartiene.
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Dopo il “caso” Soumahoro, ecco il “caso” Bachcu
di Algamica*

Sui giornali online dell’11 aprile e su tutti i quotidiani del giorno successivo abbiamo dovuto leggere che un nuovo pericoloso criminale immigrato è stato arrestato dopo un lunga indagine della polizia e della sezione dell’antimafia durata, stando alla cronaca dei fatti imputati, ben due anni.
L’immigrato in questione, ora agli arresti presso il carcere di Regina Coeli e in attesa del pronunciamento da parte del GIP, non è un immigrato qualsiasi, ma è Nure Alam Siddique detto “Bachcu” famoso per essere un leader storico della comunità Bengalese in Italia la cui associazione, Dhuumcatu, nel corso di trent’anni (dagli anni ‘90 ai giorni nostri) è stata punto di riferimento per l’organizzazione delle lotte non solo degli immigrati connazionali, ma anche per indiani, pakistani, filippini, nord africani, rom, albanesi e latino americani. In sostanza dopo il “l’affare Abou Soumahoro”, un altro pesce ancora più grosso della lotta trentennale degli immigrati in Italia cade sotto la sferza del potere poliziesco e della magistratura, in nome della difesa della legge vigente nel nostro paese. I quotidiani del perbenismo democratico Occidentale si sfregano le mani proponendo tutti lo stesso titolo: “arrestato portavoce e paladino storico e della comunità bengalese di Roma”.
Quali i fatti imputati per cui è agli arresti fin dalla notte tra il 10 e 11 aprile?
Chiariamo sin da subito, che per uscire dalla cosiddetta clandestinità l’immigrato che già lavora in nero è costretto a pagare troppo spesso la documentazione necessaria al datore di lavoro, al proprietario di casa, ecc. Tantissime associazioni di immigrati, inclusa la Dhuumcatu, hanno denunciato e combattuto pubblicamente questa giungla razzista.
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L’indispensabile servizio sanitario pubblico
di Chiara Giorgi
Il premio Nobel Giorgio Parisi e altri tredici scienziati hanno lanciato l’appello “Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico” chiedendo al governo un finanziamento della sanità adeguato a mantenere i risultati finora ottenuti nella tutela della salute. È una mobilitazione che ci riguarda tutti
Ci vuole un premio Nobel e alcune delle firme più prestigiose del mondo scientifico per fare arrivare in prima pagina il dramma della sanità pubblica italiana sotto l’attacco del governo Meloni. Un attacco che segue anni di politiche di austerità, la pandemia da Covid-19, una crisi sanitaria e socio-economica di vasta portata, aggravata dalle conseguenze dell’inflazione.
È stato pubblicato il 3 aprile il documento “Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico” firmato da quattordici scienziati e intellettuali, tra cui il fisico Giorgio Parisi, Enrico Alleva, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Paolo Vineis.
Si chiede un finanziamento del Servizio sanitario nazionale (SSN) che passi dal 6,2% previsto per il 2025 ad almeno l’8%, pari agli standard degli altri paesi europei. Senza queste risorse il SSN rischia di perdere il ruolo che ha avuto fin dalla sua nascita per tutelare la salute di tutti gli italiani, migliorare la qualità della vita della popolazione, combattere gli squilibri e le diseguaglianze sociali e territoriali del paese, superando le storture del precedente sistema mutualistico, garantire servizi di cura nell’interesse di ogni singola persona e della collettività.
I problemi che oggi affliggono il SSN – ricordati anche nell’appello – sono numerosi: una forte riduzione della spesa sanitaria in termini reali, i processi di privatizzazione favoriti dal dirottamento di risorse pubbliche verso la sanità privata e oggi il disegno di legge sull’autonomia regionale differenziata che farebbe esplodere le disparità di salute.
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Commento all’articolo di Fabrizio Marchi “Sulla prostituzione”
di Fabio Rontini
L’articolo di Fabrizio Marchi “Sulla prostituzione. Una riflessione a partire da una analisi di Carlo Formenti”, recentemente pubblicato su Sinistrainrete, ha dato seguito a un interessante dibattito nella sezione commenti, a cui anch’io ho partecipato. Dal momento che le considerazioni, secondo me, da fare su quello scritto e sul dibattito che ne è seguito, sono troppo lunghe da riportare in forma di commento, ho deciso di tradurle a mia volta in forma di contributo a sé stante.
Ho letto un paio di libri di Marchi, “Contromano, critica dell’ideologia politicamente corretta” e “Le donne: una rivoluzione mai nata”, che consiglio perché interessanti, soprattutto il secondo, più agevole ma con una tesi unitaria più definita. Gli riconosco il merito di aver affrontato di petto alcuni aspetti della questione sessuale e del femminismo, nelle loro relazioni con la lotta per l’emancipazione sociale in generale, che sono, sì, importanti e fondamentali, ma ancora coperti da pudore, ipocrisie e veti da parte del pensiero di sinistra cosiddetto “politicamente corretto”. Non concordo con lui nella misura in cui ritengo che le conclusioni a cui finisce per approdare, pur provenendo da un retroterra marxista e di sinistra, e pur al di là delle buone intenzioni e dei meriti che le sue analisi indubbiamente possiedono, siano fondamentalmente di destra e reazionarie.
In ogni caso le mie osservazioni non verteranno sull’argomento specifico dello scritto da cui hanno preso spunto, la prostituzione, ma sulla questione generale della emancipazione femminile, nei termini in cui Marchi la affronta, e basandomi su letture precedenti, sia sue che di altri, nonché su esperienze personali.
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Cibernetica o barbarie!
di Stefano Borroni Barale*
Dal n. 6/2024 di “Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe” pubblichiamo questo articolo di Stefano Borroni Barale con importanti proposte di lotta per il mondo della scuola
Rifiutare la formazione obbligatoria è un poderoso primo passo. Siamo pronti per il successivo?
“Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.” – Filippo Tommaso Marinetti, “Manifesto del Futurismo”, 1909
La transizione digitale (1) a marce forzate, iniziata con lo stanziamento l’anno scorso di 2,1 Miliardi di euro per l’acquisto di laboratori e aule “digitali” entra ora nel vivo, con un programma di formazione dei docenti mastodontico. È la fase che l’ex Ministro Bianchi aveva definito “riaddestramento” del corpo docente (2). Per fortuna questo passaggio sembra risvegliare almeno una minoranza di docenti dal loro torpore: giungono echi di ribellione da alcuni collegi docenti (quello del Liceo Socrate, così come dell’IIS Di Vittorio Lattanzio, a Roma), che fortunatamente hanno rigettato il programma di formazione al digitale previsto dal D.M. 66.
L’impressione, però, è che manchi ancora una visione d’insieme, anche tra queste minoranze critiche. Certo, abbiamo compreso che i piani di formazione ministeriali (Piano Nazionale Scuola Digitale – PNSD e Piano Scuola 4.0, per citare solo gli ultimi) hanno dell’innovazione tecnologica un’idea talmente antidiluviana che vi si possono scorgere elementi di una retorica “neo-coloniale”, quella che poneva al centro l’uomo bianco, maschio e cristiano pronto a salpare per conquistare e sottomettere la natura selvaggia e incolta grazie alla forza della tecnologia, portando –grazie a questa– la civiltà “in salsa digitale”.
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Merito e diseguaglianza nelle riflessioni sulla scuola di Antonio Gramsci
di Salvatore Cingari*
Abstract. Il saggio ricostruisce l’utilizzo da parte di Gramsci del tema del “merito” nel suo discorso sulla scuola e l’educazione. Negli scritti pre-carcerari la critica ai privilegi delle classi più abbienti viene svolta sulla base di una rivendicazione dei meriti dei tanti soggetti di famiglie proletarie impossibilitati a coltivarli e farli valere. Nei Quaderni dal carcere tale posizione viene inserita nel quadro di uno Stato Nuovo, in cui la classe dirigente viene selezionata su un corpo sociale interamente messo in grado di partecipare cognitivamente all’autogoverno del lavoro. Vengono anche segnalati significativi parallelismi con i concetti bourdesiani di habitus e riproduzione.
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1. Premessa: il problema del merito oggi e nella storia del pensiero politico
La scuola come fondamentale leva per sollevare i ceti popolari oltre la subalternità è un tema già più volte trattato in passato dalla letteratura su Gramsci1. Qui però si vuole affrontare la questione da una specifica angolatura: il leader comunista come considerava il problema del «merito» e come lo inseriva nella sua più generale visione dell’eguaglianza (o perlomeno in ciò che di essa traspare dietro il suo marxismo per lo più non normativo)? Per quanto riguarda la meritocrazia, mi limito a ricordare come questa sia diventata negli ultimi anni una parola chiave per comprendere l’egemonia neoliberale2. Thomas Piketty, in Capital et ideologie, ha sottolineato come tale lemma sia sempre più utilizzato perché nei sistemi politico-sociali che dichiarano formalmente l’uguaglianza dei diritti, si va aprendo in modo crescente una grande diseguaglianza sostanziale, con la conseguente necessità di doverla giustificare3. Nancy Fraser, in un saggio dal titolo esplicitamente gramsciano, Il vecchio muore e il nuovo non può nascere, sostiene che il liberalismo ha sostituito il concetto di giustizia sociale con quello di meritocrazia4.
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Sulla prostituzione. Una riflessione a partire da un’analisi di Carlo Formenti
di Fabrizio Marchi
Ho letto questa largamente condivisibile analisi dell’amico Carlo Formenti sul tema della prostituzione e della maternità surrogata https://www.sinistrainrete.info/societa/27658-carlo-formenti-libere-di-vendere-il-proprio-corpo-a-pezzi.html
Sulla seconda questione, cioè l’utero in affitto (anche i suoi sostenitori hanno pudore nel definirlo tale e infatti lo chiamano appunto ”maternità surrogata” proprio per renderlo più accettabile) non ho nulla da dire perché condivido in toto la sua analisi.
Sulla prima invece ho un punto di vista diverso dal suo, forse perché – mi permetto di dire – ho indagato (e, probabilmente, anche esperito) un po’ più di lui l’argomento. Mi pare di poter dire, infatti, che anche Formenti – che pure ha da tempo elaborato una critica severa dell’ideologia femminista, in particolare nella sua attuale declinazione, quella neoliberale dominante – resta tuttavia ancora parzialmente prigioniero della visione femminista perché, anche indagando questo aspetto, parte sempre e soltanto dal punto di vista femminile e mai da quello maschile, con l’ovvia conseguenza di avere una visione parziale del problema. In parole ancora più semplici, anche Formenti, analizzando il fenomeno della prostituzione, non riesce a uscire dalla coppia dicotomica carnefice/vittima, dove il carnefice è ovviamente l’uomo e la vittima è la donna. O meglio, a un certo momento ne fuoriesce, meritoriamente, quando scrive: “…mi si potrebbe obiettare che, nel caso della prostituzione, è difficile negare che si tratta di un fenomeno patriarcale più che (o almeno altrettanto che) capitalistico. Anche perché fenomeni come il turismo sessuale e altre forme di violenza e la sopraffazione che i maschi esercitano sui corpi di donne e minori caricano il tema di forti valenze emotive.
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La fine del mondo
di Marco Calamari
Virtuale
Sarà un bug informatico usato come arma a provocare la fine del mondo? Per adesso sappiamo che poteva succedere nel mondo virtuale, e che stavolta è andata bene. Ma domani?
CVE-2024–22252–3–4–5.
Quando scritto qui sopra da Cassandra è incomprensibile al 99,9% delle persone normali, e probabilmente anche ai suoi 24 intelligentissimi lettori.
Tradotto in italiano, con una buona traduzione, di quelle che spiegano il significato più profondo, suonerebbe così:
“Abbiamo evitato che qualcuno potesse provocare la fine del mondo delle macchine virtuali”.
Ma ancora per molti non sarà chiaro, o almeno non ne sarà chiara l’importanza. Riproviamo.
“La maggior parte dei server al mondo potevano essere bloccati o distrutti da un singolo atto di guerra informatica, ma questa volta ce ne siamo accorti e l’abbiamo impedito”.
Chiaro, no? E veniamo al fatto.
CVE-2024–22252–3–4–5 è il nome assegnato ad una serie di falle informatiche che consentono di penetrare l’ipervisore dei sistemi VMware ESX, permettendo di accedere al server fisico sottostante, e di fare qualsiasi cosa, incluso bloccare o “distruggere” il server fisico, e con esso tutte le macchine virtuali che vi girano sopra.
Non molti sanno che la maggior parte dei server che costituiscono il tessuto della Rete odierna non sono “ferro”, macchine fisiche, ma “macchine virtuali” che funzionano tutte insieme su un unico server specializzato. Diciamo tipicamente 10–100 macchine che condividono un unico computer.
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