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Bit Truth: la Verità ai tempi del digitale
di Glauco Benigni
Bit Truth = contenuto "estratto" in rete (come i Bitcoin). Può essere anche “verità fake” ma se fa audience è comunque buona per inserire pubblicità
Nota – Come si potrà notare in questo articolo non è stato menzionato il tema della censura che le Global Power Élites occidentali esercitano utilizzando argomentazioni e strumenti di controllo ambigui quali le Norme della Comunità nel caso dei Social o le nuove norme contenute nel Digital Services Act. Stavolta ho scelto di trattare questioni proprie della Verità dal punto di vista ontologico, del Monopolio tecnico e dell’uso commerciale.
* * * *
Purtroppo la stragrande maggioranza degli occidentali ritiene che esistano azioni e pensieri tali da realizzare “il Meglio Assoluto” per Tutti. Vedi, per esempio, le affermazioni di Yuval Noah Harari o le dichiarazioni della NATO. Da questa idea perversa di Monopolio della Verità derivano scontri, agguati, omicidi e guerre senza fine, combattute per affermare un concetto infantile: “la mia VERITÀ è meglio della tua”…quasi sempre a prescindere poi dagli effetti, dai “frutti generati”.
Affermare VERITÀ e imporle ad Altri conferisce e consolida l’Egemonia di Chi lo fa e pertanto le Élites lo fanno, ogni volta che possono…da sempre. Ovviamente queste Élites dominanti sanno anche molto bene che gli Opposti si esprimono in una dinamica continua tra loro e talvolta addirittura convivono, ma non ne vogliono tener conto. Sanno che c’è Yin e Yang; che “ogni medaglia ha il suo rovescio”; che il Mercato si fa con il mix di offerta/domanda e quindi c’è la Compravendita e non solo l’Acquisto o la Vendita…sanno che ogni Debito è anche un Credito e che ogni Difesa è anche un Attacco e così via.
Eppure le Cupole dominanti, ostinatamente, dal declino del Politeismo in poi, CREDONO o per lo meno FANNO CREDERE FERMAMENTE che esistano VERITÀ in assoluto migliori di altre interpretazioni della Realtà, che sia essa visibile o invisibile.
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L’Istituto Superiore di Sanità ammette l’estrema pericolosità dei vaccini Covid
Ma insiste proponendoci vaccini rivisti e corretti
di Francesco Cappello
Ecco le risposte patogeniche al vaccino Covid riportate nella pubblicazione scientifica del dottor Maurizio Federico: autoimmunità, trombocitopenia, miocardite, lesioni miocardiche, disturbi del ciclo mestruale, riattivazione di infezioni latenti e sindrome post-vaccino COVID
La pubblicazione scientifica del dottor Maurizio Federico [1], “The Immunologic Downsides Associated with the Powerful Translation of Current COVID-19 Vaccine mRNA Can Be Overcome by Mucosal Vaccines” “Gli svantaggi immunologici associati alla potente traduzione dell’mRNA dei vaccini COVID-19 attuali possono essere superati dai vaccini mucosali” pubblicata il 14 Novembre 2024, è importante non tanto perché insiste nel proporci una soluzione vaccinale, quella dei vaccini mucosali, giudicata meno dannosa, quanto perché, un ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità, l’Istituzione italiana che non si è opposta ed ha anzi promosso la campagna vaccinale di massa, oggi, attraverso un suo ricercatore, elenca a posteriori una lunga serie di meccanismi del danno che vengono identificati quali potenziali effetti collaterali immunologici derivanti dall’alta efficienza di traduzione dell’mRNA nei vaccini COVID-19.
Proponiamo, per iniziare, la traduzione dell’abstract dell’articolo:
L’azione dei vaccini a base di mRNA richiede l’espressione dell’antigene nelle cellule bersaglio dei complessi mRNA-nanoparticelle lipidiche. Quando l’antigene del vaccino non viene completamente trattenuto dalle cellule produttrici, la sua diffusione locale e sistemica può avere conseguenze dipendenti sia dai livelli di espressione dell’antigene sia dalla sua attività biologica. Una peculiarità dei vaccini a base di mRNA contro il COVID-19 sono le quantità straordinariamente elevate dell’antigene Spike espresse dalle cellule bersaglio. Inoltre, la proteina Spike del vaccino può essere rilasciata e legarsi ai recettori ACE-2 delle cellule, inducendo così risposte di significato patogenetico, incluso il rilascio di fattori solubili che, a loro volta, possono disregolare i processi immunologici chiave. Inoltre, le risposte immunitarie circolatorie innescate dalla proteina Spike del vaccino sono piuttosto potenti e possono portare a un efficace cross-binding degli anticorpi anti-Spike, nonché alla comparsa di auto-anticorpi e anticorpi anti-idiotipo. In questo articolo, vengono discussi gli svantaggi immunologici della forte efficienza della traduzione dell’mRNA associata ai vaccini contro il COVID-19, insieme agli argomenti a sostegno dell’idea che la maggior parte di essi può essere evitata con l’avvento dei vaccini mucosali di nuova generazione contro il COVID-19.
Tra parentesi graffe qualche richiamo per facilitare la comprensione a chi non sia addentro al linguaggio della biologia.
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Machina sapiens. La fine del monopolio umano della conoscenza?
di Gioacchino Toni
Nello Cristianini, Machina sapiens. L’algoritmo che ci ha rubato il segreto della conoscenza, il Mulino, Bologna, 2024, pp. 152, € 15,00
Machina Sapiens di Nello Cristianini contiene già nel titolo l’indicazione di una svolta epocale per l’umanità e il Pianeta di cui nessuno conosce davvero i possibili sviluppi. La convinzione dello scrittore Arthur Charles Clarke che le tecnologie avanzate risultino spesso indistinguibili dalla magia trova conferma nel fatto che oggi si tende a guardare all’intelligenza artificiale generativa come a una sorta di oracolo. Restando ancora per un istante nell’ambito del magico o del divino, si potrebbe dire, con una battuta, che se l’attingere dall’albero della conoscenza (del bene e del male) da parte dei Progenitori ha scatenato l’ira di Dio, ora i loro lontani discendenti sembrerebbero intenti a consegnare la conoscenza conquistata a caro prezzo (evidentemente senza aver imparato a distinguere il bene dal male) a una nuova divinità chiamata macchina (intelligente) rimettendosi al suo (sconosciuto) volere.
Tornando alle cose terrene, per illustrare come le macchine si stiano appropriando della conoscenza, a lungo considerata dall’essere umano una propria prerogativa, Cristianini suddivide il libro in tre sezioni dedicate rispettivamente agli scienziati, agli utenti e alle macchine, così da ricapitolare lo sviluppo nella costruzione delle macchine pensanti, il rapporto che le persone stanno instaurando con esse e, infine, quel che (presumibilmente) queste macchine sanno di noi e quello (poco) che davvero noi sappiamo di loro.
Nella prima sezione del volume l’autore ricorda come l’avvio della corsa alla realizzazione di macchine intelligenti si possa far risalire al quesito “Can machines think?” posto da Alan Turing in un suo celebre scritto – Computing Machinery and Intelligence – pubblicato nel 1950 sulla rivista accademica «Mind», Oxford University Press. Non potendo contare su una definizione scientifica univoca di “pensare”, Turing ha spostato la questione sulla possibilità di arrivare ad una macchina capace di tenere una conversazione con un essere umano facendosi passare per umana essa stessa (imitation game) senza essere scoperta. Quello che poi è stato chiamato “il test di Turing” è in pratica la messa alla prova della macchina nella sua capacità di imitare nella conversazione l’essere umano al punto tale da rendersi indistinguibile da esso.
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Crisi sociale e alternative dal basso
Difesa del territorio, beni comuni, convivialità
di Gustavo Esteva
Trascrizione (non riveduta dall’autore) della conversazione tenuta da Gustavo Esteva a Bologna, presso lo spazio pubblico autogestito Xm24, nell’aprile 2013, durante un lungo tour in Italia
Il paradosso di oggi
Si dice che siamo in una crisi globale. Vorrei cercare innanzitutto di precisare di che tipo di crisi si tratta. Prima di tutto è una crisi di quello che tecnicamente chiamiamo il modo di produzione capitalistico. Poiché questo modo è arrivato alla fine, si è trovato esausto, ha avuto bisogno di scappare via dall’economia reale, dall’economia produttiva, verso il settore finanziario. Questa fuga verso il settore finanziario ha creato innanzitutto un’illusione: l’illusione comune che il denaro possa produrre denaro. Ma il denaro non può produrre denaro. Gli enormi profitti speculativi del settore finanziario sono stati il frutto di un saccheggio sistematico dell’economia reale. E questo ha significato finire di prosciugare, di rovinare l’economia produttiva.
Poiché i capitalisti non hanno trovato una via di fuga all’interno del modo capitalistico di produzione, sono fuggiti verso un modo pre-capitalistico. Abbiamo ora il paradosso di trovarci in un mondo post-capitalistico con dinamiche pre-capitalistiche. Per essere precisi, diciamo che ancora una gran parte dei profitti del capitale si ottiene in forma capitalistica, con relazioni di produzione capitalistiche, ma la dinamica del sistema non è più lì. Il sistema non è più in grado di accumulare relazioni di produzione capitalistiche. È fuggito verso quello che possiamo chiamare accumulazione per via di spoliazione, di rapina. Questo implica che la dinamica del sistema sta lì: il sistema di saccheggio si realizza in una forma coloniale pre-capitalistica.
Un modello che richiede violenza
Questo è ciò che a suo tempo Marx ha chiamato accumulazione primitiva. La forma principale di questo sistema di rapina è il saccheggio del territorio. Farò un esempio molto preciso del mio paese. Il governo messicano ha venduto a corporazioni private, transnazionali, il 40% del territorio del Messico.
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Come lottare contro l'università neoliberista? Una risposta a Jacobin
di Gianni Del Panta
Il movimento universitario che si ritrova in assemblea nazionale in questo fine settimana a Bologna muove dalla critica alla riforma Bernini e al taglio ai finanziamenti. Limitandosi a questo rischia però di riprodurre più che scardinare il modello di università esistente. Questo articolo discute perché le critiche al sottofinanziamento e alla precarizzazione non siano sufficienti e perché l’assemblea precaria deve guardare al movimento studentesco piuttosto che agli strutturati per costruire la propria mobilitazione
In vista dell’assemblea nazionale che si terrà a Bologna in questo fine settimana sono usciti numerosi articoli che provano a fare il punto sulla mobilitazione nelle università e a immaginare ulteriori sviluppi per il movimento. Data la composizione della propria redazione e la rete di collaboratori di cui dispone, la rivista Jacobin è quella che forse più si è spesa in tal senso. Questo è certamente un merito. Al tempo stesso però, ci sembra di poter dire che Jacobin sia anche l’espressione più nitida di una certa incapacità di proporre una critica più generale al modello di università liberista, proponendo soluzioni e parole d’ordine che tendono più a migliorare l’esistente che a metterlo in discussione. Di questa tendenza è emblematico l’articolo di Giacomo Gabbuti. La polemica che qui proponiamo non deve essere intesa, in alcun modo, come rivolta in maniera specifica all’autore, ma investe una serie di prese di posizione che il pezzo di Gabbuti condensa. Mentre infatti l’articolo risulta particolarmente utile per mappare lo stato di avanzamento del movimento di protesta e per avere contezza delle mobilitazioni messe in campo dalle varie assemblee precarie a livello locale nei mesi passati, soffre anche di due gravi criticità. La prima è la prospettiva generale attorno alla quale è costruito. La seconda è invece il rapporto tra la componente precaria e gli strutturati. Le due questioni possono essere poste singolarmente. Il nodo delle alleanze deriva però dalla prospettiva generale. Conviene quindi partire dalla prima per giungere alla seconda e non viceversa.
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La digitalizzazione della guerra
di Giulio De Petra
Infrastrutture, armi autonome e sistemi predittivi basati sull’AI sono gli ambiti della sempre più stretta relazione tra uso civile e uso militare delle tecnologie digitali. Ma anche la narrazione della AI è uno strumento di guerra
Intervento all’iniziativa “Guerra e tecnologie: il complesso digitale-militare”, tenutasi il 20.01.2025, nel ciclo “Guerra, pace, sistema mondiale”, promosso dall’Università di Roma “La Sapienza” insieme alla Fondazione Lelio e Lisli Basso, in collaborazione con la Campagna Sbilanciamoci!, Rete italiana Pace e Disarmo, Greenpeace Italia e con il patrocinio di RUniPace – Rete delle Università per la Pace.
L’utilizzo delle tecnologie digitali nei teatri di guerra non è recente, ma certamente ha avuto un fortissimo impulso negli ultimi anni. La guerra tra Russia e Ucraina e quella tra Israele e Palestina sono gli scenari dove con più evidenza è possibile osservare le caratteristiche della combinazione sempre più stretta tra tecnologie digitali e dispositivi militari (se ne è scritto recentemente su questo sito). Per comprenderne meglio le implicazioni è utile suddividere e analizzare questo connubio in tre ambiti tecnologici: quello delle infrastrutture; quello delle armi autonome; quello dei sistemi predittivi di supporto alle decisioni basati sull’AI.
Civile e militare
Prima di analizzarli è utile però rilevare una caratteristica che attraversa i tre ambiti e può fornire una chiave di lettura più generale: la stretta integrazione tra usi civili e usi militari delle tecnologie digitali (lo ha descritto efficacemente e con ricchezza di riferimenti Michele Mezza nel suo recente “Connessi a morte. Guerra, media e democrazia nella società della cybersecurity”, Donzelli Editore, 2024). E abbiamo assistito nei due teatri di guerra non solo a una più stretta intersezione di civile e militare, ma anche a una inversione rispetto al tradizionale rapporto tra usi militari e usi civili.
È tradizionale considerare l’innovazione tecnologica, e quindi anche quella digitale, come un percorso che inizia nell’ambito militare, che non solo finanzia ma indirizza la ricerca e consente efficaci opportunità di sperimentazione sul campo.
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La proprietà aperta e i suoi nemici: suicidi eccellenti nella Silicon Valley
di Rattus Norvegicus
Considero il recente (presunto) suicidio del programmatore indiano ventiseienne Suchir Balaji, un giovane che aveva alle spalle quattro anni di lavoro presso il centro di ricerca di OpenAI, un evento di una tale gravità da richiedere un ripensamento in merito al ruolo svolto dalla proprietà intellettuale negli ultimi quarant’anni, sia all’interno della produzione informatica e di rete sia, più in generale, nell’ambito dei complessi rapporti che questa peculiare forma di proprietà privata ha stabilito con la libertà di opinione, con il diritto di accesso all’educazione e alla formazione, con la cooperazione internazionale allo sviluppo e, per estensione, con tutti i principali pilastri del diritto nelle democrazie liberali, quelli che i paladini del libero mercato continuano a invocare nei loro discorsi pubblici sebbene nelle realtà non se ne veda più traccia da moltissimo tempo.
Partendo dalle prime proteste dei movimenti “no copyright” degli anni Novanta, fino ad arrivare alle attuali rimostranze contro la violazione, da parte dell’intelligenza artificiale generativa (LLM), delle leggi americane sul fair use, abbiamo assistito a un progressivo attenuarsi dei motivi polemici contro queste leggi. Da posizioni che si schieravano radicalmente contro la proprietà intellettuale, siamo passati a un atteggiamento sostanzialmente inverso: un pieno riconoscimento delle leggi di tutela del copyright, accompagnato dalla veemente denuncia delle loro violazioni effettuate dalle Big Tech. Come vedremo alla fine dell’articolo, è da quest’ultima posizione che Balaji aveva mosso la sua critica, rigorosa e puntuale, nei confronti di OpenAI.
Per una serie di strane e tristi coincidenze, ci è dato ripercorrere brevemente l’itinerario di queste oscillazioni in materia di proprietà intellettuale degli ultimi quarant’anni, a partire dalle morti di altri due autorevolissimi ricercatori informatici che, come nel caso Balaji, sono state archiviate come suicidi dall’autorità giudiziaria statunitense.
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Come DeepSeek ha riconfigurato la corsa all’intelligenza artificiale
di Antonio Dini
“È una delle innovazioni più sorprendenti e impressionanti che abbia mai visto”: le parole del venture capitalist Marc Andreessen sintetizzano alla perfezione lo stupore con cui la Silicon Valley ha assistito all’avvento di V3 e R1, i modelli di intelligenza artificiale creati da DeepSeek, la startup cinese derivata dall’hedge fund di Lian Wenfeng.
DeepSeek è riuscita a creare sistemi di AI potenti almeno quanto i principali realizzati negli Stati Uniti a una frazione del costo di training – 5,6 milioni di dollari per il suo modello V3, un LLM (modello linguistico di grandi dimensioni), contro gli oltre 100 milioni stimati per ChatGPT-4 – e utilizzando chip molto meno potenti e probabilmente in quantità inferiore (il numero di schede Nvidia utilizzate è ancora dibattuto), anche a causa dei blocchi commerciali imposti dagli Stati Uniti. DeepSeek è riuscita nell’impresa usando delle tecniche di programmazione e di funzionamento innovative e procedendo a ottimizzazioni sistematiche e su larga scala nel funzionamento dei sistemi di creazione e gestione dei modelli.
In questo ha giocato un ruolo significativo anche il fatto che DeepSeek abbia scelto un modello di sviluppo di tipo open source (pur con le differenze che questo ha nel settore dell’intelligenza artificiale rispetto all’ingegneria del software tradizionale, tanto che la definizione di open per questi modelli è contestata), da un lato potendo sfruttare l’aiuto di sviluppatori indipendenti di tutto il mondo, dall’altro aumentando la pervasività dei suoi modelli, perché possono essere scaricati da chiunque, nel repository presente su GitHub, e utilizzati in altro modo. I modelli possono quindi essere utilizzati in locale anche con computer relativamente poco potenti, mentre altre aziende possono riutilizzarli dopo averli portati nel proprio cloud. Microsoft stessa ha dichiarato di voler aggiungere i modelli di DeepSeek nell’offerta del suo cloud Azure (nonostante la partnership con OpenAI), mentre Perplexity offre R1 come opzione per il suo motore di ricerca.
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L'intelligenza artificiale sta diventando DeepSeek
di Michael Roberts
La maggior parte dei lettori ormai conoscerà la notizia. DeepSeek, un'azienda cinese di intelligenza artificiale, ha rilasciato un modello di intelligenza artificiale chiamato R1 che è paragonabile in termini di capacità ai migliori modelli di aziende come OpenAI, Anthropic e Meta, ma è stato preparato a un costo radicalmente inferiore e utilizzando chip GPU meno all'avanguardia. DeepSeek ha anche reso pubblici dettagli sufficienti del modello affinché altri possano eseguirlo sui propri computer senza costi.
DeepSeek è un siluro che ha colpito le magnifiche sette aziende hi-tech statunitensi sotto la linea di galleggiamento. DeepSeek non ha utilizzato i chip e il software Nvidia più recenti e migliori; non ha richiesto grandi spese per addestrare il suo modello di intelligenza artificiale a differenza dei suoi rivali americani; e offre altrettante applicazioni utili. DeepSeek ha costruito il suo R1 con i chip Nvidia più vecchi e lenti, che le sanzioni statunitensi avevano consentito di esportare in Cina. Il governo statunitense e i titani della tecnologia pensavano di avere il monopolio nello sviluppo dell'intelligenza artificiale a causa degli enormi costi coinvolti nella realizzazione di chip e modelli di intelligenza artificiale migliori. Ma ora R1 di DeepSeek suggerisce che le aziende con meno soldi possono presto gestire modelli di intelligenza artificiale competitivi. R1 può essere utilizzato con un budget limitato e con una potenza di calcolo molto inferiore. Inoltre, R1 è bravo quanto i rivali nell'inferenza, il gergo dell'intelligenza artificiale per quando gli utenti mettono in discussione il modello e ottengono risposte. E funziona su server per tutti i tipi di aziende in modo che non debbano "affittare" a prezzi enormi da aziende come OpenAI. La cosa più importante è che R1 di DeepSeek è "open source", ovvero i metodi di codifica e formazione sono aperti a tutti per essere copiati e sviluppati. Questo è un vero colpo ai segreti "proprietari" che OpenAI o Gemini di Google rinchiudono in una "scatola nera" per massimizzare i profitti. L'analogia qui è con i prodotti farmaceutici di marca e generici.
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We are not robots – Tecnoluddismo 2/2
di Gioacchino Toni
Se in Tecnoluddismo 1/2 ci si è occupati della prima parte del volume di Gavin Mueller, Tecnoluddismo. Perché odi il tuo lavoro (Nero, 2021), in cui vengono tratteggiate le ragioni delle conflittualità nei confronti delle tecnologie e dell’automazione introdotte nei processi produttivi espresse dai lavoratori nel corso dell’Ottocento e della prima metà del secolo successivo, in questo scritto si farà riferimento al “luddismo hi-tech” il cui avvio può essere fatto risalire alla comparsa sulla scena del computer.
Come ricorda Mueller, i movimenti studenteschi statunitensi degli anni Sessanta furono i primi a «politicizzare i computer»; se nella quotidianità le schede perforate rappresentavano ai loro occhi burocrazia, censimento e controllo, non mancarono di cogliere il ricorso dell’apparato militare agli elaboratori nella pianificazione delle operazioni nel teatro di guerra vietnamita.
«Il passaggio a strategie basate sulla raccolta di dati quantitativi e sull’analisi automatizzata rappresenta un cambiamento radicale nella cultura militare». A ribadire le analogie tra la logica militare e quella industriale è il fatto che entrambe faranno ricorso a metriche quantitative; non a caso, ricorda lo studioso, a guidare la riqualificazione militare fu chiamato il segretario della Difesa, Robert McNamara, che precedentemente aveva fatto ricorso all’analisi statistica nella ristrutturazione della Ford. «L’automazione della guerra, come l’automazione dell’industria, era uno strumento fondamentale per riaffermare il controllo sui soldati ribelli in Vietnam». Esattamente come avveniva nelle fabbriche, anche in Vietnam erano sempre più frequenti gli atti di insubordinazione e sabotaggio, tanto che si pensò di sostituire le resistenze della fanteria con il ricorso a bombardamenti aerei sempre più automatizzati così come nelle fabbriche si tentava di ovviare alle insorgenze operaie attraverso l’automazione della produzione.
Nel corso degli anni Settanta la posizione degli attivisti nei confronti del computer prende due diversi indirizzi; uno, minoritario, antitecnologico, e un secondo, decisamente maggioritario, propenso a vedere nel computer uno strumento che avrebbe potuto favorire, soprattutto a partire dalla commercializzazione delle apparecchiature, pratiche di liberazione personale su cui si sarebbe poi sviluppato l’internet-attivismo.
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Narrazioni di potere, narrazioni di classe
<Imbarbarimento di una società sempre più violenta?>
di Elisabetta Teghil
Che lo sperpero del proferire non sia pretesto al / tacere/ Che la rapina del significare/ non sia la tomba di ogni giudizio.
Haiku senza Haiku* Progetto ispirato da Juan Sorroche-AS2 c.c. Terni
Vengono fatte con continuità puntuali ricerche storiche, lucide analisi politiche, dotte disquisizioni sul sesso degli angeli, ma quasi nessuno/a si occupa di analizzare la quotidianità in termini di classe. Quei pochi/e che lo fanno sono avvolti nel silenzio se non demonizzati e stigmatizzati anche nella così detta sinistra. E questo già la dice lunga. Invece dovrebbe essere un esercizio di cui ci dovremmo far carico con urgenza per evitare che lo scollamento tra teoria e prassi ci faccia perdere di vista che è sulla lettura di quello che accade nel quotidiano che si costruisce il comune sentire. E’ un compito che ci dobbiamo assumere per evitare di dare sponda alla costruzione del nemico interno che sta operando con sistematicità e da molto tempo il capitalismo neoliberista attraverso tutto l’arco partitico compresi annessi, connessi e collaterali, media in prima linea.
Il modello di destra, che è fondamentalmente fascista, punisce e reprime i subalterni che non stanno al loro posto, il modello socialdemocratico, politicamente corretto e decorosamente reazionario, li annichilisce fisicamente e psicologicamente. I subalterni devono essere sempre grati.
Qualche tempo fa, il ministro Giuseppe Valditara ha dichiarato in seguito all’aggressione da parte di un gruppo di genitori a una professoressa di sostegno in una scuola in provincia di Napoli, nel plesso di Scansano, che siamo di fronte ad un “imbarbarimento di una società sempre più violenta”.
Sui giornali, nei media, sui social, nei telegiornali di ogni ordine e tipo rimbalzano tutti i giorni notizie sulla violenza della società: ragazzi, addirittura minorenni, si affrontano durante la movida con coltelli, armi da fuoco, qualche volta qualcuno rimane ucciso senza un motivo reale, dicono i media, oppure per un pestone su un costoso paio di scarpe.
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La libertà del suolo
di Leo Essen
Nelle visure catastali rilasciate dall’Agenzia del Territorio è conservato il ricordo del momento in cui il suolo venne segnato dalla partizione tra Reddito dominicale e Reddito agrario. Questa divisione corrisponde esattamente a quella tra Capitale e Reddito, ossia alle due sezioni del bilancio aziendale: lo Stato Patrimoniale e il Conto Economico. Che la terminologia rimandi alla casa e al pater non è casuale, poiché questa materia tocca direttamente la concezione della famiglia, della casa e della domus dinastica, con i connessi problemi di successione, divisione e continuità della persona che, dalla stessa epoca, comincia a dividersi tra persona fisica, titolata al possesso, e persona metafisica, titolata a intestarsi la proprietà; tra corpo fisico e transeunte, e corpo astrale infinito, sovrano, libero, immortale; tra persona terrena e persona ultraterrena, magica; tra Servo, che lavora e produce il Reddito, e Capo, che si intitola questo reddito e lo rubrica nello Stato Patrimoniale.
È merito dei fisiocratici, soprattutto di Quesnay e del suo Tableau économique, aver messo in rilievo a analizzato questa partizione, riconducendola alla struttura classista della società.
Quesnay, scrive Schumpeter (Storia dell’analisi economica, I) distinse i proprietari fondiari (classe des propriétaires, o classe souveraine, o, e ciò è significativo, classe distributive), gli imprenditori agrari (classe productive) e la classe delle persone impiegate in attività non agrarie (classe stérile).
Questo schema, ribadisce Schumpeter, non è tanto uno schema di classi come entità sociologiche, ma di gruppi economici del genere di quelli che oggi si trovano nelle statistiche degli addetti, per esempio, all’agricoltura o alle industrie minerarie o a quelle manifatturiere.
Nel 1758 Quesnay costruire un modello di ciclo e di equilibrio economico come fanno i moderni keynesiani. Perciò non deve stupire che Marx ponga i fisiocratici e Quesnay, e non Adam Smith, come i fondatori dell’analisi economica moderna.
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Dentro la trasformazione: breve viaggio nella scuola neoliberale
di Gianluca Coeli
Un viaggio dentro gli spazi e la vita quotidiana di un istituto tecnico, dove le trasformazioni della scuola oggi sono tra le più avanzate: start up, alternanza scuola lavoro e innovazioni didattiche. La scuola del capitale umano è viva e prospera: gli insegnanti obbediscono e gli studenti imparano a diventare bravi imprenditori di se stessi
Il nuovo presidente dell’Argentina, Milei, che con una motosega si appresta a tagliare dal tronco dello stato argentino il ramo secco del Ministero dell’Istruzione, potrebbe apparire come l’immagine simbolo delle politiche neoliberiste in materia di istruzione. In realtà, è probabile che l’uscita del loco (così viene chiamato in Argentina il nuovo presidente) non sia piaciuta affatto ai circoli neoliberisti globali, probabilmente meno emotivi e improvvisati quando si tratta di intervenire in ambito pubblico. La motosega di Milei rischia di tagliare, insieme ad alcuni posti al ministero, un bel po’ di profitti, ma rischia soprattutto di interrompere processi di formazione di un nuovo tipo di soggettività: l’individuo isolato che si costruisce come capitale umano e imprenditore di se stesso.
Questo testo non intende riprendere analisi approfondite sulle politiche globali e locali che da decenni investono il mondo dell’istruzione. Molti studiosi e attivisti hanno già investigato l’intreccio tra le elaborazioni teoriche degli economisti neoliberisti (Friedman e scuola di Chicago e, prima di loro, von Hayek e von Mises), le proposte di organismi internazionali come WTO e UNESCO e le politiche dell’UE e di singoli stati (Italia compresa) in materia educativa. In sintesi, le trasformazioni della scuola pubblica possono essere riassunte in questi punti: (a) istruzione pubblica come mercato da inondare di prodotti tecnologici per la didattica, (b) luogo privilegiato dove costruire la soggettività necessaria al nuovo mercato del lavoro e alla nuova società e (c) ambito dove sperimentare la trasformazione del pubblico in privato.
Per comprendere come questo processo si declini concretamente, intraprendiamo un breve viaggio dentro gli spazi e la vita quotidiana di un istituto tecnico, dove la sperimentazione neoliberale è più avanzata.
La formazione dei docenti: consumatori di merci educative e addestratori di competenze
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Dialettica del transumanesimo. La scienza si fa religione
di Giovanna Cracco
“L’Uomo si illude di essersi liberato dalla paura quando non c’è più nulla di ignoto.”
Max Horkheimer e Theodor Adorno, Dialettica dell’illuminismo
“Sono d’accordo con te al novantanove percento,” afferma Bill Gates, “quello che mi piace delle tue idee è che sono basate sulla scienza, ma il tuo ottimismo è quasi una fede religiosa. Sono anch’io ottimista”. “Sì, beh, abbiamo bisogno di una nuova religione,” replica Raymond Kurzweil, “un ruolo principale della religione è stato quello di razionalizzare la morte, poiché fino a poco tempo fa c’era poco altro che potessimo fare a riguardo”. Bill Gates concorda, e il confronto si sposta sulla necessità o meno di una figura carismatica che si faccia portatrice della nuova religione: per Gates un messia è indispensabile, per Kurzweil fa invece parte del vecchio modello religioso. Alla fine i due trovano un punto di incontro: anche un supercomputer o un sistema operativo avanzato può svolgere la funzione di profeta.
Il dialogo sopra riportato è contenuto nel libro The Singularity is Near, pubblicato nel 2005 da Raymond Kurzweil, esponente di spicco del transumanesimo. Come ormai noto, il transumanesimo è l’ideologia che crede nell’utilizzo della scienza e della tecnologia per potenziare le capacità fisiche e intellettuali dell’Uomo, fino a riuscire a trascendere i limiti naturali della condizione umana – uno su tutti, la morte. Nanotecnologia, biotecnologia e ingegneria genetica contro le malattie e l’invecchiamento, ibridazione uomo-macchina per il potenziamento fisico e cognitivo (bionica, cibernetica e chip cerebrale, fino al mind uploading, il caricamento della mente su un computer per poter ‘vivere’ per sempre), crionica per essere ibernati e risvegliati in futuro (quando esisteranno tecnologie in grado di rianimare senza provocare danni encefalici e curare da malattie oggi letali) e, su tutto, condicio sine qua non per avanzare nello sviluppo tecnologico, intelligenza artificiale, in particolare l’AGI, Artificial General Intelligence, un sistema che non solo dovrebbe essere in grado di svolgere un’ampia varietà di compiti – di contro all’intelligenza artificiale ‘ristretta’ che conosciamo oggi, limitata a precise funzioni – ma anche di superare la capacità intellettuale umana.
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Tutti i guai di OpenAI
di Andrea Daniele Signorelli*
Che cosa pensereste di una start up da cui se ne sono andati quasi tutti i principali dirigenti e cofondatori, che ha chiuso il 2024 con un rosso di 5 miliardi di dollari e che deve fare fronte a una marea di cause legali? La stessa start up i cui costi operativi hanno raggiunto cifre colossali non ha ancora dimostrato di avere un modello di business sostenibile e i cui progressi tecnologici stanno già dando segnali di rallentamento?
Probabilmente, pensereste che la start up in questione è una delle tante (circa due terzi, secondo la Harvard Business Review) che non riescono a ripagare gli investitori e chiudono bottega, nella maggior parte dei casi entro i cinque anni di vita. E avreste ragione a pensarla così, a meno che la start up in questione non sia OpenAI: la società che sviluppa ChatGPT, DALL-E e altri strumenti basati su intelligenza artificiale generativa.
La fiducia degli investitori
Pur se afflitta da tutti i problemi descritti in apertura, OpenAI continua infatti a godere di un’enorme fiducia, le sue prospettive future non vengono mai messe in discussione ed è stata perfino in grado di imporre le sue condizioni agli investitori, decidendo per esempio quali finanziamenti accettare, a partire da quale cifra e chiedendo che i partner non investissero nelle principali cinque società rivali (Anthropic, xAI, Superintelligence, Perplexity e Glean).
Nonostante questa – e altre – particolarità dell’ultimo round di finanziamento, OpenAI è riuscita lo scorso ottobre a raccogliere 6,6 miliardi di dollari da investitori come Thrive Capital, Nvidia, Microsoft, SoftBank e altri, per una valutazione da 157 miliardi di dollari. Partiamo proprio da questo aspetto: i finanziamenti. Per quanto i vari round in cui le startup riescono a raccogliere enormi quantità di denaro da investitori privati vengano solitamente celebrati – soprattutto a livello mediatico – come un segno delle loro enormi potenzialità, in alcuni casi è anche utile porsi una domanda: perché la start up in questione, ovvero OpenAI, ha bisogno di raccogliere una tale mole di denaro?
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Campi di concentramento skinneriani come orizzonte storico
di Norberto Albano
Lo scrittore austriaco Ivan Illich, nella terza sezione dell’ultimo capitolo del suo celebre libro Tools for Conviviality (Convivialità in italiano), pronosticava che l’aspirazione delle società capitaliste post-industriali a una crescita infinita avrebbe inevitabilmente condotto a una crisi strutturale irreversibile—o, in alternativa, all’instaurazione di un sistema di controllo totalizzante. Tra le immagini più emblematiche utilizzate da Illich per descrivere questa possibilità spicca quella di un “campo di concentramento globale di B.F. Skinner, diretto da un T.E. Frazier”[1].
Questa potente metafora non si limita a una provocazione retorica, ma rappresenta un’analisi lucida del potenziale rischio che una società altamente tecnocratica e algoritmica possa organizzarsi come un’enorme Skinner Box, dove il comportamento umano è modellato attraverso un sistema rigorosamente controllato di stimoli e rinforzi. Il riferimento a Frazier, protagonista dell’opera Walden Two di Skinner, richiama l’immagine di un mondo dove l’efficienza e la pianificazione collettiva verticistica soppianta ogni aspirazione all’autonomia individuale. A distanza di più di cinquant’anni, l’intuizione di Illich appare non solo attuale, ma premonitrice[2].
Questo articolo esplora come il comportamentismo radicale abbia modellato approcci educativi, tecnologie digitali e politiche di controllo sociale fino alle moderne “smart city”, con un focus sull’eredità di Skinner, una delle figure più influenti della psicologia del XX secolo[3]. Ironicamente il suo progetto per l’esercito statunitense che prevedeva l’addestramento di piccioni bomba kamikaze fu un fallimento (a cui tagliarono i fondi), ma dopo la seconda guerra mondiale ottenne un riscatto che lo portò alla fama mondiale: le sue idee non solo hanno trasformato la psicologia sperimentale, ma hanno anche avuto un impatto profondo su campi come l’educazione, l’economia e le tecnologie emergenti.
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Quando l’unica giustizia è la vendetta
di Eros Barone
Le vostre concezioni borghesi della libertà, della cultura, del diritto ecc., sono anch’esse un prodotto dei rapporti borghesi di produzione e di proprietà, così come il vostro diritto non è che la volontà della vostra classe innalzata a legge.
K. Marx – F. Engels, Manifesto del partito comunista.
1. “Negare, ritardare, difendere"
Il 4 dicembre scorso, il cinquantenne Brian Thompson, amministratore delegato della compagnia di assicurazioni UnitedHealthcare, è stato ucciso a colpi di pistola fuori dall’hotel Hilton Midtown di New York, dove alloggiava per partecipare alla riunione annuale degli investitori. L'uomo, che già in passato aveva ricevuto minacce di morte, è stato ucciso da un’arma da fuoco e sui proiettili utilizzati per l’agguato sono state scritte con un pennarello le parole “Negare, Ritardare, Difendere”, un chiaro riferimento alla strategia operativa delle compagnie di assicurazioni che mirano a ritardare i pagamenti, a negare i rimborsi dovuti e a difendere queste azioni dando inizio a lunghe battaglie legali. Un uomo è stato arrestato per aver presumibilmente ucciso il suddetto dirigente della multinazionale statunitense UnitedHealthcare.
Il sospettato, Luigi Mangione, è stato arrestato il 9 dicembre in Pennsylvania e la polizia ritiene che si sia trattato di un omicidio premeditato. Al momento dell’arresto, Mangione aveva con sé un “manifesto” in cui l’impresa assicurativa sanitaria viene condannata per aver ricavato i suoi enormi profitti speculando in vario modo sulle malattie dei pazienti. Nel “manifesto” si afferma a chiare lettere che «questi parassiti se l’erano cercata». 1
Sono molte le persone che, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, hanno espresso comprensione per la rabbia di Luigi Mangione nei confronti di questa multinazionale della sanità privata. Il consenso di vaste masse di cittadini, che sulla Rete hanno approvato l’omicidio, ha rivelato una verità scomoda, e cioè che nel loro intimo milioni di Americani hanno sognato una simile vendetta. Fra tutte le anonime e incontrollabili forze che governano la vita quotidiana dei cittadini, la sanità commerciale è infatti quella che infligge le maggiori sofferenze e le più crudeli ingiustizie ai cittadini inermi.
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Quando la Terra diventò piatta
di Giovanni Iozzoli
Sembra passato un secolo, vero? I virologi onnipresenti a reti unificate. I grafici con l’andamento della mortalità. Le mascherine, gli elicotteri in spiaggia e i droni sui tetti dei palazzi. Il divieto di uscire di casa, ma l’obbligo sostanziale di andare a lavorare. Un tizio con aria solenne che si affaccia sulle reti tv e fa un elenco di cosa “è consentito”. Un paio d’anni di follia, ma anche di ardite sperimentazioni sociali e inedite tecniche di governance. In quella stagione Milano conobbe il più alto numero di manifestazioni consecutive, mai viste dopo il ’77. Quasi in tutta Italia si coagularono aggregati sociali (e social) nel cui caos poteva nuotare di tutto: nazisti e anarchici, fautori della Costituzione e complottisti estremi. Tutti uniti non da una visione comune – sui vaccini o sul mondo – ma da una diffidenza ostile e irredimibile verso “il potere” o una qualche sua rappresentazione immaginaria.
L’unica cosa che teneva davvero insieme quei mondi, era lo stigma – potentissimo e unanime – che veniva riversato su di essi dai media mainstream e dalle forze politiche. Come se una parte del paese fosse stata dichiarata fuori dal consesso civile. Non c’era programmino tv, dalla satira ai tg e perfino le trasmissioni sportive, in cui quelle persone non venissero impunemente insultate da giornalisti, esperti, soubrette e sottosegretari: terrapiattisti era l’epiteto più gentile. Chi di noi non aveva un parente o un collega o un vicino di casa “renitente” al vaccino o semplicemente ostile al green pass? Questa normale condizione critica venne trasformata in ostracismo civile. La massa informe e anonima dei renitenti non aveva diritto di replica. Solo con i “putiniani” si sarebbe riprodotto lo stesso scenario di conformismo di regime: chi non si fida, chi mostra dubbi, chi è riottoso – in quel caso rispetto alle politiche Nato – va bastonato e censurato. Perché la post-modernità (o quel che diavolo siamo) si fonda essenzialmente sulla fede, proprio come il Medioevo. Cambiano solo gli idoli e i profeti.
Che tutto quel travaglio sociale che spaccò le opinioni pubbliche occidentali, potesse semplicemente dissolversi senza lasciare tracce, era una pia illusione.
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La scuola tradizionale non esiste. Il falso conflitto tra destra sovranista e ultrapedagogia di sinistra
di Marco Maurizi
Il punto cieco
L’annuncio del governo Meloni di voler introdurre i voucher scolastici, permettendo alle famiglie di scegliere tra scuola pubblica e privata, si inserisce in una narrazione ben precisa: la destra sovranista e postfascista accusa le politiche scolastiche della sinistra di essere la causa del degrado della scuola pubblica. Rispetto ai classici temi neoliberisti sullo “spreco” delle risorse pubbliche, FdI ha seguito la linea populista introdotta da Ricolfi e Mastracola nel saggio Il danno scolastico. Secondo questa retorica, il modello progressista, centrato sull’inclusione, avrebbe sacrificato il merito e l’eccellenza, lasciando paradossalmente le classi lavoratrici intrappolate in un sistema scolastico inefficiente e incapace di offrire strumenti di mobilità sociale[1].
La pedagogia di sinistra, come noto, tende invece a negare l’idea stessa di un abbassamento del livello della scuola, interpretandolo come un attacco ideologico volto a giustificare modelli selettivi ed escludenti. Il problema, semmai, è che la scuola non è abbastanza inclusiva, confermando in modo speculare le chiacchiere interessate della destra sulla scuola e proponendo una falsa dicotomia tra nostalgici di Gentile e apostoli di Dewey. Questa negazione è infatti del tutto funzionale a una proposta moralistica di segno opposto: la scuola si riforma riformando l’insegnamento. È diventata quasi una barzelletta che la risposta a ogni problema della scuola si traduca sempre in “più formazione per i docenti!”.
È uno scontro tra ciechi. La crisi della scuola è profondamente legata alla natura iper-capitalistica della società in cui opera, una società segnata da conflitti di classe che determinano le sue istituzioni e ne modellano i limiti strutturali. La centralità delle dinamiche di mercato nelle scelte politiche degli ultimi decenni ha portato a un disinvestimento sistematico nella scuola pubblica, sia in termini di risorse economiche che di riconoscimento sociale. Il declino della scuola pubblica non è infatti un fenomeno contingente legato a cattive scelte pedagogiche o politiche.
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Non sapere aude!
di Lelio Demichelis
Leggere la mente grazie alle neuro-tecnologie e alle neuro-scienze, manipolarla ben oltre quanto fatto dai totalitarismi del ‘900 e della pubblicità e dalla propaganda; e la libertà e la democrazia messe a rischio da una oligarchia di imprenditori del Big Tech, tra anarco-capitalisti e transumanisti ed Elon Musk, che qualcuno si ostina a chiamare visionari; e scienziati che invece di lavorare per accrescere e diffondere il sapere lo azzerano incorporandolo e soprattutto centralizzandolo in macchine/algoritmi/intelligenza artificiale, creando un uomo sempre meno sapiens e sempre più macchina. E su tutto, la tecnologia, che avanza a grandi passi, sempre più veloci, realizzando ben altro che il Grande Fratello orwelliano.
A molti, tutto questo sembra fantascienza, ma è la realtà già di oggi. E dunque, è tempo di rivendicare un nuovo diritto, quello alla libertà cognitiva, come lo definisce Nita Farahany – che insegna Diritto e Filosofia alla Duke University – in questo suo libro da poco tradotto in italiano e dal titolo programmatico se non imperativo di Difendere il nostro cervello (Bollati Boringhieri, pag. 482, € 27.00). Ma come rivendicare questo diritto alla libertà cognitiva – concetto e diritto bellissimo e soprattutto urgente - se da tempo abbiamo già rinunciato (come richiesto dal capitale, che necessitava dei nostri dati) al diritto alla privacy e che era il presupposto per la libertà individuale; se ogni giorno produciamo appunto dati che servono a toglierci la libertà di pensare (e il lavoro prossimo venturo), delegando tutto alle macchine/algoritmi/i.a.? Forse per avere le risposte prima ancora di avere fatto le domande – nella neolingua aziendalistica dominante si chiama efficientare? Perché siamo feticisti della tecnica? Perché abbiamo paura della libertà? Forse stiamo entrando nel transumano, senza rendercene conto? O perché siamo governati da tecno-crazie e imprenditori e non più dalla politica e dal demos, realizzandosi in pieno il programma del positivismo ottocentesco? Ma su tutto: siamo capaci di fermare le macchine e i neuro-scienziati se i rischi per l’uomo e la libertà stanno diventando – e lo stanno diventando – troppo grandi?
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Fine della megamacchina, un libro di Fabian Scheidler
di Sébastien Navarro
Dal n. 7 di “Collegamenti” (autunno 2024) riportiamo questa recensione di Sébastien NAVARRO al libro di Fabian Scheidler, “La fine della megamacchina. Storia di una civiltà sull’orlo del collasso”. Trad: Gaia D’Elia, Castelvecchi, 2024, 396 p., brossura, EAN: 9788868266622
Ricordo di aver sfogliato le pagine con le mani umide, il terrore, l’impossibilità di prendere la vera misura di ciò che stavo leggendo. Quanti anni ho? Forse venti. È tardi per aprirsi alla politica ma vengo da un ambiente in cui mi è stato trasmesso ben poco. La mia “presa di coscienza” avviene quando sono oramai un giovane adulto. Ho ingoiato chilometri di letture, sperando di recuperare un arretrato che non recupererò mai. Ho letto Le vene aperte dell’America Latina di Eduardo Galeano (1940-2015) e non ricordo come questo libro sia finito nelle mie mani. Quello che so è che leggerlo mi toglie il fiato. L’entità dei massacri e dei saccheggi nel continente sudamericano è così vasta da stordirmi. “La storia è un profeta che guarda all’indietro: partendo da ciò che è stato e in opposizione a ciò che è stato, annuncia ciò che accadrà”, scrive Galeano. Pochi paragrafi dopo, l’uruguaiano riassume un lungo continuum storico: “I conquistadores sulle loro caravelle e i tecnocrati in jet, Hernán Cortés e i marines nordamericani, i corregidores del regno e le missioni del Fondo Monetario Internazionale, i mercanti di schiavi con i profitti della General Motors”.
Galeano scriveva queste righe alla fine degli anni Sessanta. Mezzo secolo dopo, il drammaturgo e saggista tedesco Fabian Scheidler scrive nella sua introduzione a La fine della megamacchina: “Il processo di espansione iniziato in Europa cinque secoli fa si è rivelato una storia che, per la maggior parte dell’umanità, è stata immediatamente sinonimo di deportazione, impoverimento, violenza di massa – persino genocidio – e saccheggio di territori. Questa violenza non è finita. Non è una malattia infantile del sistema, ma una sua componente strutturale e duratura. La distruzione delle condizioni di vita di centinaia di milioni di esseri umani a causa del peggioramento del cambiamento climatico ce lo ricorda oggi.
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L’intelligenza artificiale. Problemi e prospettive
Intervista a Stefano Borroni Barale
“L’Ai attuale è una grande operazione ideologica e di marketing, confezionata per aumentare il controllo delle persone e restringere il margine di libertà digitale” (1)
L’Intelligenza artificiale (Ai) è un tema oggi talmente di moda che persino il papa ha ritenuto indispensabile dire la sua sull’argomento. Un utile strumento per orientarsi in questo profluvio di notizie, in genere sensazionalistiche e spesso fuorvianti, è fornito dal libro recentemente pubblicato di Stefano Borroni Barale, “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza artificale”, Altreconomia, 2023. Un agile saggio divulgativo alla portata anche del lettore meno esperto.
Il titolo “L’intelligenza inesistente” rimanda esplicitamente ad Agilulfo il “cavaliere inesistente” creato da Italo Calvino, un paladino che pur “non esistendo” riesce comunque a combattere valorosamente al servizio di Carlomagno (“Bé, per essere uno che non esiste, siete in gamba !” sbotta a un certo punto l’imperatore).
Più precisamente per l’autore – a differenza di quanto sostengono i millantatori – non esiste oggi (né è alle viste) una Ai “forte” in grado di pensare come un essere umano ma solo un’Ai “debole” in grado di “simulare” alcuni aspetti del pensiero umano. Una Ai che funziona solo grazie al lavoro costante di un vasto proletariato digitale, invisibile e malpagato (i cosiddetti “turchi meccanici” o “turker”). (2)
“Collegamenti” ha posto alcune domande all’autore. (3)
* * * *
Mentre gli entusiasti esaltano le prospettive che ci offre lo sviluppo dell’Ai, a molti non ne sono sfuggiti i pericoli, dal punto di vista della privacy, della violazione del diritto d’autore e dell’uso bellico (come il controllo totale sui palestinesi nella “smart city” di Hebron e i droni israeliani che seminano morte a Gaza). Secondo te quali sono i maggiori rischi di questa nuova tecnologia, così come si va configurando ?
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La società della ricompensa. I tanti volti (sorridenti) della gamification coercitiva
di Gioacchino Toni
Adrian Hon, La società della ricompensa. Perché la gamification ci fa giocare di più ma divertire di meno, traduzione di Paolo Bassotti, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 320, € 23,00 edizione cartacea, € 12,99 ebook
Uscito con il titolo You’ve Been Played: How Corporations, Governments, and Schools Use Games to Control Us All (Basic Books, 2022), il volume, dal taglio divulgativo, è stato scritto da un autore che conosce bene l’universo dei videogame e delle loro applicazioni extra-ludiche. Adrian Hon è programmatore di videogiochi, co-creatore di Zombies Run! – uno dei più popolari mobile fitness game – e co-fondatore della celebre casa di produzione indipendente di videogame Six to Start.
Nonostante il termine gamification si sia diffuso soltanto in avvio del nuovo millennio, del ricorso a logiche di gioco per scopi non ludici si può parlare anche a proposito di pratiche in uso ben da prima dell’avvento del digitale e di internet. Indubbiamente le nuove tecnologie hanno incrementato il grado di pervasività e di incidenza della gamification1 ed è passando in rassegna i fattori tecnologici e sociali che hanno portato a tutto ciò che si apre il libro di Hon.
Lo sguardo utopico con cui si guardava ai giochi come se questi potessero “salvare il mondo” proprio dei decenni a cavallo tra il cambio di millennio – onda lunga di quel tecno-ottimismo che aveva contraddistinto la nascita di internet e l’arrivo del digitale –, può dirsi scemato a metà degli anni Dieci quando, invece, si è diffusa una sorta di disillusione circa il mondo della rete. In realtà scrive Hon, «l’aura carismatica che avvolgeva i vecchi ideali utopistici non è morta, ma si è spostata su quel tipo di gamification della vita e del lavoro oggi tanto in voga, conferendole una legittimità morale che cela i suoi aspetti più manipolatori» (p. 33).
Nonostante ad avere la meglio sia stata una gamification conservatrice, utilizzata per aumentare la produttività e lo sfruttamento, Hon si guarda bene dal demonizzare il ricorso a logiche di gioco per scopi extra-ludici, non mancando di sottolineare come la gamification sia effettivamente dotata di un grande potenziale educativo e scientifico.
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La trasparenza distopica di Smart City*
di Leonardo Lippolis
Philip K. Dick ha prefigurato nei suoi libri le degenerazioni del capitalismo avanzato: l’accumulo di catastrofi che rendono la Terra sempre più inospitale, la disumanizzazione di una società in cui la merce esercita un potere totalitario; le inquietanti prospettive dell’ibridazione tra umani e macchine e dell’intelligenza artificiale. Le ambientazioni suoi dei romanzi sono mondi urbani intrisi di solitudine o tetre periferie di colonie extraterrestri, luoghi in cui l’umanità, sottomessa a stati di polizia e regimi totalitari retti da grandi multinazionali, vive anestetizzata. Ricorda qualcosa? In questi ambienti urbani tutto è automatizzato: veicoli volanti autopilotati che interagiscono con i passeggeri, case governate da sistemi di sensori e comandi vocali, elettrodomestici e computer comandati a gesti. Vere anticipazioni di Smart City. Oggi il capitalismo ha rispolverato per la Smart City la categoria dell’utopia che si realizza, “un’utopia capitalista per una esigua minoranza «privilegiata», ben inteso, mentre il resto della popolazione mondiale in eccesso continuerà ad ammassarsi nelle bidonvilles e negli slums… – scrive Leonardo Lippolis nella nuova prefazione a Viaggio al termine della città (elèuthera) – Se la fantascienza di Dick rimane una guida fondamentale per intuire la distopia che si proietta al di là degli schermi trasparenti di Smart City, dal punto di vista del pensiero politico occorre rilanciare il «principio speranza» di un’utopia concreta di cui parlava Ernst Bloch alla fine degli anni ’50, unico antidoto al sentimento angosciante di no future annunciato già alla fine degli anni ’70 e oggi apparentemente inscalfibile…”
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La particolarità del panottico digitale è, soprattutto, che i suoi stessi abitanti collaborano attivamente alla sua costruzione e al suo mantenimento esponendosi loro stessi alla vista e denudandosi. Espongono se stessi sul mercato panottico
(Byung-chul Han)
All’inizio di Jubilee, film di Derek Jarman del 1978, una scena iconica immortala tre giovani punk appoggiati a un grande muro di cemento sotto la scritta postmodern; siamo a Londra, in una strada coperta di rifiuti e macerie, tra un’automobile rovesciata dopo un incidente, un caseggiato popolare vittoriano a due piani in completo abbandono e un gasometro in disuso.
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I Lincei e l’INVALSI: 10 domande scomode
di Redazione ROARS
Un interessante convegno linceo, dal titolo “Problemi sulla valutazione” a scuola, si svolgerà alla presenza dell’INVALSI. Ecco le nostre 10 domande: non abbiamo resistito, sperando che qualche Linceo voglia farle al posto nostro.
L’Accademia Nazionale dei Lincei è un’istituzione di rilevanza storica e culturale, considerata “la più illustre nella storia fra le moderne accademie d’Italia e d’Europa”. Sul sito dell’Accademia se ne può ripercorrere la storia: i lincei, dal nome del felino dallo sguardo acuto, simbolo della compagnia di studiosi – Federico Cesi, Galileo Galilei, Quintino Sella, Giovanbattista della Porta, per citare i più illustri – coltivarono e promossero fin dal ‘600 una rinnovata visione delle scienze, fondata sull’indagine libera e sperimentale, opposta a qualsiasi vincolo di tradizione e autorità.
L’Accademia di oggi promuove e organizza un Convegno nazionale dal titolo “Problemi sulla valutazione scolastica” (qui il programma). Ottima idea, pensiamo. Di “Problemi sulla valutazione scolastica” ce ne vengono in mente parecchi. Sfogliamo il programma. Tra diversi nomi, più o meno noti, ritroviamo alcune vecchie conoscenze.
Primo tra tutti: il presidente INVALSI, Roberto Ricci, che racconterà in apertura le sfide della scuola del futuro, viste attraverso i dati dei test INVALSI.
-il professor Matteo Viale, linguista, che tra le sue attività istituzionali annovera quella di esperto e consulente INVALSI, con cui condividemmo un interessante scambio di informazioni su chi e come vengono corretti i test computerizzati (vedi qui)
-il professor Giorgio Bolondi, matematico, storico esperto e collaboratore, in diverse tipologie di ben remunerati incarichi, dello stesso istituto INVALSI.
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