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sinistra

Fisica e metafisica dei fatti di Macerata

di Eros Barone

guerra tra poveriDi tutti i bagagli l’uomo è il più difficile da trasportare.
Adam Smith

Nel suo lungo articolo dedicato ai fatti di Macerata1 e intitolato “Letture sul dramma di Macerata - Lo scontro delle secolarizzazioni”, Alessandro Visalli si riferisce in chiave critica ai commenti di Eros Barone e di Mario Galati, che, essendo accomunati da un’ottica marxista-leninista fondata sulla priorità ontologico-sociale (non dell’economico, come egli afferma scorrettamente, ma) dei rapporti di produzione, risulterebbero, a suo giudizio, “schematici” e “tradizionali”.

 

1. Alcune considerazioni di metodo

Sennonché, prima di entrare nel merito di alcune importanti questioni trattate da Visalli, ritengo opportuno premettere le seguenti considerazioni generali e di metodo. Orbene, è un classico ‘topos’ della cultura borghese, del quale anche lui è pienamente tributario, distinguere tra un marxismo ‘critico’ ed ‘aperto’ e un marxismo ‘dogmatico’ e ‘chiuso’. Un buon numero di marxisti, che io definirei ‘a mezzo servizio’, hanno assunto e fatto propria questa distinzione senza basarla sui propri princìpi, cioè ridefinendola, bensì mutuandone tutto il contenuto ideologico di origine: ciò è avvenuto non solo in Occidente, ma anche negli stessi paesi socialisti, quantunque lì la ricezione del ‘topos’ sia avvenuta ‘a posteriori’, cioè per opporre il nuovo ‘Diamat’ al vecchio ‘Diamat’.

In realtà, la suddetta ricezione si è sempre realizzata, in un senso o nell’altro, sull’onda di una qualche ‘criticità’ del pensiero borghese, da integrare in quello marxista. La categoria filosofica della ‘critica’, infatti, è nata con la borghesia, ma i suoi contenuti sono così poco immutabili (essendo determinati dagli stadi del modo di produzione capitalistico e dal conflitto tra le classi) che, nel passaggio dalla fase rivoluzionaria della borghesia a quella imperialista, si sono quasi completamente rovesciati. Pertanto, la principale conseguenza dell’‘apertura’ della teoria verso le ‘criticità’ proprie del pensiero borghese è stata l’immediata dissoluzione dei princìpi di sistematicità propri di una teoria scientifica, quale è e vuole essere la teoria marxista. In questo senso, si potrebbe affermare, sotto il profilo epistemologico, che questo è il punto di partenza di quel processo teorico, ideologico, politico e culturale in cui consiste il revisionismo. Se la teoria marxista cessa di essere scientifica perché irrigidisce ‘dogmaticamente’ i princìpi (ma oggi la situazione è proprio quella opposta), non meno cessa di essere scientifica la teoria marxista che adotta come prassi il ‘metodo delle etero-integrazioni’ e il ‘liberalismo dei princìpi’, ossia l’accoglimento di princìpi che sul piano sistematico si elidono a vicenda o, per meglio dire, elidono quelli propri della teoria marxista. È questo il caso, come si vedrà, dell’impostazione di Visalli, il quale cerca disperatamente di trovare un accordo tra il diavolo e l’acquasanta, cioè tra alcuni spunti marxisti, debitamente avulsi dal contesto teorico entro il quale assumono il loro pieno significato, e una congerie di begriffi tratti dalle fonti più disparate (teologiche, antropologiche, sociologiche, economiche ecc.). Ma torniamo alle nostre considerazioni di metodo.

A questo primo effetto della ‘criticità’ – cioè la disposizione a trattare per principio relativisticamente e dubitativamente i propri princìpi e quindi ad accoglierne ‘liberalmente’ di nuovi, per lo più distruttivi dei primi – se ne aggiunge e connette un secondo più specifico: l’assorbimento degli elementi antimaterialistici e antidialettici che nel pensiero borghese sono sottesi a quella categoria. Si tratta chiaramente di una posizione teorica revisionista, il cui fondamento filosofico è lo storicismo, inteso (non come riconoscimento di una storicità correlata alla dinamica differenziale dei modi di produzione e della lotta fra le classi ma) come forma di relativizzazione e liquidazione dei princìpi teorici del marxismo-leninismo. La versione ormai classica di questo storicismo, la cui origine risale al famoso saggio di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione partenopea del 1799, è quella che ha caratterizzato il “moderno revisionismo”, i cui amari frutti (istituzionali, politici e culturali) stiamo gustando, come militanti della sinistra di classe, da alcuni decenni.

 

2. La “secolarizzazione”: sorella gemella del “clash of civilizations”

L’articolo in parola propone diversi temi: 1) la violenza e le sue cause, individuate da Visalli e Buffagni nello “scontro delle secolarizzazioni”; 2) il rilievo di schematismo e di tradizionalismo (sic!) mosso alle osservazioni critiche avanzate da Barone e da Galati; 3) la dinamica delle emigrazioni e delle immigrazioni (con il triplice riferimento al subcomandante Marcos, a Toni Negri, definito “marxista”, e a Samir Amin, nonché il lungo ‘excursus’ sulla Nigeria); 4) l’interpretazione “concettuale” dei processi di astrazione del lavoro e di mobilità interregionale; 5) la riaffermazione dell’importanza del carattere irrazionale dei riti e del simbolico con gli annessi e connessi della “religione del capitalismo” e del trito filosofema heideggeriano del “dominio della tecnica”, nonché la correlativa rivalutazione del pensiero pre-galileiano, la quale, facendo il paio con l’utopia populista e reazionaria della ‘obščina’, spiega l’intesa tra il neo-keynesiano e polanyiano Visalli ed il comunitarista cattolico-demaistriano Buffagni; 6) una proposta di politica economica alternativa e, ‘last but not least’, il piatto forte dell’interpretazione enfatica ed estensiva della fin troppo famosa lettera di Marx a Vera Zasulic.

In questo mio articolo mi soffermerò essenzialmente sui punti 2, 3 e 6, tralasciando in tutto o in parte gli altri punti, che pure ritengo significativi, ma che rispetto alla centralità del problema della immigrazione sono, in qualche misura, secondari (di tali punti, peraltro, si occuperà specificamente l’amico e compagno Mario Galati in un suo prossimo intervento). Secondo Visalli e Buffagni, la violenza che si è manifestata negli atroci delitti di Macerata è il prodotto dello “scontro delle secolarizzazioni”, laddove con questa categoria i Nostri compiono un’operazione che non è né originale né, soprattutto, innocente, poiché assumono acriticamente, senza citarne l’autore, trasvalutano come “secolarizzazione” ed applicano schematicamente ai fatti di Macerata la categoria del “clash of civilizations” elaborata da Samuel Huntington, un ideologo americano dell’imperialismo che nel suo saggio dall’omonimo titolo2,  sostiene che la principale fonte dei conflitti nel mondo del periodo successivo alla “guerra fredda” è rappresentata dalle identità culturali e religiose. Peraltro, che si tratti della categoria di “secolarizzazione” in un’accezione weberiana o durkheimiana, oppure della nozione di “clash of civilizations” nell’accezione di Huntington, ciò che connota queste nozioni è essenzialmente la loro natura descrittiva, ragione per cui si incorre nella classica fallacia della “causa pro causa” quando, come fanno sistematicamente Visalli e Buffagni, tale nozione viene usata in senso esplicativo o addirittura, sia pure in senso apotropaico, predittivo. Sennonché è pur vero che, come gli uccelli non sanno di ornitologia e di etologia, così i protagonisti dei fatti di Macerata non sanno di antropologia e di sociologia… In realtà, ammesso che sia legittimo usare questo glossario, il fenomeno di cui, in ordine a quei fatti, si dovrebbe comprendere la natura e la funzione, andando oltre la superficie, pur raccapricciante, del fenomeno criminale e oltre le stesse dispute nominalistiche, è già stato denominato da tempo nel lessico marxista come conflittualità imperialistica. Così, sulla base della stessa argomentazione di fondo e degli stessi dati presenti nel celebre saggio di Huntington non c’è alcun bisogno di ricorrere all’ipotesi dello «scontro delle civiltà» per dar conto di tale conflittualità. In effetti, solo quando la competizione economica raggiunge alti livelli di conflittualità i Paesi in competizione cercano di far pesare, in modo più o meno strumentale e fondato, i fattori extra-economici, cioè i fattori culturali, psicologici e persino antropologici. In realtà, scendendo, come si esprime il giovane Marx, dalle “volte ipocrite della speculazione” sulla terra dei concreti “rapporti di proprietà” a cui, citando Brecht, richiamavo nella chiusa del mio commento, tutti i fattori extra-economici, su cui discettano Visalli e Buffagni “ad majorem Dei gloriam”, assumono un reale significato solo se inseriti nella dinamica sociale che ha come forze motrici la produzione e la distribuzione della ricchezza su scala mondiale, mentre, se vengono considerati come espressioni di sfere autonome, non ci dicono nulla di veramente significativo. Per dare un esempio del modo in cui Huntington utilizza siffatte nozioni basta leggere questo passo tratto dal suo saggio: «Cosa spiega il carattere peculiare dell’economia giapponese? Tra i paesi più industrializzati, l’economia nipponica non ha uguali in quanto la società nipponica è marcatamente non occidentale. La società e la cultura giapponesi differiscono dalla società e dalla cultura occidentali e da quelle statunitensi in particolari»3. Qui un truismo sostituisce il fatto fondamentale, il solo che spiega una contesa interimperialistica che, traendo la sua origine dalla legge economica dello sviluppo ineguale, si esplica su scala mondiale: i rapporti di produzione capitalistici che accomunano questi due paesi. Non la civiltà, la cultura, l’ideologia o l’antropologia spiega il conflitto nippo-americano durante la seconda guerra mondiale, ma gli interessi capitalistici degli Stati Uniti e del Giappone, i quali necessariamente si configuravano - e si configurano - come interessi imperialistici. In conclusione, riferendoci alla contesa per la spartizione del bottino, cioè del plusvalore prodotto dal proletariato mondiale, delle materie prime, della forza-lavoro e dei mercati, si dovrebbe parlare della civiltà capitalistica mondiale come del fattore socio-economico che accomuna quasi tutti i paesi e che integra ogni loro peculiarità culturale e antropologica, talché il vero scontro non è quello fra le civiltà, ma quello che si produce, eccezion fatta per alcune “società di transizione”, nel seno stesso della civiltà attualmente predominante: la civiltà capitalistica. Diversamente non oso immaginare a quali speculazioni mistico-antropologiche si abbandonerebbero Visalli e Buffagni, se al centro di una discussione sulla seconda guerra mondiale nell’area del Pacifico si ponesse il seguente episodio. Durante quel conflitto le cui modalità furono semplicemente atroci, tant’è che si concluse con le due bombe atomiche sganciate dagli imperialisti americani su Hiroshima e Nagasaki, le autorità militari italiane ordinarono che venisse fabbricato un dispositivo per accrescere la forza dei siluri. Tale dispositivo era destinato alla marina italiana e a quella tedesca. Lo richiesero però anche i giapponesi per i loro siluri, soprattutto per quelli guidati dai ‘kamikaze’. Poiché il dispositivo riduceva lo spazio riservato agli ‘aviatori suicidi’ e ridurre le dimensioni del siluro o la carica di esplosivo non si poteva, si decise di ridurre l’uomo. I ‘kamikaze’ furono quindi sottoposti, con operazioni basate su potenti anestetici, all’amputazione delle gambe. In tal modo, quando quei tronchi umani forniti solo di testa e di braccia erano in grado di operare, venivano introdotti dai loro camerati nel tubo del siluro e portati sul teatro di guerra, dove, dirigendosi sugli obiettivi prescelti, andavano a esplodere sul fianco di qualche corazzata o incrociatore degli USA.

 

3. “Eine bunte Gesellschaft”: Marcos, Negri e Amin

Pur tenendo conto della dissimmetria che intercorre inevitabilmente fra un articolo e i commenti apposti in calce ad esso, bisogna dire che Visalli non oppone nulla di veramente alternativo alle obiezioni avanzate in quei commenti riguardo al primato (non dell’economico ma) dei rapporti di produzione. Anzi, raccogliendo la sollecitazione espressa da Barone e da Galati, procede, ovviamente alla luce della sua impostazione culturalistica e del suo orientamento ispirato ad una populistica nostalgia per il mondo precapitalistico, ad un esame delle condizioni materiali e, in particolare, del mondo africano-nigeriano, che costituisce l’aspetto più interessante del suo sforzo di calarsi nella realtà concreta e di passare, con qualche contraccolpo in direzione inversa e non pochi sussulti regressivi, dalla metafisica alla fisica nella sua “lettura”4 dei fatti di Macerata. Così, proponendosi di tratteggiare in forma congiunta, come egli si esprime, l’“economia politica dell’emigrazione” e l’“economia politica dell’immigrazione”, si avvale dei contributi di una “pittoresca compagnia” di autori (questo è il significato dell’espressione tedesca ripresa nel titolo del presente paragrafo), che spazia tra il subcomandante Marcos, zapatista e anarchico, il foucaultiano-francescano Toni Negri, definito incongruamente “marxista” (ma da definire più esattamente, e ormai da gran tempo, come post-marxista) e il marxista Samir Amin (questo, sì, meritevole di tale qualifica , anche se discutibile per alcune sue tesi di taglio luxemburghiano-terzomondista).

Sennonché, come è suo costume, Visalli fa un uso gastronomico del marxismo (così Brecht ha mirabilmente definito, riferendosi agli intellettuali “Tui”, ossia agli esponenti della Scuola di Francoforte, la combinazione eclettica del marxismo con ingredienti teorici e concezioni, o loro parti, desunti da altre ed opposte correnti filosofiche); dunque, si diceva, un uso gastronomico del marxismo, che emerge con particolare evidenza da quanto scrive in un passo del suo articolo dedicato all’analisi della “economia politica dell’emigrazione” :

“…le persone che sono ‘aspirate’ in occidente dalla domanda di lavoro debole alimentano anche il trasferimento di poveri surplus monetari che insieme alla trasformazione dei pochi settori produttivi in industria da esportazione estranea al tessuto locale e dipendente dai capitali esteri, attraggono e corrompono, disgregandole, aree ancora relativamente esterne al circuito della valorizzazione, contribuendo a 'monetizzarle', ovvero a ricondurle entro il circuito astratto e impersonale del capitale e della sua logica”;

dopodiché conclude in senso derogatorio affermando che “in qualche misura questo paradosso è stato oggetto di analisi della tradizione marxista sin dal suo avvio, e delle esitazioni dei suoi padri”5. Ma la verità è esattamente quella contraria a quanto affermato dal Nostro, poiché proprio su questo tema nevralgico è possibile misurare tutta la straordinaria attualità scientifica e politica dell’analisi di Karl Marx6. Infatti, la lettera inviata da quest’ultimo a Sigfried Meyer e August Vogt il 9 aprile 1870, di cui riporto i passi salienti, potrebbe essere stata scritta oggi, tanto risulta attuale7. Basterebbe sostituire “proletari inglesi” con “lavoratori italiani” (o di qualsiasi altro paese europeo) e “proletari irlandesi” con “immigrati od extracomunitari” e i conti tornerebbero perfettamente.

Scrive dunque Marx:

«Ogni centro industriale e commerciale possiede ora in Inghilterra una classe operaia divisa in due campi ostili, i proletari inglesi e i proletari irlandesi. L’operaio inglese medio odia l’operaio irlandese come un concorrente che abbassa il suo livello di vita. Rispetto al lavoratore irlandese egli si sente un membro della nazione dominante, e così si costituisce in uno strumento degli aristocratici e dei capitalisti del suo paese contro l’Irlanda, rafforzando in questo modo il loro dominio su lui stesso. Si nutre di pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro il lavoratore irlandese. La sua attitudine verso di lui è molto simile a quella dei poveri bianchi verso i negri degli antichi stati schiavisti degli Stati Uniti d’America. L’irlandese gli rende la pariglia, e con gli interessi. Egli vede nell’operaio inglese nello stesso tempo il complice e lo strumento stupido del dominio inglese sull’Irlanda. Questo antagonismo è artificialmente mantenuto e intensificato dalla stampa, dagli oratori, dalle caricature, in breve da tutti i mezzi di cui dispongono le classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, a dispetto della sua organizzazione. È il segreto grazie al quale la classe capitalista mantiene il suo potere. E questa classe ne è perfettamente cosciente».

Oggi sono presenti ormai in tutti paesi europei forze politiche di destra, populiste o fasciste, la cui funzione è esattamente quella di strumentalizzare i ceti popolari, persuadendoli che la causa della loro condizione di precarietà e di impoverimento è dovuta alla ‘concorrenza’ dei lavoratori immigrati e non alle basi strutturali del sistema capitalistico. Come afferma Marx nella lettera testé citata, è proprio questo «il segreto grazie al quale la classe capitalista mantiene il suo potere». In effetti, l’immigrazione è il prodotto dell’organizzazione del capitalismo nel mondo. Le potenze imperialiste sfruttano i paesi del Terzo Mondo, si appropriano delle loro ricchezze e, quando i popoli di quei paesi si ribellano, li massacrano con la “guerra celeste” (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria). Perciò, è del tutto normale che da consimili situazioni di povertà, guerra e sfruttamento molte persone cerchino di fuggire e quindi decidano di emigrare. Ma tale scelta non è né naturale né romantica, come vorrebbe la ‘sinistra’ buonista, cosmopolita e filo-imperialista. Gli immigrati non sono animali, per loro non è naturale migrare. Sono uomini che scappano dalla guerra o più spesso dalla fame e dalla povertà. Ma la soluzione di questo problema esiste: ritirare tutti i reparti militari presenti in tutti i paesi, smascherare le operazioni di “peacekeeping”, fermare le guerre, le occupazioni militari ed ogni ingerenza in quei paesi. In poche parole: uscire dalla NATO. Insieme con l’interruzione delle azioni militari, occorre poi sopprimere il rapporto di dominio economico con quei paesi e, di conseguenza, smettere di sottrarre ad essi risorse e materie prime, sfruttando in modo disumano la loro manodopera, come è prassi comune di tutte le imprese multinazionali. Solo ripristinando con quelle nazioni rapporti di cooperazione e non di rapina, si può regolamentare in modo risolutivo il fenomeno dell’immigrazione. Se questa politica fosse applicata nell’arco di un ventennio, il numero degli immigrati comincerebbe a diminuire fino a livelli normali. Ma ovviamente nessuna politica di questo genere può essere applicata in un sistema che è fondato sul potere dei grandi monopoli, in un sistema che vede gli Stati interamente asserviti ai loro interessi. Il socialismo è l’unica soluzione giusta e razionale di questo problema, poiché, come sarà dimostrato in un prossimo paragrafo, permette di realizzare con i paesi del Terzo Mondo una politica di cooperazione, non di rapina. Altre strade non esistono.

 

4. L’immigrazione tra Scilla e Cariddi

Il problema dell’immigrazione nei paesi capitalistici è dunque uno di quei nodi inestricabili del sistema borghese che possono essere sciolti solo con il totale ribaltamento di prospettiva realizzato dalla società socialista. Come ha notato l’economista indiano Prabhat Patnaik, fino a pochi decenni fa il capitalismo aveva generato flussi migratori tra zone omogenee. Il primo tipo di flusso aveva luogo all’interno dell’Europa oppure procedeva dall’Europa verso l’America o l’Australia ed era costituito da grandi masse di manodopera qualificata, che non ingrossavano, ma contribuivano a tenere sotto controllo l’esercito industriale di riserva. Il secondo tipo di flusso procedeva dalla Cina o dall’India verso altri paesi coloniali o semi-coloniali, quali il Sudafrica. Quindi, osserva Patnaik, da alti salari ad alti salari o da bassi salari a bassi salari. Le politiche protezionistiche adottate dai paesi capitalisti avanzati, separando rigidamente queste due aree, impedivano ai prodotti del Sud di invadere il Nord (vedi l’esempio del cotone indiano), mentre il protezionismo era stato distrutto nel Sud a cannonate (vedi l’esempio della guerra dell’oppio). Il significato di questa compartimentazione del mercato del lavoro consisteva dunque nel fatto che, mentre i salari reali nel Nord crescevano con la produttività del lavoro, i salari reali nel Sud continuavano a ristagnare ad un livello di stretta sussistenza sotto la pressione delle sue enormi riserve di lavoro. Orbene, la globalizzazione attuale ha spazzato via questa compartimentazione dell’economia capitalistica mondiale. Così è accaduto che il capitale dal Nord si è spostato al Sud, delocalizzandovi gli impianti per le esportazioni verso il mercato mondiale complessivo, compresi i mercati del Nord che sono ora aperti a tali esportazioni dal Sud. Sennonché la conseguenza di questo processo è che i lavoratori del Nord sono ora esposti alle conseguenze funeste dei flussi costituiti dalle enormi riserve di lavoro del Sud8.

D’altra parte, la globalizzazione imperialistica e le politiche neoliberiste che il capitalismo ha attuato negli ultimi decenni sono state determinate dalla irrisolvibile crisi economica di sovrapproduzione di capitale, che ha spinto il capitalismo (produzione e mercato) a proiettarsi in tutto il mondo. In tal modo, la globalizzazione ha fatto aumentare soprattutto i profitti, permettendo ai capitali di muoversi su scala globale. Ma a livello locale e non globale l’effetto è stato che la classe operaia dei paesi occidentali è ora esposta alla concorrenza di un esercito industriale di riserva che non è più limitato al proprio territorio, ma è esteso a tutto il mondo. Mutamenti di carattere epocale come quelli testé sinteticamente evocati non possono non generare nei paesi occidentali squilibri e tensioni, che prendono la forma della ‘guerra tra poveri’, contrapponendo proletari italiani colpiti dalla crisi e proletari stranieri. Cerchiamo pertanto di focalizzare le cause di questa ‘guerra’. Prendendo come punto di riferimento i dati del 2014, che sono i più aggiornati, vediamo che in tale anno vi sono state 509 mila nascite (il livello minimo dall’Unità d’Italia), mentre i morti sono stati 597 mila unità. Ciò significa che in Italia mancano circa 100 mila individui l’anno. Poiché il numero di figli per donna che dovrebbe mantenere la popolazione in pareggio nel lungo periodo è pari ovviamente a 2, possiamo dedurne che finora i vuoti nella popolazione in Italia si sentono poco sia a causa della diminuzione dei morti, fattore che però provoca il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione, sia a causa dell’immigrazione. Il saldo migratorio netto con l’estero è invece pari a +142 mila unità, valore minimo degli ultimi cinque anni, in quanto bisogna considerare anche la forte emigrazione di giovani altamente istruiti che vanno all’estero (la famosa “fuga dei cervelli”).9

A questo punto, si potrebbe pensare che uno sfoltimento della popolazione sia un fatto positivo, soprattutto per le classi subalterne, perché ciò dovrebbe portare ad una diminuzione dell’esercito industriale di riserva. Ma questo è completamente falso, perché con la diminuzione dei cittadini si verifica fatalmente anche quella dei consumatori e l’economia, almeno quella capitalistica, si restringe (con buona pace dei decrescisti): meno consumatori, meno prodotto, meno produttori necessari. Paradossalmente l’incremento di cittadini stranieri apporta più ricchezza al paese di quanta non ne sottragga. Il problema però, dal punto di vista della classe lavoratrice italiana, è che la debolezza del lavoro degli immigrati fatalmente indebolisce il lavoro dei proletari italiani, incrementando l’esercito industriale di riserva, aumentando i profitti e schiacciando tutti i lavoratori, immigrati e autoctoni. Quindi ondeggiamo tra Scilla e Cariddi: se diminuisce l’immigrazione diminuisce la base produttiva del paese, ma se aumenta la base produttiva ad ottenere maggiormente lavoro sono gl’immigrati.

In realtà, l’unica soluzione è la fuoriuscita dal capitalismo, che crea le condizioni per una soluzione razionale del problema della convivenza tra i popoli e tra le diverse componenti etniche della classe operaia: un sistema di produzione e di scambio socialista che garantisca a tutti eguali condizioni di esistenza e di cultura. Ma nella fase intermedia occorre individuare le giuste rivendicazioni della lotta popolare, che saranno tali solo se soddisferanno tre fondamentali requisiti: aumentare il benessere dei lavoratori, modificare a favore del proletariato i rapporti di forza tra questo e la borghesia, elevare la coscienza di classe del proletariato svelando a tutto il popolo l’insanabile contraddizione tra il sistema capitalistico e gli interessi materiali e morali dei lavoratori. Queste sono dunque le giuste parole d’ordine: no alla ‘guerra tra i poveri’; non sono i proletari immigrati a rubare il lavoro ai proletari autoctoni, ma è il capitalista che lo ruba quando delocalizza la produzione: nazionalizzare le aziende che delocalizzano la produzione; non sono i proletari immigrati a fare concorrenza a quelli autoctoni e ad abbassare il loro salario, ma è il capitalista che scatena la concorrenza per abbassare i salari: salario minimo per tutti fissato per legge; non sono i proletari immigrati a fare la guerra, ma sono i capitalisti imperialisti che portano la guerra e la distruzione ai popoli del resto del mondo: fuori l’Italia dalla NATO e fine della partecipazione dell’Italia a tutte le guerre imperialiste; non sono i proletari immigrati a restringere le possibilità di sostegno al lavoro e ai servizi pubblici, ma i trattati europei che strangolano i popoli d’Europa: fuori l’Italia dall’Unione Europea e dall’euro.

 

5. Per un’immigrazione perequativa e bilaterale

La disputa sul rapporto tra tendenza a delinquere, popolazione carceraria ed immigrazione conferma che è difficile svincolare il dibattito su questo tema dai due poli, formalmente antinomici ma sostanzialmente equivalenti, di un beneducato cosmopolitismo di tipo habermasiano, che però resta cieco e sordo di fronte agli effetti prodotti dalla globalizzazione sulle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari, da un lato, e la denuncia unilaterale di tali effetti con la correlativa propensione di tipo forcaiolo a criminalizzare in modo generalizzato gli immigrati, (quando non a tentare di ucciderli, come è accaduto a Macerata), dall’altro. Può essere quindi utile, per evitare la riduzione del dibattito alle solite opposizioni fra razzismo e antirazzismo, criminalizzazione ed edulcorazione, ghettizzazione e integrazione, pregiudizio e apertura, inserire il discorso in un quadro più ampio e articolato.

Che l’attuale immigrazione in Italia e in Europa sia decisiva per il mantenimento del nostro sistema di ‘welfare’ e, in particolare, del nostro sistema pensionistico, e che svolga altresì una funzione fondamentale nel riequilibrio del rapporto ‘natalità/mortalità’ in aree del mondo caratterizzate, come il nostro paese, da un progressivo invecchiamento, sono ormai dati di fatto ampiamente riconosciuti.
Paolo Cinanni, in “Emigrazione e imperialismo”10, fu uno dei primi studiosi a tracciare un’analisi semplice e, nel contempo, originale di ciò che significa importare a costo zero, cioè gratuitamente, milioni di esseri umani in età lavorativa, uomini e donne che sono cresciuti e sono stati formati a spese di altri paesi o di altre comunità, in un paese che ha bisogno di braccia. Cinanni si serve, per far comprendere questo ragionamento, del calcolo di redditività relativo agli animali da lavoro (per es., buoi e cavalli), alla fine di un periodo in cui questi animali erano stati importanti per la produzione agricola: si tratta di un vantaggio enorme. In un’economia in cui la risorsa umana (cioè l’intelligenza umana) è decisiva per lo sviluppo, il calcolo è più problematico, ma i valori di questa risorsa, a parità di soggetti, possono decuplicare, centuplicare ecc. Non è un caso che si stiano affermando, accanto alla costruzione di muri e barriere come quelli sollecitati e promossi dai nostri governi in una delle stagioni più infami della nostra storia recente, ipotesi di interventi (in Italia), che sono già attuati praticamente altrove (in Germania, USA ecc.), vòlti ad agevolare e incentivare l’immigrazione di cervelli cresciuti e prodotti dal Terzo Mondo: un’altra colossale rapina posta in atto dall’imperialismo.

L’immigrazione è infatti un formidabile trasferimento di energie e di valori economici e culturali da un paese ad un altro: il paese che riceve questa risorsa non ha investito nulla per la sua crescita e per la sua formazione fisica ed intellettuale e si ritrova senza alcun contraccambio con un bene enorme che, a rigore, non gli spetterebbe. Paesi come gli Usa o il Canada o l’Australia, debbono in gran parte ciò che sono a questa semplice condizione; paesi come la Germania hanno prosperato grazie a questa disponibilità. Paesi come l’Italia, che hanno esportato gratuitamente le proprie risorse umane essenzialmente per l’incapacità, derivante dall’arretratezza, di gestirle e valorizzarle ‘in loco’, li stanno ora emulando. Del resto, il fenomeno emigratorio ritarda sempre l’evoluzione dei paesi di origine e la stessa storia italiana del ’900 potrebbe essere letta, almeno parzialmente, anche in questa chiave.

Nel mondo attuale sono oltre 200 milioni le persone in movimento da un paese ad un altro paese; si tratta, se le mettiamo tutte assieme, del 4° o del 5° paese del mondo per dimensioni. Se sommiamo i flussi di migrazione interna anche in grandi paesi, come la Cina o il Brasile, o in altri paesi asiatici e africani, questa popolazione in movimento supera le dimensioni della popolazione degli Stati Uniti d’America: ciò significa che dopo Cina ed India il popolo migrante è il terzo popolo del mondo. È indubbio che esso costituisca la linfa della produttività e della valorizzazione capitalistica ovunque esso si trovi, come è indubbio che rispetto ad una massa così ampia di persone il sistema di diritti nei singoli paesi e a livello internazionale sta rivelando carenze impressionanti11.

Sennonché esiste un flusso che si muove in senso inverso (rimesse) rispetto ai flussi migratori: si tratta del denaro che viaggia dai paesi di arrivo dei migranti verso i paesi di origine e che ormai supera di gran lunga la somma degli Ide (investimenti diretti all’estero) e degli aiuti allo sviluppo, sommati assieme. In altri termini, l’emigrazione dai paesi poveri e in via di sviluppo verso i paesi ricchi o verso i paesi di nuova industrializzazione finanzia lo sviluppo dei paesi di origine ben più del complesso delle misure di cooperazione, di assistenza e degli investimenti diretti di capitali privati. L’emigrazione, dunque, come un novello Re Mida trasforma in oro tutto ciò che tocca: i paesi di arrivo e i paesi di partenza. O almeno potrebbe farlo, se non fosse che gli enormi flussi finanziari prodotti dai redditi della popolazione migrante sono gestiti da altri soggetti: il sistema finanziario internazionale con le proprie banche o i singoli paesi, la cui azione raramente garantisce l’investimento mirato, soprattutto sociale, che sarebbe necessario per la loro crescita. Accade così che questa enorme massa di denaro, che si aggira sui 250 miliardi di dollari l’anno, affluisca, come un canale artificiale debitamente orientato, nel bacino di contenimento del capitale finanziario internazionale, oppure venga gestita in termini clientelari dalle istituzioni, spesso contrassegnate da ampi fenomeni di corruzione, dei singoli paesi.

È lo stesso fenomeno che si è verificato nel secolo scorso con le rimesse dei siciliani o dei sardi o dei campani emigrati, che sono state gestite più da Milano e da Torino che da Palermo o da Napoli o da Cagliari. Il ritardo di sviluppo delle nostre regioni meridionali può essere letto anche in questa chiave: non solo sono partiti uomini e donne, ma sono ripartiti, o sono state malamente utilizzati, anche i capitali che questi uomini e donne avevano inviato ai luoghi di origine. In sostanza, i flussi di capitali di ritorno in cambio di flussi di risorse umane non sono sufficienti a riequilibrare la perdita netta di grandi possibilità di sviluppo. Sarebbe necessaria un’altra condizione: che, accanto all’emigrazione di imponenti masse di persone e alla disponibilità di capitali derivanti dai loro redditi, organizzasse l’immigrazione bilaterale, concordata e programmata, di masse, meno imponenti, di capitale umano qualificato dai paesi avanzati verso i paesi poveri e, parallelamente, di investimenti nei sistemi di ‘welfare’ locali che consentano la crescita dei sistemi di educazione, della salute, della piccola impresa familiare e cooperativa soprattutto in agricoltura ecc. Questa potrebbe essere una delle condizioni decisive, che un governo di orientamento socialista, basato su un vasto fronte popolare e dotato di un programma di transizione, dovrebbe realizzare per consentire che le rimesse, provenienti dagli emigrati nei paesi ricchi, possano essere valorizzate ‘in loco’.

In conclusione, la direttiva da seguire può essere formulata in questi termini: “Per ogni flusso migratorio da sud a nord di persone con bassa qualificazione si incentivi un flusso migratorio da nord a sud di un numero x di tecnici per un periodo determinato”. Se si considera l’alto livello di disoccupazione intellettuale esistente nei paesi ricchi, questo tipo di immigrazione perequativa e bilaterale non solo sarebbe possibile, ma per molti potrebbe risultare perfino soggettivamente più coinvolgente della cosiddetta ‘fuga dei cervelli’ da occidente ad occidente. Parallelamente, sarebbe necessario impegnarsi a stimolare le rimesse degli emigrati sulla base di accordi bilaterali o multilaterali che prevedano investimenti mirati allo sviluppo.

 

6. Il carteggio Marx-Zasulič e l’idealizzazione della comune rurale russa

Da tempo il carteggio Marx-Zasulič12 sull’‘obščina’ (la comune rurale russa) è oggetto di particolare attenzione fra i marxologi (ve ne sono ancora alcuni nel mondo accademico), molto meno fra i marxisti, essendo questi ultimi consapevoli che tale attenzione risulta alquanto sospetta e, sul piano interpretativo, nient’affatto innocente, soprattutto nel momento in cui essa viene piegata in direzioni che nulla hanno che fare con il socialismo scientifico marx-engelsiano. Che si tratti di ‘liberare’ Marx dalla camicia di forza del determinismo e di dare spazio all’indeterminismo, oppure di ‘giocare’ un Marx inteso in una sorta di asettica ed astrale purezza filologica contro un marxismo-leninismo ‘brutto, sporco e cattivo’, con la relativa liquidazione della fondamentale esperienza storica dell’URSS, o ancora di presentare (ohibò) un Marx ambientalista ed esotizzante; quel documento epistolare viene addotto quale prova e pietra di paragone da schiere di esegeti tanto provetti nel deformare quanto inetti a contestualizzare. Comune a tutte queste tendenze interpretative è, ad ogni modo, un atteggiamento utopistico, in base al quale, come nelle ucronie con cui si baloccano taluni amanti della contro-storia, la realtà viene intesa in termini di sviluppo del concetto e piegata, come l’erba sotto i piedi, ad uno schema aprioristico, quasi sempre di carattere etico-sociale. Tutti costoro appartengono, con ogni evidenza, alla categoria hegeliana delle “anime belle” e, come è tipico di tali anime, sono incapaci di comprendere che, se nel cuore del modo di produzione capitalistico non vi fosse una contraddizione in grado di farlo saltare, tutti i nostri sforzi in questo senso sarebbero semplicemente donchisciotteschi.

Il quesito che l’ex populista e in quel momento socialdemocratica, Vera Zasulič, sottopone il 16 febbraio 1881 a Marx è il seguente:

«Meglio di chiunque altro, Lei sa con quale urgenza questa questione si pone in Russia, e in particolare al nostro Partito socialista “russo”. Ultimamente, si è preteso che la comunità rurale, essendo una forma arcaica, sia condannata alla rovina dalla storia. Tra quelli che profetizzano un tale esito, vi sono anche alcuni «marxisti», che si professano Suoi discepoli [...]. Lei comprende dunque quale grande piacere ci farebbe, se ci potesse esporre la Sua opinione in merito al destino possibile delle nostre comunità rurali, e alla teoria secondo cui tutti i popoli del mondo siano costretti dalla necessità storica a percorrere tutte le fasi della produzione sociale».

La risposta di Marx, fornita l’8 marzo 1881 e fondata sul rigore scientifico e sulla serietà documentale a lui consueti, fu limpida come l’acqua dei laghi svizzeri:

«L’analisi contenuta nel Capitale non offre dunque ragioni né pro né contro la vitalità della comune rurale, ma lo studio speciale che ne ho fatto, e per il quale ho cercato materiali nelle fonti originali, mi ha convinto che questa comune è il punto d’appoggio della rigenerazione sociale in Russia; tuttavia, affinché essa possa funzionare come tale, bisognerebbe innanzitutto eliminare le influenze deleterie che l’affliggono da ogni lato e garantirle in seguito le condizioni normali di uno sviluppo spontaneo.»13

Come si può constatare, l’interpretazione che tende a configurare un “Marx contra se” crolla come un castello di carte, poiché il pensatore di Treviri non mette punto in discussione l’ineluttabilità del modo di produzione capitalistico, anche se la restringe all’area europeo-occidentale. Infatti, lo sviluppo capitalistico in tale area è considerato la ‘conditio sine qua non’ della possibilità di saltare questa tappa nell’area russo-asiatica: il dilemma che si dà in questa area fra la distruzione capitalistica dell’‘obščina’ e la sua rivitalizzazione scaturisce perciò dall’unità dialettica che lega oggettivamente le due aree in un destino mondiale, laddove questo destino dipende dalla prima area e non dalla seconda.14 Così, mentre Marx subordina chiaramente l’ipotesi del salto stadiale all’unità oggettiva del mercato capitalistico mondiale, sono gli interpreti come Visalli che, prescindendone, mirano ad accreditare la possibilità di quel salto indipendentemente da qualsiasi vincolo e a legittimare, insieme con essa, una via di sviluppo strettamente localistica e nazionale.15

 

7. Il populismo, il “dominio della tecnica” e lo scannatore Bill Sikes

Da quel che si è finora argomentato si deduce che Visalli appartiene per sensibilità, formazione e orientamento, ad una corrente ideologica che ha dietro di sé un grande passato e senza dubbio anche un certo presente e un certo avvenire. In questo passato ‘radicale’ si colloca il populismo russo e la sua tendenza a idealizzare i rapporti di produzione precapitalistici, dimenticando che si tratta anche di rapporti di sfruttamento. Nello stesso ‘presente’, ma in un senso per nulla radicale, si trova il revisionismo moderno che parimenti crede (anche se non l’ammette) nell’‘imborghesimento’ del proletariato. Questo ‘imborghesimento’, che corrisponde a una tendenza ideologica, vale a dire a un effetto del predominio dell’ideologia borghese, risulta d’altra parte rafforzato proprio dal revisionismo moderno. Orbene, la caratteristica fondamentale di questa corrente ideologica consiste nell’ignorare esplicitamente o implicitamente il fatto che nei paesi capitalistici avanzati il proletariato è in modo sempre più determinante il principale produttore di ricchezze. Ancora più in generale, risultano in tal modo ‘ignorate’, da una parte, la contraddizione fondamentale del livello della lotta di classe e, dall’altra, la contraddizione fondamentale delle formazioni sociali, la contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Di qui deriva l’incapacità, per coloro che appartengono a questa corrente ideologica, di comprendere gli effetti materiali e sociali dell’accumulazione del capitale e, in particolare, il rapporto tra lo sviluppo della forza produttiva del lavoro e l’aumento del plusvalore relativo. A questo punto, si potrebbe porre un altro problema: i paesi imperialistici sono quello che sono (vale a dire dei paesi in cui domina un grande capitale che sfrutta al tempo stesso i proletari del proprio paese e i lavoratori degli altri paesi) perché sono ‘potenti’ – in virtù di una sorta di ‘privilegio storico’ o di dühringhiana “violenza primitiva” – o sono potenti perché dispongono di un vasto apparato industriale per mezzo del quale sfruttano intensamente il proletariato? 16 E non è forse questo che permette loro inoltre di sfruttare i lavoratori dei paesi non (o meno) industrializzati? Un simile stato di cose durerà finché questi lavoratori non si saranno liberati dalla dominazione imperialistica, il che è possibile solo con una rivoluzione socialista, a sua volta impossibile senza la direzione ideologica e politica del proletariato.

Nella Quarta sezione del Capitale, riguardante la produzione del plusvalore relativo, al 6° paragrafo del capitolo 13° Marx liquida anticipatamente le teorizzazioni, tanto fumose quanto apologetiche, sul “dominio della tecnica”, ponendo e svolgendo, in modo non meno magistrale che paradossale, la questione dell’uso capitalistico delle macchine.17 Egli scrive:

«L’economista borghese non nega affatto che dall’uso capitalistico delle macchine provengano anche inconvenienti temporanei: ma dov’è la medaglia senza rovescio? Per lui è impossibile adoprare le macchine in modo differente da quello capitalistico. Dunque per lui sfruttamento dell’operaio mediante la macchina è identico a sfruttamento della macchina mediante l’operaio. Dunque, chi rivela come stanno le cose quanto all’uso capitalistico delle macchine, non vuole addirittura che le macchine siano adoprate in genere, è un avversario del progresso sociale! Proprio l’argomentazione del celebre scannatore Bill Sikes: “Signori giurati, è vero che a questo commesso viaggiatore è stata tagliata la gola. Ma questo fatto non è colpa mia; è colpa del coltello. E per via di questi inconvenienti temporanei dovremo abolire l’uso del coltello? Pensateci bene! Dove andrebbero a finire agricoltura e artigianato senza coltello? Il coltello non è forse salutare in chirurgia quanto dotto in anatomia? E inoltre non è ausilio volenteroso nei lieti desinari? Se abolite il coltello ci ributterete nella barbarie più profonda”».18


 

Note
1 Cfr. https://www.sinistrainrete.info/societa/11693-alessandro-visalli-letture-sul-dramma-di-macerata.html.
2 S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2000 (ed. orig. The Clash of Civilizations and Remaking of World Order, Simon § Schuster, New York 1996).
3 Ibidem, p. 333.
4 Il pluralismo epistemologico ìnsito nel termine “letture”, cioè interpretazioni, tende a dissolvere il concetto di verità in un gioco infinito di specchi, ove svanisce la distinzione tra il vero, il verosimile e il falso (chi è giunto a teorizzare il concetto di post-verità è dunque coerente, anche se incorre in una contraddizione performativa). È allora opportuno ricordare che il marxismo, nel suo irredimibile schematismo e nel suo insanabile dogmatismo, conosce per ogni domanda una sola risposta: quella conforme alla realtà obiettiva (Lukács).
5 È il solito slittamento teorico che, nel contesto degli ’“usi gastronomici” della teoria marx-engelsiana, porta ad un’utilizzazione ‘analogica’ di concetti marxisti. Tale slittamento, che può anche sortire talvolta effetti interessanti sul piano cognitivo, è strettamente connesso alla congiuntura politico-ideologica in cui sono situate le scienze sociali (tra cui l’economia politica) e fa sentire i suoi effetti prevalentemente decettivi sul materialismo storico non solo tendendo a respingere ‘dall’esterno’ la sua scientificità, ma anche attaccandolo ‘dall’interno’.
6 Quanto sia immotivata e denigratoria l’affermazione di Visalli sulle “esitazioni dei padri [del marxismo]” si evince, oltre che dal saggio sull’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, divenuto un classico del pensiero marxista, e dalla fondamentale legge economica dello sviluppo ineguale enunciata dal grande rivoluzionario russo, anche da un suo articolo sul capitalismo e l’immigrazione operaia pubblicato il 29 ottobre 1913 dal giornale «Za Pravdu», n.22, poi riprodotto in V. I. Lenin, Opere Complete, vol. 19. L’articolo si può leggere in Rete al seguente indirizzo: http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cl/mdcled29-014059.htm.
7 La lettera è reperibile in Rete a questo link.
8 Cfr. l’articolo al seguente indirizzo: http://www.resistenze.org/sito/os/ec/osecgl27-018436.htm.
9 Si vedano i dati forniti dall’ISTAT alla voce “Quadri formativi: Immigrati § nuovi cittadini”: https://www.istat.it/it/archivio/134686 e https://www.istat.it/it/immigrati.
10 P. Cinanni, op. cit., Editori Riuniti, Roma 1968, poi ripreso da Feltrinelli nel 1974 con il titolo di Emigrazione e unità operaia. Un problema rivoluzionario e con la prefazione di Carlo Levi, l’autore del celeberrimo Cristo si è fermato a Eboli, che fu amico e collaboratore di Cinanni nel periodo in cui questi diresse le lotte delle masse contadine del Sud. Si tratta di un saggio sorprendente e precorritore che, a distanza di mezzo secolo, non solo testimonia la serietà di metodo e di contenuto che esisteva ancora negli “intellettuali organici” del PCI di quel periodo storico, ma offre anche spunti preziosi per la messa a punto del problema che è oggetto di questa disàmina. Esso dimostra infatti che la teoria marxista non ama chi cerca di mescolare l’olio con l’acqua ed è generosa con chi non le volta le spalle.
11 Prabhat Patnaik, art. cit.
12 Cfr. Marx Engels Lenin, Sulle società precapitalistiche, Feltrinelli, Milano 1970, un’antologia completa ed esauriente relativa alla tematica complessiva, oltre che al tema specifico.
13 Ibidem, p. 278.
14 Per l’identità intercorrente fra l’approccio di Marx e quello di Engels si vedano di quest’ultimo le Riflessioni sulla comune agricola russa, op. cit., pp. 288-291.
15 Il tardo Marx delle lettere sull’‘obščina’ è il punto di riferimento di un gruppo di seguaci del filosofo Costanzo Preve (1943-2013), approdato negli ultimi anni della sua attività, in nome del superamento della dicotomia ‘destra-sinistra’, a posizioni sovraniste caratterizzate da una collaborazione con correnti di destra. La stessa parabola, come si può constatare visitando il sito http://www.conflittiestrategie.it/, contraddistingue il gruppo di seguaci di Gianfranco La Grassa, amico e collaboratore di Preve per un lungo periodo. Per costoro la vera “comunità” è, in buona sostanza, la nazione e il nemico da combattere la “globalizzazione finanziaria”. La concezione di una comunità nazionale interclassista si configura pertanto, in questo genere di teorizzazioni, come lo sbocco necessario della sostituzione del conflitto di classe, mediata e sublimata da arcaismi antropologici, con il “clash of civilizations” o con lo “scontro delle secolarizzazioni” o con il multipolarismo.
16 Secondo i dati elaborati dal collettivo Clash City Workers nell’inchiesta Dove sono i nostri?, la Casa Usher, Firenze-Lucca 2014, i lavoratori assommano in Italia a circa 23 milioni di persone, di cui 17.240.000 sono lavoratori dipendenti e costituiscono quindi il proletariato, e 5.727.000 sono lavoratori indipendenti. I lavoratori occupati nell’industria sono poco meno di 4 milioni. I dati in questione sono stati tratti dal Censimento Industria e Servizi dell’ISTAT del 2011.
17 K. Marx, Il capitale, trad. di Delio Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 482-492.
18 Ibidem, pp. 486-487.
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Comments   

#13 alessandro 2018-03-12 00:00
Un commento ed una replica
https://tempofertile.blogspot.com/2018/03/eros-barone-circa-fisica-e-metafisica.html
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#12 Mario Galati 2018-03-03 13:25
Dimenticavo: il modello è San Francesco e il lupo di Gubbio. Il Capitalismo (con la maiuscola) è il lupo di Gubbio da ammansire, naturalmente.
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#11 Mario Galati 2018-03-03 13:19
Adesso ho capito tutto. Il problema è l'entropia. Per evitare l'entropia bisogna abbandonare il produttivismo, decrescere ed essere ecologici. L'ostacolo, però, è che la "gente" non lo sa (anzi, " 'a ggente", alla romanesca) e sta andando verso il baratro.
Perciò, la soluzione sta nel convincere tutti (cioè, 'a ggente) a tenere comportamenti virtuosi; ad iniziare dai capitalisti (ma che dico, questi non ci sono più. C'è solo il Capitalismo, forse).
Indosserò una tonaca e inizierò anch'io a predicare la lieta novella.
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#10 savino 2018-03-03 09:47
Caro intellettuale Eros,
Come ex operaio sarò per lei stucchevole, ma NON mi ha risposto su nulla se non portare Rifkin (che tra l'altro non ho neppure letto) senza riuscire neppure a supportare una tesi decente se non dire che la termodinamica non si applica al tua Marxismo. IN CULO ALLA TEMODINAMICA DUNQUE!
Ma sembra alquanto in contraddizione con la tesi della pianificazione della produzione. Cosa pianifica se la produzione "marxista" non obbedisce alla temodinamica?
Il mondo di Topolino? o quella dei Monopoli?
MA RIPETO E NON SFUGGA ALLA DOMANDA PRINCIPALE SULLA VETERO "ECONOMIA PIANIFICATA" (già fallita in più di 70 paesi!!).
CHI DECIDE COSA PRODURRE E COME PRODURRE?
Perchè come ex operaio quando sento "produttività", "salario", "obbiettivi da raggiungere" mi viene l'orticaria.
Lo Stato decide cosa devo produrre e mi darà un salario?
Ci sarà un (altro) capitalismo di Stato?? NGUUUULA! Professore!!
E per cortesia Sig Barone perchè la sua "economia pianificata" sarebbe meglio, e avrebbe più successo di quella dell'URSS?? Perchè andrebbe ad usare i computer, degli algoritmi?
NGUUUULA Prof. che genialata!!! (scusi il linguaggio ma a sentire certi discorsi ritorno operaio).
Questo per Lei sarebbe "il superare lo stato di cose presenti"?? Invece che molti capitalisti ne avremmo uno solo: LO STATO, ma il regime capitalistico rimane intatto?
So che a Lenin piaceva molto il Taylorismo e il Fordismo, ma essendoci passato posso dire con certezza IN CULO ANCHE A LENIN.
Per l'operaio il problema E' IL CAPITALISMO, NON il numero dei capitalisti!! Sig Barone, se vuol bene alla classe operaia, per cortesia vada a fare "l'intellettuale organico" da qualche altra parte!!
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#9 Eros Barone 2018-03-02 23:28
Gentile Savino, vedo che Lei non perde alcuna occasione per reiterare il Suo stucchevole mantra apocalittico-termodinamico sulla crisi dell’attuale sistema capitalistico di produzione e di scambio, connotato, “ça va sans dire”, dai seguenti attributi: sviluppista, dissipatore, consumista, ultraliberista ecc. Tale crisi è da Lei concepita essenzialmente nei termini di un esaurimento fisico del sistema, dovuto alla progressiva e sempre più rapida diminuzione delle fonti energetiche tradizionali (petrolio, carbone e gas) e alla distruzione di un ambiente sempre più inquinato. È il punto di vista proposto, come è noto, dal pastore Jeremy Rifkin, il quale concepisce la società capitalistica come un sistema termodinamico il cui tarlo roditore è l’entropia, cioè una dissipazione energetica che rende vano ogni sforzo di carattere omeostatico. Così, nel corso del processo di trasformazione da un tipo all’altro di energia (ad esempio, nella trasformazione calore-lavoro) il saldo energetico risulta negativo a causa di una perdita secca di energia. Scrive questo autore: «Dunque, quanto più un organismo sociale è evoluto e complesso, tanta più energia è necessaria per sostenerlo e tanta più entropia si genera in tale processo. Questa semplice realtà si scontra con la teoria economica ortodossa: infatti, né il capitalismo né il socialismo riescono ad accettare la dura realtà del “mondo reale” imposta alla società e alla natura dalla prima e dalla seconda legge della termodinamica” (J. Rifkin, “Economia all’idrogeno”, Mondadori, 2002, p. 62). E pensare che io, nella mia ingenuità, ero convinto, avendo letto il “Capitale” di Marx, che il tarlo roditore che mina dall’interno il sistema capitalistico fosse la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto! Invece, stando al guru statunitense e ai suoi adepti italici, «le leggi della termodinamica ci raccontano una storia molto diversa». Dopo la rivelazione degli apocalittici-termodinamici mi sono però rincuorato, perché, dal momento che il capitalismo non è crollato in virtù della legge individuata da Marx, mi potrò rifare grazie alla prima e alla seconda legge della termodinamica, cioè grazie alla funzione soterica svolta dall’entropia. Insomma, se si tiene conto del fervore religioso con cui gli adepti del guru statunitense propagandano il suo verbo millenaristico, l’apocalisse delle Sacre Scritture si manifesterebbe sotto forma termodinamica. Ora, se è vero che il comunismo, prima ancora di essere un ideale, è “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, è altrettanto vero che in siffatto movimento deve potersi manifestare la volontà rivoluzionaria di un soggetto sociale che, per il marxismo è pur sempre il proletariato, in quanto produttore della ricchezza sociale ed “espropriatore degli espropriatori”, ma soprattutto, come ci ha insegnato Lenin, in quanto “creatore di una società socialista” basata sulla “direzione razionale del processo vitale” (Engels), ossia sulla pianificazione che pone fine all’anarchia capitalistica e ai suoi effetti distruttivi, assicurando uno sviluppo armonico ed equilibrato dei diversi settori dell’economia e soddisfacendo in tal modo i bisogni collettivi della popolazione. Come vede, caro Savino, io ripongo le mie speranze nella trasformazione rivoluzionaria della società, non nella trasformazione termodinamica del sistema. Lei potrebbe invece integrare le Sue concezioni con lo studio dell’enciclica “Laudato si’” di papa Francesco, molto apprezzata dal pastore statunitense, il quale, pensi un po’, è anche vegetariano.
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#8 Mario Galati 2018-03-02 13:46
Sembra di capire che occorra concentrarsi sulla produzione di cibo e prodotti "sani", "biologici", "ecologici", per le classi abbienti e mandare a quel paese la produzione di massa per i plebei, senza nemmeno cibo spazzatura. A questo deve provvedere il libero mercato. E così i cetii medi colti e i piccolo-borghesi "ambientalisti" possono percepirsi come progressisti e di sinistra.
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#7 savino 2018-03-02 09:29
gentile Eros, "attraverso l’economia pianificata, dal massimo sviluppo delle forze produttive nella prima fase di tale società"
Premesso che le ipotesi di passaggio al comunismo di Marx (che hai citato) si riferiva solo ai paesi capitalisti occidentali.
Sulla "fase dell'economa pianificata", oltre a una soluzione teorica infelice, è stato anche un disastro storico mondiale sia nella versione light del keynesismo sia in quella hard del "socialismo reale" che ha visto coinvolti una 70ina di paesi. Farai un "algoritmo" pianificante?
Non risolti rimangono sempre chi decide cosa produrre e COME produrre in detto regime di "transizione" (lunga un botto a quanto pare).
Altro aspetto caldo è "l'incremento della produttività", nello sviluppo socialista, si vede che non hai mai fatto l'operaio, ma ti assicuro che drizzano i peli.
Altra svirgola metastorica che fai è sul Neomalthusianesimo, qui siamo nel Trumpismo, quante auto, navi, aerei, frigoriferi, case, scarpe, inquinamenti di acqua e aria ecc. ecc. ancora dovremmo produrre? Quante foreste Amazzoniche ancora dovremmo distruggere, quanto Coltan dovremmo far estrarre dagli schiavi in Africa per produrre auto elettriche, quanta terra dobbiamo rubare per produrre cibo, per portare tutto il pianeta al livello occidentale? Dovremmo tutti mangiare cibo industriale, ossia cibo spazzatura per mantenere alto il tenore di vita??
Ora, già nel mio piccolo mondo di periferia, vedo che ogni anno che passa sale il problema dell'acqua che c'è sempre meno, e del clima che va tropicalizzandosi. Se vado nel supermercato si vedono una grande quantità di cibi (verdura,carni,latte, oli, farine ecc ecc) che arrivano dall'altra parte del mondo, cibi che noi non possiamo produrre. In pratica stiamo impoverendo altri paesi di cibo e acqua per mantenere il nostro tenore di vita.
(Di quanto dovremmo aumentare la nostra produttività alimentare per renderci autosufficienti, quanta acqua, energia e quanto inquinamento si produrrebbe?)

Eros, per essere coerente con il tuo marxsismo-leninismo, vuoi mettere in discussione TUTTE le leggi della termodinamica. In bocca al lupo!!
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#6 gigio 2018-03-02 09:16
Senza immigrati si vive meglio altroché
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#5 Eros Barone 2018-03-01 19:02
@ Savino
vPremesso che la struttura economica della società è dinamica, in quanto fondata sulla dialettica di forze produttive e rapporti di produzione, mentre la domanda 1 presuppone una situazione statica in cui attuare una redistribuzione delle risorse esistenti, la risposta è che, una volta instaurato il modo di produzione comunistico e realizzato l’autogoverno dei produttori associati, lo sfruttamento capitalistico, la forma-merce e l’appropriazione privata del profitto cesseranno di agire come freni sul processo di produzione e riproduzione della vita materiale, che a quel punto si fonderà su valori d’uso e non più di scambio, rendendo possibile, nella seconda fase della società comunista, l’utilizzazione collettiva dei risultati conseguiti, attraverso l’economia pianificata, dal massimo sviluppo delle forze produttive nella prima fase di tale società (= socialismo) e, quindi, una distribuzione secondo i bisogni. Il comunismo, definito icasticamente da Marx nei "Grundrisse" come “la forma della comunità”, è infatti socializzazione della ricchezza, non della miseria. In definitiva, è il tema che di continuo Marx ci ripropone: quello della “trasformazione del mondo”, affidata a determinate forze sociali che divengano coscienti del compito: ossia il tema della rivoluzione. Ciò che caratterizza Marx è che egli ce lo ripropone a partire da un’analisi scientifica di una società capitalistica che, per quanto notevolmente trasformata, esiste nella maggior parte del mondo. In questo senso, strategia rivoluzionaria e analisi scientifica si influenzano reciprocamente in base ad un punto di vista stabilito non da un sistema sociale che non esiste (il comunismo), ma dalla problematica del passaggio ad esso (= “socialismo scientifico” come scienza del passaggio rivoluzionario dal capitalismo al socialismo, in direzione del comunismo). Tralasciando il fatto che anche la domanda n. 2 presuppone, in base ad una concezione neo-malthusiana, l’esistenza di “limiti allo sviluppo” invalicabili, il fatto decisivo è che la dominazione imperialistica, basata sull’industrializzazione capitalistica, produce degli effetti che vanno molto al di là dello sfruttamento dei lavoratori di un paese da parte dei capitalisti di un altro paese, ossia un relativo ‘blocco’ dello sviluppo delle forze produttive nei paesi dominati, che però è essenzialmente uno degli aspetti dello ‘sviluppo ineguale’ delle forze produttive nell’àmbito dell’economia capitalistica mondiale. È opportuno ricordare, in questo senso, che la possibilità di sfruttare la forza-lavoro a buon mercato dei paesi dominati e la possibilità di comprare a bassi prezzi prodotti forniti da questi paesi frenano anche lo sviluppo tecnico dei paesi capitalistici avanzati. Il blocco dello sviluppo delle forze produttive causato dalla dominazione imperialistica influisce dunque sui due poli della formazione mondiale: quello dominante e quello dominato. Orbene, è scontato che le sue conseguenze sono molto più evidenti e drammatiche per i paesi arretrati, ma dal punto di vista dell’analisi teorica questo duplice effetto non si può trascurare. Quanto ho richiamato permette di capire come sia errata l’idea che i paesi dominanti, con il loro “livello di vita occidentale” reso possibile dai benefici dell’industrializzazione capitalistica, sarebbero necessariamente rovinati dalla fine della loro dominazione, perché essa modificherebbe le ragioni di scambio. Sennonché una tale rovina potrebbe verificarsi solo se la ricchezza dei paesi dominanti non fosse dovuta essenzialmente allo sviluppo ineguale delle forze produttive, ma al cosiddetto "scambio ineguale". In effetti, se così fosse, perdendo i vantaggi che arreca loro lo scambio ineguale, i paesi dominanti perderebbero la fonte stessa della loro ricchezza. Se invece la fonte della loro ricchezza è il livello elevato delle loro forze produttive, le perdite che essi subirebbero a causa della eliminazione del blocco e della fine dello sviluppo ineguale ridurrebbero solo parzialmente e, soprattutto, in modo transitorio il livello dei loro redditi reali, mentre questa riduzione potrebbe essere più o meno rapidamente compensata dall’ulteriore sviluppo delle loro proprie forze produttive.
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#4 gengiss 2018-03-01 14:36
Molto arguto il commento sopra di Alessandro Visalli... Sulla questione riformismo-ortodossia, in fondo anche Lenin, con il suo volontarismo che ha generato una "rivoluzione contro il Capitale", era a suo modo riformista e indeterminista, no ?
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