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minimamoralia

La nuova ideologia di destra italiana

di Christian Raimo

Il paternalismo classista di Cazzullo, Battista e Polito(senza contare Crepet, Galimberti e Serra)

Saturno che divora i suoi figliNel giro di nemmeno un mese sono stati pubblicati tre libri di tre editorialisti del Corriere della sera sulla loro esperienza di padri che si dichiarano incapaci di capire la generazione dei figli ma che comunque s’industriano per dare soluzioni a quella che loro stessi definiscono l’emergenza educativa. Antonio Polito (1956) per Marsilio ha scritto Riprendiamoci i nostri figli. La solitudine dei padri e la generazione senza eredità; Pierluigi Battista (1955) per Mondadori ha scritto A proposito di Marta (Marta è sua figlia 25enne); Aldo Cazzullo (1966) sempre per Mondadori a quattro mani con i figli adolescenti Rosanna e Francesco Maletto Cazzullo ha scritto Metti via quel cellulare. Un papà. Due figli. Una rivoluzione. A questi si può accostare l’uscita nei cinema degli Sdraiati, il film di Francesco Piccolo e Francesca Archibugi che è un adattamento dal romanzo di Michele Serra, diventato il modello di questo che è quasi-genere.

I libri di Cazzullo, Polito e Battista hanno in comune molte idee. La prima che potessero scrivere comodamente con il “noi”, ossia che il loro osservatorio personale – quello di genitori maschi, benestanti, intellettuali, tra i cinquanta e i sessanta, con figli che hanno fatto o stanno facendo un liceo del centro di Roma o Milano – sia un osservatorio privilegiato per discutere del tema educativo, e che quindi le loro impressioni e persino i loro aneddoti siano rappresentativi della realtà sociale italiana. La seconda è che sia opportuno scrivere un libro in qualche modo intimo sui propri figli, chiamandoli per nome e cognome, citando loro episodi familiari o addirittura chiamandoli a scrivere a quattro mani come fa Cazzullo.

Tutti e tre procedono attraverso le questioni che riguardano il difficile rapporto tra generazioni e le sfide pedagogiche: il telefonino, il consumo di sostanze, la politica, i social network, le letture e l’informazione. Anche gli indici sono simili, per esempio tutti e tre si pongono la questione della fede e della secolarizzazione, in tre capitoli che s’intitolano “Neanche un prete per chiacchierare” (Polito), “I padroni delle anime” (Cazzullo), “Non c’è più religione” (Battista).

La premessa dei tre testi è che ci sia stata una disruption (così la chiama Polito) delle agenzie educative, in primo luogo la famiglia, e che sia tempo che i genitori provino a indicare ai figli delle risposte.

Ecco come Polito descrive lo spirito dei tempi:

“Noi diciamo ai nostri figli di studiare e la scuola li promuove anche se non studiano. Noi ci raccomandiamo di non fare uso di droghe e le star dei social sdoganano lo spinello libero. Noi li invitiamo a non buttare i soldi dalla finestra e tutti i loro amici comprano ciò che vogliono. Noi insistiamo perché leggano e la tv li spinge a diventare analfabeti”.

Questa ipotesi di lavoro ha spinto Polito, come lui stesso racconta nell’introduzione, a scrivere Riprendiamoci i nostri figli. I toni sono sempre piuttosto apocalittici, ma in diversi casi i dati non corrispondono a quelli reali.

Nel libro ci sono tesi come:

“Sono gli intellettuali di sinistra, per esempio, a negare con forza che esista un problema di sicurezza nelle nostre città, contestando i dati sulla recrudescenza del crimine o sulla diffusione della microdelinquenza”

In realtà non sono gli intellettuali di sinistra ma il ministero degli interni, che, nella conferenza stampa di Ferragosto 2017, spiegava che i reati denunciati nell’ultimo anno sono diminuiti del 12 per cento (gli omicidi non sono mai stati così bassi in Italia come nel 2016: 208; le rapine sono passate da 19mila a poco meno di 17mila, i furti da 783mila a 702mila).

La stessa indignazione viene espressa nei confronti di una scuola lassista che “promuove d’ufficio”, perché si dice “i professori hanno abdicato al proprio ruolo”.

In Italia si boccia meno ai licei e molto ai tecnici e ai professionali, e soprattutto si continua a bocciare molto nei primi due anni delle superiori – alla fine del primo anno il 12,3%, alla fine del secondo anno il 6,8% – ossia in anni in cui vige l’obbligo formativo; e lo si fa soprattutto senza aver predisposto corsi di recupero per esempio e alimentando una grade dispersione scolastica, quasi il 14 per cento quasi.

Basterebbero queste due osservazioni per screditare il saggio di Polito, ma è interessante leggerlo tutto e notare come quell’autorevolezza di cui l’autore lamenta la mancanza è paradossalmente evidente nella totale assenza di citazioni di testi di pedagogia; un’assenza che è clamorosa nelle pagine dedicate ai voti, alla valutazione non tengono conto di un solo studio di docimologia. In generale le uniche citazioni recenti riguardano articoli non specialistici o link al Corriere stesso, e saggi citati sono datati tra gli anni sessanta e gli anni ottanta (il filosofo più recente citato direttamente è Alasdair MacIntyre e il suo After the virtue per fargli dire che è tutto corrotto da quando l’illuminismo ha creato la democrazia nella cultura); sulla questione del genere si dà credito alle teorie fasulle dei no-gender, eccetera.

Ma questi rilievi non bastano a rendere conto di che tipo di libro sia quello di Polito.

Ci si scaglia contro gli spinelli (chiamati proprio così):

“Abbiamo noi stessi smesso di credere che tutte le sostanze, psicotrope, tutte, facciano male, quale più quale meno, a chi più a chi meno, ma senza nessuna distinzione. […] Di conseguenza il senso comune del nostro tempo ha abbassato la guardia, ha preso ad accettare come normale la voglia dei giovani di “sballare” di tanto in tanto”.

O contro la musica che ascoltano i giovani:

“Il mio non è snobismo, sia chiaro. Io sono aperto a tutte le forme che può assumere la cultura popolare. Mi piace che i miei figli canticchino canzonette anche stupide, perché sono la colonna sonora del loro tempo e non si può pretendere che ogni generazione abbia la fortuna di avere un Mogol. Tollero perfino la parolaccia, quando è necessaria e utile per spiegarsi”.

O contro serie tv come Tredici:

“Personalmente, non credo molto al valore ‘terapeutico’ di queste operazioni. Il problema è che nella trasformazione in fiction di tragedie individuali come quella del suicidio, l’analisi delle cause finisce sempre e inevitabilmente per lasciare il campo a una dimensione glamour, a un’idealizzazione dei personaggi: trasforma il dramma in epica, e fa della vittima un eroe”.

E si potrebbe continuare con le invettive contro l’anonimato in rete, contro internet in generale, e contro tutti i mala tempora currunt o citare quelle che sono, a detta dell’autore stesso, le pagine centrali del suo libro, ossia quelle dedicate alle tragedie personali della cronaca, la madre che ha perso il figlio suicida o il bambino rimasto orfano nella valanga dell’albergo di Rigopiano, utilizzati come esempi di eroi per illuminare i tempi oscuri.

Se possibile, Metti via quel cellulare è un libro ancora più reazionario, nonostante Aldo Cazzullo decida di dialogare con i suoi figli e quindi le sue pagine siano intervallate dalle risposte dei suoi veri figli.

Il mondo contemporaneo che descrive Cazzullo è così:

“[Ragazzi] non vi vedo al cinema, a teatro, all’opera, allo stadio. Perché un film dura due ore, una partita novanta minuti più recuperi; i filmati su Youtube dopo pochi minuti vi hanno già annoiato”,

“Se Omero avesse avuto la vista, non avrebbe scritto l’Iliade. Se poi avesse avuto il telefonino, si sarebbe limitato a qualche sms”,

“Nelle vite dei vostri nonni e dei nostri genitori era successo di tutto: il fascismo, il comunismo, i conflitti armati, la guerra fredda. Ma non era cambiato nulla: i valori restavano sempre gli stessi, il modo di vivere e di pensare anche. La vera cesura, la svolta autentica è stato il Sessantotto”.

Il Sessantotto che per Cazzullo ha significato essenzialmente non le lotte per i diritti sociali, civili, l’emancipazione culturale, eccetera, ma l’inizio della devastazione: individualismo, edonismo, figli che non leggono più Sinhue l’egiziano e Cuore (li cita l’autore).

Uno dei problemi più grandi di oggi sono videogame.

Lasciate che vi rilegga quell’articolo del 2013. È molto breve, ed è ancora attuale.

«La vera piaga dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi sono i giochi elettronici. Alcuni sono violenti, razzisti, orribili. Altri sono suadenti, seducenti, affascinanti (ce n’è uno che consiste nel comporre uno zoo, curando animali malati e facendo nascere i cuccioli). Quindi i giochi elettronici non sono tutti uguali, e non rappresentano un male in sé. Tutti però proiettano i nostri figli al di fuori di se stessi, e rischiano di farne degli alienati. Come una droga, li allontanano dallo studio, dalla lettura, persino dalla tv. Sembra passata un’era geologica dai primi videogame, quelli con i marzianetti che apparivano così facili da abbattere. Invece i marzianetti si sono riprodotti ed evoluti. E vogliono rapirci i figli. Senza che noi genitori si disponga di un manuale, di un antidoto, di un vaccino per respingerli, o almeno per somministrarli a piccole dosi.»

I figli hanno buon gioco a rispondere:

Ma non credere che ai videogame giochiamo da soli; i videogame creano una comunità. Ci hai raccontato le serate insulse di quando eri ragazzo, negli anni Ottanta, e vi trovavate per vedere la tv, magari il Festival di Sanremo. A noi capita di trovarci per giocare alla playstation, e ti assicuro che sono serate più creative delle vostre. I videogiochi coltivano la fantasia, mica la distruggono. Alcuni nascono da saghe letterarie, altri invece hanno dato vita a film e serie tv: «Angry Birds», «Assassin’s Creed». I videogiochi non annullano la comunicazione; consentono di comunicare a persone che altrimenti avrebbero difficoltà a farlo.

Il risultato è una somma zero, in cui le opinioni sono tutte valide anche perché non hanno bisogno di essere contestualizzate né sostenute da nessuno studio.

Lo stesso vale per i giudizi di Cazzullo sulla rete in generale, che spesso è sinonimo di bullismo o di cyberterrorismo, per cui – senza aver letto uno qualunque degli articoli di debunking – da una parte accredita e la ritiene esemplare della crisi generazionale la leggenda di Blue Whale, dall’altra la ritiene un modello della confusione tra verità e balle che produce la rete.

Gli inventori del gioco, i tutor, scelgono adolescenti tra i dieci e i diciassette anni. L’esca è un hashtag su Facebook. Li fanno sentire importanti. Complici. Grandi. Ogni giorno, per cinquanta giorni, avranno una missione da eseguire di nascosto dai genitori. Pare che il gioco sia nato in Russia, e sia costato già decine di vite. Da lì è giunto in Europa. A Livorno il suicidio di un quindicenne è stato accostato alla Balena Blu. Poi se n’è parlato a proposito di ragazzi di Agrigento, Pescara, Firenze, Ravenna, Trento.

La rete genera miti, e il mito più grande è la rete stessa, e la sua onnipotenza. Un pericolo reale viene enfatizzato per la ricerca compiaciuta dello scandalo. O per uno scherzo stupido. Un diciottenne ha annunciato di essere giunto al cinquantesimo giorno; poche ore dopo la polizia postale è andata a casa sua e lui ha confessato: si era inventato tutto.

Anche la mania della Balena Blu passerà. Scacciata dalla successiva. In questi anni l’emulazione ha spinto ragazzi a gettarsi da un balcone all’altro, a schiantarsi in macchina, a ubriacarsi sino all’estremo; e a rendere tutto pubblico, a fare spettacolo della loro fragilità, talvolta della loro morte.

Rispetto alla questione dei telefonini in classe, confonde molti piani – quello dell’infrastruttura tecnologica con quello pedagogico dell’utilizzo per certi specifici compiti (tablet per alcuni disturbi d’apprendimento per dire), confessa di non sapere nemmeno cosa è una lavagna elettronica, e ovviamente non cita nemmeno lui un singolo testo di pedagogia, e quando deve indicare qualche ricerca a suo sostegno si affida al massimo ad articoli di colleghi del Corriere. Per qualsiasi questione bastano le sue impressioni misurate con quelle dei figli. Duecento pagine – scritte molto larghe – contro la superficialità e la mancanza di riflessione, ma senza una riga di bibliografia, senza un dato verificato, senza un riferimento per approfondire. E con molti brani apocalittici sul futuro prossimo venturo.

Oggi stiamo entrando nell’epoca della riproducibilità tecnica della vita. L’uomo crea l’uomo, o ha l’illusione di farlo. […] Domani anche il cervello potrà essere sostituito da un computer. Ma già oggi siamo bionici, grazie a una protesi che custodisce la nostra memoria e i nostri segreti, da cui ormai non ci possiamo più separare: il telefonino. Non voglio portare i nostri lettori troppo oltre. Siamo partiti dalla necessità di mettere via il cellulare, almeno ogni tanto, per riscoprire il piacere della conversazione, del gioco, dello scherzo, del contatto fisico, e anche dell’insegnamento. Ma guardate che è tutto collegato. Si comincia con il gettare i bambini nell’oceano della rete, dal trampolino del cellulare, prima ancora che sappiano leggere e scrivere; e si finisce con il costruire un’umanità nuova, cui di umano non resterebbe molto più di nulla.

Anche A proposito di Marta di Battista è il tentativo di reagire da parte di un intellettuale sessantenne a un’evidente incomprensione del mondo contemporaneo. Lo spunto è sempre identico: nell’introduzione Battista confessa di aver deciso di scrivere un saggio sullo iato tra le generazioni ma non basandosi su dati, studi e indagini sul campo, derubricate a “analisi fredde e prive di anime”. Quindi pure questo libro è pieno di impressioni personali, che vengono esposte senza essere toccate dalla consapevolezza che pure Battista dichiara di avere di non essere rappresentativo.

Se il tono di Polito e Cazzullo è di allarme per il declino contemporaneo, quello di Battista è un nostalgico ma non di reprimenda: sono rimpiante le lettere invece delle mail, i rammendi invece dei vestiti nuovi, i vestiti dei nonni quando non erano vintage, lo stradario cartaceo invece delle mappe elettroniche, le erboristerie prima delle manie salutistiche, Cuore e i libri pieni di eroi idealisti come Zorro e Robin Hood invece di quelli paurosi del mondo presente. E le scadenze dei cibi nessuno le controllava non come oggi che si è ossessionati dalla salute, e si buttavano le cicche per terra e si sgasava senza preoccuparsi ogni minuto dell’ambiente, si andava al supermercato e si buttava tutto dentro “in un rito pantagruelico, un omaggio all’abbondanza”.

Continua a dichiarare spesso la sua insipienza e la sua radicata incoscienza per i grandi temi:

“Però, nel tempo della giovinezza che ho conosciuto di persona, e ripeto che ho conosciuto di persona, mai, davvero mai, la nostra curiosità è stata attizzata dai dispacci catastrofisti che già allora circolavano: tipo le conclusioni di un’istituzione non rimpianta che si chiamava Club di Roma”.

“Ho scoperto che gli amici di mia figlia, esattamente come lei, sanno tutto del protocollo di Kyoto e degli “accordi di Parigi” di cui io, confessando una grave lacuna del mio mestiere, non ho la minima idea.”

e un entusiasmo da novizio per altre cose che apparirebbero scontate:

“Sono felice di una cosa, però: praticamente grazie a mia figlia ho scoperto le meraviglie di YouTube. Magari avercelo avuto prima, quando avevo io la sua età. Perché se mi dovessero chiedere quale è la cosa nuova di tutte le cose nuove che mi piace di più, e che stavolta ho pure imparato a usare con una certa destrezza da quanto mi piace, cioè tantissimo, io non avrei esitazione: YouTube. Dove, per miracolo tecnologico insperato, puoi avere a tua completa disposizione tutto: il pezzetto di un film, la sequenza di un grande gol, lo sketch di un comico […], tutto quello che vuoi”.

Insomma Battista ammette che sia gigantesca la questione del deficit culturale data un divario generazionale, tuttavia non si pone mai il dubbio che forse non andrebbe colmato dalla parte della figlia ma più da parte di chi scrive. La morale è:

“Però qualche volta mi chiedo – cedendo a un incontrollabile rigurgito reazionario che stento a dichiarare ai più giovani per non fare la figura dello stupido – se non sempre il progresso sia vero progresso e addirittura se in fondo, lo scrivo con qualche timore per carità, non si stesse meglio quando si stava peggio”.

E qui veniamo all’altro enorme problema di questi tre libri e di quest’ideologia paternalista. Ciò che non viene mai indagato né messo in discussione sono le ragioni politiche del mondo che viene descritto e stigmatizzato: le critiche alla scuola non prendono in considerazione ile riforme Gelmini o quella della Buona scuola, la lamentatio sul precariato non fanno cenno alle leggi Treu o al Jobs Act; ancor meno ci sono letture socioeconomiche che cerchino di comprendere la struttura e non l’epifenomeno. Ancora più grave è la mancanza di capacità di mettere in discussione la propria visione allarmistica sulla crisi culturale a partire da una riflessione sull’ideologia della cultura come prestigio sociale.

Non è la generazione dei genitori in generale a uscirne malissimo, ma la generazione di questo tipo di genitori: padri – maschi di mezza età abbondante e borghesi – che spiegano le cose. Si potrebbe parlare di una sorta di “fathersplaining”, e interrogarsi sul perché sia possibile che queste voci trovino ascolto.

Ci sono almeno due ragioni a questo paternalismo di classe.

Da una parte l’ingiustizia generazionale che vede l’Italia al primo posto per divario economico tra la generazione degli anziani e quella dei giovani. I dati Istat del 2016 dicono che c’è una crescita consistente della ricchezza per gli over 60 e una diminuzione invece speculare nella fascia under 34, dove si registrano anche tassi di povertà assoluta del 10 per cento. Il fatto che si tratti di paternalismo maschile e non genitoriale deriva dal semplice motivo che la generazione degli anziani ancora vede una forte disparità nei salari a sfavore delle donne, mentre tra i giovani c’è una minora discrepanza, semplicemente perché si è creata una parità al ribasso: anche i maschi hanno cominciato a guadagnare poco come le femmine.

In questo contesto è abbastanza facile che un padre sessantenne pensi di spiegare il mondo ai figli che sono e saranno per molti anni in una condizione di assoluta sudditanza e dipendenza economica.

A fare da anticorpo a tutte queste letture liquidatorie e giudicanti sul mondo giovanile si potrebbe riprendere un testo che ha avuto non molta fortuna in Italia, proprio perché forse non consola con il peana dei bei tempi andati: La congiura contro i giovani del sociologo Stefano Laffi, pubblicato da Feltrinelli nel 2014.

All’opposto di Cazzullo, Battista o Polito, Laffi abbonda di bibliografia pedagogica, anzi fa proprio della questione pedagogica e della sua mancata centralità nel dibattito politico il tema della sua analisi e denuncia. A essere in crisi per Laffi non è il mondo dei giovani, ma quello degli adulti, acriticamente consumisti, competitivi, che riempiono il mondo dei propri figli di merci e valutazione fin dal momento della nascita. Una crisi che si riflette sulla scuola: l’Italia di Maria Montessori, di Mario Lodi, di Bruno Ciari, di Don Milani, di Gianni Rodari, di Tullio De Mauro, ha abbandonato la sua vocazione ha finito per rispondere alle sfide educative con ricette passatiste, aziendaliste per difendere un’autorevolezza istituzionale che proprio per questa carente capacità di mettersi in crisi si è dissolta.

A queste ragioni ne va forse aggiunta un’altra che riguarda la crisi attuale dell’eteropatriarcato, che porta anche con sé una crisi del modello sociale del capitalismo; il patriarcato che ha adottato il capitalismo come modo di perpetuazione di una gerarchia di potere, e che ora di fronte al nuovo movimento globale del femminista, non trova di meglio che rifugiarsi in questo backlash paternalista, sperando di poter ritardare le trasformazioni del mondo semplicemente spostando le lancette indietro.

Ps. Chi volesse leggersi dei recenti saggi su questi temi che invece sono pieni di spunti e di bibliografia aggiornata, può prendersi La conversazione necessaria di Sherry Turkle tradotta per Einaudi nel 2016, che affronta la questione della dipendenza da connessione all’interno di un contesto di critica sociale, e Tecnologie del dominio del collettivo Ippolita, appena pubblicato da Meltemi, che riesce a fornire ai lettori – genitori e figli, insegnanti e studenti – moltissima chiarezza su una serie di tematiche chiave, dal cyberbullismo al profiling all’internet of things al digital labour, e sul come parlarne.

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Comments   

#1 Maria Pellegrini 2018-02-26 07:59
Finalmente leggo con piacere e conforto un'analisi di tre libri (che ho letto in libreria per non spendere soldi inutili), che condivido totalmente e che non avrei saputo esprimere con così grande chiarezza e senza remore di essere contestata. Apprezzo i suoi articoli ma questo mi ha talmente coinvolto che ho voluto esprimerle il mio grazie. .Non mi piace poi che un padre coinvolga i figli che meriterebbero più rispetto invece che essere messi in vetrina, e sotto i riflettori. Leggerò i saggi che ha consigliato. Grazie, Maria
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