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sinistra

Iran: quale rivoluzione?

A un anno dalla morte di Masha Amini

di Alessandro Mantovani

Donne Iran 2.jpgUn anno è passato dalla scintilla che ha innescato la più recente e imponente ondata di manifestazioni contro il regime iraniano. L’impressionante movimento, che ha visto migliaia di proteste coinvolgenti più di 160 città, come si sa, è stato iniziato dalle donne e questo è un fatto di enorme importanza non solo per l’Iran e i paesi islamici, ma si può ben dire alla scala internazionale. Non in quanto sia il primo movimento che veda le donne protagoniste (altri ve ne sono stati), ma in quanto un movimento femminile per i propri diritti ha fatto da battistrada, da detonatore a una mobilitazione che si è estesa a più ampi strati popolari e anche proletari, dapprima in solidarietà con le donne, poi e sempre più con rivendicazioni generali che si riassumono nella richiesta della fine del regime degli ayatollah.

Decine di migliaia di persone, in maggioranza giovani (soprattutto ragazze, spesso appoggiate dai loro coetanei o familiari maschi), si sono riversate nelle piazze con gesti altamente simbolici e mai riscontrati in precedenza, bruciando lo hjiab e tagliando i capelli in pubblico.

Altro fatto di estrema rilevanza è che subito dopo le donne, a ribollire siano state le minoranze etniche, i curdi, i turchi, gli arabi, i baluci, e che ciò, forse per la prima volta, abbia creato nella società persiana (dove il nazionalismo ha sempre potuto far leva sul timore di una disgregazione dello stato per linee etniche) un afflato di solidarietà e simpatia verso tali minoranze, ossia un riconoscimento della loro situazione di oppressione. Non per nulla il movimento è esploso dapprima nel Kurdistan iraniano: Masha Amini, la giovane la cui morte tra le grinfie della “polizia morale” ha acceso la miccia della rivolta, era curda, doppiamente esclusa quindi dai diritti civili, e l’accanimento dei suoi aguzzini contro di lei non è stato certo estraneo a questa identità).

Forse per la prima volta si è assistito, da una parte a una solidarietà maschile verso le donne su ampia scala, dall’altra ad una solidarietà degli iraniani verso le minoranze, e a fenomeni, da sottolineare, di fraternizzazione nella lotta fra turchi e curdi.

Un aspetto notevole del movimento è stato l’inusitato livello di violenza (di gran lunga il più alto dal 2016 in poi) contro corpi, istituzioni e personaggi del regime, 46 dei quali sono stati uccisi a mani nude, con armi bianche o da fuoco1. Tanto che nelle piazze accanto allo slogan ormai noto in tutto il mondo “donna, vita, libertà’’, si è sentito il grido Behesh nagid E’teraz Esmesh Chodé Enghelab! Non chiamatela protesta, il suo nome è rivoluzione!

La promessa del regime di abolire la “polizia dei costumi” - una manovra per cercare di separare il vasto movimento di massa che sta percorrendo il paese, tra la componente (la classe media) interessata alle libertà civili e quella sociale e proletaria -, promessa mai mantenuta, non era riuscita a calmare l’insorgenza, né vi era riuscita quella di amnistiare gli arrestati durante gli scontri2. Anche se in Baluchistan e Sistan le mobilitazioni sono continuate, e i fenomeni di disobbedienza civile come il rifiuto delle giovani di vestire il velo si diffondono, e sebbene in occasione del I maggio di quest’anno un manifesto annunciasse scioperi in corso nelle industrie petrolifere e del gas, la ferocissima repressione ha per il momento comportato un indebolimento, se non ancora la fine del ciclo delle lotte.

In realtà il movimento esploso nel settembre 2022 ha avuto un’estensione inferiore a quella che il battage mass mediatico occidentale ha potuto, specie in un primo momento, far credere. La classe operaia, inclusi i lavoratori del settore energetico, che ebbero un ruolo di primo piano nella caduta dello scià, pur avendo dimostrato simpatia per le donne ed i manifestanti, non ha risposto agli appelli di sciopero in misura tale da impensierire il regime, e anche il bazar è rimasto in buona parte alla finestra3. In queste condizioni parlare a breve termine di una rivoluzione è fuori luogo. Ma quali sono le prospettive future?

 

L’Iran, questo sconosciuto

La cosa che più colpisce nei commenti che non solo i grandi media ma anche molti osservatori dedicano a quanto accade in Iran è l’assordante silenzio sulla natura economico-sociale del paese. Sembra che la repubblica teocratica uscita dalla rivoluzione del 1979 sia sospesa nel vuoto, o che ogni indagine sociologica sia indicibile: come il nazismo viene associato al “male” assoluto, il che dispensa dallo studiarne i legami con la società capitalistica da cui in realtà scaturisce, così il regime iraniano sarebbe una deviazione dalla “civiltà” indotta dall’intolleranza religiosa, dall’integralismo islamico e dal “patriarcato”, le etichette più abusate mediante le quali si glissa sull’analisi di classe del regime e della rivolta. Ne deriva una prospettiva altrettanto superficiale e astorica: la conquista della “libertà” e (ça va sans dire) di un’ “emancipazione femminile” appiattita sul mero terreno dei “diritti” civili.

Questa difficoltà a vedere più in profondità la complessità del movimento (o meglio dei movimenti) dell’Iran attuale non stupisce se si pensa che anche a sinistra il femminismo borghese mainstream è riuscito a imporre una interpretazione della teocrazia islamica funzionale alla politica anti persiana degli Stati Uniti, rubricando a suo tempo il governo islamista come “reazione” oscurantista. Ne sarebbe la riprova la cancellazione dei diritti femminili a cui, pure limitatamente, le donne iraniane ebbero accesso sotto il precedente regime dello Scià filo americano.

Per uscire da questa banalizzazione bisogna, sia pur sommariamente, ripercorrere la parabola della rivoluzione islamista del 1979. Nel 2006 cercavo di dimostrare che, sia pur combattuta sotto le bandiere della religione, fu una rivoluzione autentica e – mi si passi il termine assai generico – “progressiva”4. Una conclusione in contrasto con la maggior parte delle analisi di sinistra, le quali avevano piuttosto visto nel regime di Khomeini una ‘’controrivoluzione’’. Tema tutt’oggi non secondario, dal momento che la semplificazione che equipara islamismo a reazione, più che marxista, è una posizione laicista che ha segnato l’influenza deleteria, sulle sinistre rivoluzionarie, del battage con cui gli Stati Uniti e i loro alleati sono riusciti a camuffare da crociata per i ‘’diritti femminili’’ violati la difesa dei propri interessi in Iran, Afghanistan e così via. Una debolezza che comportò l’indifferenza del proletariato internazionale verso la politica neo colonialista americana (e occidentale) nei confronti del Medio Oriente e dell’Asia centrale. E che, se non corretta, potrà comportarne altre in futuro, visto che le tendenze islamiste radicali sono tutt’altro che scomparse dalla scena (basti citare Hamas in Palestina). Entriamo dunque in argomento5.

 

L’introduzione del capitalismo

Gli inizi dello sviluppo capitalistico in Iran risalgono già al tempo dei Phalevi, che a loro modo avevano cominciato, alla prussiana, una modernizzazione del paese dall’alto. Il loro intento era di strappare il paese alle storture dell’ “economia della rendita”, facendo degli introiti della stessa il pivot dell’industrializzazione. Ferrovie, infrastrutture, estrazione, necessitavano di un proletariato.

Tradizionalmente rurale, il paese dei pharsi vide dunque negli anni ‘ 60 e ’70 del secolo scorso decollare l’industrializzazione e una riforma agraria che, con l’obiettivo di modernizzare le campagne, riuscì a creare soltanto alcune enclave di agricoltura intensiva volta all’esportazione. In compenso, espropriando nei modi che vedremo appresso un gran numeri di coltivatori diretti, non fallì nella creazione di un esercito industriale.

Prima della riforma agraria voluta da Rheza Phalevi, l’agricoltura iraniana era basata su quello che possiamo genericamente definire “sistema del villaggio” (nizahm i dikani), i cui membri erano titolari del diritto di partecipare alla gestione delle terre. Il villaggio apparteneva in genere a un latifondista assenteista, che forniva le sementi e altri input necessari alla coltivazione, mentre i contadini, legati alla terra, la lavoravano collettivamente, dividendo il raccolto col signore secondo percentuali variabili da villaggio a villaggio, e da coltura a coltura. Un sistema che implicava una certa omogeneità sociale tra i contadini. Di tale passato poco o nulla rimane oggi.

Verso la fine degli anni '50 lo sviluppo dell’irrigazione a pompa fa sorgere un nuovo sistema di conduzione conosciuto come tulumbah kari, il quale si diffonde rapidamente. Lo scavo da parte di singoli agricoltori di pozzi profondi e l’installazione di pompe in grado di portare l’acqua in superficie determina una maggiore stratificazione sociale del villaggio. L’uso di pompe e trattori da parte dei grandi proprietari, rendendo superfluo il lavoro di un certo numero di coloni, che perdono i loro diritti come membri del sistema del villaggio, crea uno strato di braccianti.

Saranno questi (il 35% dei contadini) i grandi esclusi dalla riforma agraria dello scià, che, nell’intento di modernizzare l’agricoltura, distribuì il 50-60% delle terre. In contemporanea i grandi latifondisti vennero incentivati a trasformare ciò che rimaneva delle loro proprietà in aziende capitalistiche moderne con l’impiego di salariati.

Nella redistribuzione delle terre, le migliori rimasero ai proprietari assenteisti, mentre fra i contadini che poterono accedervi, solo una metà ottenne terra sufficiente al sostentamento. Il sistema del villaggio fu ferito ma non scomparve del tutto. La colonia parziaria rappresentava ancora una parte delle terre coltivate, inoltre i piccoli proprietari tendevano ancora a organizzarsi in squadre di lavoro, mantenendo inizialmente il modo di produzione tradizionale.

Si venne insomma instaurando un sistema di transizione verso il capitalismo. Nel 1975 più del 20 per cento delle terre erano gestite capitalisticamente (il 6,5 da contadini ricchi, e il 15 per cento da grandi aziende agrarie). La meccanizzazione dell’agricoltura favorita dal governo gettò crescenti quote di braccianti nella disoccupazione, obbligandoli a migrare verso le città dove andarono a formare il nuovo proletariato super sfruttato. Ancora in parte legato alla cultura del villaggio ed al rigorismo islamico ivi regnante, questo strato sosterrà il clero durante la rivoluzione islamica.

Una classe operaia industriale urbana comincia a formarsi in Iran fin dall'entrata nel XX secolo. Però solo all'inizio degli anni '70 i suoi appartenenti iniziano a identificare se stessi come "kargaar", ossia operai distinti dalla massa artigiana. Tale strato non costituiva una massa compatta, bensì assai differenziata a seconda dei settori, quali principalmente l’industria petrolifera, quella manifatturiera, l’edilizia, quella meccanica, e i trasporti. Il proletariato industriale vero e proprio contava circa 2-2,5 milioni di lavoratori alla vigilia della rivoluzione, ossia intorno al 25% della forza lavoro totale dell'Iran.

 

La rivoluzione islamista

Certo la rivoluzione iniziata nel 1979 non fu una rivoluzione socialista, da cui attendersi il soddisfacimento delle esigenze profonde del popolo e del proletariato. Quale rivoluzione dunque? Una rivoluzione “borghese”. Le virgolette sono d’obbligo perché essa non fu condotta dalla grande borghesia, la quale nell’Iran dei Phalevi era legata all’imperialismo americano da un lato, alle commesse statali dall’altro, e ammanigliata, insieme alle residue classi “feudali”, alla rendita petrolifera. Nemmeno dalla borghesia liberale, troppo debole, compromessa e timorosa del vasto movimento popolare. A combatterla fu il popolo, e decisivo fu in essa l’apporto del proletariato iraniano, specie legato all’estrazione degli idrocarburi e alla relativa industria, ma a dirigerla fu l’unico ceto di “intellettuali” autoctono, il clero sciita, che rappresentava gli interessi della piccola e media borghesia dei bazar: una classe di artigiani e commercianti che vedeva nelle grinfie dell’imperialismo sull’Iran, e dunque nelle classi legate alla monarchia, la causa della propria rovina, e si agitava in una lotta in cui l’antimperialismo ed il nazionalismo si coniugavano a una reazione contro la cultura occidentale e all’idea di un ritorno alle origini dell’islam, inteso quest’ultimo nella sua dimensione populistica e assistenziale da una parte, ottusa e retriva sul piano dei diritti civili e femminili dall’altra.

Che il clero scita6, poggiando su questa classe, e utilizzando come massa d’urto vasti strati di popolino e di sotto proletariato (militarmente inquadrato), i famosi pasdaran, abbia dopo la caduta del regime monarchico schiacciato le fazioni più radicali, imponendo un’agenda moderata e rigettando le istanze delle classi proletarie e semi proletarie, non smentisce questa interpretazione. Infatti la vicenda iraniana non fa che ripercorrere, mutatis mutandis, la traiettoria che altre rivoluzioni “borghesi”, in misura maggiore o minore, hanno seguito nel passato, quando il “popolo” che aveva lottato e vinto contro l’ancien régime si è scisso e la borghesia, la quale fino allora aveva accettato lo scomodo ma indispensabile contributo plebeo e sanculotto, per riportarlo alla ragione e al rispetto della sacra “proprietà privata” non esitò ad arruolare nella reazione termidoriana o napoleonica o, peggio monarchica, le classi che aveva decapitato. Senza che queste concessioni all’avversario di ieri significassero la restaurazione dei rapporti feudali ormai recisi. Come l’Inghilterra dopo Cromwell vide ritornare formalmente la corona, come la Francia dopo Napoleone vide addirittura l’effimero ritorno dei Borboni, così l’Iran post-rivoluzionario, se non ha visto rinascere l’autocrazia, ha tuttavia liquidato le rivendicazioni plebee senza per questo ritornare allo statu quo ante. Parlare di controrivoluzione in Iran si potrebbe se vi fosse stata una restaurazione dei rapporti di produzione pre borghesi, o se, come in Russia, un potere proletario fosse stato schiacciato, pur in assenza di una borghesia, dalla forza dei rapporti di produzione borghesi rappresentati dallo stalinismo. Ma nessuno di questi è il caso dell’Iran, dove nessun potere proletario s’era imposto, né abbiamo avuto una marcia a ritroso sociale. Se un paragone storico si può osare, esso va fatto con la reazione termidoriana, che rappresentò la sconfitta delle istanze più radicali, plebee e ‘’sociali’’ della ‘’grande rivoluzione’’, ma non una restaurazione contro rivoluzionaria.

Questo paragone col corso politico delle rivoluzioni inglese e francese non significa confondere la situazione sociale dell’Iran con quelle dell’Inghilterra del XVII e la Francia del XVIII secolo. Semmai la situazione sociale del grande paese asiatico era da paragonarsi, nel 1979, a quella del 1848 in Europa, o, ancor meglio, come abbiamo scritto nel 2006, a quella della Russia del 1917.

 

Effetti della rivoluzione del 1979

Quella che portò al potere Khomeini fu dunque una rivoluzione “borghese” sui generis. Il regime “clericale”, se represse con violenza il proletariato ed i diritti delle donne, nondimeno introdusse una serie di riforme, quali:

  • La nazionalizzazione dell’industria e delle banche. Il settore pubblico assunse così un ruolo di gran lunga preponderante rispetto all’impresa privata. Il governo impose il suo controllo sui prezzi e su finanziamenti e sussidi, realizzando un forte controllo sull’economia e ambiziosi tentativi di pianificazione
  • La diffusione di massa dell’istruzione7
  • L’estensione dell’assistenza sanitaria alle zone rurali.

Al suo attivo il regime può vantare anche la realizzazione di importanti infrastrutture quali l’elettrificazione del paese, la costruzione di un’importante rete stradale ed il tanto decantato programma di sedicente sradicamento della povertà, il quale, se non è certo riuscito nell’intento, tuttavia – come è universalmente riconosciuto - è riuscito a ridurre la povertà assoluta, e non è stato privo di altri effetti: l’aumento della speranza vita e la diminuzione della mortalità infantile, la riduzione delle nascite mediante programmi di pianificazione familiare, la disponibilità di acqua potabile e collegamenti alla rete elettrica nelle zone rurali. Tuttora le famiglie a basso reddito beneficiano costantemente di sussidi su beni di prima necessità e carburante. Stando alle cifre fornite dalle autorità, sicuramente gonfiate, la povertà assoluta sarebbe passata dal 25 al 10 per cento della popolazione. Un parziale successo se si pensa ai disastrosi effetti della guerra contro l’Iraq ed a quelli forse ancora più severi delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti.

Un successo però assai problematico considerando che al tempo stesso la povertà relativa è forse persino aumentata, che i divari sociali sono tuttora rilevanti, e che malgrado la netta diminuzione dei nati per donna, la crescita economica non è stata in grado di assorbire l’incremento demografico, con elevatissime percentuali di disoccupazione tra i giovani.

Secondo il censimento del 2016-17, per uomini e donne di età compresa tra i 25 e i 29 anni, i tassi di disoccupazione erano rispettivamente del 34,6% e del 45,7%8. Ogni anno, tra i 150.000 e i 180.000 laureati lasciano il Paese. Circa due terzi dei poveri sono donne. L’Iran ha uno dei tassi di partecipazione femminile alla forza lavoro più bassi al mondo, sebbene le donne rappresentino la maggioranza dei laureati. Non sorprende dunque che gli studenti, i giovani e soprattutto le donne abbiano rappresentato la parte più risoluta del movimento iniziato nel settembre dello scorso anno.

Con tutto ciò, e nonostante le sanzioni, l’Iran ha fatto notevoli progressi nel campo della tecnologia (citiamo solo, perché sulla bocca di tutti, il programma nucleare tanto inviso a Tel Aviv e Washington, ed i droni che Teheran sta vendendo a Mosca nell’attuale conflitto ucraino), produce automobili e armi, e le sue esportazioni dipendono dagli idrocarburi meno di quelle degli altri grandi produttori del Medio Oriente. Progressi che tuttavia non hanno sganciato la dipendenza della sua economia dalla rendita derivante dai combustibili fossili.

Se è vero che la cosiddetta “classe media” (con la quale in Iran si intende una fascia di reddito e non una definizione marxista di classe) è aumentata di numero, lo è altrettanto che le imprese statali sono state il vivaio dove rigogliosa è cresciuta una nuova grande borghesia osmotica al potere clericale. I pasdaran, promossi socialmente prima dalla rivoluzione e poi dalla guerra Iran-Iraq, con le fondazioni da essi controllate (le famigerate bonyad, in teoria preposte all’assistenza sociale), sono al culmine di questo nuovo strato rampante, il quale ha molto della “burocrazia” come i trotzkysti la intendono. Una burocrazia che, secondo gli osservatori esteri, è fra le più corrotte nella classifica mondiale.

 

Il proletariato industriale

L’inizio di un’organizzazione autonoma dei lavoratori manuali iraniani precede di poco la rivoluzione del 1979. Tale tendenza all’organizzazione esplode nel corso della stessa, attraverso il movimento dei consigli sia di fabbrica (con esperimenti di controllo operaio della produzione) sia a livello territoriale. È riconosciuto che furono proprio i grandi scioperi operai, soprattutto nel settore petrolifero, a colpire al cuore l’autocrazia Palhevi. Ma l’autonomia organizzativa, che costituisce una testimonianza del processo di formazione di una coscienza di classe, non portò né alla formulazione di un programma né alla formazione di un’organizzazione politica indipendente di massa.

Dal 1979 la classe operaia urbana ha continuato a espandersi; all'inizio del XXI secolo costituiva più del 45% della forza lavoro impiegata. Attenzione: parliamo di una classe operaia che ancora risente fortemente, come quella europea di fine ottocento, di una grande differenza, ed anche conflittualità, fra skilled ed unskilled worker. Nel gradino inferiore dei lavoratori manuali stanno i profughi afgani, nei primi anni di questo secolo il 7% di tutti i lavoratori, concentrati soprattutto nell'edilizia.

Sia sotto la monarchia che sotto la repubblica, il governo ha represso pesantemente, anche se mai completamente, l'attività sindacale. Dopo la rivoluzione, un codice del lavoro particolarmente duro è stato introdotto dal potere clericale: la stessa figura dell’ “operaio” non ha riconoscimento giuridico e non gode quindi in teoria di nessun diritto.

Per la statistica iraniana, la classe operaia è parte della classe inferiore urbana (mostazafin), che comprende tutte le famiglie il cui reddito si colloca intorno alla soglia ufficiale di povertà. Nelle città con una popolazione superiore a 250.000 abitanti, la classe inferiore costituisce in media il 40-50% della popolazione totale.

Il consolidarsi della “teocrazia” post rivoluzionaria, e la sconfitta del proletariato, ha comportato una lunga crisi della sindacalizzazione operaia, considerata illegale. Le lotte operaie tuttavia non sono mai cessate. Ad esempio durante la guerra Iraq-Iran gli operai furono in prima fila nella lotta contro la stessa, sia mobilitandosi contro le riduzioni di salario imposte come contributo patriottico al conflitto, sia con fenomeni di diserzione di massa. Dopo di allora e fino alla vigilia del movimento attuale le agitazioni hanno segnato un crescendo, che è andato coinvolgendo non solo i lavoratori industriali, ma anche i dipendenti pubblici, gli operatori sanitari, gli insegnanti. Ciò a dispetto di una repressione feroce che ha ucciso, torturato e incarcerato migliaia di lavoratori e attivisti. Al fine di aggirare il fatto che i sindacati sono illegali, i lavoratori hanno dato vita a svariate forme camuffate di organizzazione economica, che il regime è costretto in parte a tollerare. A sua volta esso ha pragmaticamente istituito organismi parasindacali con funzioni di conciliazione e contrattazione.

 

Le campagne

Quando scoppia la rivoluzione del ’79, all’inizio le campagne restano ferme, e i contadini più agiati sostengono lo scià. Ma quando diviene chiaro che la rivoluzione è vincente, dapprima i braccianti, poi anche i contadini proprietari, occupano le terre dei grandi proprietari e in diversi casi si ha notizia del ripristino della lavorazione collettiva della terra. Le occupazioni si protraggono sino al 1981.

Il nuovo regime, dopo aver progettato una vasta redistribuzione di terre, continua a rinviarne l’attuazione, limitandosi a prendere atto della situazione: accorda diritti temporanei agli agricoltori, in attesa di una riforma agraria che arriverà solo nel 1986, sotto la pressione del contadiname incollerito. La redistribuzione sarà parziale, e localmente compromessi verranno raggiunti con i proprietari terrieri i quali, nell’incertezza della situazione, sospendevano intanto gli investimenti in agricoltura.

Venti anni dopo la percentuale di terra agricola occupata da grandi proprietà si è dimezzata, mentre i piccoli proprietari ne occupano tre volte tanta. Contemporaneamente, la superficie media per ciascun conduttore si è ridotta proporzionalmente. In altre parole la parziale redistribuzione della terra non ha risolto il problema della povertà di fronte all’incremento demografico che ha più che raddoppiato la popolazione dal 1960 a oggi.

Secondo lo studioso Amir Ismail Ajani la rivoluzione ha comportato in agricoltura una drammatica interruzione della transizione verso il capitalismo, quadruplicando il numero dei piccoli proprietari, in certi casi riproponendo la colonia parziaria9. Bisogna però sfumare: i pochi studi accessibili dicono che la situazione va letta su più piani: la situazione post rivoluzionaria registra la crisi mortale dell’agricoltura di sussistenza in favore di quella rivolta al mercato, un rilevante incremento della meccanizzazione del lavoro agricolo, nonché l’emersione di una sia pur limitata piccola borghesia agraria. La meccanizzazione e l’uso di fertilizzanti, ovviamente, oltre a comportare un notevole aumento della produttività per ettaro, determina la diminuzione del numero degli addetti all’agricoltura, e quindi, non occorre dirlo, un’ulteriore emigrazione verso i centri urbani. Se negli anni ’80 la popolazione rurale ammontava ancora al 45% circa del totale, oggi essa si situa tra il 25 e il 28%.

Non è banale rilevare che il processo nel suo insieme (distribuzione di terre e meccanizzazione) ha portato ad una drastica riduzione del bracciantato agricolo. Dunque malgrado l’emergere di un esile strato di piccoli imprenditori agrari, parlare di capitalismo agricolo sarebbe improprio, e la definizione di agricoltura mercantile sembra più appropriata10. In tale fenomeno devono essere inclusi anche l’aumento delle compravendite di terra e la diversificazione degli impieghi, ossia l’aumento rilevante, nel villaggio, di non addetti all’agricoltura, quali artigiani e lavoratori manuali nei vicini centri urbani. Al punto che oggi nel mondo rurale i coltivatori diretti non costituiscono più la maggioranza della forza lavoro attiva, ove si consideri che molti piccoli proprietari lo sono in realtà solo parzialmente, trovando in certi periodi dell’anno o giornalmente impieghi in città o in industrie rurali. Ciò come si può ben comprendere implica un incremento delle disparità sociali.

In un’economia, come quella iraniana, fortemente statizzata, l’agricoltura fa eccezione: più del 90% dei terreni appartiene al settore privato. La maggior parte delle aziende agricole occupa meno di 10 ettari, con redditività problematica malgrado l’aumento delle rese, specie tenendo conto che negli ultimi anni i fenomeni di siccità sono andati aggravandosi, tanto per questioni climatiche che a causa della gestione delle riserve idriche, drenate dal sistema industriale.

Il potere ha cercato di implementare cooperative agricole e “case di sviluppo rurale”, con l’obiettivo di incrementare la produzione, con successi limitati. Malgrado progressi innegabili nel campo della meccanizzazione (l’Iran produce da se stesso i propri trattori e macchine agricole) la scarsa fertilità del suolo e la carenza di irrigazione hanno rappresentato un serio ostacolo all’obiettivo delle autorità di ottenere l’autosufficienza alimentare, la quale, raggiunta solo in alcuni settori, rimane ancora un obiettivo da perseguire.

Si tenga presente che solo il 15% (secondo alcuni il 10%) della superficie del paese è coltivata, e che solo meno di un terzo è irrigata; che a causa dell’incremento demografico la terra arabile pro capite si è ridotta ad un terzo di quella che era nel 1960. La forza lavoro impiegata in agricoltura si aggira probabilmente (la situazione è fluida) intorno al 17% del totale, una quota ben più alta di quella dei paesi capitalisti maturi, ma ben al di sotto della media mondiale, che è del 26% circa. Il quadro agricolo cioè è quello di un paese intermedio tra quelli avanzati e quelli arretrati.

In ogni caso la realtà contadina iraniana è molto complessa: alla persistenza di tribù nomadi e sedentarie, e alla piccola gestione, si accompagnano contadini senza terra e una "borghesia rurale" che possiede vaste aziende agricole.

 

Il background del movimento attuale

La lotta del 2022 non è arrivata improvvisa: è stata preceduta da una lunga serie di mobilitazioni.

Nel 2009 la rielezione del “conservatore” Aḥmadīnizhād, che sconfisse il “riformatore” Moussavi, provocò un’ondata di proteste in tutto l’Iran11. La loro entità è soggetta a discussione, e gli osservatori la valutano a centinaia di migliaia di partecipanti fino a milioni. In ogni caso si trattava di un movimento riformista, focalizzato sulla concessione di maggiori libertà civili e politiche. Non a caso alcune tendenze in esso presenti rivendicavano addirittura il ritorno alla monarchia. A mobilitarsi fu soprattutto la classe media urbana, in particolare nella capitale. La repressione ne ebbe ragione, sia pur a fatica, come dimostrato dal fatto che nel 2011, in solidarietà con le “primavere arabe”, si ebbero ulteriori mobilitazioni.

Il 27 dicembre 2017 manifestazioni di protesta contro Presidente H. Ruohani scoppiano a Mashhad, la seconda città più popolosa del nord-ovest del Paese e bastione dei conservatori. Il movimento, originato dal disagio economico e sociale, si diffonde rapidamente in un centinaio di città, con slogan contro il regime, i pasdaran, la "dittatura" della “guida suprema” Ali Khamenei e la corruzione dei mullah. Il movimento è confuso, e accanto alle rivendicazioni economiche, molti sono gli slogan qualunquistici (si notano anche nostalgici dei Palhevi).

Tra il dicembre 2017 e il novembre 2019, la scena politica iraniana assiste a diverse ondate di proteste sindacali, etniche, studentesche e femminili, le quali rimangono relegate però a livello locale e regionale, senza riuscire a costruire un movimento nazionale.

Sarà, nel novembre 2019, l’aumento del prezzo della benzina a scatenare la mobilitazione popolare antigovernativa in tutto l'Iran. Le proteste iniziano nelle baraccopoli urbane e sono inizialmente pacifiche. La brutale risposta della polizia le trasforma in rivolta violenta contro il regime. I manifestanti infuriati assaltano edifici governativi, veicoli della polizia, banche e negozi. La repressione è inaudita: per la prima volta nella storia contemporanea dell'Iran, un governo usa le mitragliatrici contro i manifestanti: 1.500 le vittime secondo le stime più attendibili. Il fossato tra popolo e regime è ormai profondo, la retorica rivoluzionaria degli ayatollah e dei pasdaran getta la maschera.

Le proteste del novembre 2019 furono le più grandi dalla rivoluzione del 1979. La maggior parte dei manifestanti era giovane, di età compresa tra i quindici e i trent'anni. Secondo fonti governative, più di 200 città in tutto l'Iran parteciparono alle proteste. A differenza del Movimento Verde del 2009, limitato alle città maggiori e sostenuto dalla “classe media”, la protesta coinvolse le regioni periferiche, senza una partecipazione massiccia da parte degli abitanti di grandi città come Teheran, Isfahan, Tabriz e Shiraz. Qui furono soprattutto i sobborghi – che nel 2009 erano rimasti in silenzio - a mobilitarsi. Nel 2019 sono le classi medie delle grandi città a restare alla finestra.

Nell'agosto 2020 è il proletariato a entrare in campo: un'ondata di scioperi coinvolge più di 50 impianti petroliferi, di gas e petrolchimici. I lavoratori chiedono l'abolizione dei contratti di lavoro temporanei (che sono andati aumentando in Iran secondo il modello della “globalizzazione”), il pagamento regolare dei salari, il miglioramento delle condizioni dei dormitori e delle strutture sanitarie e lo smantellamento delle catene di imprese in subappalto.

Nel 2021 è il contadiname a mobilitarsi. Esasperati dalla siccità, in novembre migliaia di contadini dell’area del fiume Zayanderoud si riuniscono a Isfahan chiedendo l’apertura della diga che sottrae loro l’acqua per uso industriale. All’inizio le autorità cercano di dialogare e calmare gli animi, e la protesta raggiunge risonanza nazionale, ottenendo l’appoggio di attori e artisti. In seguito, constatata la cocciutaggine degli agricoltori, si arriva alla repressione: la piazza è dispersa. Ma la cosa non finisce lì dal momento che essendo quello della scarsità d’acqua un problema nazionale (un quarto degli agricoltori ha abbandonato la terra per tale motivo dal 2015 a oggi12), l’esempio di Isfahan fa scuola.

Non furono soltanto le mobilitazioni contadine a precedere di qualche mese l’esplosione del movimento urbano del 2022-2023: in numerose città del Paese si è assistito a un'ampia gamma di proteste dei lavoratori con varie richieste, quali la risoluzione di problemi assicurativi e di arretrati salariali (un problema ormai cronico che interessa consistenti quote di proletari, inclusi i lavoratori pubblici) , la proibizione del lavoro minorile, l'offerta di istruzione gratuita per i bambini, la definizione di standard di sicurezza più elevati sul posto di lavoro e l'eliminazione di leggi discriminatorie per le donne e i lavoratori migranti. Rivendicazioni che denotano un tendenziale superamento delle lotte puramente sindacali e categoriali, per investire lo status generale del mondo del lavoro nonché il terreno dei diritti civili.

Nel movimento dell’autunno 2022 tuttavia, il proletariato, che pur è stato, secondo ogni testimonianza, sicuramente presente nelle manifestazioni di piazza, non è entrato massicciamente ed autonomamente in campo. Si possono ovviamente trovare molte spiegazioni parziali, quali l’illegalità dell’organizzazione sindacale, la repressione permanente dei leader sindacali, le uccisioni, gli arresti seguiti al movimento operaio del 2020. Resta il fatto che senza una sua partecipazione attiva, il movimento nel suo complesso non poteva vincere, né svilupparsi.

 

Prospettive

Le acquisizioni della rivoluzione islamista hanno reso l’Iran un paese prevalentemente capitalistico, fortemente urbanizzato, con una numerosa classe operaia. La prospettiva storica che gli sta di fronte è pertanto lo sviluppo del movimento proletario, la lotta per la rivoluzione socialista. Ma questa prospettiva ha delle importanti peculiarità, che discendono dai limiti della rivoluzione del ’79.

Da una parte sta la deficienza di sviluppo capitalistico delle campagne, che assegna alla rivoluzione a venire la necessità di rivendicazioni a favore dei contadini poveri e di una riforma agraria conseguente. Dall’altra parte la rivoluzione che verrà dovrà farsi carico delle rivendicazioni democratiche non realizzate dalla rivoluzione del '79.

Per comprendere questo aspetto occorre ricordare che in teoria le rivendicazioni democratiche costituiscono un corollario necessario della rivoluzione borghese, in quanto l’affermazione di un capitalismo nazionale esige la creazione e di un mercato unificato, di una certa libertà di movimento della popolazione, di una certa uguaglianza di fronte alla legge contro ai privilegi, alle gabelle, alle caste feudali. In secondo luogo che però nessuna rivoluzione borghese realizza fino in fondo le rivendicazioni democratiche che è costretta a suscitare, in modo ben più radicale, tra le masse popolari che vi partecipano. La diversa profondità delle realizzazioni democratiche si rispecchia nelle differenze tra le costituzioni degli stati borghesi.

Nel caso iraniano l’incompletezza del processo rivoluzionario borghese è particolarmente evidente nel campo della laicità dello stato (fattore di unificazione nazionale dove esistono diverse confessioni religiose, come nel caso) ed in quello dei diritti civili, delle donne in primis, e delle minoranze etniche. Ciò spiega la partecipazione al moto iraniano attuale di importanti settori di classe media, e l’influenza pericolosa che la narrazione occidentale, atteggiandosi a sostenitrice dei loro “diritti”, ha per esso, il quale, limitandosi a tali rivendicazioni democratiche, e non riuscendo dunque a trascinare gli strati più profondi del popolo, finisce per infrangersi contro il muro della reazione, o potrebbe cadere preda di fasulle “rivoluzioni arancione” patrocinate dall’Occidente imperialista.

Pericolo tanto maggiore in quanto, sinora, malgrado alcune caratteristiche prettamente rivoluzionarie, come la continuità, la durata ed il coinvolgimento di vari strati della popolazione, il movimento è sembrato, da un lato limitarsi – lo dicono i compagni iraniani stessi – a parole d’ordine negative (come la fine del regime) senza un programma positivo; dall’altro non avere una direzione e una centralizzazione.

L’incompletezza delle realizzazioni democratiche è evidente anche, e non di meno, nelle campagne e per quanto concerne i diritti della classe lavoratrice. Per questo, e malgrado il pericolo di cui si è appena detto, ossia quello di una deviazione del movimento verso meri obiettivi di “libertà” politica e civile, non è soltanto la classe media ad avere un interesse per le rivendicazioni democratiche: le masse popolari, i proletari ed i semi proletari, non subiscono soltanto il peso dello sfruttamento economico o il tormento della disoccupazione; subiscono anche la discriminazione dei diritti quando queste masse sono di etnia e religione diversa dalla Pharsi. E questo aggrava lo sfruttamento stesso. Al fondo di questa piramide stanno le donne, in proporzione più povere, più abusate, più sfruttate, oltre che discriminate per il loro sesso. Ignorare l’importanza delle rivendicazioni “democratiche”, quindi, equivarrebbe non solo ad allontanare dal proletariato la piccola borghesia e a rinunciare a renderla quanto meno neutrale nello scontro che si prepara, se non oggi domani, fra capitale e lavoro salariato. Molto peggio, una tale scelta sciagurata frammenterebbe il fronte proletario stesso dividendolo per linee religiose, etniche, sessuali. Preluderebbe cioè a una sicura sconfitta.

Il proletariato iraniano non potrà raggiungere la propria unificazione e autonomia senza farsi il più coerente sostenitore della più radicale e completa democrazia; senza sostenere le rivendicazioni dei curdi, dei baluci, dei sunniti, degli afghani, dei turcomanni e, prima di tutto, delle donne. Non ci deve essere caso di oppressione religiosa, etnica, linguistica, sessuale che non meriti da parte sua la più viva denuncia. Ovunque ci sia una vittima od un ribelle, lì deve il proletariato iraniano far sentire il suo appoggio, la sua voce.

È pleonastico dirlo, ma il proletariato iraniano, e in esso in particolare la classe operaia industriale e mineraria, è la sola forza sociale in grado di orientare il processo rivoluzionario verso i bisogni delle più larghe masse, in direzione del socialismo. Ma a tanto si potrà giungere solo se diventerà cosciente di se stesso come classe distinta dalle altre, e come classe opposta al capitalismo. E del pericolo rappresentato da una mera rivendicazione di “libertà” e di acquisizione di “diritti”.

Esso, per quanto ne sappiamo, e per quanto risulta dal movimento che abbiamo analizzato, deve ancora compiere una lunga strada per giungervi, anche se sta già facendo da tempo passi in questa direzione, attraverso quei militanti che faticosamente si stanno liberando della tradizione “marxista-leninista”, ossia stalinista, avvicinandosi all’internazionalismo marxista13. Vi è notizia tuttavia di tendenze, non sappiamo quanto ampie e diffuse, ma che non sembrano affatto irrilevanti, a teorizzare la spontaneità dei “consigli” e a svalutare la necessità di un’organizzazione rigorosamente politica. Ma i ‘’consigli’’, per quanto importanti, da soli, come si è visto nel ‘79, non sono affatto in grado di assicurare l’autonomia di classe.

In definitiva la deficienza di sviluppo politico della principale classe antagonista è il fattore più rilevante di ostacolo ad un vera nuova rivoluzione in Iran: senza l’egemonia del proletariato la sconfitta totale o parziale del movimento è inevitabile. Ma questa egemonia è impossibile senza un’organizzazione politica coesa e indipendente, senza un programma comunista chiaro e organico.

Va da sé che solo la conoscenza sul campo, e quindi i militanti iraniani stessi, possono elaborare un programma specifico, e di conseguenza una tattica adeguata. Ma lo è altrettanto che la parità dei diritti tra le diverse etnie e religioni, tra i sessi, la libertà di organizzazione sindacale e politica del proletariato, la riforma agraria, devono di questo programma essere parte14.

Studiare con modestia il movimento sociale iraniano costituisce per noi, comunisti occidentali, un’eccellente occasione per riflettere sulla specificità dei paesi di recente industrializzazione capitalistica, sui più o meno ampi e profondi residui di arretratezza che vi permangono. E sul rapporto fra rivendicazioni democratiche e rivendicazioni socialiste che molti estremisti infantili tendono a sottovalutare.

Per il momento possiamo dire che, benché la strada verso l’unica rivoluzione possibile, quella proletaria, sia ancora lunga e irta di ostacoli, l’Iran ci mostra molti aspetti della complessa via che il proletariato internazionale dovrà percorrere.


Note
1 Nel 2022, sono stati segnalati oltre 400 eventi violenti contro le forze dell’ordine e funzionari statali, e persino moschee. Particolarmente diffuso l’uso di bombe molotv, ma si sono registrati anche veri e propri scontri a fuoco, specie nelle aree curde e baluche. Nonostante una pausa nelle manifestazioni, gli attacchi sono continuati nel 2023, con oltre 30 incidenti registrati all'inizio di aprile ( https://acleddata.com/2023/04/12/anti-government-demonstrations-in-iran-a-long-term-challenge-for-the-islamic-republic/ò )
2 I morti accerti per mano della repressione sono 530 (tra cui molti minori), ma sono sicuramente di più. Come più di 20 milasono gli arrestati. Molte le condanne a morte (per impiccagione) già eseguite, per lo più per il generico e arbitrariamente attribuibile reato di moharebeh (che si può tradurre con “inimicizia contro Dio”). Secondo ‘’Human Rights’’ la Repubblica islamica ha aumentato del 75% il suo tasso di esecuzioni nel 2022, almeno 582 impiccagioni eseguite rispetto alle 333 del 2021: è il secondo paese al mondo, dopo la Cina, per numero di condanne a morte ( https://ilbolive.unipd.it/it/news/iran-repressione-infinita-regime )
3 https://www.theguardian.com/world/2022/dec/06/irans-moment-of-truth-what-will-it-take-for-the-people-to-topple-the-regime
https://www.rivistailmulino.it/a/iran-la-rivoluzione-dei-lavoratori
4 Cfr. Alessandro Mantovani, Rivoluzione islamica e rapporti di classe, Afghanistan – Iran – Iraq, Genova, Graphos, 2006.
5 Quanto scrivo qui riprende solo in parte quanto scrissi allora, ma piuttosto lo integra. Chi volesse approfondire dunque può attingere al testo sopra citato.
6 Sto semplificando per brevità. In realtà Khomeini fu nell’ambito dello sciismo duodecimano un riformatore e un rappresentante, contro l’élite clericale legata al regime, del medio e basso clero. Non a caso il successore di Khomeini non appartiene alla casta dei ‘’grandi’’ ayatollah. Fatti tutti i doverosi distinguo, qualcosa di simile si vedrà in Afghanistan, dove a guidare i talebani fu un semplice Mullah.
7 L’istruzione secondaria è stata garantita a tutta la popolazione, quindi il tasso di alfabetizzazione è migliorato radicalmente, soprattutto tra i giovani (15-24 anni) dove raggiunge il 98% per cento. Considerando questi dati, l’Iran ha uno dei più alti tassi di alfabetizzazione della regione. Va sottolineato l’elevato tasso di istruzione femminile (tra i laureati il 60% sono femmine).
8 Secondo altri dati nel 2018 il tasso di disoccupazione tra i 15 ed i 24 anni sarebbe stato pari al 28,3%. Un valore comunque elevato.
9 https://www.irannamag.com/en/article/land-reform-agrarian-transformation-iran-1962-78/
10 Complessivamente, dalla rivoluzione del 1979 l'agricoltura commerciale ha sostituito l'agricoltura di sussistenza come modalità dominante di produzione agricola; oggi essa copre un quinto del prodotto interno lordo del paese.
11 Anche allora la martire del movimento fu una giovane donna, Neda Agha Soltan, studentessa di filosofia, uccisa il 20 giugno da un cecchino nelle vie di Teheran mentre protestava contro il regime. Il video della sua morte fece il giro del mondo.
12 In tale lasso di tempo gli agricoltori sarebbero passati da 5,1 milioni a 3,7.
13 Sulla storia del movimento operaio in Iran rimando alla Appendice II del mio testo prima citato
14 Il programma circolato nei mesi scorsi con il titolo Carta delle rivendicazioni minime delle organizzazioni indipendenti di categoria e civili in Iran, sottoscritto da un nutrito numero di organizzazioni sindacali e civili iraniane, riporta alcune di queste fondamentali rivendicazioni politiche democratiche, e le principali rivendicazioni economiche dei lavoratori iraniani. Purtroppo esso – che tra l’altro trascura i problemi dei lavoratori della campagna – non avanza alcuna rivendicazione politica indipendente del proletariato come classe, ed ignora le prime e più vitali necessità di esso: l’elaborazione di un completo programma marxista rivoluzionario e la formazione di un partito a tale programma ispirato. Il programma può essere letto qui: https://orientxxi.info/magazine/iran-le-opposizioni-divise-alla-ricerca-di-una-strategia,6313
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