I reietti dell'altro quartiere. Alienazione contro convivialità
A proposito di Libellule nella rete di Loretta B. Angiori
di Giulia Abbate
Rei è una microinfluencer: pubblica contenuti per una piattaforma e conduce un'ordinaria esistenza urbana, tra cene con gli amici e occasionali eventi aziendali. Parlando con un'amica, viene a conoscenza dell'esistenza di «stanze di supporto emotivo», vendute dalla misteriosa Slight Holding: lì, si è isolati dall'onnipresente controllo sociale e ci si può sfogare senza freni e tracciamenti.
Un grande pulsante con la dicitura Acconsento non lasciava scelta. Rei andò avanti senza approfondire. […]. Completato il trasferimento dei crediti, il messaggio di conferma la informò che, in quel momento, tra le sue transazioni risultava l'acquisto di un pacchetto di lezioni presso una scuola di discipline orientali. Era fatta. Cercò di non pensarci più.
Nel frattempo, Rei conosce Tobia, programmatore legato a Giona, correlato alla Slight Holding; Tobia conduce Rei a feste clandestine e riunioni hacker, mondi per lei totalmente nuovi.
Tobia e Giona hanno un passato particolare: vengono entrambi da Piana di Urlele, comunità rurale che vive secondo regole sociali molto diverse da quelle correnti. Ce lo racconta Chiara, il cui punto di vista si alterna a quello di Rei.
Ogni volta che vado nella food forest rimango affascinata dalla confusione vegetale organizzata su più livelli: pini, frassini, castagni, meli, albicocchi, prugni, melograni, viti, kiwi, rosmarino, salvia, erba cipollina, mirtilli, bardana, tarassaco, valeriana, cicorie selvatiche, patate. Le piante si avviluppano tra loro tanto da rendersi indistinguibili.
Con Chiara, conosciamo Piana e i suoi abitanti, abbiamo notizie sul passato di Giona e Tobia e, quando alla Slight Holding accade ciò che sembra un incidente, che rischia di far crollare l'intero sistema sociale, seguiamo insieme a lei il difficile percorso di “salvezza” dei personaggi: i pianesi lo percorrono già insieme, altri più isolati, come Rei, beneficiano a Piana di Urlele di soccorso e protezione.
La sfera della rabbia
L'autrice di questo romanzo è Loretta B. Angiori, importante voce della comunità hacker italiana, sviluppatrice e docente di progettazione multimediale. Con Libellule nella rete costruisce una storia semplice nella forma, emblematica e attualissima nel contenuto; storia pubblicata dalle edizioni Zona 42 che, pur orientate negli ultimi tempi verso proposte di tipo horror e weird, con questo titolo non facile dimostrano di restare nella fantascienza con spessore e sguardo attento.
Di per sé, la vicenda narrata è lineare, intuibile nelle svolte narrative, e ha forme consuete. C'è un doppio punto di vista, di protagoniste agli antipodi, che gradualmente si avvicinano (il loro incontro non apporta sterzate all'intreccio, è piuttosto essenziale alla fabula). Si alternano terza e prima persona: la terza persona segue il personaggio alienato di Rei, le cui esperienze sono presentate con un linguaggio piatto, contratto, impoverito; la prima persona è della più consapevole Chiara, in grado di ragionare in modo più complesso e linguisticamente ricco. Il fraseggio è comunque essenziale; il linguaggio è semplice, eccetto per passi (a volte lunghi ed esoterici) in cui i personaggi si confrontano su tecnicismi; la complessità stilistica è affidata a rare figure retoriche come la similitudine e l'analogia, in immagini evocate dalle voci narranti in ricordi, impressioni o associazioni mentali. «Mi si strinse il cuore, quel dolore diede alla mia rabbia la forma d'una sfera perfetta al centro del petto che mi scuoteva svegliandomi da un lungo sonno».
Restando sul versante formale, si rilevano anche dei problemi: l'autrice è chiaramente una grande scrittrice di saggi e articoli, e affronta la modalità letteraria in modo a volte poco attento alla tensione narrativa e ad alcuni aspetti linguistici più sottili. C'è una gestione della consecutio temporum spesso errata, e ciò genera confusione alla lettura; la punteggiatura è sottoimpiegata; a volte, lo stile essenziale risulta un po' ripetitivo. Debolezze da attribuire non solo e non tanto all'autrice, impegnata in una storia dai risvolti molto complessi, ma alla cura redazionale e dell'editing, che avrebbe dovuto essere più rigorosa.
La costruzione della storia ci richiama pure a esempi classici. Il raffronto tra la città e Piana di Urlele rispecchia stilemi tradizionali, primo tra tutti quello del paragone tra una società simile a quella reale, che si critica, e a una sua controparte utopica. Ripensiamo a I reietti dell'altro pianeta di Ursula K. Le Guin, in cui Urras è il pianeta capitalista e patriarcale, e Anarres il mondo dell'anarchismo socialista; ma anche al suo meno conosciuto L'occhio dell'airone, in cui la città di Victoria vive la violenza simbolica di un ordine gerarchico, e la comunità rurale di Shanti è improntata invece ai principi della nonviolenza gandhiana.
Urras-Victoria è naturalmente la città di Rei, il nostro reale appena dietro l'angolo (posteriore a un disastro, che potrebbe però essere una narrazione propagandistica). Lì, il sistema di crediti di base – praticamente un “reddito di cittadinanza”, senza cui si apre la voragine della caduta sociale, eterno incubo della middle class – è subordinato a comportamenti improntati a obbedienza e conformità; non c'è denaro contante, ma valuta elettronica la cui tracciabilità contribuisce alla costruzione del profilo pubblico della persona, che ovunque vada si tagga (ed è taggata), si annuncia (ed è annunciata), recensisce (ed è recensita); anche gli eventi più informali sono inseriti nel sistema di notifiche che, a meno di non procedere con impegnative disattivazioni (registrate e segnalate anche quelle) comunicano dove siamo, con chi e a che livello di impegno. Ovvio quindi che emerga una Slight Holding a proporre l'appetibile offerta di spazi criptati dedicati allo sfogo eruttivo, e che qualcosa di oscuro si risvegli intorno a questo ambiguo servizio.
Vite libere
Piana di Urlele è invece Anarres-Shanti, in cui condurre una vita libera perché responsabile e non eterodiretta; in relazione con gli altri e con l'ecosistema. Si coltiva la terra, si fanno assemblee, si sperimentano legami familiari alternativi, si educa in modo nonviolento, si fa a meno dell'autorità e delle sue tentazioni. La tecnologia non è bandita, ma è diversa, rappresentata dai mer, grosse macchine aiutanti dotate di “intelligenza artificiale” e quasi di personalità: quando iniziano a mostrare segni di sviluppo, la loro autonomia è monitorata, ma anche vissuta con rispetto e pazienza. L'immagine contrapposta è quella dei droni della polizia, costante intimidazione dall'alto, a ricordare l'esistenza del potere costituito e la precarietà delle scelte non conformi.
Interessante anche la presenza nella storia di elementi quasi fiabeschi, con funzione di “oggetto magico”, che si richiamano ai due mondi contrapposti: il dispositivo compromettente, fonte di angoscia e di una ricerca frustrante; e di contro l'affascinante Libro dei Contrappunti, una sorta di grimorio anarchista, legato alla figura amata e perduta di Emma, ispiratrice di Piana di Urlele e suo nume tutelare.
Data la forma letteraria corrente e l'impianto narrativo tradizionale, il portato di interesse del romanzo è il suo valore speculativo, gli scenari che ipotizza, paragona, illumina nella ricchissima messe di implicazioni. Così, ci richiama al nostro presente, ci spiega, ci rivela, ci interroga; tentando di risvegliare in noi visione, comprensione, consapevolezza e responsabilità. Proprio lo scopo che si propone la migliore fantascienza sociale, insomma, Libellule nella rete lo raggiunge appieno.
La tecnologia è il fulcro tematico del romanzo, in cui la libellula, più volte evocata come simbolo centrale, è forse meno importante del concetto di “rete”, che appare effettivamente come una maligna ragnatela nella quale il soggetto viene invischiato con l'inganno, per permettere a colui che ha costruito la rete esattamente a quello scopo di spolparsi vive le prede in tutta comodità. Detto ciò, il cuore del romanzo è a mio avviso la contrapposizione tra due diverse relazioni dell'umano con la tecnologia: la negoziazione creativa e il consenso estorto.
O dentro o fuori
In un contesto in cui la mediazione tecnologica viene imposta come necessaria alla sopravvivenza, la spunta obbligatoria con cui “accettiamo le condizioni” è di fatto una sostituzione del diritto in direzione autoritaria – problema già acutamente esplorato dal giurista Ugo Mattei. Non c'è una vera accettazione, la concertazione è solo simulata, si tratta invece di un bivio imposto: o sei dentro o sei fuori, dove “fuori” significa rovina sociale e impossibilità di accedere a servizi di cui avremmo il diritto (pensiamo allo SPID) e “dentro” non c'è uno spazio costruito politicamente per il bene collettivo, ma la ragnatela di cui sopra, e la soddisfazione del ragno.
Il discorso dal palco incitava a procedere insieme con la stessa efficienza e sincronia di uno stormo. Ogni parola aumentava il disagio, la schiacciava togliendole spessore. Immaginò l'esercito di sagome di cartone di cui faceva parte tentare di alzarsi in volo, e, nel momento più intenso dello slancio, il boato dello schianto al suolo.
All'altro polo, c'è una pratica totalmente diversa, che Ivan Illich definisce della «convivialità tecnologica»: l'impegno costante di tenere la tecnologia entro limiti ragionati e sempre ridiscussi, e di renderla comprensibile, accessibile e controllabile da chiunque, mantenendola al rango di strumento che va adattato alle esigenze umane e davanti al quale mai l'umano può essere adattato. «In paese stavo bene, vivevo felice. L'insicurezza, lo spreco, giudizi commisurati al suo desiderio [di Giona, ndr.] che non mi corrispondeva. Usavamo unità di misura differenti».
A Piana di Urlele gli hacker esperti come Chiara proteggono la comunità, ma le conoscenze non conferiscono potere autoritario, piuttosto richiamano al difficile principio del servizio. I tecnici rifiutano la delega, e, quando da una scelta dipende il futuro di tutti, richiedono l'attivazione del complesso iter di confronto, che a partire da tavoli tematici sfocia poi in una assemblea plenaria della comunità; lì, è loro obbligo presentare tutto a tutti nel modo più chiaro, comprensibile e onesto possibile, affinché la scelta possa dirsi davvero libera; una scelta in cui le informazioni tecniche non sono l'unica determinante, come vorrebbe il credo scientista: in gioco entrano anche convinzioni, sentimenti, emozioni personali altrettanto dirimenti e validi.
Questi principi non sono situati in un momento particolare della storia, ma sono infusi in qualsiasi dialogo che veda coinvolto un pianese: la lettura diventa quindi anche un'avventura intellettuale, che dischiude per noi tutti, mai come oggi irregimentati nel binarismo “buono-cattivo”, logiche completamente diverse, più amiche della concordia e dell'evoluzione, logiche spesso sperimentate nei gruppi hacker, nella comunicazione nonviolenta (CNV) e nelle pratiche di comunità “alternative” di ogni tempo.
Tobia chiuse il dispositivo e si alzò in piedi. – Alla riunione si deve insistere su questo punto per andare avanti […]. Non fui l'unica a sentirmi in imbarazzo per il suo atteggiamento, Malvina lo prese subito in giro. – Bene, – disse sarcastica, – adesso che abbiamo la conferma del capo ci vorrà un secondo. Le risate di tutti gli ricordarono che in paese le cose non vanno così.
Nella ragnatela
Oltre al ritratto dell'alienazione dell'essere umano soggetto alla megamacchina, l'autrice costruisce dunque l'immagine di una vita degna di essere vissuta, immagine senza la quale ogni lotta “contro” rischia di spegnersi nella disperazione. Ed è un'immagine seria, adulta, non uno stereotipo dell'utopia da confetto rosa. I pianesi sanno che il separatismo è praticabile fino a un certo punto, ciò che accade fuori da Piana si riflette anche lì: volenti o nolenti, si deve cambiare nel momento in cui il mondo cambia, richiamandosi alle stesse risorse attribuite al simbolo della libellula, come la mutevolezza e il pensiero riflessivo.
Sul lato opposto ad Alberto, si alzò Chiara: – Anch'io mi sono convinta che non è utile isolarci dal resto del mondo. Può piacere l'idea di essere intoccabili, ma è evidente che non è vero. […] Però non mi va di agire solo per reazione. Non posso dimenticare quello che abbiamo costruito nel tempo, come abbiamo ripensato la nostra vita […]. Se decidiamo di intervenire, preferisco pensarlo in relazione alla nostra comunità, con i nostri modi.
Queste qualità non impediscono di finire nella ragnatela, che conserva armi potenti, ma vita “degna” non significa ‘priva di pericoli’, sarebbe una fantasticheria consolatoria. Danilo Dolci, maestro di nonviolenza che pure sperimentò comunità alternative tutta la vita, intendeva forse anche questo, quando poetava «vince chi non si illude».
Al suo ultimo sguardo oltre il lunotto posteriore, il paese era ormai un gruppo di puntini luminosi nella parte più scura del cielo, le sarebbe piaciuto passare un'altra notte nella sua stanza di legno, addormentarsi ammirando il cielo stellato attraverso il lucernario.
In tempi in cui la megamacchina appare inevitabile, irremovibile e inarrestabile nel tesserci addosso un panottico fatto di sedazione e insieme di terrore, la fantascienza sociale reagisce coraggiosamente: si riprende la sua funzione di critica e demistificazione, e con Libellule nella rete si dimostra in grado di tracciare una via, presentandoci utopie realistiche e persino già in essere, per spronarci ad agire.










































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