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Oltre la melanconia di sinistra
di Mario Sommella
In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa.
La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.
Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.
Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes
Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura.
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La posta in gioco con l’arresto di Mohammed Hannoun
di Sergio Cararo
L’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi dell’Api e dell’Abspp è una montatura che deve e può essere smantellata. E’ indubbiamente un salto di qualità – atteso e prevedibile – della campagna tesa a disinnescare e depotenziare il vasto movimento di solidarietà che si è sviluppato in Italia con la lotta del popolo palestinese.
Era evidente la grande preoccupazione che avevano sollevato le enormi manifestazioni popolari e i ben due scioperi generali che hanno invocato un gigantesco “basta!” con ogni complicità dell’Italia con il genocidio avviato dalle autorità israeliane contro i palestinesi. Questa diffusa ondata di indignazione verso Israele andava smantellata, con ogni mezzo.
Da almeno tre mesi, sia in Israele che in Italia, le forze genocidiarie e i loro complici si erano messe al lavoro per agire con tutti i mezzi su quell’obiettivo.
I giornali di destra, spesso in combutta con gli apparati politici e mediatici israeliani, da tempo stavano martellando per ottenere questo risultato.
Ma andiamo a vedere le principali contraddizioni di questa indagine avviata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo con il beneplacito del governo.
a) Molta della documentazione utilizzata in questa ultima indagine proviene dagli apparati israeliani. Le inchieste fin qui effettuate dalla magistratura italiana in questi anni non avevano rilevato dei reati nelle attività di Hannoun e delle associazioni palestinesi.
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Il grande tradimento: quando la guerra diventa il nuovo contratto sociale
di Mario Sommella
C’è un punto, nella storia di un continente, in cui il lessico cambia e capisci che stanno spostando i pilastri della casa mentre tu sei ancora lì a contare gli spicci. Oggi, in Europa, quel punto ha un nome pulito, quasi aziendale: ReArm Europe, chiamato anche Readiness 2030. È presentato come un piano tecnico, un fascicolo di strumenti e scadenze. Ma dentro quella cornice c’è un’idea di società: l’ipotesi che la guerra, o la sua preparazione permanente, diventi l’infrastruttura di fondo dell’economia e della politica.
Il ReArm Europe plan viene descritto dalla Commissione europea come un pacchetto in grado di “mobilitare” fino a 800 miliardi di euro, tramite una combinazione di flessibilità di bilancio nazionale e strumenti finanziari comuni. Non è un dettaglio: quando un’istituzione decide che la priorità strategica è questa, tutto il resto inizia a ruotare attorno ad essa. E il rischio più grande è che, mentre sanità, scuola, casa, lavoro continuano a vivere sotto la parola “vincoli”, la spesa militare venga invece messa al riparo, normalizzata, resa facile.
L’architettura del piano parla chiaro. Da un lato si punta sulla clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità per consentire agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa con maggiore margine, e la Commissione indica che un incremento pari all’1,5% del PIL potrebbe creare circa 650 miliardi di “spazio fiscale” in quattro anni.
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Il compito che ci spetta
di Andrea Zhok
In ogni momento storico ci sono molte cause degne, alcune cause urgenti, ma una causa cruciale, una ragione inderogabile per mobilitarsi.
Nell’epoca e nel luogo che ci è capitato di abitare questo movente cruciale e inderogabile dev’essere il rifiuto della guerra.
Rifiutare la guerra è qualcosa di molto più complesso e strutturato di un generico pacifismo, di uno “stato d’animo” irenico. Ci possono essere molte forme di guerra, talvolta esistono anche guerre necessarie, ma nel contesto in cui viviamo l’evocazione della guerra è un atto gratuito e motivato da ragioni accuratamente dissimulate, in effetti un atto criminale.
L’attuale insistente strategia che fomenta uno stato di guerra in Europa non ha, ovviamente, nulla a che fare con la realtà di un’esigenza difensiva. Ciò si mostra sia nel fatto che la minaccia di una guerra di conquista russa dell’Europa è una sciocchezza fuori dal mondo, sia nel modo in cui le presunte esigenze difensive sono gestite.
Che la Russia non abbia né l’interesse né la capacità di conquistare l’Europa è un’ovvietà per chiunque non si sia bevuto il cervello (o continui a leggere la stampa di regime): la Russia con i suoi 17 milioni di kmq è più di quattro volte l’UE, ma è abitata da soli 145 milioni di abitanti, un terzo degli abitanti dell’UE. Il principale problema storico della Russia è tenere insieme il suo impero con una posizione relativamente esigua, non certo sovraestendersi acquisendo nuove terre abitate da popolazioni ostili. È peraltro lo stato con la maggiore dotazione di risorse naturali al mondo, dunque supporre che vada alla ricerca di nuove risorse è ridicolo.
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La lezione di diritto impartita dal Belgio alla Commissione europea
di Thomas Fazi
Thomas Fazi descrive il braccio di ferro tra Bruxelles e il premier belga sui capitali russi congelati in Europa
Acuto osservatore delle politiche di Bruxelles, Fazi sostiene che, opponendosi alla confisca dei beni di Mosca depositati presso Euroclear, il premier belga ha difeso il diritto internazionale dalle pressioni di Germania e Commissione. Ma la risposta di Bruxelles non si è fatta attendere. L’Unione europea ha aggirato il veto attraverso un escamotage finanziario da 90 miliardi di euro, che scarica il rischio della guerra direttamente sui contribuenti europei.
* * * *
Il primo ministro del Belgio ha imparato a proprie spese che non c’è bisogno di essere un sedizioso populista per incorrere nell’ira dell’Unione europea. Fino a poco tempo fa, il conservatore moderato Bart De Wever era rimasto fuori dai riflettori europei. Nulla di cui stupirsi, dato che il suo partito appartiene al gruppo dei Conservatori e riformisti al Parlamento europeo, che si è allineato con forza alla Commissione di Ursula von der Leyen sull’Ucraina.
Eppure, in pochi mesi De Wever è diventato il nemico pubblico numero uno dell’establishment di Bruxelles. La sua colpa? Opporsi al piano Ue di sequestrare i beni congelati russi detenuti in Europa.
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La canea filosionista e l’arresto di Hannoun
di ALGAMICA
Il giornalismo è l’arte di come si monta una notizia da fatti più o meno accertati, sviluppando poi una trama secondo gli interessi di chi si vuole servire.
A far gran cassa in questi giorni è l’operazione congiunta da parte della DNAA, Digos, Guardia di Finanza e la logistica dei servizi segreti israeliani che hanno portato all’arresto di 9 persone, tra cui Mohammad Hannoun e altri esponenti e attivisti dell’Associazione Palestinesi d’Italia (API). Un’operazione che prima di essere di polizia e della Magistratura è del governo, che nella complicità col genocidio ancora in atto in Palestina e a Gaza, mira a colpire, disorientare e scoraggiare una mobilitazione generale in fase di riflusso contro lo Stato di Israele e tutti i suoi complici occidentali.
Le carte degli inquirenti, di cui la stampa del libero Occidente è felice di fare da megafono, raccontano di come certe organizzazioni dei palestinesi in Italia abbiano raccolto la cifra di 7,28 milioni di euro, di cui uno sequestrato durante il bliz poliziesco. Una raccolta fondi cresciuta nell’ultimo periodo “strumentalizzando” le mobilitazioni ProPal di questi ultimi due anni, il cui scopo non erano gli aiuti per i gazawi ma per altri fini: ovvero finanziare la rete “terroristica” di Hamas. Una ricostruzione degli inquirenti cui si aggiungono i ricami della stampa liberale e del governo Meloni, che collegano Hannoun alle operazioni Flotilla e all’attivismo di Francesca Albanese additando i partecipanti di un intero movimento quali utili idioti. Mentre i partiti di opposizione AVS e M5S, vergognosamente fanno proprie le ragioni degli inquirenti e si rivolgono al movimento ProPal, nella sua fase di riflusso, suggerendo di prendere le distanze da una strenua difesa di Mohammad Hannoun, Abu Omar (e l’intera API di conseguenza), e lasciati in balia delle autorità costituite perchè nemici della causa palestinese.
Vogliamo chiarire da subito che ci interessa poco accertare se i fatti da cui originano le indagini degli inquirenti e che i giornali riportano con dovizia di particolari siano veri o artefatti.
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Il Politico nella storia dell’analisi economica. Una discussione sulla nuova edizione di “Filosofia Economica” di Adelino Zanini
di Stefano Lucarelli
In questi tempi terribili cimentarsi con un testo dedicato alla relazione fra fondamenti economici e categorie politiche può sembrare il vezzo di un Don Ferrante, l’erudito manzoniano che dinanzi alla pestilenza si rifugia nelle riflessioni filosofiche: “Non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l’uno né l’altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera […] un accidente non può passare da un soggetto all’altro”. Ma il mio intento non è indicare la strada del letto dove andare a morire “come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle”[1]. La nuova edizione di Filosofia Economica (DeriveApprodi, 2025) suscita alcune questioni che meritano di essere approfondite e sciolte in un linguaggio comune. E la mia lettura dell’opera di Adelino Zanini – non solo del suo ultimo libro[2] – è sempre stata sorretta dalla necessità di renderla intellegibile, innanzitutto a me, negli anni della mia formazione, poi, oggi, alle nuove generazioni. Ecco alcune ragioni per compiere questo sforzo interpretativo:
- penso che un libro che si preoccupa della dyscrasia fra Politico ed Economico debba poter parlare ai più giovani; una generazione che ha vissuto buona parte della sua vita dopo la crisi economica globale, nel pieno della crisi climatica e, ora, in un tempo in cui esiste fortissimo un discorso pubblico che torna a normalizzare la guerra, quasi a farne nuovamente la “sola igiene del mondo”;
- penso anche che Filosofia Economica – la cui prima edizione apparsa nel 2005 si basava su ricerche preliminari che erano cominciate venti anni prima – sia il frutto di un lavoro molto serio da parte di un accademico che ha fatto della smithiana prudence la sua regola. Zanini cela dietro la sua colta prosa una eccezionale sensibilità politica. È questa eccezionalità che mi ha sempre spinto a seguire tanti suoi suggerimenti negli anni della mia formazione: è stato un utile esercizio alzare il velo dell’erudizione dietro alla quale lo studioso protegge la sua immagine in società. È davvero importante ritrovare una cultura che proviene da tempi e luoghi in cui “i maestri si bruciavano le mani con le fiamme che avevano acceso”[3].
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Scenario UE. Gli abbagli di sinistra e neo-liberali lasciano a Bruxelles solo la guerra
Lorenzo Torrisi intervista Sergio Cesaratto
L'Ue ha scelto di sostenere l'Ucraina con un prestito da 90 miliardi di euro e i suoi Stati membri aumenteranno le spese nella difesa
Dopo l’incontro con Volodymyr Zelensky a Mar-a-Lago, Donald Trump ha detto che tra poche settimane si potrebbe raggiungere un accordo per porre fine alla guerra russo-ucraina. Il Consiglio dei ministri ha intanto ieri varato un nuovo pacchetto di aiuti a Kiev e l’ultimo Consiglio europeo del 2025 si è chiuso con la decisione di autorizzare un prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina (per il biennio 2026-27), garantito dal bilancio Ue.
Secondo Sergio Cesaratto, già professore di economia internazionale e politica monetaria europea presso l’Università di Siena, quest’ultima non è certo una buona decisione, “anche se l’altra opzione, quella del furto degli asset russi, sarebbe stata politicamente una dichiarazione di guerra definitiva – nei fatti stiamo in guerra con la Russia da ben prima l’invasione russa dell’Ucraina. Ma questo già lo dicono tanti, anche se il 90% del giornalismo italiano è embedded, in servile buona fede, naturalmente. Ciascuno/a sa come comportarsi per incrementare la pagnotta. Mi faccia prendere la questione da un altro punto di vista, dove posso offrire un valore aggiunto quale accademico”.
* * * *
Dica professore
Ebbi la fortuna molti anni fa di insegnare Economia dello sviluppo in una facoltà di Scienze politiche. Avevo nel frattempo incrociato la International Political Economy (Ipe), una sorta di ponte fra lo studio tradizionale delle Relazioni politiche internazionali e quello, piuttosto arido, dell’Economia internazionale. Mi sembrò doveroso dedicare qualche lezione all’Ipe. Adottai un libro di testo di Relazioni internazionali di autori stranieri (un americano e un danese) al di sopra di ogni sospetto, per giunta pubblicato da un editore legato all’Università Bocconi di Milano.
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L’arresto di Hannoun. Repressione-metodo e movimento innocuo
di Pasquale Liguori
C’è qualcosa di ipnotico nel leggere, in fila, le dichiarazioni di Calenda, Meloni, Renzi, Lupi, Picierno, Salvini e Tajani. Non è politica: è karaoke. Uno spartito unico, un’impressionante omogeneità lessicale, simbolica e politica. Parole d’ordine preconfezionate: infiltrazioni, tolleranza zero, sicurezza, ordine.
L’arresto di Mohammad Hannoun ha un obiettivo tricolore preciso: criminalizzare retroattivamente e in prospettiva l’intero campo palestinese. Non è un caso che Calenda parli di “movimenti infiltrati”, che Picierno ne approfitti per cucire il fantasy del filo “galassia putiniana”-Palestina, che Salvini ironizzi sulle masse e che Meloni celebri l’operazione come una vittoria geopolitica. Tutti mobilitati a ridefinire il perimetro del dicibile.
Dentro questo trionfalismo securitario colpisce soprattutto ciò che manca (al netto della disonestà intellettuale e della profonda ignoranza storico-politica su cosa siano resistenza, Hamas, Gaza). È un’analisi condotta col buco intorno: non esiste occupazione illegale; non esiste idiritto alla resistenza; non esiste la parola genocidio.
Per costoro, bisogna infatti rassicurare i carnefici. Dire a Israele, agli Stati Uniti, all’architettura imperiale occidentale: «Siamo affidabili. Conteniamo il dissenso. Facciamo anche noi il lavoro sporco». È lo stesso ceto politico che esprime esponenti apicali che, senza imbarazzo, dichiarano di voler accogliere sul suolo italiano criminali sionisti ricercati a livello internazionale. Qui il doppio standard non è un inciampo: è la regola. Da questa gente te lo puoi aspettare.
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L’unica democrazia del Medio Oriente
di Mario Sommella
Israele tra suprematismo giuridico, censura strutturale e guerra permanente anche dopo la tregua
“L’unica democrazia del Medio Oriente” è diventata una formula pronta all’uso: un lasciapassare morale che, in Occidente, sostituisce la verifica dei fatti. Funziona così: si pronuncia quella frase e, come per magia, tutto il resto diventa “complesso”, “controverso”, “difensivo”. Ma se si guardano le scelte legislative, il trattamento riservato ai palestinesi, la gestione dell’informazione e il modo in cui vengono ostacolate perfino le organizzazioni umanitarie, quella definizione non regge. O meglio: rivela che cosa è diventata, oggi, la parola democrazia quando viene piegata a coprire la forza.
Il punto non è negare che esistano elezioni e pluralismo formale. Il punto è capire se quel pluralismo possa ancora essere chiamato democratico quando convive con un impianto giuridico e politico che istituzionalizza gerarchie etniche, normalizza la colonizzazione e si dota di strumenti sempre più autoritari per mettere a tacere chi documenta, denuncia o soccorre.
Un suprematismo scritto in legge
Un passaggio vale più di mille editoriali autoassolutori: la Basic Law del 2018, “Israel – The Nation State of the Jewish People”, stabilisce che la realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusiva del popolo ebraico.
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“Caso Limes” e molto oltre: quattro anni di disastro informativo e moralismo un tanto al chilo
di Fulvio Scaglione
Del “caso Limes” si è già occupato da par suo Paolo Mossetti in queste pagine e non è c’è ragione di aggiungere altro. Vorrei invece scrivere qualche riga su un aspetto della questione a prima vista secondario ma che invece spiega tanto del disastro informativo che l’opinione pubblica italiana (e in larga misura anche europea) ha subito in questi quasi quattro anni di guerra.
Una delle “colpe” che vengono imputate a Lucio Caracciolo, direttore di Limes ed editorialista dei giornali del gruppo Gedi, è di aver sostenuto, all’epoca, che la Russia NON avrebbe invaso l’Ucraina. È un questione che conosco bene perché, tra fine 2021 e inizio 2022, anch’io, nel mio piccolo, avevo detto e scritto la stessa cosa. Previsione clamorosamente sbagliata, come si è visto, ed è inutile ora ricostruire qui i perché e i percome di quella mia idea. Seguì, ovviamente, aggressione verbale sui social, inviti a cambiare mestiere ecc. ecc.
Bisognerebbe ricordare che, persino nelle ultime settimane prima dell’invasione, anche Volodymyr Zelensky ed Emmanuel Macron (8 febbraio 2022: “Da Putin ho ottenuto che non ci sarà escalation”, si legga qui), smentivano la possibilità di un’invasione. Come peraltro il nostro ministro degli Esteri Luigi di Maio, che dichiarava: “Già nei giorni scorsi il ministro della Difesa ucraino Reznikov era intervenuto affermando che l’entità e lo stato di preparazione delle forze russe al confine non risulterebbero, agli occhi di Kiev, tali da lasciar presagire un’operazione bellica a tal punto impegnativa.
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Il "welfare surrogato" del turismo di massa
di Antonio Di Siena
Oggi La Gazzetta del Mezzogiorno propone due articoli sulla prima pagina cittadina che raccontano la stessa storia osservandola da due angolazioni diverse ma convergenti.
Da una parte Bari Vecchia, che esplode di turisti e strutture ricettive ma è priva di servizi pubblici adeguati; dall’altra la denuncia di un residente e memoria storica, che evidenzia la perdita - di fatto irreversibile - delle tradizioni del quartiere.
Ciò che emerge è un processo strutturale, che investe l’intera città di Bari così come (a velocità variabili) la quasi totalità delle altre città euromediterranee.
Partiamo da un presupposto: che la proliferazione incontrollata di B&B faccia tabula rasa di residenti, comunità e tradizioni locali non è un’opinione, è un fatto. E non saranno di certo la focaccia e i San Nicola di terracotta elevati a brand internazionale a salvarli.
Quando si sceglie di trasformare un quartiere in una vetrina, infatti, si trasforma un luogo in un prodotto e i suoi residenti in figuranti. Si allestisce uno spettacolo, fatto di luoghi e persone, funzionale a rievocare un passato esotico che non esiste più. Una sorta di “musealizzazione del passato” non molto diversa da un presepe vivente.
Non è un effetto collaterale, ma una conseguenza concreta e diretta del modello stesso che si è scelto di implementare. Che se ne parli, che si prenda posizione e si denunci questa evidente stortura, è certamente un bene.
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Italia come Israele. Arresta i palestinesi, protegge i genocidi
di Redazione
Il presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese Mohammed Hannoun, è tra gli arrestati di una operazione condotta da polizia e guardia di finanza. Sono state eseguite misure cautelari nei confronti di nove indagati, destinatari tutti della custodia in carcere, e di tre associazioni.
Mohammad Hannoun viene accusato di essere membro del comparto estero di Hamas’ e ‘vertice della cellula italiana dell’organizzazione Hamas’ che viene definita come organizzazione terrorista mentre si tratta di un movimento politico della resistenza palestinese.
In particolare, gli arrestati vengono accusati di aver “contribuito alle attività delittuose dell’organizzazione terroristica, per un ammontare complessivo di circa sette milioni di euro”, con “operazioni di triangolazione” attraverso bonifici bancari o con altre modalità attraverso associazioni con sede all’estero, in favore di associazioni con sede a Gaza “dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas” o “direttamente a favore di esponenti di Hamas, in particolare, a Osama Alisawi, già Ministro del governo di fatto di Hamas a Gaza, che in varie circostanze sollecitava tale supporto finanziario”.
Hannoun e gli altri sono accusati di aver finanziato Hamas per sette milioni di euro attraverso associazioni. I provvedimenti cautelari sono stati emessi nell’ambito una indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo sulla base di documenti inviati dallo stato di Israele.
Come si vede, gli eventuali finanziamenti – a nostro avviso pienamente legittimi – sarebbero andati a istituzioni pubbliche di Gaza ovviamente gestite dal governo locale su quel territorio. Non solo. Come è spiegato nella stessa ordinanza, quelle istituzioni gestite da Hamas che è espressione di quel governo a Gaza, vengono considerate illegali da Israele e USA ma non dalle Nazioni Unite o da altro organismo internazionale legittimato.
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L’ora di sionismo? I disegni di legge sull’antisemitismo e la scuola
di Diego Melegari
«Ho parlato con Delrio, abbiamo intenzione di trovare dei punti di intesa […] I dettagli li discuteremo. Ci sono molte cose che coincidono, come la definizione dell’antisemitismo, che deriva da organismi internazionali […] Anche il governo Conte II, di cui Boccia faceva parte, l’aveva adottata. Quindi stanno facendo una recita pro Pal. Stanno alimentando un clima insano, stanno diventano tutti degli Albanese […] vorremmo approvare la legge entro il 27 gennaio, Giorno della Memoria»[1]. Queste le parole di Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato e firmatario di un disegno di legge contro l’antisemitismo.
Dell’impianto generale della proposta di Gasparri si è già occupato approfonditamente Alessandro Somma, al cui articolo rimando[2]. Dobbiamo ora ricordare che i disegni di legge in discussione su questo tema sono ben quattro: quello di Gasparri, quello di Scalfarotto (Italia Viva), quello di Romeo (Lega) e, infine, proprio quello di Delrio (PD). C’è da dire che sulle premesse concettuali Gasparri ha ragione: tutti i disegni di legge accettano la “definizione operativa” di antisemitismo proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), raccomandata dal Parlamento Europeo (risoluzione del 1 giugno 2017), recepita dal Consiglio Europeo (dichiarazione n. 15213 del 2018) e adottata dal Consiglio dei Ministri (17 gennaio 2020): «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto». Il carattere problematico di un’adozione acritica delle definizioni dell’IHRA risiede soprattutto negli esempi che accompagnano la formula generale. Costituirebbero forme di “nuovo antisemitismo”, infatti, anche il «negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo», il «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti» o l’«applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico».
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Profilo di un importante filosofo del Novecento
di Eros Barone
Pensare significa obiettare.
Ugo Spirito
1. La “riforma della dialettica” e il problematicismo
La filosofia di Giovanni Gentile, che va sotto il nome di attualismo, ha trovato nella cosiddetta “sinistra gentiliana”, rappresentata da Ugo Spirito (1896-1979), un suo qualificato rappresentante. A lui è legato il tentativo di sottoporre a una “riforma” la dialettica e la logica dell’idealismo italiano nel senso che si può definire problematicistico. Del resto, il filosofo aretino ha sperimentato diverse vie di “riforma” della dialettica gentiliana e dell’attualismo in generale. A lungo è stato considerato un esponente fedele della concezione gentiliana, ma alla fine degli anni Trenta del secolo scorso si è allontanato dalla filosofia di Gentile, anche se, in realtà, non ha mai cessato di sottolineare i legami, diretti e indiretti, con essa. In effetti, l’evoluzione teoretica di Spirito è stata abbastanza complessa, poiché dal positivismo, “aria di famiglia” della sua generazione, questo pensatore è passato all’attualismo gentiliano, quindi al cosiddetto problematicismo, che generalmente viene collegato al suo nome, per poi elaborare l’“onnicentrismo” e l’“ipotetismo”, concezioni che hanno caratterizzato le sue ultime posizioni.
La “riforma” dell’idealismo neohegeliano, che Spirito ha intrapreso, si articola in quattro punti: la dialettica, l’idea dell’assoluto, i rapporti con la scienza e la visione dello sviluppo dell’umanità. Ritenendo che la riforma gentiliana della dialettica di Hegel non avesse raggiunto il suo scopo, in quanto Gentile non era riuscito a superare i limiti dogmatici di un tradizionale sistema metafisico, Spirito ha proposto una soluzione relativistica e scetticheggiante del problema: soluzione il cui fulcro, da lui denominato problematicismo, è l’assolutizzazione della stessa ricerca filosofica. Alla posizione attualistica della sintesi, intesa come unica realtà, egli ha contrapposto la realtà delle sole tesi e antitesi: in altri termini, l’idea di un’assoluta antinomicità.
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“Una poltrona per due” e il Natale violento del capitale
di Guy Van Stratten
Perché ogni anno, Una poltrona per due (Trading Places, 1983), di John Landis, viene puntualmente trasmesso dalla televisione italiana in occasione della vigilia di Natale? E perché ogni anno raggiunge altissimi livelli di ascolto tali da superare, come leggiamo nella pagina wikipedia dedicata al film, la messa di mezzanotte trasmessa quasi contemporaneamente? La visione di questo film, almeno da noi, è diventata un classico natalizio, ancora più natalizio della messa di Natale. Si potrebbe pensare che esso venga associato al Natale perché è una facile commedia che, tra l’altro, si svolge nel periodo natalizio e perché, alla fine, trionfano i buoni sentimenti. Eppure, se lo analizziamo attentamente, si scopre che si tratta di una storia che racconta un feroce spaccato di un’altrettanto feroce guerra, quella finanziaria. Due ricchi capitalisti, i fratelli Duke, per una scommessa, decidono di sostituire il loro agente di cambio, il benestante Louis Winthorpe III (Dan Aykroid), con il povero senzatetto Billy Ray Valentine (Eddie Murphy). Winthorpe e Valentine, inizialmente rivali, si alleeranno contro i Duke. Tutto il film è incentrato sul desiderio di arricchirsi a tutti i costi, sull’odio e sulla gelosia che si prova per chi gode una qualsiasi situazione di privilegio, sull’aspirazione al benessere e ai confort che si possono acquistare con il denaro. In questo senso, si tratta di un film in linea con l’ideologia reaganiana degli anni Ottanta americani ma anche di quelli italiani. Non è un caso che ogni anno a Natale venga programmato da Italia 1 o, comunque, da una rete Mediaset, fondata da Berlusconi, il personaggio simbolo della “Milano da bere” anni Ottanta.
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Asset russi, riserve d'oro e bolla delle armi: come la dedollarizzazione continua a scavare la fossa dell'imperialismo
di Alex Marsaglia
Mentre i Paesi europei colonizzati subiscono il giogo dell’Unione Europea che mira a depredare anche le riserve auree rimaste nelle casseforti delle Banche Centrali Nazionali (vedi: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52025AB0039), raschiando il fondo di un barile sempre più vuoto dopo quasi un ventennio di crisi e stagnazione economica e anni di sanzioni e blocchi al partner energetico russo, succede che nel resto del mondo si afferma chi pensa di sganciarsi da questo modo criminale di fare economia.
Dalla questione degli asset russi, all’appropriazione delle riserve auree, ormai il pensiero fisso dell’Unione Europea è la rapina diretta in aperta violazione delle sovranità nazionali e del diritto. Se i singoli Stati europei si sono lasciati ingannare facilmente, il resto del mondo in questi anni ha pensato e costruito un’altra strada per non farsi colonizzare brutalmente e dover subire ogni sorta di violenza e angheria. Non è infatti stata solo la crisi economica e il conseguente acquisto dell’oro come bene rifugio da parte dei privati ad averne determinato l’apprezzamento record. Dietro la valorizzazione c’è una ben precisa strategia che ha visto le Banche Centrali di Cina, Russia e Iran negli ultimi anni acquistare oro a ritmi vertiginosi, determinando il raddoppio del suo valore nel giro di pochi mesi (vedi grafico 1).
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Elena Basile: «Quando la forza sostituisce il diritto»
di Elena Basile
Le amare riflessioni dell’ambasciatrice sulla crisi delle democrazie liberali
Elena Basile analizza la deriva autoritaria dell’Occidente, dove l’arbitrio ha ormai soppiantato la legalità. In ogni ambito: dal declino del multilateralismo allo smantellamento dello Stato sociale. Tra censura mediatica, algoritmi e il silenzio dell’intelligencija, il pensiero critico è sotto attacco. Un appello urgente alla razionalità e all’unione per invertire la rotta, prima che la «rana bollita» della nostra civiltà soccomba.
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La forza sostituisce il diritto. Sul piano internazionale si è trattato di un processo graduale, iniziato negli anni Novanta con la distruzione del multilateralismo e con la sostituzione di Osce e Onu con la Nato, promossa, da Alleanza militare difensiva dal Patto di Varsavia, a organizzazione per la sicurezza e la democrazia con un raggio di azione non più limitato all’Europa.
La forza sostituisce il diritto sul piano economico-sociale. Termina la dialettica capitale/lavoro. La detassazione dei ceti capitalisti, possibile in virtù della libera circolazione dei capitali, innesta il processo di finanziarizzazione dell’economia dando vita alla distanza sociale mai avuta in precedenza tra privilegiati e non.
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Credere e non credere
di Giorgio Agamben
Nel 1973, scrivendo La convivialità, Illich prevedeva che la catastrofe del sistema industriale sarebbe diventata una crisi che avrebbe inaugurato una nuova epoca. «La paralisi sinergica del sistema che l’alimentava provocherà il crollo generale del modo di produzione industriale… In un tempo molto breve la popolazione perderà fiducia non soltanto nelle istituzioni dominanti, ma anche in quelle specificamente addette a gestire la crisi. Il potere, proprio delle attuali istituzioni, di definire valori (come l’istruzione, la velocità di movimento, la salute, il benessere, l’informazione ecc.) si dissolverà di colpo allorché diventerà palese il suo carattere illusorio. A fare da detonatore alla crisi sarà un avvenimento imprevedibile e magari di poco conto, come il panico di Wall Street che portò alla Grande Depressione… Da un giorno all’altro, importanti istituzioni perderanno ogni rispettabilità, qualunque legittimità, insieme alla reputazione di servire il bene pubblico».
È bene riflettere sulle ragioni e sui modi in cui queste profezie, sostanzialmente corrette, dopo quasi mezzo secolo non si sono avverate (anche se molti sintomi sembrano confermarne l’attualità). Il modo di produzione industriale e il potere che l’accompagna continuano a esistere pur avendo perduto ogni rispettabilità e ogni credibilità. Illich non poteva immaginare che un sistema potesse mantenersi proprio attraverso la perdita di ogni credibilità – che, cioè, gli uomini continuassero ad agire secondo modelli e principi in cui non credevano più, che la mancanza di fede, l’essere oligopistos (Matteo, 14, 31), diventasse la condizione normale dell’umanità (e certamente a rendere accettabile la perdita della fede, era stata innanzitutto la Chiesa, trasformando in un pacchetto di dogmi la vicinanza fra cuore e parola che era in questione in Paolo, Rm. 10,6-10).
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Rivolte senza rivoluzione (e un commento)
di Il Rovescio
Cosa chiediamo a un testo? Non necessariamente che sia condivisibile, ma che affronti delle questioni importanti e che nel farlo offra una buona base di discussione. È il caso, ci sembra, di questo contributo che abbiamo tradotto. Al di là dei foucaultismi e dei “tiqqunismi” che contiene, e malgrado qualche ambiguità che lo caratterizza, questo testo illustra con una certa precisione la fase storica in cui siamo entrati e – cosa non molto frequente – cerca di analizzare le innovazioni organizzative sperimentate dai movimenti di rivolta degli ultimi tempi. Alla fine del testo troverete un nostro commento.
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I. L’èra delle rivolte non è finita
Coloro che cercano una scienza rivoluzionaria del presente devono prepararsi alla delusione. Non esiste alcuna bussola per navigare nei nostri mari tumultuosi, alcuna chiave universale o formula magica capace di raddrizzare la nostra nave e collocarci senza equivoci sulla via della rivoluzione. L’oscurità del nostro orizzonte è più profonda di tutto ciò che abbiamo conosciuto nelle nostre vite. Tuttavia – anche se si potrebbe perdonare ai nordamericani di pensare il contrario – i movimenti non mancano: su scala mondiale, le onde si alzano e s’infrangono a un ritmo così stordente che diventa impossibile seguirne tutte le manifestazioni, anche per coloro che vi si dedicano.
Soltanto gli ultimi sei mesi hanno visto disordini massicci in Turchia, Argentina, Serbia, Kenya, Indonesia, Nepal, Filippine e Perù. Prima di questo: Bangladesh, Georgia, Nigeria, Bolivia… e la lista è sicuramente incompleta. In ogni circostanza, delle mobilitazioni che riuniscono decine di migliaia di persone hanno portato a crescenti scontri con le forze dell’ordine in diverse città, provocando delle crisi nazionali di sicurezza.
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Mosca, l’autobomba e la soglia invisibile della guerra
di Giuseppe Gagliano
L’attentato che colpisce la struttura
L’uccisione del tenente generale Fanil Sarvarov, avvenuta il 22 dicembre in un parcheggio residenziale nel sud di Mosca, segna un passaggio ulteriore nella trasformazione del conflitto russo-ucraino. Non è soltanto l’eliminazione di un alto ufficiale, ma un colpo portato alla spina dorsale organizzativa delle Forze armate russe. Sarvarov, responsabile dell’addestramento operativo dello Stato maggiore, incarnava la continuità e la trasmissione del sapere militare: una funzione meno esposta mediaticamente, ma decisiva per la capacità di rigenerazione dello strumento bellico.
La dinamica è chiara e studiata. Un ordigno collocato sotto l’auto, l’esplosione all’alba, il ferimento mortale e il decesso poco dopo in ospedale. Un’azione che non cerca lo spettacolo, ma l’efficacia. Il Comitato Investigativo russo parla apertamente di omicidio e traffico illecito di esplosivi, indicando la pista dei servizi speciali ucraini come una delle principali. È il linguaggio della guerra segreta, dove l’attribuzione non è mai definitiva ma sempre politicamente orientata.
Precedenti e metodo
L’attentato a Sarvarov non arriva nel vuoto. È il terzo episodio, in poco più di un anno, che colpisce generali russi di alto rango con ordigni esplosivi nell’area di Mosca.
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La fine di una globalizzazione mai cominciata
di comidad
La genesi storica delle talassocrazie è strettamente intrecciata con la pirateria. Negli ultimi giorni di dicembre del 1600 fu costituita la Compagnia Britannica delle Indie Orientali, che, secondo alcune ricostruzioni storiche, fu anche una delle prime società per azioni, quindi l’antenata delle attuali multinazionali. Ovviamente la Compagnia esisteva già prima di formalizzarsi legalmente, ed era una delle tante associazioni a delinquere dedite alla pirateria. La legalizzazione della Compagnia delle Indie fu un episodio di cronaca di notevole risonanza e se ne trovano tracce anche nella letteratura. L’Amleto fu pubblicato tra il 1602 e il 1603, ma scritto nel corso dei due anni precedenti; nel terzo atto dell’Amleto il re Claudio dice che nelle “correnti corrotte” di questo mondo spesso la mano aurea del delitto riesce a spostare la bilancia della giustizia a proprio favore, e ciò proprio usando i proventi del delitto per comprarsi la legge.
La talassocrazia statunitense è considerata l’erede della talassocrazia britannica; perciò il fatto che l’amministrazione Trump abbia adottato la prassi di abbordare e saccheggiare le navi che trasportano petrolio venezuelano, è considerata da alcuni come una regressione infantile ai primordi pirateschi della talassocrazia, a prima del diritto internazionale della navigazione ed a prima della globalizzazione. Potrebbe essere un’interpretazione abbastanza valida se opportunamente dimensionata, cioè se si evita di credere che davvero esistesse un diritto internazionale e non un suo simulacro. Un trattato internazionale sul diritto della navigazione (l’UNCLOS) è stato firmato dagli USA nel 1982, ma mai ratificato dal senato; ciò nella pratica ha significato per Washington applicare il trattato solo nei casi in cui gli faceva comodo.
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Lenin: Lezione ai geopoliticanti
di Leo Essen
Il titolo più appropriato per questo straordinario libretto di Lenin, scritto nel 1916, avrebbe potuto essere La fine del «laissez-faire». La lettura è particolarmente indicata per quei geopolitici che fanno ruotare la storia attorno a un punto fisso, la giurisdizione statale. In Lenin, invece, nulla svolge la funzione di perno centrale: nemmeno le categorie della produzione e della finanza, che risultano sempre affettate dalle classi e dalle forme giuridiche ed economiche.
Dove va il capitalismo?, si chiede Lenin.
L’antico capitalismo — quello della libera concorrenza — risponde, va a carte quarantotto.
La libera concorrenza, nel suo periodo d’oro (1850–1873), sfocia inevitabilmente nel monopolio. Quest’ultimo, osserva Lenin, introduce tre — anzi quattro — elementi di rottura fondamentali.
1) Socializzazione.
La concorrenza si trasforma in monopolio. Ne deriva un immenso processo di socializzazione della produzione.
2) Calcolo.
La concorrenza, che operava su mercati ignoti, ha compiuto progressi tali che ormai è possibile calcolare quasi tutte le fonti di materie prime di un dato paese, anzi di una serie di paesi e perfino del mondo intero. Si calcola la capacità del mercato, che viene ripartito; si calcolano la manodopera e i tecnici; ci si impadronisce dei mezzi di comunicazione e di trasporto per poter calcolare. Il calcolo diventa così un momento essenziale del processo di socializzazione.
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Torino. La violenza che non fa notizia
di Osservatorio Repressione
Di fronte a quanto accaduto, colpisce prima di tutto il silenzio. Un silenzio assordante, bipartisan, codardo. Non esiste oggi nessuno schieramento politico che abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e di criticare apertamente la violenza e gli abusi delle forze dell’ordine. Nessuno che osi puntare il dito contro il Questore e i dirigenti della Polizia per l’uso sproporzionato di lacrimogeni e idranti: sproporzionato nella quantità, sproporzionato nelle modalità, sparato ad altezza uomo contro una folla eterogenea, composta da migliaia di persone di ogni età.
Un corteo che era stato aperto da famiglie e bambini, trasformato in pochi minuti in una nube tossica di gas CS. Un corteo “affumicato” deliberatamente, a pochi metri da un ospedale, con i gas che sono entrati negli androni dei palazzi, raggiungendo pazienti, anziani, persone che nulla avevano a che fare con la manifestazione. Via Napione, via Vanchiglia, corso Farini: un intero isolato trattato come zona di guerra.
E poi c’è la narrazione tossica, puntuale come sempre. Il corteo che si autodifende per poter continuare a manifestare la propria rabbia e il proprio dissenso contro lo sgombero di un pezzo di quartiere con quasi trent’anni di storia viene raccontato come una minaccia all’ordine pubblico.
La sinistra istituzionale, in particolare, sembra impegnata in una gara grottesca: chi prende per primo le distanze dalla “violenza”, chi condanna più in fretta, chi strizza l’occhio ai titoli dei giornali. Una sinistra che contribuisce, insieme ai soliti media, a distorcere i fatti e a rovesciare la realtà.
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“Russofilia Russofobia Verità”. L'elemento più preoccupante del sabotaggio alla Federico II
di Andrea Zhok
Ieri la conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, già boicottata due volte, si è tenuta a Napoli, protagonisti Angelo D'Orsi e Alessandro DI Battista. Al termine della conferenza una folta claque presente tra il pubblico si è alzata con addosso magliette dell'Ucraina, urlando a squarciagola domande retoriche tipo "Chi vi paga?", cioè domande che non sono tali, ma sono in effetti ingiurie. Alla resistenza di alcuni astanti a questa azione di disturbo, alcuni hanno cominciato a lamentarsi della scarsa democraticità per non aver risposto alle domande (tipo che se ti chiedono "A che ora tua madre smette il turno sulla tangenziale?" devi rispondere educatamente dandogli un orario - e non invece con una sacrosanta testata sul setto nasale.)
Ora, qui gli organizzatori politici del sabotaggio sono i soliti noti: Radicali, + Europa et similia, ma qui c'è stato anche il sostegno di elementi della comunità ucraina locale. Napoli, come molte altre città italiane ed europee, ospita una folta comunità di profughi ucraini e questo fatto credo sia stato finora sottovalutato nella sua portata.
L'Ucraina ha esportato in questi anni - grazie alle leggi europee che lo consentivano - milioni di propri cittadini in una moltitudine di città europee. Come è emerso da dati sul traffico social, tra gli ucraini, la maggior parte dei più acerrimi sostenitori della prosecuzione a oltranza della guerra sono proprio ucraini fuggiti all'estero.
Il sostegno degli ucraini alla guerra alberga soprattutto tra gli imboscati all'estero, mentre in patria l'auspicio di una rapida conclusione, anche con sacrifici territoriali, appare maggioritario.
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