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A proposito di Crimini e criminali di guerra. La STRAGE DI MY LAI in Vietnam. Per la Memoria storica
di Enrico Vigna
Questa pagina è solo una delle migliaia di pagine di crimini, orrori, ferocia di cui l’esercito statunitense, assistito dai maggiordomi occidentali ed europei, Italia compresa, ha insanguinato il mondo negli ultimi settant’anni. A proposito di crimini e di criminali…quanti generali, ufficiali, politici occidentali sono stati chiamati a rispondere dei crimini DOCUMENTATI storicamente, in: Korea, Puerto Rico, Guatemala, Vietnam, Laos, Cambogia, Indonesia Permesta, Libano 1958, Cuba Baia Porci, Repubblica Democratica Congo 1964, Thailandia, Bolivia, Repubblica Dominicana, Libano 1982, Grenada, Libia 1986, Iran Golfo Persico 1987, Panama, Iraq 1991, Somalia 1992, Jugoslavia, Haiti, Repubblica Federale Jugoslava Kosovo, Afghanistan, Yemen, Iraq 2003, Pakistan Nord Ovest 2004, Somalia 2007, Libia 2011, Uganda, Siria, Niger 2018…oltre a quasi 300 partecipazioni in conflitti senza risultare ufficialmente, come riportato da David Swanson, autore, attivista per la pace, giornalista statunitense e candidato al Nobel per la Pace. Si tratta di centinaia di migliaia di vittime in ogni angolo della Terra, tutto questo senza che nessun “fervente e celebrato servitore della democrazia, della giustizia e della verità”, abbia mai posto un problema di CRIMINI e CRIMINALI di GUERRA a cui chiedere conto delle loro atrocità e infamie contro l’umanità diseredata o renitente ai loro ordini.
Senza dimenticare la nostra “italietta”: nella sola Jugoslavia e Grecia, sono stati incriminati oltre 400 criminali di guerra…naturalmente MAI processati.
* * * *
Il Tenente W. Calley –e il gen William Westmoreland e Colin Powell all’epoca maggiore, che cercò di insabbiare la notizia del massacro. Tre EROI della democrazia occidentale.
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Lettera a mio padre: finale di partita tra tempo e rivoluzione
di Vincenzo Morvillo
Lessi il libro di Barbara nei giorni della quarantena, causata dalla diffusione planetaria del Covid 19. Giorni di sgomento e di paura. Di rabbia e di forzata rassegnazione.
Si viveva in una sorta di quotidianità parallela, attraversata da dilatazioni e rallenty temporali. Immersi in auto percezioni allucinatorie da Pasto Nudo di Burroughs o in distopici limbi esistenziali, come nel Mondo Nuovo di Huxley: quello della società fordista e della produzione seriale per intenderci.
O anche, nella routine appiattita dei nostri pensieri si poteva avere l’impressione di venire scossi da accelerazioni improvvise e inattese, che sembravano solcare un quadrante storico costruito in base alla meccanica dei quanti e al Principio di indeterminazione di Heisenberg. Riletto dall'ermetismo messianico delle Tesi di filosofia della Storia di Walter Benjamin.
Leggevo, e non potevo fare a meno di pensare che queste emozioni e sensazioni, questi spettri semantici della realtà spettri da intendersi nella duplice connotazione di ambiti ed ombre, Barbara sa condensarli in una lingua vaticinante. Al limite tra l’Apocalisse e la Salvezza.
Perché la sua scrittura – dalle cadenze allegoriche e magiche di L'ho sempre saputo alle istantanee concrete di questa Lettera a mio padre, intarsiate nella materica corporeità legno-gommosa di un albero salgadiano – ci parla del nostro presente e del nostro passato. Gettando una luce ferita, ma non sconfitta, sul nostro futuro.
Quella di Barbara è una parola impastata di carne e di inconscio. Che lascia tuonare tra gli spazi bianchi dei sintagmi le voci di passate civiltà, di organizzazioni sociali pre-capitaliste, di un'umanità dall'intelligenza creativa e dalle mani sapienti.
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L’Ucraina e la "trappola di Tucidide"
di Michael Brenner
Professore emerito di Affari internazionali all’Università di Pittsburgh e Fellow del Centro per le relazioni transatlantiche del SAIS/Johns Hopkins. Michael Brenner è stato direttore del programma di relazioni internazionali e studi globali dell’Università del Texas. Ha lavorato anche presso il Foreign Service Institute, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e Westinghouse. È autore di numerosi libri e articoli sulla politica estera americana, sulla teoria delle relazioni internazionali, sull’economia politica internazionale e sulla sicurezza nazionale
Agli occhi dei funzionari statunitensi, l’importanza dell’Ucraina va ben oltre il suo intrinseco valore geopolitico o economico. Questo era vero nel 2014 come lo è nel 2021 – e sicuramente oggi. Il significativo investimento degli Stati Uniti nella campagna per riportare l’Ucraina nell’orbita occidentale indica quali sono gli obiettivi strategici più ampi di Washington. In parole povere: la crisi è radicata nelle preoccupazioni di Washington nei confronti della Russia. Ha poco a che fare con l’Ucraina in quanto tale. Questo sfortunato Paese è stato l’occasione, non la causa, dell’attuale confronto.
Per più di 20 anni, da quando Vladimir Putin è salito al potere, la denaturazione della Russia come potenza significativa sulla scena europea (e ancor più su quella mondiale) è stata un obiettivo fondamentale della politica estera statunitense. L’ascesa del Paese dalle ceneri, simile a una fenice, ha innervosito Washington, sia i politici che gli esperti dei think tank. Nemmeno la minaccia di gran lunga maggiore rappresentata dalla Cina per il dominio globale degli Stati Uniti ha alleviato questa ansia. Al contrario, la temuta prospettiva di una partnership sino-russa ha rafforzato il desiderio di indebolire – se non eliminare completamente – il fattore Russia nell’equazione strategica statunitense.
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"Il grande disegno di Kissinger": 50 anni fa i petrodollari nascevano in questo modo
di Giacomo Gabellini
Come è noto, l’Europa distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale riuscì a rimettersi in piedi grazie soprattutto agli aiuti forniti dagli Stati Uniti – in cambio della rinuncia alla sovranità politica da parte degli Stati del “vecchio continente” – nell’ambito dell’ormai celeberrimo Piano Marshall, il quale impedì che le prospettive di ricostruzione si infrangessero sui vincoli della bilancia dei pagamenti di ogni singolo Paese. Eppure, dal punto di vista strettamente economico, la linea operativa portata avanti da Washington produsse ricadute molto più positive sull’Europa e sul Giappone che sugli stessi Stati Uniti, i quali, fungendo anche da mercato di sbocco per le merci prodotte in Europa, cominciarono a fare fatica a realizzare tassi di crescita analoghi a quelli conseguiti dalla Comunità Economica Europea (il cui export, nel 1960, fu per la prima volta superiore a quello statunitense) e si videro costretti a far leva sull’enorme spazio di manovra garantito dal ruolo di valuta di riferimento di cui era titolare il dollaro per emettere moneta in misura tale da finanziare il proprio deficit, che stava cominciando a crescere in maniera preoccupante.
Convertibilità di "facciata"
Il consigliere economico del presidente Charles De Gaulle, Jacques Rueff, si era accorto di come la convertibilità tra dollaro ed oro fosse divenuta ormai soltanto “di facciata”, in quanto il dollaro aveva ormai acquisito lo status di moneta fiduciaria solo formalmente ancorata ad un valore fisico reale. Rueff fece quindi notare a De Gaulle come questo stato di cose fosse garante di pesanti squilibri valutari e consentisse agli Stati Uniti di accumulare deficit crescenti nella bilancia commerciale senza pagarne il prezzo corrispettivo.
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Dentro Operai e capitale
di Andrea Rinaldi
I primi anni Sessanta, in Italia, sono attraversati da una dinamica ambivalente: da un lato rappresentano l’apogeo del cosiddetto «miracolo economico», dall’altro segnano l’inizio di uno straordinario ciclo di lotte, guidato da quello che sarà conosciuto come operaio massa. Andrea Rinaldi ritorna al principio dell’esperienza dei «Quaderni rossi», nella combinazione tra soggetti differenti, per indagare le fondamenta dell’elaborazione di Operai e capitale e dell’intero operaismo politico italiano.
* * * *
I «Quaderni rossi» nascono e si sviluppano in un particolare momento di novità politiche imposte dal movimento operaio. Come è noto i primi anni Sessanta sono l’apogeo del miracolo economico italiano, ma anche l’inizio di un inaspettato nuovo ciclo di lotte operaie. Il clima cooperativo che gli industriali del Nord avevano tentato di costruire per aumentare la produttività si stava guastando. A rovinare i piani di sviluppo economico furono proprio quei soggetti meridionali immigrati che venivano pensati come argine alla contestazione e che finirono per essere invece l’incubo di ogni tentativo rappresentativo. «Gli operai immigrati trovarono in fabbrica il luogo privilegiato di un’azione collettiva che era loro negata all’interno della comunità; essi portavano dentro i cancelli degli stabilimenti tutto il risentimento che provavano per le condizioni di vita che sopportavano al di fuori di questi»[1].
Quando si andava strutturando il primo gruppo dei «Quaderni rossi», nel 1961, la Fiat era ancora il luogo apparentemente pacificato voluto dal presidente Vittorio Valletta, e sparuti focolai si vedevano solo nelle altre fabbriche piemontesi.
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Il partito comunista cinese e il controllo sui mezzi di produzione
Le imprese pubbliche industriali dal mercato alla sfida tecnologica
di Giordano Sivini
Introduzione
Il controllo del partito comunista sui mezzi di produzione è uno dei fondamenti della Costituzione materiale della Cina (Sivini 2022), architrave del sistema di potere della Repubblica Popolare dal momento della sua fondazione ad oggi, al di là dei cambiamenti delle sue basi strutturali. Mao Zedong (1949-1976) aveva cercato di realizzare una struttura nella quale i rapporti sociali di produzione improntati al socialismo egalitario avrebbero dovuto condizionare lo sviluppo delle forze produttive. Deng Xiaoping (1978-1992), che gli succedette, operò affinché la costruzione del socialismo si basasse sulla redistribuzione di una ricchezza realizzata da forze produttive mosse dalla competizione tra soggetti attivi nel mercato. Questa dinamica cambiò i rapporti sociali di produzione, aprendo la strada alla generalizzazione di una loro configurazione capitalistica, che Jiang Zemin e Zhu Rongji (1993-2003) contribuirono ad istituzionalizzare, e che tuttora permane. Socializzazione, statizzazione e capitalizzazione sono le modalità che, in queste diverse fasi della storia della Cina, hanno realizzato il controllo sui mezzi di produzione da parte del partito comunista.
In un recente libro pubblicato in Messico, Barry Naughton – statunitense, tra i maggiori studiosi occidentali della Cina – ha sostenuto che da Deng in poi, per una lunga fase, la crescita del paese è stata prodotta dal mercato e non dai governi e dal partito. I piani quinquennali sono rimasti incompiuti o sono falliti, e gli interventi statali hanno mirato, con scarsi risultati, a rendere le imprese pubbliche efficienti in termini di mercato. L’affidamento al mercato ha però intaccato le capacità produttive cinesi rispetto a quelle occidentali, e, per por rimedio al gap tecnologico, sono stati elaborati tardivamente piani, implementati dopo la grande crisi finanziaria.
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Promuovere la cultura della complessità
di Pierluigi Fagan
Promuovere la cultura della complessità. Questo è l’intento sottostante il Festival che giunge quest’anno alla sua tredicesima edizione. Cosa intendiamo con “cultura della complessità” e perché riteniamo che la sua diffusione meriti impegno?
Il concetto di complessità non dà vita ad una nuova disciplina ma ad una teoria della conoscenza. Riguardando la conoscenza in generale, riguarda tutte le discipline che usiamo per conoscere l’uomo ed il mondo. La complessità è sempre esistita, come sono sempre esistiti i fenomeni che solo dal XVII secolo in poi abbiamo cominciato ad indagare con la scienza e come sono sempre esistiti i problemi che si sono posti per la prima volta gli antichi Greci ionici da cui parte la storia della filosofia. In questi due epocali casi non emersero nuovi fenomeni ma nuovi modi di conoscerli.
Una nuova forma di conoscenza adeguata ai tempi
Le due culle teoriche della cultura della complessità, la Teoria dei sistemi di Bertalanffy e la Cibernetica di Wiener, sono dell’immediato dopoguerra. Dall’immediato dopoguerra ad oggi, abbiamo assistito ad un notevole e rapido incremento della complessità del mondo. Sono vertiginosamente aumentate le varietà del mondo (triplicazione della sua popolazione e degli Stati), le loro interrelazioni (trasporti, telecomunicazioni, interdipendenze, scambi, Internet, globalizzazione etc.), si è formato per la prima volta un vero e proprio sistema-mondo organizzato in sottosistemi.
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Sul precipizio climatico/2: chi già precipita. E chi sta nell’Ipcc
di Angelo Baracca
Dopo l’invio del mio articolo su Contropiano “Sull’orlo del precipizio climatico” sento la necessità di scendere dalle considerazioni generali più sul concreto.
L’Ipcc è un comitato . . . “sub partes”
Comincio con una rettifica, faccio ammenda per l’affermazione che l’Ipcc è un panel INTERGOVERNATIVO. In realtà a ben vedere sembra piuttosto GOVERNATIVO: nel senso che sembra che gli Stati Uniti la facciano assolutamente da padroni. Il ché, voglio precisarlo chiaramente, non a che vedere con la serietà scientifica dei suoi report, ma piuttosto con il presentarsi (in realtà per essere considerato, al di là delle intenzioni dei vari scienziati) come l’organismo a cui tutti fanno riferimento per stabilire la gravità della situazione climatica: semmai il vero merito che va riconosciuto all’Ipcc, e ai suoi report, è di avere sbugiardato definitivamente i negazionisti.
Ma veniamo alla rappresentatività. Parto questo grafico, già molto eloquente:
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No, non è l’egemonia. Cosa c’è in ballo nello scontro tra Cina e Stati Uniti
di Fabio Ciabatti
Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, Asterios Editore, Trieste 2022, pp. 352, € 29,00

Lo scontro tra Cina è Stati Uniti è solo all’inizio. Si tratta di una complessa e inevitabile sfida sistemica dagli esiti quanto mai incerti. La Cina, per quanto rapidamente ascesa al rango di potenza mondiale, è ben consapevole di essere più debole del suo avversario e per questo non può e non vuole sfidare l’egemonia americana a livello planetario, per quanto essa risulti indebolita. E questo sia detto con buona pace degli antimperialisti d’antan, quelli che mai hanno elaborato fino in fondo il lutto per la scomparsa della vecchia Unione Sovietica e per questo immaginano un mondo multipolare in cui possa risplendere la stella del nuovo stato guida socialista. Ciò detto l’imperialismo è una questione quanto mai seria e gli esiti dello scontro tra Cina e America saranno fondamentali per le sorti dell’umanità intera. Con buona pace, questa volta, dei puristi della lotta di classe per i quali l’unica cosa importante è lo scontro diretto tra borghesia e proletariato, concepito in una sorta di vuoto geopolitico generalmente privo di riferimenti alla dimensione bellica.
Questo è solo un piccolo assaggio, con l’aggiunta da parte nostra di un pizzico di pepe polemico, dal ricco ed elaborato piatto rappresentato dall’ultimo libro di Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Si tratta di un testo in cui la geopolitica non è considerata come mero scontro tra potenze statuali ma è concepita come “economia e politica concentrate allo stadio dell’imperialismo”, capace di tenere insieme contraddizioni inter-borghesi e di classe, competizione inter-capitalistica e crisi socio-politica. Strutture, strategie, contingenze è il sottotitolo del libro che esprime il tentativo di dare conto sia degli ineludibili meccanismi oggettivi che governano il nostro mondo a livello planetario sia delle istanze progettuali collettive che cercano di modificare il contesto di riferimento. Il tutto nell’ambito di un processo che rimane aperto a differenti esiti, benché essi non risultino certamente infiniti e indefiniti.
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Marx e la decrescita. Il caso Saito
di Jacopo Nicola Bergamo
Cambridge University Press ha finalmente pubblicato Marx in the Anthropocene. Toward the Idea of Degrowth Communism, dell’ormai noto professore Kohei Saito dell’Università di Tokyo. La curiosità della comunità accademica occidentale per il best seller giapponese dal titolo Hitoshinsei no Shihonron [Capital in the Anthropocene] potrà essere dunque soddisfatta? Sì, ma il libro che cercate è un altro ed è stato pubblicato solo in spagnolo, per ora, con il titolo El capital en la era del antropoceno. Datemi modo di chiarire l’equivoco partendo da una piccola digressione sull’autore e l’interesse per questo volume.
Kohei Saito godeva già di fama negli ambienti accademici marxisti grazie alla sua tesi di dottorato conseguita all’università Humboldt a Berlino, nella quale dimostra l’attenzione di Marx per i problemi ecologici, in particolare per la riduzione della fertilità dei terreni agricoli seguita all’avvento dell’agricoltura capitalistica; il tutto grazie a uno studio rigoroso dei manoscritti marxiani degli anni Sessanta e Settanta dell’800, pubblicati nella Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²), ovvero la nuova edizione critica delle opere complete di Marx ed Engels. Questa tesi è stata poi pubblicata originariamente in tedesco e tradotta in altre sei lingue, sfortunatamente non in italiano, tra le quali l’inglese con il titolo Karl Marx’s Ecosocialism: Capital, Nature and the unfinished critique of political economy. Il volume è stato insignito del prestigioso premio Deutscher Memorial consacrando Kohei Saito come un riferimento per gli studi marxiani ed eco-socialisti, vicino alla tradizione della storica rivista statunitense Monthly Review e in continuità con l’interpretazione di John Bellamy Foster e Paul Burkett.
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Il posto del padre e la deriva post–moderna
di Gerardo Lisco
Su Il manifesto del 9 marzo, due pagine dedicate all’8 marzo festa della donna, titolo a carattere cubitale “Sciopero e cortei eco–trans femministi da Milano a Napoli. Manifestazioni in 38 città italiane indette dalla rete <<Non una di meno>>. Contro il “sistema patriarcale e il capitale”. Partendo dall’ultima affermazione ho provato ad analizzare la relazione esistente tra “patriarcato e capitalismo” soffermandomi sul posto del padre rispetto all’attuale deriva post–modernista. In un passaggio dell’articolo, a firma Giulia D’Aleo, leggo: <<Già dalla mattina, molte città avevano dato un’anticipazione dei cortei pomeridiani, con manifestazioni tematiche portatrici di una visione nuova della società, libera da un sistema patriarcale e capitalista basata sullo sfruttamento dei corpi, dell’ambiente, del sistema scolastico e di quello sanitario (…) oltre diecimila attiviste e attivisti hanno poi preso parte al ricordo delle vittime del naufragio di Cutro e assistito al flashmob finale, autodeterminazione della donna e la liberazione dallo sfruttamento del lavoro produttivo e riproduttivo>>. A mio parere, tutto ciò non è altro che un pout–porri senza né capo, né coda. Mi ha particolarmente colpito il riferimento critico al sistema patriarcale che, evinco dall’articolo, è per gli organizzatori delle numerose manifestazioni il principio di tutti i mali.
Insomma, Patria, Dio e famiglia sono stati sostituiti dai sinonimi: Patriarcato, Capitalismo, Maschio bianco eterosessuale.
Partendo dall’articolo, ho provato a ragionare sulla base del significato etimologico di “Padre”. Ai fini dell’economia del ragionamento che mi appresto a sviluppare, ritengo fondamentale prendere l’abbrivio dal significato etimologico del termine padre.
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Biden d’Arabia e la fine del mondo unipolare
di Domenico De Simone
La straordinaria giornalista Laura Ruggeri segnala e trasmette su Telegram uno spezzone di questo programma televisivo, una serie di gag sullo stato di salute mentale del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden che da mesi impazza sulla televisione di Stato Saudita. Una esterrefatta imitatrice di Kamala Harris cerca di accompagnare e supportare il Presidente ma non riesce ad evitarne le figuracce da rincretinito totale che ormai dispensa urbi et orbi sin dal tempo della sua rielezione. Naturalmente questa trasmissione è stata realizzata e mandata in onda con il pieno consenso del principe saudita Mohammad bin Salman Al Sa’ud, capo del governo ed erede designato del trono saudita, ed è particolarmente indicativa dell’orientamento dei Sauditi nei confronti del grande alleato americano, con cui re Faysal aveva stretto un patto ferreo preferendoli agli inglesi sia per la ricerca e l’estrazione del petrolio sia per la protezione militare.
Questa alleanza, molto stretta e forte nonostante i numerosi contrasti, dichiarati e non, sia rispetto ad Israele che sul prezzo del petrolio, ha comunque retto fino a qualche anno fa, quando i rapporti si incrinarono decisamente per la conclusione dell’indagine della CIA che accusava il principe Mohammad di essere il mandante dell’assassinio del giornalista saudita dissidente Khashoggi, entrato nel Consolato saudita a Istanbul e lì scomparso. Khashoggi era editorialista del Washington Post e una voce molto seguita negli Usa. Il governo Biden in un primo momento, ha sostenuto con forza le accuse a Mohammad, ma poi Biden si è reso conto che stava perdendo un alleato fondamentale nello scacchiere mediorientale e non solo, e quindi nel luglio scorso si è recato a Riyadh per cercare di riallacciare i rapporti.
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Prefazione a Ontologia dell’essere sociale
di Alberto Scarponi
L’Ontologia è l’ultimo lavoro e l’ultima grande opera sistematica di György Lukács, morto a Budapest il 4 giugno 1971. Le circostanze della sua composizione, il fatto che l’autore avesse annunciato più volte negli ultimi anni di essere al lavoro su questo argomento, le anticipazioni di qualche suo contenuto che se ne sono avute Lukács vivente1, il modo frammentario in cui finora è stato pubblicato lo stesso testo originale tedesco per le difficoltà incontrate dai curatori nella redazione del manoscritto2, l’uso in campo marxista del termine di «ontologia», con il connesso sospetto di intrusioni metafisiche e cadute idealistiche, hanno fatto sì che intorno a quest’opera si coagulasse un’intensa atmosfera di attesa variamente intonata. E non sono mancati i giudizi definitivi in base a quanto già apparso in pubblico.
Il lettore italiano, avendo intanto a disposizione questa prima parte, potrà ora giudicare per via diretta la validità, la portata e anche il senso di quest’ultimo impegno del filosofo ungherese scomparso.
E non a caso viene di usare la parola «impegno», con tutte le sue assonanze. Perché, quali che saranno le riflessioni critiche suscitate dalla lettura del testo, comunque si articoleranno le eventuali obiezioni di merito rispetto al discorso che vi è contenuto, quest’Ontologia crediamo debba essere considerata un lavoro ancora una volta militante, di un uomo legato alla vita del movimento operaio e profondamente impegnato a intervenire, a dare il proprio contributo di pensatore alla lotta per il socialismo.
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Dominio e ricatto del capitalismo finanziario
Antonio Minaldi intervista Andrea Fumagalli
Dominio e sfruttamento nel capitalismo del XXI° secolo è un volume pubblicato da poco di cui consigliamo la lettura. Curato da Antonio Minaldi e Toni Casano (Ed. Multimage, 2023), il testo raccoglie i contributi di studiosi e militanti politici ad un ciclo di dibattiti su cinque grandi questioni: antropocene e capitalocene; il capitalismo della sorveglianza; il capitalismo della produzione immateriale; dominio e ricatto del capitalismo finanziario; imperi, guerra e destini del mondo. Pubblichiamo di seguito l’importante intervista sul capitalismo finanziario che Antonio Minaldi ha condotto con Andrea Fumagalli.
* * * *
Abbiamo il piacere di ospitare il professor Andrea Fumagalli. Con lui parleremo di economia. Tema ostico per molti, ma di cui dobbiamo necessariamente occuparci, perché da questioni come finanza, inflazione, debito pubblico dipende in gran parte la nostra vita. Il primo punto di cui ci occuperemo è quasi obbligato, e riguarda la guerra. Chiederei al prof. Fumagalli, anzi direi al compagno Andrea, di spiegarci che cos’è che sta cambiando, e cosa cambierà nel medio lungo periodo, con la guerra in Ucraina e col passaggio da un mondo unipolare a un mondo bipolare o più probabilmente multipolare. Ricordiamo che globalizzazione, crisi dello Stato nazione e libera circolazione delle merci e dei capitali per noi sono stati, in questi anni, cose quasi scontate. Ma forse non è più così!
Iniziamo con una doverosa premessa. Il capitalismo attuale è caratterizzato dal susseguirsi di crisi sistemiche, sia che si tratti di crisi indotte dall’instabilità finanziaria oppure da tensioni geopolitiche o da eventi sindemici.
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Un paese che si solleva
di Frédéric Lordon
Per fare dell’insurrezione francese un mezzo e non un fine, dice Frédéric Lordon, occorre formulare un desiderio politico positivo in cui la forza del numero possa riconoscersi
Lunedì 20 marzo, le prime pagine della stampa francese sono tutte dedicate all’eccitazione per una mozione di sfiducia, a contare i deputati che potrebbero votarla, a soppesare le possibilità, a prevedere gli assetti futuri, a fare la parte degli informati – che delizia il giornalismo politico: un passaporto per l’inanità politica.
Nel frattempo, insorta con tutta la sua forza, la politica si è impadronita del paese. Uno sciame di iniziative spontanee si dirama da tutte le parti – scioperi senza preavviso, blocchi stradali, tumulti o semplici manifs sauvages, assemblee studentesche ovunque, l’energia dei giovani a Place de la Concorde, per strada. Tutti si sentono sui carboni ardenti, le loro gambe sono impazienti – impazienti, certo, ma non delle sciocchezze che appassionano i ristretti circoli dell’intellighenzia parigina. I circoli, paradossalmente, sono simili ai vertici. Come i giornalisti, che restano incollati a Macron e a Élisabeth Borne, hanno una cosa in comune: gli uni come gli altri ignorano ciò che sta realmente accadendo, vale a dire l’ebollizione del paese.
È bello quello che succede quando l’ordine costituito comincia a deragliare. Piccolezze inaudite, che rompono l’isolamento rassegnato e l’atomizzazione su cui i potenti fondano il loro potere. Ed ecco che i contadini portano ceste di verdure ai ferrovieri in sciopero; un ristoratore libanese distribuisce falafel ai manifestanti sequestrati dalle «nasses» poliziesche [l’accerchiamento dei manifestanti, Ndt]; studenti e studentesse che si uniscono ai picchetti; e presto vedremo anche i cittadini aprire le loro porte per proteggere i manifestanti dalla polizia.
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Il ritorno del re
di Wolfgang Streeck
Se mai ci fosse stata una domanda su chi comanda in Europa, la NATO o l’Unione Europea, la guerra in Ucraina l’ha risolta, almeno per il prossimo futuro. Una volta, Henry Kissinger si lamentava che non c’era un numero di telefono unico a cui chiamare l’Europa, troppe chiamate da fare per ottenere qualcosa, una catena di comando troppo scomoda e bisognosa di semplificazione. Poi, dopo la fine di Franco e Salazar, è arrivata l’estensione a sud dell’UE, con l’ingresso della Spagna nella NATO nel 1982 (il Portogallo ne faceva parte dal 1949), rassicurando Kissinger e gli Stati Uniti sia contro l’eurocomunismo sia contro una presa di potere militare non da parte della NATO. Più tardi, nell’emergente Nuovo Ordine Mondiale dopo il 1990, l’UE avrebbe dovuto assorbire la maggior parte degli Stati membri del defunto Patto di Varsavia, in quanto questi erano in rapida successione per l’adesione alla NATO. Stabilizzando economicamente e politicamente i nuovi arrivati nel blocco capitalista e guidando la loro costruzione nazionale e la formazione dello Stato, il compito dell’UE, accettato più o meno con entusiasmo, sarebbe stato quello di consentire loro di diventare parte dell'”Occidente”, guidato dagli Stati Uniti in un mondo ormai unipolare.
Negli anni successivi il numero di Paesi dell’Europa orientale in attesa di essere ammessi nell’UE aumentò, con gli Stati Uniti che facevano pressioni per la loro ammissione. Con il tempo, Albania, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia hanno ottenuto lo status di candidati ufficiali, mentre Kosovo, Bosnia-Erzegovina e Moldavia sono ancora in attesa. Nel frattempo, l’entusiasmo degli Stati membri dell’UE per l’allargamento è diminuito, soprattutto in Francia, che ha preferito e preferisce l'”approfondimento” all'”allargamento”.
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La politica economica tra inflazione e stabilità finanziaria
di Marcello Spanò
Il fallimento di Silicon Valley Bank – la sedicesima più grande banca degli Stati Uniti – e le altre scosse telluriche del sistema finanziario a cui abbiamo assistito in questi giorni riportano all’attenzione il tema dell’instabilità finanziaria. Ancora non sappiamo se questi siano i primi anelli di una lunga catena o se il contagio verrà in qualche modo arginato. Ciò che possiamo constatare è che, ancora una volta, l’economia capitalistica ad alta intensità finanziaria in cui ci tocca in sorte vivere si conferma fragile e soggetta a rischi sistemici. Al posto di azzardare previsioni, pratica su cui gli economisti si esercitano ostinatamente e la maggior parte delle volte inutilmente, preferisco qui avanzare alcune considerazioni sugli elementi di novità che emergono da questi (primi?) fallimenti e sulle linee guida di politica economica che dovrebbero esserne tratte.
1. I safe assets non sono safe
La prima considerazione che mi sembra opportuno sottolineare è un paradosso: i titoli del debito pubblico, normalmente considerati un rifugio per il loro basso grado di rischiosità (safe assets) sono stati proprio quelli che hanno portato la SVB al fallimento.
Una quindicina d’anni fa, quando l’intero mondo della finanza franava a causa del crollo dei titoli derivati il cui profilo di rischio era del tutto opaco e la cui valutazione tecnicamente contorta era affidata ad esperti che di economia sapevano poco o nulla, gli investitori finanziari spostarono somme enormi di ricchezza sui titoli di Stato, considerati appunto un buon rifugio di fronte al panico e all’incertezza del momento.
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Chi siamo e che vogliamo?
di Alessandra Ciattini
Prima di impegnarci in alleanze più elettorali che politiche, sarebbe opportuno chiederci chi siamo e che vogliamo
Se siamo convinti che esiste un’unica strada per uscire dal capitalismo e dalla sua disumanità, dato che esso appare sempre più irriformabile e avvitato in una spirale devastante, dato che le terze vie sono tutte fallite, occorre riconquistare la nostra identità sbriciolatasi in numerose e debolissime varianti, che si fanno genericamente paladine del popolo, degli sfruttati, degli umili. Nonostante il marxismo abbia una storia complessa e contraddittoria, che bisognerebbe apprendere a fondo, il suo nucleo centrale sembra costituire ancora oggi, in un orizzonte alquanto diverso da quello ottocentesco, un’adeguata chiave interpretativa della società contemporanea: il concetto di classe e il suo derivato la lotta di classe. Basti un esempio. Numerosi marxisti hanno interpretato la fase neoliberale come il tentativo riuscito di una restaurazione di classe dinanzi alla crisi dell’accumulazione, che non poteva più tollerare il compromesso keynesiano tra capitale e lavoro del dopoguerra. E hanno anche collegato tale impresa socio-economica all’imposizione di ideologie elogiative dell’individualismo identitario, miranti alla frammentazione dei lavoratori, del resto già divisi e separati da barriere quali il sesso, l’appartenenza etnica, religiosa ecc. Ideologie che purtroppo hanno profondamente colonizzato la cosiddetta nuova sinistra, che le ha fatte proprie soprattutto dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e il ripudio dello stalinismo, facendosi affascinare dal culturalismo contrapposto in maniera binaria e semplicistica al volgare economicismo.
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La Cina e la formazione di un fronte del sud globale incrinano l'egemonia USA
di Domenico Moro
La guerra in Ucraina, per quanto sia importante, è solo un aspetto del confronto a livello globale tra la Russia e l’Occidente, cioè gli Usa e i loro alleati più stretti dell’Europa occidentale e del Giappone. All’interno di questo confronto acquista, inoltre, un ruolo sempre più importante la Cina, che si sta ritagliando una posizione di mediatore internazionale. La competizione si gioca su diversi ambiti: la de-dollarizzazione, cioè la sostituzione del dollaro come moneta di scambio globale, la conquista delle materie prime, e, a livello geostrategico, la costruzione di un fronte del Sud globale, che si sta sottraendo all’influenza statunitense e occidentale e sta stabilendo rapporti sempre più stretti con Cina e Russia. Quest’ultimo aspetto è di primaria importanza, perché la costruzione di un unico fronte, il Sud globale, disallineato se non contrapposto all’Occidente, sancisce una modifica, epocale e dalle conseguenze inedite, dei rapporti di forza e degli equilibri mondiali. Ovviamente tutti i cambiamenti storici hanno una incubazione di lungo periodo, ma subiscono accelerazioni improvvise che li rendono evidenti. Così è stato per la guerra in Ucraina che sta diventando il banco di prova della costruzione di un fronte globale che può mettere in crisi l’egemonia mondiale statunitense, che dura ininterrottamente dalla fine della Seconda guerra mondiale.
La formazione di un fronte del Sud globale appare visibile in sede Onu in occasione delle votazioni sulle risoluzioni di condanna della Russia per quanto sta accadendo in Ucraina. Già il 2 marzo del 2022, poco dopo l’inizio delle ostilità, 35 paesi si erano astenuti.
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La guerra in Ucraina, un anno dopo
di Giorgio Paolucci
Ché quer covo d’assassini
che c’insaguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quattrini
che prepara le risorse
pe’ li ladri de le borse
(Trilussa)[1]
È trascorso ormai più di un anno da quando è scoppiata la guerra fra la Russia e l’Ucraina e tutto lascia presagire che sia destinata a durare ancora per molto tempo.
La pace, per quanto tutti la invochino, in realtà non la vuole e non può permettersela nessuno.
Innanzitutto gli Stati Uniti. Per loro era particolarmente importante impedire che si consolidasse una area economico-finanziaria da consentire ai suoi membri di poter fare a meno dell’impiego del dollaro come valuta di riserva internazionale e mezzo di pagamento per regolare il loro interscambio commerciale. Vale a dire, da un punto di vista geopolitico: di impedire che l’asse Berlino (Ue)/Mosca/Pechino si consolidasse fino a divenire irreversibile. Cosa che sarebbe accaduta qualora fosse entrato in esercizio il North stream 2.
Però dopo un anno di guerra ed aver ottenuto:
- la messa fuori uso, attaccandoli militarmente - come ha denunciato il giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh 2]- sia del North Stream 1 che del 2.
- di costringere così la Germania e mezza Unione europea ad acquistare il loro gas benché di gran lunga più inquinante e più costoso di quello russo;
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Fare come in Francia?
di Sandro Moiso
Ai confini orientali la guerra in Ucraina, con i suoi possibili sbocchi mondiali che già spaventano alcune élite europee e le spingono a correre a Pechino a chiedere che il presidente Xi Jinping si affretti a impostare una reale proposta di tregua (in barba al diniego esibito nei confronti di tale ipotesi dal presidente Biden e dagli imperialisti pezzenti del Regno Unito).
Nel cuore del continente la crisi bancaria, che è sbarcata dagli Stati Uniti coinvolgendo due delle più importanti banche europee, Credit Suisse, morta in un battibaleno e sostanzialmente assorbita da UBS per un valore impensabile fino a qualche settimana fa, e Deutsche Bank che, ancora una volta, traballa sulla sua “pancia” piena di titoli spazzatura, subprime e derivati, ma “povera” di liquidità.
Nella parte occidentale e atlantica la rivolta sociale francese che si allarga sempre più, di cui la riforma autoritaria delle pensioni è stato soltanto il fattore scatenante di una crisi economica e sociale che covava sotto le ceneri, imposte dai due anni di provvedimenti liberticidi sventolati come necessari per la salvaguardia della salute pubblica, fin dai tempi dei gilets jaunes e, ancor prima, delle rivolte delle banlieue.
Un’autentica tempesta perfetta che testimonia come lo stato di salute del capitalismo occidentale e del suo modus vivendi sia tutt’altro che buono, così come quello dell’ambiente che ha colonizzato senza pietà e senza riguardo per il futuro della specie, proprio a partire del continente europeo.
Come i quattro cavalieri dell’Apocalisse, la crisi economica, la guerra, la crisi ambientale e l’impoverimento di ampi settori sociali, un tempo magari rientranti nelle fila della classe media, indicano che il modo di produzione basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del capitale sull’ambiente sta volgendo al termine nel più drammatico dei modi.
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Litvinenko, Skripal e tutti i buchi nell'acqua nel criminalizzare Putin
di Francesco Santoianni
Uno stinco di santo certamente non è visto che per anni ha diretto l’efferato FSB (ex KGB). Ma da questo ad inventarsi una serie pressoché infinita di fake news contro di lui ce ne corre. Ci riferiamo a Vladimir Putin in questi giorni incriminato come criminale di guerra dopo una “inchiesta” che non si regge in piedi (nonostante il vergognoso articolo de “il manifesto”) ma che, come tante altre contro di lui, servirà a cementare nell’opinione pubblica la leggenda di un mostro del quale sbarazzarsi al più presto.
Come l’essere il mandante dell’omicidio (7 ottobre 2006) di Anna Politkovskaja, una tra i tanti giornalisti uccisi in Russia in quegli anni, autrice di innumerevoli denunce, soprattutto contro gli oligarchi imperanti in Russia, ma che, solo per aver scritto qualche articolo anche sulla guerra in Cecenia, oggi viene universalmente ricordata come una “vittima di Putin.” Ma su cosa si basano le tante accuse contro Putin? Per quanto riguarda la Politkovskaja molte inchieste giornalistiche condotte in questi anni e lo stesso processo contro i suoi presunti killer non sono approdati a nulla. Certo. Le indagini giudiziarie sono state svolte dall’apparato investigativo della Federazione Russa; ma quali prove sarebbero emerse per altri crimini addebitati a Putin verificatisi in Occidente? Limitiamoci ad esaminarne due: il presunto avvelenamento, tramite Polonio, del “dissidente russo” Litvinenko e quello degli Skripal, avvenuto tramite il fantomatico Novichock.
Il 23 novembre 2006 muore in una clinica di Londra Aleksandr Litvinenko, ufficialmente per aver ingerito Polonio 210; la stessa sostanza che sarebbe stata usata per l’omicidio del leader palestinese Yasser Arafat.
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Sulla guerra in Ucraina
Giulietta Iannone intervista Gaetano Colonna
Gaetano Colonna: Ucraina tra Russia e Occidente. Un'identità contesa, Unilibri, 2022
Come indispensabile terapia per disintossicarsi dalla martellante propaganda occidentale sulla guerra in Ucraina, proponiamo ai nostri lettori l’intervista, curata da Giulietta Iannone, rilasciata ieri da Gaetano Colonna al blog Liberi di Scrivere.
Più che un aggiornamento sull’andamento del conflitto, oggi sostanzialmente in una fase di stallo, nonostante i cospicui supporti militari e di intelligence forniti a Zelensky dagli stati occidentali, Colonna preferisce proporre una riflessione più ampia, in prospettiva storica, sul significato di questo conflitto, anche in relazione all’aspetto sicuramente più grave della guerra, le sue conseguenze per l’Europa.
* * * *
Dopo la lettura del suo interessante libro Ucraina tra Russia e Occidente – Un’identità contesa (seconda edizione), che mi riprometto di analizzare a breve su queste pagine, vorrei farle alcune domande partendo se vogliamo dalle sue conclusioni: dunque secondo le sue impressioni parte tutto dallo “spirito di Versailles” quel germe che ha minato le basi del nascente spirito comunitario che avrebbe dovuto affratellare i popoli europei e occidentali in un’ottica di pacifica convivenza. Può esplicitarci meglio questo concetto?
Con l’espressione “spirito di Versailles” intendo semplicemente la singolare combinazione ideologica che le potenze anglosassoni vincitrici alla fine della Prima Guerra Mondiale hanno saputo imporre all’Europa: da una parte, l’attribuzione della “colpa della guerra”, e da allora di tutte le guerre, ad un solo attore (la Germania, in quel caso); dall’altra, l’utilizzo della nazionalità come principio in base al quale frammentare i grandi imperi ottocenteschi, creando ovunque mosaici di nazioni i cui confini sono stati astrattamente definiti in maniera da includere e/o escludere minoranze etnico-religiose: in tal modo creano strutture politiche fragili e facilmente controllabili, innescando così anche una serie di conflitti dei quali quello russo-ucraino non è che l’ultima derivazione.
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La Francia al bivio?
Considerazioni inattuali sulla riforma delle pensioni
di Il Lato Cattivo
In questo testo cercheremo di rispondere alla domanda: «dove va la Francia?», con particolare riferimento al progetto di riforma del sistema pensionistico (adottato lo scorso giovedì 16 marzo facendo ricorso all'articolo 49.3), e al movimento sociale che vi si oppone. Ci preme in particolare dire ciò che le analisi correnti che emanano direttamente dal movimento o dai suoi sostenitori non dicono, proponendo una visione a più ampio raggio. Per questo, prima di entrare nel merito, riteniamo opportuno fornire alcuni elementi di contesto generalmente poco conosciuti e poco discussi, che permettono a nostro avviso una migliore valutazione del significato e della posta in gioco nel conflitto, che vanno ben oltre la semplice questione dell'età pensionabile.
Partendo dalla grande crisi economica e finanziaria del 2008, e dal suo prolungamento europeo del 2010-2012, si suppone spesso che la risposta capitalistica nelle aree centrali dell'accumulazione sia stata ovunque più o meno la stessa. Restare a questo livello di generalità non conduce, nel migliore dei casi, che a enunciare mezze verità e luoghi comuni. In primo luogo, la considerazione che precede può valere al massimo per la politica economica praticata a livello statuale in seno all'eurozona, soprattutto a ridosso della cosiddetta crisi dei debiti sovrani (l'austerity etc.), e non senza importanti gradazioni a seconda dei paesi. In secondo luogo, non si può minimizzare l'importanza delle discontinuità introdotte su questo piano dal quantitative easing europeo nei suoi episodi principali (dalla presidenza Draghi alla BCE fino al Covid), che non ha evidentemente soppresso la coazione all'austerity ma l'ha innegabilmente alleggerita.
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La fine di internet
Il collasso sarà la nostra liberazione o la nostra rovina?
Alessandro Sbordoni intervista Geert Lovink
In questa intervista, ho parlato con Geert Lovink del suo ultimo saggio Extinction Internet, l’hauntologia di Mark Fisher, il ricordo di Bernard Stiegler, il movimento Extinction Rebellion e i fantasmi dell’accelerazionismo
Alessandro Sbordoni: Oggi il realismo digitale ci fa sentire come se un altro Internet non fosse più possibile. In un tuo saggio intitolato Extinction Internet affermi che Internet sta volgendo al termine e che è tempo per teorici, artisti, attivisti, designer e sviluppatori di immaginare cosa resta dopo la fine di Internet per come l’abbiamo conosciuto. Che cosa possiamo fare come utenti di Internet?
Geert Lovink: In una situazione come la nostra, descritta da forme culturali ed economiche di stagnazione e recessione, la rivoluzione delle generazioni più giovani non è molto verosimile. Oggi, la sottocultura non può svilupparsi in opposizione alla cultura dominante. Questa è la ragione fondamentale per cui ci troviamo in questa situazione. Per quanto riguarda Internet, abbiamo visto la concentrazione del potere, la centralizzazione e la monopolizzazione che proviene sia dallo Stato che dalle aziende. Eppure, così come per il cambiamento climatico, tutti gli allarmi sono caduti nel vuoto. Internet è oggi caratterizzato da una strana sintesi di dipendenza digitale e sorveglianza statale. Tutto questo crea la sensazione che non ci sia via d’uscita; non sappiamo dove andare. Nel frattempo, siamo ancora impantanati nelle paludi della piattaforma.
La verità è che la capacità dell’individuo di impersonare il cambiamento è scomparsa. Mentre le forme avanzate della stagnazione si sono dimostrate molto pericolose.
AS: Mi ritorna alla mente ciò che diceva Mark Fisher riguardo la scomparsa di quei presupposti che hanno reso possibile il modernismo nel XX secolo.
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