Karl Löwith e il Giappone: come la tecnica ha ucciso l'anima del Sol Levante
di Tiziano Tussi
Un piccolo testo-raccolta di saggi di Karl Lowith, poco più di cento pagine, ci rende un percorso filosofico e sociale, anche storico, molto significativo per comprendere il Giappone dopo il 1868, epoca Meiji, la piena restaurazione del potere imperiale sullo Shogunato che aveva avuto il controllo reale del Paese sino ad allora e ci permette di organizzare pensieri per l’oggi.
Il passaggio verso la modernità, indotto dalle navi da guerra statunitensi che hanno forzato i porti giapponesi, ha resistito sino a ora. Nella seconda parte di questo scritto vedremo come la raffinata differenza del Paese del Sol levante rispetto alla rozzezza dell’occidente si sia polverizzata avendo come definitiva conseguenza, anche se inconscia, la rottura e la scomparsa del Giappone moderno uscito dall’epoca Meiji a opera della tecnica, così come è capitato o sta capitando nel resto del mondo. La scomparsa della storia sotto l’aspetto etico.
Lowith è profugo in Giappone tra il 1936 e il 1941 in una tappa di un percorso di fuga per motivi razziali, che parte dalla Germania hitleriana. Negli scritti raccolti in questo volume si mette in relazione lo spirito profondo del Giappone con quello dei Paesi “occidentali”. Un senso profondo del nulla, del vuoto, del vacuo, rispetto alla rivendicazione di un percorso storico, più o meno preciso, che Lowith non tiene in considerazione come elemento di decifrazione della vita degli uomini. Meglio l’assenza e il nulla dal quale ogni cosa si può distendere – un elemento di memoria parmenidea all’opposto.
Per il pensiero occidentale iI potere del tempo che prevale ed esce dal e si dispone come una storia, come la storia, non convince il giapponese che si ferma a scrutare nel nulla, niente pretendendo, nulla aspettandosi, ma mettendosi come pronto a raccogliere le sue facoltà per scrutarne la profondità. Un sistema di vita basato sull’evanescente, sul delicato, sulla percezione sottile, di fronte alla rozzezza dell’occidente, ben si distingue, dimostrando una sottigliezza che tiene lontane queste due sponde, oriente e occidente.
Con sconfinamenti verso la Cina di allora, la Cina che ha dato al Giappone l’ideogrammatica misura linguistica. Gli ideogrammi cinesi fanno parte della scrittura giapponese, ne sono una parte. Il Giappone moderno, del dopo 1868, rimane in piedi, soprattutto nell’evidenza dell’amore patriottico dei giapponesi verso il proprio imperatore. L’amore sviscerato per lui e la sua famiglia toccherà, nel tempo, livelli altissimi, basti pensare a Yukio Mishima ed alla sua morte rituale, con l’harakiri, meglio definito come seppuku. Squarciamento dell’essere, operato da lui e su di lui da suoi seguaci. In quel rituale oltre allo squarciamento dell’essere, la zona del corpo un po’ più sotto l’ombelico, occorre tagliare di netto il collo. Esempio di un Giappone che piange per una modernizzazione che vuole cancellare il patriottismo verso l’imperatore. Un tentativo messo assieme dalla frangia di giovani contestatori nel secolo scorso che disprezzavano l’impalcatura statale post epoca Meij. Quel tentativo non ebbe fortuna. Ora, riandando a Lowith possiamo leggere a pagina 62 e 63 (edizione Rubbettino, 1995): “Che significa ora, però «occidentale», se il cosiddetto Occidente si nutre di tradizioni tanto diverse come il paganesimo greco e romano, il Cristianesimo latino e la tecnologia moderna? ...
L’irruzione industriale e tecnologica ha coinvolto quei mondi storici mutandoli radicalmente. Sicché, con l’ausilio di pochi, vecchi concetti, diventa sempre più difficile tracciare confini precisi tra queste due metà del mondo.” Anche se le differenze sociali permangono sotto il manto della modernità tecnologica, è questa, dopo alcuni decenni da quando Lowith scrisse queste parole, che ha decisamente la meglio. La radicalità della tecnologia ha fatto proprio del Giappone una patria conquistata e non in secondo ordine. La tecnologia, la rete, i computer, i social media, i robot, hanno decapitato le differenze tra settori e tra luoghi lontani nel mondo ed hanno ridotto le diversità tra umani a ben poca cosa. Anche nel Giappone dei samurai e dell’imperatore vincente sullo Shogun, anche nel Giappone (e a maggior ragione, in Cina) della modernità rivelata da un cambiamento epocale, epoca Meiji, si passa decisamente e velocemente dai contrasti con l’occidente a un riconoscimento di comportamenti tecnologici similari l’uno all’altro.
Su questo svolazzano anche guerre e comportamenti assolutamente incomprensibili per la cultura giapponese ed in genere con quella orientale, così come ormai anche con quella occidentale. Il mondo è preso da una rete di illogicità pianificata lontana da un orientamento etico di qualsiasi misura. Su tutto volteggiano i corvi della sperequazione finanziaria. Altro che temporalità dell’infinito, del vuoto o, all’opposto, della previsione di un lavoro produttivo, a seconda della lezione orientale od occidentale. La temporalità conta poco e tutto viene deciso dalla voglia di arricchirsi velocemente, verrebbe da dire, al di là della temporalità di aspettative future, nel futuro. Gli esempi possono essere molteplici, da quelli più alti – affari finanziari sempre più sincopati – sino alle ricadute sociali più disparate – basti pensare a come sono ora grati film, serie televisive, come sono costruite canzoni di musica leggera, come sono scritti libri di successo. Notizie che dirigono l’asse dei nostri comportamenti giornalieri che vengono continuamente rigurgitati dai mezzi di informazione che stanno perdendo la guerra con l’assoluta novità della rete e dell’informazione tramite la rete. Veloce e definitiva. Una delle considerazioni che di solito si fanno quando si vuole denigrare un potere statale è in riferimento al suo rapporto con la rete, cioè se la lascia persistere o se ne impedisce l’uso, la chiude, totalmente o a singhiozzo.
Appare perciò come un elemento di buona vita, la sua presenza in un paese, di democrazia o di mancanza di essa, se la rete non c’è. Altri fattori sono passati in secondo piano, fattori molto più vicini all’umano tradizionalmente. La fame, il buon vivere civile, l’educazione sociale, la possibilità di trovare lavoro (prova nei sia il continuo invocare un aiuto sempre più indispensabile e impressionante per popolazioni in troppe aree del globo, che non hanno più nulla, senza produzione di alcunché.)
Insomma, ciò che ha tenuto in piedi l’umanità pere secoli appare spazzato va dal cellulare e similari. Perciò anche il Giappone come elemento di diversità nel confronto del quadro occidente-oriente sta subendo sempre più una uniformità che non lo contraddistingue più, e neppure più di tanto. Basterebbe osservare il comportamento dell’ultimo governo in fatto di riarmo. Lowith scrive i suoi brevi saggi al più negli anni’60 del secolo scorso, partendo dagli anni’40. Ma queste riflessioni arrivano lontano, portano sino ad oggi.











































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