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Guerra ucraina: l'Europa deve riconsiderare i propri rischi

di Davide Malacaria

"Da oltre una generazione, un profondo inganno strategico si è radicato in tutta l'Europa occidentale: la convinzione che il continente e coloro che gravitano nella sua orbita istituzionale siano al di fuori della portata di rappresaglie significative...

La macelleria ucraina prosegue il suo corso e le armi prodotte in Occidente continuano a fluire verso Kiev colpendo obiettivi e personale russo sia in Ucraina che in Russia. Mosca finora ha accettato tale situazione limitandosi a colpire le armi e i mercenari inviati dall’Occidente nei confini ucraini. Ma ciò potrebbe cambiare, come ha avvertito, in via indiretta il ministro degli Esteri Sergej Lavrov al Forum diplomatico di Antalya. In un discorso nel quale ha accolto con favore la possibilità di un rinnovato round negoziale sul conflitto, ha anche lanciato un avvertimento: “Alcuni potrebbero definirci una ‘tigre di carta’. Sconsiglierei questo tipo di paragoni. Abbiamo pazienza, ma a un certo punto la pazienza si esaurisce. Per fortuna nessuno sa esattamente dove si trovi questa linea rossa”.

Questo il commento di Ashes of Pompeii pubblicato sul sito del Ron Paul Institute: “Da oltre una generazione, un profondo inganno strategico si è radicato in tutta l’Europa occidentale: la convinzione che il continente e coloro che gravitano nella sua orbita istituzionale siano al di fuori della portata di rappresaglie significative. Non si tratta semplicemente di fiducia nella deterrenza; è una convinzione più profonda e pericolosa di invulnerabilità intrinseca”.

“Il presupposto è che, a prescindere dalla provocazione, a prescindere dall’aggressione esportata oltre i confini europei, il proprio paese rimanga al sicuro, un luogo in cui la guerra è un’astrazione storica, non una possibilità concreta. È un sistema di convinzioni costruito non su una legge immutabile, ma su uno specifico momento storico che ora è potenzialmente in via di estinzione”.

“In parte, naturalmente, questo senso di immunità deriva dall’ombrello protettivo della NATO. L’America era l’egemone, militarmente molto più potente di qualsiasi altro paese al mondo. Ma non si può fare a meno di pensare che anche l’attuale contesto sociologico contribuisca a ciò: la sensazione di un diritto e di una superiorità individuale degli occidentali. Nessuno oserebbe colpire me! E, per estensione, il mio paese”.

“Questa percezione è stata rafforzata da uno schema ricorrente: gli interventi militari occidentali, dai Balcani negli anni ’90 alla Libia, alla Siria e allo Yemen nel XXI secolo, sono partiti dal territorio dell’Europa occidentale o con il supporto europeo, eppure le conseguenze sono ricadute esclusivamente su popolazioni lontane. Non c’è stata alcuna rappresaglia a Londra o Parigi per il bombardamento di Belgrado, il rovesciamento di Gheddafi o il sostegno delle fazioni [islamiste] a Damasco”.

“L’architettura del potere è apparsa asimmetrica e assoluta. La risposta molto limitata della Russia al flusso diretto di aiuti occidentali all’Ucraina […] non ha fatto altro che rafforzare questa convinzione di impunità. Che, mentre carri armati e missili attraversavano il continente per raggiungere il fronte, le fabbriche, i centri logistici, i centri di addestramento e i centri decisionali politici in Europa non venivano toccati. E, apparentemente, erano intoccabili”.

“Questo calcolo, tuttavia, potrebbe essere in fase di revisione. Due sviluppi paralleli stanno mettendo in discussione il nucleo dell’autocompiacimento strategico europeo. Il primo è un cambiamento della retorica russa, che segnala una potenziale espansione della portata geografica del conflitto. Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, ha affermato esplicitamente che le imprese europee che producono droni per le forze armate ucraine costituiscono obiettivi militari legittimi per le forze armate russe”.

“Non si tratta di vaghe minacce [come le solite sparate di Medvedev ndr.], bensì di un chiarimento dottrinale. Infatti, hanno fatto seguito azioni concrete: il ministero della Difesa russo ha reso pubblici i nomi e gli indirizzi degli impianti di produzione di droni collegati all’Ucraina in diversi paesi europei […]. Il messaggio è inequivocabile: la ‘retroguardia strategica’ non è più un concetto teorico, ma una coordinata geografica. L’avvertimento è che, trasformando il proprio territorio in un arsenale per un conflitto con una potenza nucleare, gli stati europei si assumono i rischi connessi”.

L’altro sviluppo è quanto accaduto nella guerra iraniana: “L’Iran sta dimostrando chiaramente la sua volontà di ritenere responsabili le nazioni ospitanti che hanno permesso” che si utilizzasse il proprio territorio per portare attacchi contro Teheran. Le conseguenze sono sotto gli occhi tutti.

“Per gli strateghi russi che in precedenza dubitavano della fattibilità o dell’opportunità di colpire il territorio della NATO, le azioni dell’Iran sono un precedente attuale e inequivocabile. La lezione per Mosca è chiara: se una potenza regionale come l’Iran può sferrare attacchi simili contro basi statunitensi negli Stati del Golfo, allora la Russia, con le sue capacità convenzionali e strategiche di gran lunga superiori, possiede sia i mezzi sia, in presenza di provocazioni sufficienti, la giustificazione per fare lo stesso contro obiettivi europei che sostengono le operazioni belliche ucraine. La logica è identica: un impianto che ospita la produzione di armi per un conflitto non è un sito neutrale; è un nodo della macchina bellica dell’avversario”.

“La convergenza di questi due filoni, le esplicite dichiarazioni russe sugli obiettivi da colpire e il modello di rappresaglia iraniano, crea una nuova e inquietante realtà strategica per l’Europa. La convinzione, a lungo radicata, dell’intoccabilità è sempre stata una condizione contingente, dipendente dalla moderazione dell’avversario e da uno specifico equilibrio di potere, in particolare dal fatto che la potenza americana era considerata senza pari”.

“Queste condizioni vengono ora attivamente smantellate. La pubblicazione degli indirizzi delle fabbriche non è una fuga di notizie; è un’operazione psicologica mirata all’opinione pubblica europea, che costringe a un confronto diretto con i potenziali costi delle politiche dei propri governi. Pone una domanda precisa: vale la pena, per un impegno ideologico o geopolitico nei confronti dell’Ucraina, rischiare la trasformazione di un tranquillo parco industriale della Baviera o di un centro di ricerca nell’East Anglia in un legittimo obiettivo militare?”

Il “nuovo atteggiamento russo, ispirato dall’esempio iraniano, suggerisce che le conseguenze potrebbero non essere più teoriche. Vengono tracciate mappe e sono oggetto di discussione in dichiarazioni ufficiali. L’era di rappresaglie inconcepibili sta finendo, non con un botto, ma con una serie di segnali deliberati e calibrati. L’Europa si trova di fronte a una scelta: continuare a operare partendo dal presupposto dell’invulnerabilità, oppure rivalutare radicalmente i rischi inerenti al suo ruolo di principale arsenale e base logistica per un conflitto prolungato con una grande potenza nucleare. La finestra di opportunità per una politica estera puramente astratta e priva di costi potrebbe chiudersi”.

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