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A Firenze, la lotta operaia della Gkn
di Silvia Giagnoni
Nelle vite dei 422 lavoratori della Gkn Driveline Firenze, c’è un prima e un dopo e lo spartiacque è la mattina del 9 luglio 2021. La giornata è di sole e alcuni hanno pensato di approfittarne per andare al mare, magari con la famiglia, visto che l’azienda ha messo tutti in permesso collettivo. “Un piccolo calo di lavoro”, la giustificazione; niente di anomalo, vista la crisi in cui versa da tempo il settore automobilistico. Lo stabilimento di via fratelli Cervi a Campi Bisenzio produce materiali (assi e semiassi) di alta qualità e soprattutto è situato in una posizione strategica per il suo principale cliente, Stellantis-FCA, la multinazionale di cui fanno parte Fiat Chrysler Automobiles e il francese PSA Group.
Intorno alle 10, la RSU riceve un’e-mail che annuncia la chiusura dello stabilimento: è un fulmine a ciel sereno. Parte subito il messaggio agli operai, e poi i vocali concitati: non chiamate, per favore. Ci troviamo davanti alla fabbrica!
Nel giro di pochi minuti decine di lavoratori accorrono in via fratelli Cervi. Dentro, gli uomini di Sicuritalia, tutti vestiti di nero, si mettono subito al telefono. Continua ad arrivare gente, ci sono anche amici, mogli, bambini. Poi, una trentina di operai solleva il cancello dalle guide, lo sposta, un centinaio di persone entrano. Arrivano i carabinieri, la Digos, la sicurezza se ne va. L’occupazione dello stabilimento della Gkn comincia prima che rintocchi il mezzogiorno. È assemblea permanente.
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Le regole sbagliate di un mondo che non c’è più
di Carlo Clericetti
Le norme europee sono sospese, ma le ipotesi di modifica non promettono bene. Il testo del mio intervento al seminario “Dopo le crisi – Dialoghi sul futuro dell’Europa”, promosso da Alessandro Somma e Edmondo Mostacci, che è poi diventato un libro per Rogas edizioni
Un fattore importante per il futuro dell’Europa è quello delle regole europee, che a causa della pandemia sono state sospese, ma prima o poi torneranno in vigore. Queste regole hanno fortemente condizionato le politiche economiche, tanto al livello dell’Unione che a quello dei singoli paesi, e un giudizio a posteriori sugli effetti che hanno avuto non può lasciare dubbi: si tratta in gran parte di regole sbagliate, in alcuni casi platealmente sbagliate. A questa conclusione siamo arrivati ormai da molti anni: attenzione, non da molti mesi: da molti anni. Eppure si continua ad applicarle, pur se con qualche attenuazione – la famosa “flessibilità” – che però non è minimamente sufficiente a correggere quelli che sono veri e propri errori di impostazione.
Già prima della crisi del Covid si parlava di una riforma, ed erano state elaborate varie proposte. Questa interruzione dovrebbe servire per raggiungere un accordo, in modo che quando si dichiarerà che la sospensione è terminata entri in vigore un “pacchetto” rinnovato. Secondo le più recenti dichiarazioni la sospensione continuerà per tutto il 2022 e finirà – secondo una dichiarazione del vice presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis – nel 2023. La data precisa resta indefinita (sarebbe ovviamente diverso se la decisione fosse presa a gennaio o a dicembre di quell’anno) e dipenderà probabilmente da quando si raggiungerà l’accordo sulle modifiche.
Prima però di esaminare di quali proposte si sta parlando è bene ricordare la logica che ha condotto a stabilire le attuali regole.
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Green pass e dintorni: le scelte della politica
di Andrea Zhok
La strategia che stiamo adottando nell’affrontare il Covid, fondata sulla “coercizione morbida” del Green Pass, è inaccettabile sul piano etico e irresponsabile su quello politico. Questo giudizio dipende da tre ordini di ragioni. In primo luogo ci troviamo nel mezzo di una campagna aggressivamente moralistica che ha lacerato il paese. Questa campagna è stata adottata come complemento alla “volontarietà” di sottoporsi alla vaccinazione. Il Green Pass è infatti un’operazione di persuasione obliqua, che si finge una misura per ridurre i contagi, ma che in effetti serve a spingere a vaccinarsi. Si tratta naturalmente di un segreto di Pulcinella.
Quando eminenti politici sostengono pubblicamente che i tamponi (di per sé la miglior garanzia di non essere contagiosi) devono essere nasali e onerosi, perché altrimenti la gente non si vaccinerebbe, non c’è molto da aggiungere. Questo carattere finzionale del Green Pass, giustificato con motivazioni diverse da quelle reali, è una sorta di peccato originale.
Da questa doppiezza discende una tendenza alla distorsione e un avvelenamento generale del discorso pubblico, dove esperti e giornalisti si sentono legittimati ad esercitare forme di “terrorismo psicologico”, mentre uomini di scienza si sentono parimenti giustificati a esprimersi come tifosi e moralisti, omettendo o distorcendo tutto ciò che ritengono utile omettere o distorcere. Quest’operazione di manipolazione si ritiene giustificata in quanto sarebbe fatta “a fin di bene”, laddove il “bene” sarebbe il perseguimento di una vaccinazione universale.
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Padri, figlie e fratelli (d’Italia)
Note sull’autobiografia di Giorgia Meloni
di Franco «Bifo» Berardi
Questo libro mi ha rovinato l’estate. Forse l’estate si era già rovinata da sé, tra caldo intollerabile per settimane, l’angoscia dell’aeroporto di Kabul, lo stillicidio di dati sul COVID19 che non passa, e la scoperta che le due dosi di AstraZeneca che avrebbero dovuto darmi una certa tranquillità non rassicurano affatto, e infatti l’Occidente ricco si sta procurando la terza, la quarta e la quinta dose mentre nel Sud del mondo i vaccinati sono l’1 o il 2 per cento. Ma questo libro ha dato il colpo di grazia alla mia estate perché leggendolo mi rendevo conto che nel futuro prossimo del paese c’è, sicuro come le piogge d’autunno (ma ci saranno ancora le piogge il prossimo autunno?), un ritorno del fascismo.
Fascismo in verità non è la parola giusta. Si usa questa parola per definire una tradizione che discende dall’umiliazione per la vittoria mutilata e dalla truculenza di Benito Mussolini, dalle squadre che andavano a picchiare i braccianti in sciopero, dall’assassinio di Matteotti e di migliaia di sindacalisti e intellettuali tra il 1919 e il 1945. Poi continua attraverso la repubblica sociale, il Movimento sociale di Almirante, l’Alleanza nazionale di Gianfranco Fini eccetera. Il fascismo novecentesco fu un fenomeno barocco, meridionale, padronale e giovanile: violenza, spettacolo, vittimismo e baldanzosa aggressività di colonialisti alla conquista delle terre africane. Siamo ancora lì oppure qualcosa è mutato in modo radicale?
Cerchiamo di capirlo leggendo questo libro che si chiama Io sono Giorgia.
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Crisi pandemica e intellettuali, tra ristrutturazione e disgregazione capitalistica
di Sirio Zolea
Con la pandemia di Covid-19, assistiamo a una crisi profonda che ha investito tutto il mondo globalizzato, sconvolgendone e riscrivendone in vario modo l’economia, la politica, i costumi. Al tempo stesso, anche la capacità di lettura della realtà da parte del ceto intellettuale si è trovata di fronte a grandi sfide, in un momento storico in cui, purtroppo, la mediocrità e il conformismo già avevano in massima parte conquistato i cuori e le menti del vertice culturale del Paese. In effetti, si sono viste ben poche riflessioni serie sulla fase che stiamo vivendo, con l’attenzione sempre catturata dalle problematiche contingenti di volta in volta più pompate dai media e gli intellettuali nel migliore dei casi (anche comprensibilmente) disorientati e nel peggiore ridotti al rango di acquiescenti giullari di corte. Eventi come grandi guerre e grandi epidemie contribuiscono a pari titolo a determinare il corso della storia umana, come un’opera di grande spessore come Armi, acciaio e malattie è lì a rammentarci. Con ogni probabilità, gli storici del futuro studieranno questo convulso momento e cercheranno di raccapezzarcisi, distinguendone gli elementi di contraddizione principali da quelli secondari. Per una valutazione storica fredda ed esauriente, ci si dovrà rassegnare allo sguardo retrospettivo che potrà permettersi l’umanità (speriamo, prospera e felice!) tra qualche generazione. Ma questo non ci impedisce di cercare sin d’ora alcuni spunti che aiutino a gettare qualche sprazzo di luce e di comprensione sul cammino oscuro del mondo occidentale ai tempi del Covid.
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Afghanistan: come non lasciare un bel ricordo
di Piero Pagliani
Secondo i media e i commentatori mainstream, l'evacuazione degli Stati Uniti dall'Afghanistan è stato un orrendo errore. Ma c'è poco da obiettare alla risposta di Biden: “Those who say that 2 or 5 more years will bring us victory are lying to you”. Un'affermazione piena di saggezza che, confesso, mi ha sorpreso in una persona come Biden a cui io non ho mai dato molto credito, anzi. In venti anni non abbiamo vinto, ma perso terreno. Pensate proprio che in ventidue potremmo vincere? Questo è il (buon) senso dell'inquilino della Casa Bianca.
La cosa a prima vista più stupefacente, fateci caso, è che se un presidente degli Stati Uniti fa un'affermazione sensata, i media e i commentatori occidentali vengono presi dall'isteria. Tanto che la vice Khamala Harris si è data alla fuga, al mutismo metodico: pensa alla sua carriera, quindi non vuole essere coinvolta in queste polemiche in cui si scatenano fissazioni di ogni tipo. Così ha deciso di lasciare da solo il suo capo nella bufera. Io non ci sono per nessuno. Non m'importa se qui, nel bene o nel male, si sta facendo la Storia del mio Paese. Io non esisto. Notevole per una vice presidente.
In realtà la decisione non è stata del quasi ottuagenario signor Joe Biden, ma del “Biden collettivo”, cioè quell'insieme di forze e di interessi che nel corso del tempo fanno la politica degli USA, che ha preso il testimone dal Trump collettivo che a sua volta lo aveva ricevuto dall'Obama collettivo. Tale è la storia della decisione di ritirarsi dall'Afghanistan. Storia dimenticata da commentatori e commentatrici che vivono nel mondo di Papalla.
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Roma: l’attacco del profitto al trasporto pubblico non è finito
di coniarerivolta
Quasi tre anni fa, nel novembre 2018, i cittadini romani vennero chiamati a esprimersi tramite referendum sulla possibile liberalizzazione e privatizzazione dell’azienda del trasporto pubblico locale Atac. Con un’affluenza molto bassa il referendum consultivo non ottenne l’effetto politico voluto dai suoi promotori, ma la spinta liberista che lo aveva animato è viva e vegeta e segnerà, con ogni probabilità, le scelte di politica del trasporto pubblico romano nei prossimi mesi. Da molti anni le politiche di affidamento alla logica del mercato dei servizi pubblici sono divenute un pezzo costitutivo della politica economica di impronta neoliberista. Sotto la scorta della retorica del pubblico inefficiente e delle imprese pubbliche carrozzone indebitate fino al collo, in numerosi ambiti dell’economia si è avanzato a tappe forzate verso forme di parziale o totale privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione. Dopo aver scientemente sottofinanziato le aziende pubbliche non consentendone una gestione all’altezza dei bisogni dei cittadini e costringendole ad un’elevata esposizione debitoria, si sono potute facilmente montare campagne mediatiche sull’inefficienza delle gestioni pubbliche in quanto tali e la conseguente necessità dell’intervento benefico dei privati.
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La versione del Dragone: oltre la “fine della storia”
di Francesco Giuseppe Laureti
Un ammonimento inequivocabile giunge forte e chiaro dalle celebrazioni del Centenario del Partito comunista cinese e, qualora l’Occidente non vi avesse prestato sufficiente attenzione, dovrebbe porre rimedio alla propria distrazione. Mentre il panorama politico e geopolitico internazionale non lascia dubbi sull’intensificarsi della competizione globale tra “aquila a stelle e strisce” e “dragone rosso”, il discorso pronunciato il primo luglio 2021 dal Segretario del PCC e Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping ha sciolto più di qualche interrogativo avanzato dagli esperti di relazioni internazionali. Sarà la sua allocuzione a fungere da filo conduttore dell’analisi che segue e che toccherà tematiche di natura storico-politica, economica e culturale sollevate dal Presidente cinese, che per l’occasione indossava la tipica divisa di Mao Zedong.
Alle radici del risveglio dell’orgoglio nazionale
Non si può comprendere il nuovo corso della politica estera cinese senza la consapevolezza di quanto il “secolo della vergogna” e l’imperialismo europeo – che nella versione occidentale corrisponde a un periodo di prepotente sviluppo economico e tecnico-scientifico – rappresentino una ferita aperta nella memoria collettiva della Cina. A grandi linee è lo stesso Xi Xinping a ripercorrere la tremenda pagina storica:
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Legge economica e lotta di classe*
I limiti dell’economia di Mattick
di Ron Rothbart
Introduzione redazionale
Sottraiamo all’oblio e proponiamo ai nostri lettori quest’articolo redatto una quarantina d'anni fa, e in apparenza slegato dalla più immediata attualità, per tre motivi essenziali:
♦ esso testimonia di un confronto fra posizioni che potremmo definire «operaiste» – la cui elaborazione e diffusione fu, nel contesto degli anni 1960-’70, ben più ampia del solo, e tanto celebrato operaismo italiano – e posizioni «ortodosse», lasciate in eredità da una parte delle Sinistre comuniste storiche, in merito alla dinamica dell’accumulazione del capitale e del ruolo che la lotta di classe svolge al suo interno;
♦ esso suggerisce non già la squalifica senza appello delle tesi operaiste in senso lato, accomunate dal postulato (implicito o esplicito) del salario come «variabile indipendente» e direttamente politica, ma la presa in conto della lotta salariale come lotta intorno al saggio di sfruttamento, e dunque come fattore che concorre in permanenza alla determinazione del saggio di profitto reale (è questa, a nostro avviso, la maniera corretta di impostare il problema);
♦ infine, esso evoca la questione, ancora oggi tutta da esplorare, del legame tra inflazione e rivendicazioni salariali.
In effetti, non solo il quasi-pieno impiego, ma anche l’inflazione galoppante – che, erodendo di volta in volta le conquiste salariali, rilanciava le rivendicazioni – si inscrive nella combinazione irripetibile che contraddistinse quel ciclo di accumulazione e di lotte che, nei paesi più industrializzati, raggiunse quasi ovunque il suo picco fra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70.
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Moneta Fiscale: i temi essenziali
di Marco Cattaneo
Il concetto di Moneta Fiscale
Si definisce Moneta Fiscale qualsiasi titolo o attività che possa essere utilizzato dal detentore per compensare obbligazioni finanziarie (di natura fiscale o di qualsiasi altro genere) dovute al settore pubblico. È in altri termini un titolo che dà diritto a uno sconto fiscale, e può essere scambiato ricevendo beni, servizi o un corrispettivo finanziario da soggetti che lo accettino su base volontaria. Il settore pubblico nazionale si impegna da parte sua ad accettarlo in compensazione (come sopra definita) ma non, in nessun modo, ad effettuare pagamenti in cash.
Deficit e debito pubblico non impoveriscono l’economia nazionale
Per comprendere la logica del progetto Moneta Fiscale è necessario sgombrare il campo da alcune affermazioni insensate che purtroppo ancora orientano (anche se per fortuna meno che in passato) il dibattito economico, nel nostro paese e altrove.
In particolare, si sente tuttora dire che il deficit e il debito del settore pubblico costituiscono gravami per l’economia di un paese.
L’affermazione è sbagliata, e la ragione fondamentale è che il deficit del settore pubblico è l’eccesso della spesa del settore pubblico medesimo, rispetto al prelievo fiscale. Questo eccesso di spesa, per evidenti ragioni contabili, si tramuta in un saldo positivo a disposizione del settore privato. Se il pubblico spende più di quanto tassa, il privato riceve più di quanto paga: incrementa, quindi, i suoi redditi e i suoi risparmi.
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Argentina in pandemia...
di Angelo Zaccaria
Riceviamo e pubblichiamo volentieri il seguente articolo inviatoci da Angelo Zaccaria che ci aggiorna nuovamente sulla situazione in Argentina tra pandemia e fase elettorale, dopo il suo precedente contributo del 2019.
Ma le lotte politiche e sociali non le ferma nemmeno il Covid 19, e neppure la “sindrome del governo amico”.
Questo ultimo viaggio in Argentina, quasi 4 mesi fra fine Gennaio e fine Maggio di questo anno 2021 , è stato certamente diverso da tutti gli altri, per le ragioni personali che lo hanno determinato ed accompagnato, per la mini-odissea burocratico-sanitaria che lo ha quindi reso possibile, per il fatto stesso di essere avvenuto mentre l’emisfero nord ed anche quello sud, Argentina inclusa, erano immersi e si dibattevano nella vicenda della nota pandemia da Covid 19.
Per dare un minimo di schema al racconto di questa permanenza a Buenos Aires, procederò per punti.
La piazza a volte rallenta ma non si ferma mai
Nel corso del mese di Febbraio non ci sono state mobilitazioni particolarmente significative. Paradossalmente infatti il primo concentramento di rilievo al quale partecipo, anzi per essere più preciso assisto, avviene il 27 Febbraio in Plaza de Mayo, ed è convocato dalla opposizione di destra. I temi sono quelli soliti della corruzione dei governi peronisti passati e presenti, e le critiche alla gestione attuale della pandemia. In realtà tutto quanto ormai accade nel paese, è influenzato dal prossimo appuntamento elettorale di rilievo, che sono le elezioni parlamentari parziali previste per fine anno.
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Ancora sulla maledizione pandemica che ha colpito la sinistra di classe (I)
di Nicola Casale
Nei precedenti Appunti (https://sinistrainrete.info/societa/21035-nicola-casale-appunti-e-spunti-di-riflessione-sulla-maledizione-pandemica.html) sono state esaminate criticamente alcune posizioni che caratterizzano la postura di gran parte della sinistra di classe dinanzi alla pandemia, alla sua gestione politico-sanitaria, e all’emergere di proteste contro quest’ultima. Lo scopo non era tanto di prendere le distanze dalla sua deriva, quanto di indagare lo stato oggettivo dei rapporti di classe, di cui quelle posture sono solo un riflesso, e, insieme, lo stato del rapporto sociale di capitale nel suo complesso, ciò che è decisivo per cercare di contribuire alla nascita di una nuova sinistra di classe, all’altezza, appunto, dello stato di entrambi, rapporto di capitale e antagonismo di classe.
In seguito alle sollecitazioni e osservazioni ricevute da lettori dei primi appunti si è deciso di estendere gli argomenti trattati affrontando almeno due altre questioni che si sono rivelate importanti nelle argomentazioni di molta sinistra di classe, e che lo sono anche per l’indagine più generale. Una questione sarà trattata in questa sede, l’altra in un prossimo articolo. Entrambi sono anche il frutto di un confronto e di suggerimenti da parte di altri compagni che ne hanno discusso prima della pubblicazione.
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Contro l’islamofobia, arma di guerra – I. L’industria dell’islamofobia
di Il Pungolo Rosso
La macchina dell’islamofobia ha riacceso i motori.
Dopo la bruciante sconfitta patita in Afghanistan dagli Stati Uniti e dalla Nato, era scontato. E il ventesimo anniversario dell’11 settembre è l’occasione d’oro per una ripartenza alla grande, chiamata a nutrire i propositi di rivincita.
A reti unificate tv, giornali e social presentano i talebani e gli attentatori suicidi dell’11 settembre come il prototipo di tutti gli “islamici”. E attraverso questa mossa propagandistica le popolazioni dei paesi a tradizione islamica vengono additate nella loro totalità come i nostri irriducibili nemici – a meno che non prendano apertamente posizione a favore dei “nostri valori” (di borsa), e pieghino la schiena davanti alla pretesa occidentale di dominare e spogliare il mondo “islamico” per diritto divino. Il “diritto” acquisito con il colonialismo storico.
L’islamofobia è un’arma di guerra: verso l’esterno, e all’interno delle “nostre” società. E per tale va denunciata e combattuta.
Un’arma per legittimare la guerra infinita che la gang degli stati imperialisti occidentali, l’Italia intruppata in essi, ha scatenato (da secoli) contro il mondo arabo e islamico per finalità che nulla hanno a che vedere con la civiltà, la democrazia, la libertà delle donne, e che non finirà certo con l’ingloriosa cacciata dall’Afghanistan. In questa guerra i poteri coloniali sono sempre riusciti – accade ora più che mai – a trovare collaborazione nelle classi proprietarie e negli strati privilegiati dei paesi arabi e islamici per torchiare a sangue, con il loro aiuto, i malcapitati contadini, minatori, braccianti, operai, diseredati, senza il minimo riguardo per la loro esistenza, tanto più se donne. E, in caso di loro ribellioni, sollevazioni o tentativi rivoluzionari, per usare il pugno di ferro per schiacciarli, o l’accerchiamento per soffocarli.
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Cultura della sorveglianza
di Gioacchino Toni
Pensare alla cultura della sorveglianza contemporanea facendo riferimento all’immaginario della distopia orwelliana rischia di far perdere di vista quanto sta accadendo nella realtà. Se ultimamente si guarda con preoccupazione all’incremento del livello di controllo sugli individui e sulla collettività dispiegato dagli apparati statali, decisamente meno allarme sembra destare quanto in termini di sorveglianza e indirizzo individuale e sociale l’ambito economico sta già, e da tempo, mettendo in atto. È stato detto che il ricorso alla digitalizzazione dell’esperienza umana a scopo di profitto ha potuto prosperare grazie a una certa propensione alla “servitù volontaria” che gli individui sembrano scambiare volentieri con qualche “servizio” offerto dal web o qualche piattaforma social attraverso cui supplire a una sempre più marcata carenza di rapporti sociali e di azione fuori dagli schermi, ma tale propensione più che riconducibile alle debolezze umane sembra piuttosto essere il risultato di alcune importanti trasformazioni – non solo tecnologiche – che hanno segnato gli ultimi decenni.
Se la digitalizzazione di numerosi servizi ha praticamente imposto il costante ricorso a Internet – tanto da discriminare nettamente la componente più anziana della popolazione, meno capace di ricorrere alla tecnologia digitale, e quella più svantaggiata economicamente, inevitabilmente meno dotata delle risorse necessarie – non di meno è oggettivamente difficile sottrarsi da quelle piattaforme digitali che sembrano offrire gratuitamente una sensazione di partecipazione, di relazione sociale, di identità e di protagonismo, tanto che vi viene fatto ricorso anche per protestare contro quel controllo sociale a cui si sta contribuendo immettendo dati in rete.
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Ostaggi in Assurdistan, ovvero: il lasciapassare e noi / Seconda puntata
di Wu Ming
La prima puntata a questo link
6. Voci contro il lasciapassare e l’Emergenza
Non ci sono più gli shitstorm di una volta
La prima puntata di questa miniserie ha avuto molti riscontri. E stata discussa, citata e utilizzata come base per ulteriori riflessioni. È anche servita a molte persone per rintuzzare gli scomposti attacchi ad Alessandro Barbero – ne parliamo tra poco – e dimostrare che ci sono ottime ragioni per criticare la politica del lasciapassare sanitario.
Negli ultimi giorni si sono alzate nuove voci critiche, non solo sul lasciapassare ma, retrospettivamente, sull’intera gestione dell’emergenza pandemica. Voci provenienti dall’anticapitalismo, o quantomeno da ciò che resta di una sinistra che si oppone alle logiche neoliberali. In appendice a quest’articolo troverete una rassegna di quelli che ci sono parsi gli interventi più utili.
La sensazione è che ormai l’accerchiamento sia rotto. Come già detto, siamo sempre in minoranza. Lo siamo eccome, se non a pensare certe cose – l’insofferenza è sempre più vasta –, quantomeno a cercare di esprimerle in modo articolato. Ma è lontano il tetro 2020, quando a noi tre e alla nostra community sembrava di essere Pike, Dutch e i fratelli Gorch nell’ultima, disperata camminata. Andavamo allo scontro così, con l’unico obiettivo di lasciare una testimonianza, le prove che qualcuno aveva detto qualcosa di diverso.
Nel 2020 e per buona parte del 2021 criticare l’Emergenza o anche solo un singolo provvedimento era garanzia di scomunica, amicizie rotte, isolamento, linciaggio via social e cavalloni di ingiurie su cui toccava manovrare l’asse da surf tipo Un mercoledì da leoni. Tutto questo c’è ancora, ma non ha più quella forza.
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Economia delle piattaforme e uberizzazione del lavoro
di Bollettino Culturale
Negli ultimi cinquant'anni abbiamo assistito alla devastazione delle forme tradizionali di lavoro. Non c'è dubbio che la forma del lavoro salariato, sotto il modello taylorista-fordista, caratteristico del XX secolo, contenesse sfruttamento, alienazione e costrizione. Tuttavia, era stato forgiato e regolato da innumerevoli lotte portate avanti da coloro che lavoravano per sopravvivere, fin dalla Rivoluzione Industriale. La crisi dell'accumulazione di capitale, iniziata negli anni '70, è stata momentaneamente superata da una serie di ristrutturazioni produttive che sono state chiamate postfordismo, toyotismo o accumulazione flessibile. Dalla crisi del 2009, il modello che si è diffuso in tutto il mondo è stato l'economia delle piattaforme e il lavoro uberizzato, usate per il superamento della crisi dell'accumulazione. Questi due elementi possono essere studiati molto bene nel settore dei servizi, a causa dell'intensificarsi della flessibilità, della precarietà, dell'informalità e dell'ideologia dell’autoimprenditorialità.
La discussione sulla flessibilità deve considerare il processo di ristrutturazione produttiva, basato sull'incorporazione di nuove tecnologie basate sulla “microelettronica e connettività di rete al sistema produttivo”, nonché nuove modalità di organizzazione, gestione e controllo del lavoro. Ciò implica un intenso aumento dell'uso delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT) nell'organizzazione del lavoro, con il risultato di lavoratori sempre più sfruttati, isolati e sempre più precari.
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La vittoria dei Talebani in Afghanistan va considerata come un processo di “liberazione nazionale”?
di Redazione
Il sociologo italiano Pino Arlacchi, già vicesegretario dell’ONU, dispone di una esperienza di oltre 25 anni proprio in Afghanistan. Si tratta di una delle poche voci fuori dal coro sulla stampa europea e ha invitato “a informarsi sull’ Afghanistan evitando di leggere i maggiori quotidiani italiani”. L’Afghanistan – spiega – “sembra essere stato vittima di una invasione di mostri pervenuti dallo spazio e dotati di poteri sconfinati. Mostri che sono riusciti a far scappare da Kabul, terrorizzate, le forze del bene. Mostri assetati di vendetta e di sangue, soprattutto femminile, e che si apprestano a far diventare l’Afghanistan il santuario del narcotraffico e del terrorismo mondiale”. Questa immagine caricaturale del paese appena abbandonato dagli USA emerge scandalosamente anche dal servizio pubblico radiotelevisivo svizzero che sembra fare da grancassa alla propaganda del presidente USA Joe Biden.
L’Afganistan non è Kabul
Arlacchi dà una lettura molto diversa di quanto accaduto nel paese asiatico: siamo di fronte, secondo lui, allo “sbocco finale di due guerre. Una guerra civile tra i talebani ed i loro avversari iniziata quasi trent’anni fa, ed una guerra di liberazione contro una potenza occupante iniziata venti anni fa esatti.
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Siamo sicuri che l’attuale strategia anti-Covid sia quella giusta?
di Pino Cabras
L’Italia ha appena lo 0,75% della popolazione mondiale, ma crede fortemente che anche per il rimanente 99,25% dell’umanità la questione covid sia affrontata negli stessi modi, con le stesse parole d’ordine e con le stesse pandemistar a dominare gli schermi. Fuori dalla Bolla Italia esiste invece una realtà diversa, un mondo “Burioni Free” che ha sì cambiato la propria profilassi, ma fa meno drammi e fa stare meglio la gente.
Vi propongo alcune riflessioni in merito all’attuale situazione della crisi Covid che nascono dal confronto con alcuni analisti politici e con molti significativi dati ormai a nostra disposizione. Quella che chiamo Bolla Italia è una sorta di “bolla locale” che chiude in un universo separato e provinciale le azioni delle istituzioni e dei partiti, l’impaginazione degli organi di informazione, il modo di leggere le statistiche, la polarizzazione estrema dei rapporti fra le persone dentro le comunità, l’organizzazione dei viaggi e del lavoro sotto una cappa di regole di confinamento in continua evoluzione. Nel giro di breve tempo si è formata una casta di “intellettuali organici della pandemia” a servizio permanente ed effettivo di una sola narrazione legittimata, organica a un blocco d’interessi, che ragiona nei confronti delle narrazioni diverse con la stessa logica confessionale della “scomunica”. I social network, i cui principali azionisti sono gli stessi delle banche e delle case farmaceutiche, sigillano in modo sempre più occhiuto le parole e i pensieri consentiti.
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La Transizione come variante
di Sergio Bellucci
Relazione introduttiva al convegno La Transizione come Variante: Pandemia, Conflitti, Partito nella Società Digitale Globale, Frattocchie, 3/4 settembre 2021
Ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi.
Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fina alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano.
Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.
L’impressione che si ricava da questo intreccio è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.
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L’indipendenza di classe e i suoi avversari, oggi come ieri
di Rostrum
K. Marx-F. Engels – Indirizzo del Comitato centrale alla Lega del marzo 1850, scaricabile in formato PDF a questo link
Nel mettere a disposizione dei nostri lettori la trascrizione completa dell’importante testo di Marx ed Engels Indirizzo del Comitato centrale alla Lega del marzo 1850, vorremmo sottoporre una modesta riflessione sui numerosi temi da esso affrontati; sforzandoci di mettere nel giusto rilievo gli insegnamenti più pertinenti alle battaglie che il movimento operaio internazionale si trova ad affrontare anche nella fase attuale e cercando di contestualizzare le preziose assunzioni che afferiscono all’epoca specifica nella quale il testo fu elaborato.
Uno dei temi principali della circolare del Comitato centrale della Lega dei comunisti, indirizzata da Londra ai membri della Lega che operavano in Germania, è la valutazione della natura sociale del processo rivoluzionario che si riteneva imminente sia nei paesi tedeschi che, più in generale, nel continente.
Su questo tema, l’Indirizzo del 1850 non si discosta molto dall’impostazione già espressa ad esempio da Engels nel 1845 nel suo Principi del comunismo, o dal Manifesto del 1847, ma, come vedremo, sulla base delle esperienze maturate in seguito ai movimenti rivoluzionari del 1848-49, approfondisce il quadro, definisce maggiormente i rapporti fra le classi in Germania e tratteggia con maggiore precisione le tappe della “rivoluzione in permanenza”.
Una fondamentale acquisizione nell’Indirizzo è il ripiegamento della grande borghesia liberale nel campo della reazione, il suo definitivo – alla scala storica – compromesso con le forze feudali nel timore delle sempre più assertive istanze del proletariato.
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Dall’era della certificazione verde: Dialogo tra un Credente e uno Scettico
di Andrea Zhok
C) Ciao, ho visto che hai sottoscritto un documento di protesta contro il Green Pass e, confesso che la cosa mi ha sorpreso. Cosa c’è che ti sembra così sbagliato nella gestione della pandemia? Cosa temi?
S) Credo che la gestione della pandemia da parte dei vari governi italiani sia sempre stata discutibile. All’inizio scusabile con la sorpresa e l’impreparazione, per divenire progressivamente, con l’accumularsi di crescenti manchevolezze, sempre meno tollerabile, fino al punto terminale dell’adozione del Green Pass, che ribadisce tutti gli errori fatti prima, li santifica e si avvia ad esiti potenzialmente catastrofici.
In concreto, credo che con la campagna vaccinale recente si siano creati i presupposti per ottenere il peggiore degli scenari possibili.
In primo luogo, con l’uso a tappeto di vaccini ‘imperfetti’ (leaky) stiamo creando condizioni propizie all’imporsi di varianti vaccino-resistenti, sempre più aggressive.[1] Per quanto, trattandosi di processi stocastici, nessuno possa dare certezze, la strategia che abbiamo adottato è per i virus qualcosa di analogo a ciò che si raccomanda di non fare con gli antibiotici per non creare antibiotico-resistenze. In quel caso si raccomanda di non somministrarli a chi non ne ha bisogno e soprattutto, nel caso in cui lo si faccia, di concludere il ciclo antibiotico fino ad aver debellato i bacilli, perché lasciarne una parte attivi creerebbe le condizioni per l’emergere di ceppi resistenti.[2]
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Cingolani e il nucleare: la risposta (non del tutto) giusta a una domanda sbagliata
di Angelo Piga
Negli ultimi giorni, la scuola di formazione politica di Italia Viva ha fornito spunti per due grosse polemiche: una riguarda la convenienza, per i suoi giovani partecipanti in rampa di lancio nella politica-pop renziana, di ostentare il Rolex; l’altra segue le dichiarazioni del ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani sull’ambientalismo e sull’opportunità di riutilizzare l’energia nucleare (l’intervento completo può essere visto sul canale YouTube di Renzi). Sono affermazioni che vanno prese molto sul serio:
“Il mondo è pieno di ambientalisti radical chic ed è pieno di ambientalisti oltranzisti, ideologici: loro sono peggio della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati, se non facciamo qualcosa di sensato. Sono parte del problema, spero che rimaniate aperti a un confronto non ideologico, che guardiate i numeri. Se non guardate i numeri rischiate di farvi male come mai successo in precedenza.”
Poi sul nucleare:
“si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante. Ci sono Paesi che stanno investendo su questa tecnologia, non è matura, ma è prossima a essere matura.”
“Io voglio energia sicura, a basso costo e senza scorie radioattive. Se è nucleare di quarta generazione diventa semantica. È vietato nell’interesse del futuro dei nostri figli ideologizzare qualsiasi tipo di tecnologia. Quando avremo i numeri decideremo”
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“L’essenza, per le fondamenta”
Alessandro Testa intervista Alessandro Volponi
Alessandro Volponi, laureato in filosofia e giurisprudenza, ha insegnato per qualche decennio storia e filosofia nel liceo classico di Fermo; durante gli anni ‘70, militando nel P.C.I., ha ricoperto ruoli istituzionali come consigliere e assessore comunale e in seguito, negli anni ‘90, consigliere e assessore provinciale con Rifondazione. Collabora con diverse riviste, tra cui “Cumpanis”, nonché con l’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione. È membro del direttivo della sezione provinciale dell’A.N.P.I.
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Le teorie degli economisti classici, “eretici” e marxisti, al di là delle inevitabili e ben conosciute differenze, manifestano talora inaspettati e sorprendenti punti di convergenza; potresti dirci cosa ne pensi?
Se c’è un “eretico” divenuto nel tempo un classico, quello è certamente John Maynard Keynes, protagonista inconsapevole del più straordinario caso di convergenza tra economisti dal background così diverso quale quello dell’accademico inglese e quello di Michal Kalecki.
Lord Keynes rifiuta persino di leggere Marx, malgrado l’insistenza dell’amico Sraffa, arriva a rivalutare Malthus per affermare la centralità del problema della domanda effettiva, scopre delle verità contro-intuitive come il fatto che è falso che la flessibilità dei salari renda impossibile la disoccupazione e finalmente sconcerta il mondo proponendo il deficit di bilancio come rimedio alla crisi; Kalecki, scrivendo in polacco tre anni prima della Teoria generale e poi ancora un anno prima, formula nel modo più preciso ed essenziale i temi sostanziali della “rivoluzione keynesiana”.
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Crisi permanente
L’azione regressiva della tecnologia nell’era post-pandemica
di Onofrio Romano
La tecnologia è un acceleratore. Consente di fare le cose più velocemente e più efficacemente. Dinamizza i processi sociali. La società avanza più rapidamente, passando da stadi meno evoluti a stadi più complessi. Questo effetto, che intuitivamente associamo alla tecnologia, va problematizzato. La vicenda che nel nostro tempo occupa a livello globale il centro della scena ce ne dà buon saggio. La “tecnologia vaccinale” ci sta consentendo di uscire velocemente dalla pandemia. Se nel recente passato la messa a punto dei rimedi vaccinali contro i virus più disparati ha richiesto in media dodici anni, questa volta, grazie ad uno sforzo straordinario e concentrico, abbiamo impiegato meno di un anno per produrre un esteso e variegato menù di antidoti al male. È un risultato straordinario che testimonia dell’elevato grado di avanzamento delle nostre società. Si fosse presentato solo un secolo fa, lo stesso virus avrebbe probabilmente mietuto un numero di vittime ben più alto e soprattutto sarebbe durato molti anni. Indubbiamente, siamo stati veloci. Il problema è capire: veloci rispetto a quale destinazione, a quale traguardo? Lo siamo stati sicuramente rispetto alla soluzione del problema specifico, dando ad esso una replica istantanea e diretta: l’antidoto al virus. Ma se guardiamo le cose da un’altra altezza, la scena cambia. Scopriamo che la tecnologia può anche giocare un ruolo regressivo, diventando – come, a nostro avviso, in questo caso – un fattore di rallentamento della società. Il vaccino ne ha bloccato l’evoluzione verso un assetto più avanzato.
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Lettera dagli “Studenti contro il Green pass”
Condivido, in tutti i sensi, la lettera inviata ai parlamentari dagli “Studenti contro il Green pass”. La considero molto ben argomentata e utile ad approfondire un dibattito che altrove (nei media, in parlamento, nelle formazioni sociali) è degenerato nella banale semplificazione e nella sciatta demonizzazione. L’appello degli studenti più avvertiti ci aiuta a inquadrare il problema della gestione della sindemia e delle sue incombenti drammatiche ripercussioni sulla vita democratica del nostro Paese. [Pino Cabras]
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Onorevoli parlamentari,
Siamo un numeroso gruppo di studenti universitari creatosi in seguito all’estensione del Green Pass alle università, ci trovate sulle piattaforme col nome di “Studenti contro il Green Pass”.
Come sapete, il 6 settembre si discuterà la conversione in legge del decreto legge n. 105/2021, concernente la certificazione Covid-19 in merito alla sua estensione ai luoghi della cultura, dello svago, della ristorazione, e, nel prossimo futuro, del decreto legge n.111/2021 riguardante l’estensione alle scuole, alle università e ai trasporti a lunga percorrenza.
Come universitari, studenti di discipline sia umanistiche che scientifiche, da subito ci è parsa evidente la natura violenta e discriminatoria della misura.
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